martedì 21 aprile 2020

L'ultimo grande carnevale

Il carnevale del 1939 (Istituto Luce)
Una delle tradizioni più seguite del Carnevale è sicuramente quella dei carri allegorici. La loro origine non è ben chiara, ma quasi sicuramente deriva dall'usanza di portare in processione, sia a spalla che su carretti in origine trainati da animali, le raffigurazioni dei santi come voto di devozione. Il Carnevale è un tempo di transito tra il ciclo natalizio ed un periodo di digiuno e penitenza che precede la Pasqua cristiana, ma in tempi antichi si sovrapponeva ai saturnali romani, un ciclo in cui si assisteva ad un temporaneo ribaltamento dell'ordine costituito per lasciar posto allo scherzo ed alla dissolutezza con un forte valore di rinnovamento simbolico della società, esaurito il quale si tornava alla normalità. Il ritorno al caos primordiale costituiva, in sostanza, una valvola di sfogo delle tensioni sociali, che si esprimevano con la critica e la satira verso quanti, in nessun altro periodo dell'anno, potevano essere attaccati senza correre il rischio di perdere la vita. Ecco quindi la tradizione anche di rappresentazioni ironiche e apertamente in disaccordo con eventi, personaggi e situazioni politiche che si sono mantenute anche negli anni più recenti, creando carri di Carnevale ad argomento politico.
A Cremona, dopo anni di dimenticanza, i carri tornarono in occasione del Carnevale del 1939, e l'avvenimento fu ritenuto talmente degno di nota che meritò un cinegiornale dell'Istituto Luce, che potete trovare ancora oggi su Youtube. Ebbene, a decidere che il Carnevale del 1939 dovesse essere memorabile, fu una riunione dei gerarchi fascisti chiamati a rapporto dal Federale agli inizi di gennaio nel corso della quale si affidò al Dopolavoro provinciale il compito di organizzare un corso mascherato. Il Dopolavoro si mise immediatamente al lavoro, assicurando la partecipazione dei quattro gruppi rionali che avrebbero dovuto allestire un carro allegorico ciascuno, facendolo precedere da un avancarro comprendente un gruppo bandistico e della Federazione agricoltori. Alla sfilata avrebbero dovuto prendere parte anche altri carri realizzati con finalità pubblicitarie da altre industrie della provincia e da gruppi aderenti al Dopolavoro. Oltre ai carri mascherati, suddivisi in categorie, si prevedevano cortei mascherati a piedi con diversi soggetti e premi speciali per i balconi e le finestre meglio addobbati ed il più nutrito lancio di coriandoli e stelle filanti. Per coprire le spese il Comitato organizzatore aveva pensato di bandire una lotteria, chiamata “L'Arca di Noè”, allestendo un apposito carro che avrebbe fatto il giro della città nei giorni festivi per distribuire i biglietti, messi in vendita al costo di 2 lire.
Come assaggio domenica 5 febbraio viene fatto transitare in città il primo carro della lotteria “Arca di Noè” accompagnato da un carro sonoro del Dopolavoro. I gruppi rionali, nel frattempo, lavorano a spron battuto per allestire i loro carri. Il gruppo rionale “Fantarelli” sta costruendo il carro “Follie musicali”, dedicato alla musica moderna; quello del gruppo “Cattadori” sarà “Le ricette del dottor Amal e Petronilla”, mentre il gruppo “Priori” sta allestendo i “Gagà del cinema”, a “Biancaneve e i sette nani”, il cartone animato di Walt Disney attualmente in programmazione, è dedicato il carro del gruppo “Podestà”. Ma non è tutto: i Fasci della prima Zona preparano una “Parodia sciatoria”, mentre a Vescovato stanno allestendo un “Baco da seta”. Il gruppo dopolavoristico “Granatiere” di Cremona ha assicurato che presenterà “Il trionfo della caramella” con un gigantesco lancio di caramelle.
Nei giorni successivi si definiscono il programma e la sfilata, che si terrà in due giornate: domenica 19 e martedì 21 febbraio con inizio verso le 14,30. Il corteo, composto da tredici carri allegorici e dodici mascherate a piedi, percorrerà corso Garibaldi, corso Campi, corso Stradivari, Piazza Roma, via Mazzini e corso Umberto I (l'attuale corso Matteotti, ndr.), affiancato da dieci bande musicali ed orchestre, con il relativo contorno di lanci di stelle filanti, coriandoli, caramelle e cioccolatini. La giuria troverà posto su un balcone al n. 10 di corso Campi e premi di mille lire verranno assegnati ai migliori addobbi e lanci. Per accadere al corso mascherato bisognerà acquistare un apposito distintivo in vendita a 2 lire presso appositi incaricati, ma in distribuzione anche presso i Gurppi rionali e le sedi dei Dopolavoro cittadini. I carri iscritti sono: “Biancaneve e i sette nani”,“Gagà del cinema”, “Follie musicali”, “Nel regno di Petronilla”, “Ritorno di carnevale”, “Parodia sciatoria”, “Trionfo della caramella”, “All'ombra del Torrazzo”, “Risveglio del carnevale”, “Carro carnevalesco”, “Trionfo del baco da seta” e “Ala Littoria”. Le mascherate a piedi: “Concorso dei baffi”, “Congresso degli uomini maturi”, “Pattuglia del carnevale”, “I turisti”, “i corsari”, “Ho cantato alla Scala”, “Cavalleria rusticana”, “La suocera domata”, “Cric e Croc”, e “Partenza per la villeggiatura”.
I carri sfilano per due giorni, domenica 19 febbraio ed il successivo martedì grasso, tra due ali di folla festeggiante, come si può vedere nei fotogrammi dell'Istituto Luce nel servizio per il Cinegiornale del 1 marzo. “Ieri, seconda ed ultima giornata del Carnevale cremonese di quest'anno – scrive il “Regime fascista” - i carri e le mascherate a piedi sono riapparsi per le vie cittadine, rianimandole alcune ore, con la loro allegria inestinguibile, e raccogliendo applausi, e festosi saluti da una folla immensa che per la seconda volta ha gremito vie e piazze, e viali cittadini. Si può dunque dire che il Carnevale di quest'anno, organizzato con molta passione dall'OND, ha ottenuto un lietissimo successo. Il ritorno del corso mascherato a Cremona non poteva avvenire in modo migliore e più lusinghiero. Esso ha richiamato l'attenzione della città intera e ha fatto accorrere migliaia di persone ai paesi vicini e dalle città vicine. Apparsi una prima volta domenica scorsa i carri si sono fatti da sé una propaganda efficacissima così che ieri, per la loro ricomparsa era attesi da una folla che già ne conosceva le particolarità e già si divideva nelle simpatie per l'uno o per l'altro. Tutti però erano concordi nel dare la preferenza assoluta al carro di «Biancaneve e i sette nani» allestito con evidente grande cura. E il carro del Gruppo Rionale Podestà ha infatti conseguito la palma della vittoria. Ma anche già gli altri carri sono piaciuti e tutti insieme poi si sono distinti per un lancio di caramelle a getto, come si suol dire, ieri particolarmente intenso. Era l'ultima giornata e si dava fondo anche alle riserve che la domenica erano state tenute prudenzialmente in disparte.
Anche alla sfilata di ieri ha voluto assistere S.E, Farinacci. Erano presenti anche il Federale, gli on. Mori e Moretti, il Podestà, il Vice Federale e altre autorità.
Ecco la classifica stabilita dalla giuria:
Carri Categoria A: 1. premio «Biancaneve e i sette nani» del Gruppo Rionale Podestà, lire 5000; 2. premio «I gagà del cinema» del Gruppo Rionale S. e L. Priori L: 4500; 3. premio «Follie musicali» del Gruppo Rionale Fantarelli L. 4000; 4. premio «Nel regno di Petronilla» del Gruppo Rionale Cattadori lire 4000.
Carri Categoria B: 1. premio ex aequo «Ritorno di Carnevale» del Dopolavoro Vitalba L. 2500; 1. premio ex aequo “Parodia sciatoria” della 1 Zona L. 2500; 2. premio «All'ombra del Torrazzo» del Dopolavoro La Nazionale L. 2000; 3. premio «Ballerini meccanici» del Dopolavoro di Pizzighettone V. Zona L: 1000; 4. premio «Risveglio del Carnevale» del Dopolavoro Giovinezza L: 800; 5. premio «Trionfo del baco da seta» del Dopolavoro di Vescovato L: 500; Premio d'onore al «Trionfo della caramella» del Dopolavoro Granatiere L: 1000 per il miglior getto.
Categoria carri reclamistici: Premio d'onore, coppa e diploma alla Ditta F.lli Sesto e Sorrentino di Carlentini (Sicilia) rappresentata da Ottorino Zighetti di Cremona; Premio d'onore, coppa e diploma alla ditta F.lli Scapellato e Cocuzza di Carlentini (Sicilia) rappresentata da Giuseppe Zighetti di Cremona; premio speciale e diploma al carro «La Patona», di Zighetti.
Mascherate a piedi: «La suocera domata» bandiera di premio speciale, diploma e L. 50; «I cavallini» diploma di L. 50».
Il ritorno del Carnevale fu però un successo effimero, una meteora che illuminò di gioia solo quell'inizio del 1939. Iniziavano già a soffiare venti di guerra e l'anno successivo i carri allegorici furono presto accantonati. A ricordare quel breve attimo di spensieratezza rimane il breve filmato dell'Istituto Luce, grondante della consueta retorica del tempo.

Per rivedere i carri mascherati bisogna attendere quarant'anni. Certo, fin dagli anni del primo dopoguerra quartieri e parrocchie cittadine si organizzavano autonomamente per far festa durante il Carnevale, ma bisogna arrivare al 1979 per assistere alla ripresa di un evento organizzato a livello cittadino. L'iniziativa inizialmente nasce come il divertimento del martedì grasso di un quartiere, l'antico rione di San Francesco, che fa capo al Vecchio Ospedale, comprendente via Aselli, che organizza un corteo mascherato. Ma, vista l'accoglienza, gli organizzatori decidono l'anno successivo di allargare l'orizzonte spingendosi in via Manzoni e largo Paolo Sarpi. E' l'inizio della gloriosa stagione de “I màascher”: i partecipanti si contano ormai a migliaia e si pensa ad una festa cittadina che possa rinverdire i fasti del passato. Ad accogliere l'appello è il Centro Professionale dell'Anffas, dove insegnano Pierluigi Torresani e Giorgio Gregori, che rilanciano la palla al Comune. Il sindaco Renzo Zaffanella, che guida l'amministrazione, concede un locale nel comparto del Vecchio Ospedale, in modo che si possano allestire con maggior comodità carri allegorici, costumi e maschere, coinvolgendo anche gli altri gruppi culturali cremonesi, le associazioni e le scuole interessate. Gli allievi dei corsi professionali dell'Anffas lavorano sodo per tre mesi, con la collaborazione di molti gruppi esterni e di personaggi che hanno fatto la storia del Carnevale, come l'indimenticato Camarda di via Aselli. L'edizione del 1981 è subito un successo, con la partecipazione di oltre diecimila cremonesi. Al termine della manifestazione gli organizzatori si ritrovano in Comune con il sindaco Zaffanella e gli assessori Camillo Fervari e Italo Ruggeri, un incontro simpatico e informale nel corso del quale Camarda consegna in dono al primo cittadino una “scüriàada de careter”, la frusta addobbata dai caratteristici fiocchetti con cui, vestito da carattiere, ha guidato proprio uno di quei carri.

Le ambulanze del Po

L'ambulanza Antonio Litta nel 1898 di fronte alla Baldesio
(archivio CRI Cremona)
C'è stato un tempo in cui il Po è stato utilizzato come la più grande corsia sanitaria nazionale per il trasporto di ammalati e feriti dalle zone più carenti di assistenza ai grandi ospedali del Nord Italia. Per almeno vent'anni, tra la fine dell'Ottocento e la conclusione della prima guerra mondiale, le sue acque sono state solcate da ambulanze del tutto speciali, costituite da grandi barconi attrezzati che garantivano ai feriti un trasporto più confortevole e sicuro, rispetto ai tradizionali mezzi terrestri. Gran parte del materiale utilizzato per attrezzare questi barconi derivava infatti dai treni ospedale, allestiti dalla Croce Rossa Italiana in occasione di grandi calamità. Prima della Grande guerra, l'ambulanza fluviale prestava assistenza alle comunità che risiedevano lungo il corso del Po e i suoi affluenti, lontane dai presidi medici cittadini anche a causa della scarsità di strade e ferrovie. In una vecchia foto dell'Archivio storico della Croce rossa cremonese si può osservare l'ammiraglia della flotta, la “Alfonso Litta”, ormeggiata verso il 1898 sulla sponda del Po nei pressi nell'antica palazzina della Canottieri Baldesio.
Il primo esperimento di allestimento era stato messo in cantiere nel 1891 quando furono predisposti le attrezzature e gli arredi per allestire il primo convoglio ambulanza fluviale, che avrebbe però operato sul Lago Maggiore, con base a Verbano. Prese il nome di "Brunetta d’Ussaux", poiché fu concepita e progettata dal conte Eugenio Brunetta d’Usseaux, che allestì tre battelli alberati. Si trattava di veri convogli, composti da nove barconi ricovero e tre barche di scorta, progettati per trasportare fino a 300 soldati e 25 ufficiali (oltre ad 80 persone di servizio). Al progetto, secondo il d’Usseaux, avrebbero dovuto prestare la loro opera anche le Società Canottieri, con i loro uomini e le loro darsene di servizio nelle rispettive zone, oltre ai loro locali come punti d'approvvigionamento, d’imbarco e sbarco, per il servizio di porta ordini, approvvigionamento viveri, ordini ai sindaci, servizio di corrispondenza ai malati, comunicazione con i delegati d’armata e con le autorità militari e civili.
L'8 settembre 1894 aveva fatto il suo giro inaugurale sul lago di Como una nuova ambulanza fluviale, la “Lario”, su cui aveva viaggiato anche il presidente nazionale della Croce Rossa Italiana Gian Luca Cavazzi, conte della Somaglia. Si trattava di un vero e proprio viaggio promozionale e dimostrativo per illustrare i pregi del nuovo sistema di soccorso ed ottenere contributi, nuovi soci e nuovi volontari a ferma bennale. Partita da Lecco era approdata a Como la mattina dell'11settembre, dopo aver toccato Varenna, Bellano, Colico, Domaso, Gravedona, Dongo, Menaggio, Bellagio, Tremezzina, Argegno, Carate, Torno, Cernobbio, suscitando ovunque interesse ed ammirazione. Per l'occasione erano stati utilizzati solo due comballi. grandi imbarcazioni a vela e a remi tipiche del lago di Como, che a tutta la metà del XX secolo furono il principale mezzo di trasporto lacuale di merci pesanti. Uno era stato attrezzato da uso infermeria e l'altro per la cucina, la cambusa e la sala da pranzo, coperti con una struttura ad assicelle di legno bianco. Ad ogni attracco ai ponti dei paesi toccati dalla crociera promozionale, l'ambulanza era stata accolta dalle autorità comunali, dalle bande musicali e dai semplici cittadini, che assistevano incuriositi alle operazioni di imbarco e sbarco dei feriti e restavano ammirati dalla completezza e dalla disposizione della attrezzature sanitarie. In realtà l’ambulanza completa sarebbe stata composta da 10 “comballi“, capaci di contenere 214 feriti e 53 addetti, ma per farlo sarebbe stato necessario raccogliere altri fondi per acquistare ed attrezzare le imbarcazioni mancanti, di una delle quali si era fatto carico il Sotto comitato dalla CRI di Lecco. In base ad un apposito accordo con statuto e regolamento, i soci delle canottieri e vogatori, si sarebbero impegnati a custodire i barconi e a guidarli in caso di mobilitazione. Tutto quello che consisteva l’allestimento, rimaneva in custodia nelle sedi e nei magazzini della CRI, comprese le assicelle bianche per la copertura. Queste ambulanze erano l’equivalente navigante di un treno ospedale, o di un ospedale da campo.
La preparazione del rancio (archivio CRI Cremona)
Tre anni dopo, nel 1897, fu allestita a Pallanza, con magazzino ad Arona, su proposta e disegno del Comitato Centrale, la “Alfonso Litta” prima vera ambulanza fluviale, finanziata dalla contessa, Eugenia Litta Bolognini Attendolo Sforza insieme alla Croce Rossa di Milano ed al presidente dell’ospedale Maggiore, il conte Emilio Borromeo, per ricordare in questo modo il figlio Alfonso Litta (1870-1891), avuto da Umberto I di Savoia, deceduto mentre prestava il servizio militare.
Le due ambulanze fluviali, in caso di guerra, avrebbero potuto trasportare una gran numero di feriti ed ammalati in tutta l'area del Nord compresa tra i principali laghi alpini ed il mare Adriatico, semplicemente percorrendo fiumi e canali navigabili, senza le difficoltà di intasamento dei treni ospedali e dei convogli stradali di soccorso in un momento in cui la rete stradale era ancora scarsa ed i problemi aumentavano con la necessità di far affluire al fronte soldati, materiali e armamenti. Il relativo ritardo con cui era stata allestita la seconda ambulanza fluviale, la cui costruzione era iniziata fin dal 1892, è spiegabile con la difficoltà di arruolamento di volontari, tanto da ricorrere ad una sorta di incentivi, ad iniziare dalla corresponsione di un'indennità di tre lire a settimana per la moglie, ciascun figlio inferiore ai 14 anni, e genitori ultrassessantenni inabili al lavoro per uanti fossero mobilitati a prestar servizio nelle unità ospedaliere in caso di guerra.
Potevano arruolarsi sulle ambulanze fluviali tutti i cittadini tra i 20 ed i 50 anni di età, compresi i militari di qualsiasi grado in congedo illimitato, di prima e terza categoria, purchè non avessero prestato servizio in artiglieria, genio o nelle compagnie di sanità, mentre l'arruolamento senza limitazioni era previsto per i riservisti della marina militare.
La "Litta" era composta inizialmente da 4 chiatte a fondo piatto, lunghe 14 metri e larghe 4, di cui una destinata al personale direttivo, alla farmacia, alla camera di medicazione ed alla cucina e le altre quattro ad infermerie con 46 barelle e 10 posti a sedere per ciascuno. Il convoglio era trainato da uno o più rimorchiatori a vapore, ma potevano essere trainate, ciascuna, da due cavalli, che si muovevano sulle mulattiere all’uopo predisposte sugli argini di tutti i canali navigabili dell’alta Italia. Tre lance a remi di servizio assicuravano i collegamenti tra i natanti quando il convoglio era in navigazione. L’organico comprendeva 1 commissario, 1 contabile, 2 impiegati, 4 medici, 1 cappellano, 1 farmacista, 1 cuoco, 10 sottufficiali, 24 infermieri, 6 inservienti e 2 carpentieri, più 25 canottieri addetti al governo delle imbarcazioni. Il costo complessivo fu di oltre 60.000 mila lire, e l’ambulanza venne iscritta tra le unità ospedaliere. Si trattava di un convoglio collegato di quattro natanti, perfettamente attrezzato come ospedale mobile. Lo scopo dell’ambulanza fluviale era quello di portare assistenza ai paesi situati lungo le rive del Po e dei suoi affluenti, privi di assistenza ospedaliera sul posto, e mal collegati sia sotto il profilo stradale che ferroviario. Secondo il progetto, i convogli composti da più barconi di differente tipologia, avrebbero trasportato più di trecento persone tra feriti e personale di servizio, essendo dotati di sale chirurgiche, ambulatori per le medicazioni, magazzini, uffici, ed alloggiamenti. Tra il personale delle ambulanze fluviali, prima volontario poi già sotto le armi vi erano i membri delle società canottieri, che tornavano utili per la loro conoscenza riguardo alla navigabilità del Po, dei suoi affluenti e di altre realtà fluviali interessate da queste particolari unità di soccorso.
L’ospedale galleggiante fu inaugurato il 22 giugno 1898, alla darsena milanese. Partì il successivo 30 per il suo primo viaggio, per raggiungere Chioggia e il 10 luglio Venezia, ovunque accolto dalla gente con grandi feste.
L’ambulanza fluviale non era allestita solo su chiatte fluviali, ma utilizzava anche battelli tipo bragozzo d’altura o trabaccolo da trasporto, imbarcazioni con chiglia, in uso sul mare Adriatico. Questi battelli, delle stesse dimensioni delle chiatte, erano dotati di due alberi attrezzabili con vele latine per cui erano potenzialmente in grado di navigare a differenza dei natanti di stampo fluviale. Sui barconi-ambulanza, era vietato mettere qualsiasi segnale eccetto lo stemma della Croce Rossa, prescritto dalla Convenzione di Ginevra, dipinto sopra una lastra metallica e fissato alle paratie e sulla copertura della barca.
Convoglio nella laguna veneta (collezione Spazzan)
L’ambulanza fluviale funzionò durante il conflitto dal luglio al 26 settembre 1915 poiché l’approssimarsi della stagione delle nebbie, le difficoltà di riscaldamento dei barconi nel periodo invernale e altre necessità logistiche determinò la sospensione dell’attività di soccorso. Ma dal maggio 1915 era già entrata in funzione l'ambulanza lagunare “Città di Venezia”, istituita Comitato Regionale CRI di Venezia dopo aver preso accordi con il Comando in Capo della Piazza marittima del capoluogo veneto. Questa ambulanza era costituita da un convoglio di 3 peote (barconi), ognuna dotata di 18 barelle e trainata da uno o più motoscafi trasportava, oltre ai 54 barellati, fino ad un massimo di 200 infermi seduti o in piedi. In laguna, a questa unità si affiancarono anche l’autoscafo "Regina Elena" ed alcuni battelli a vapore attrezzati. Le ambulanze lagunari rispondevano a criteri di costituzione, gestione ed impiego analoghi a quelli delle ambulanze fluviali. Entrambe venivano, all’occorrenza allestite e gestite sempre sotto il controllo delle autorità sanitarie militari di armata o territoriali, e dalla Croce Rossa italiana.
Nel 1916, le ambulanze fluviali trasportarono 23.473 uomini, di cui 4.217 in barella. Al 30 giugno 1917, erano stati trasportati 28.082 infermi, dei quali 4.465 in barella. Nel marzo 1918 le ambulanze fluviali passarono alle dipendenze della Delegazione Generale della Croce Rossa Italiana, che le assegnò alla Delegazione della 3a Armata. Al 30 giugno 1918, erano stati trasportati 48.353 infermi. Alla metà del 1918 furono censiti: 639 burchi, 149 peote, 65 bragozzi, 19 batelloni, 5 preame, 12 burchielli, 66 battelle (piccole barche dell’Adriatico), 5 topi, 58 motobarche, 31 autoscafi, 71 rimorchiatori, 59 rascone, 119 sandoli (barca da trasporto, con fondo piatto, tipica della laguna veneta), e 45 caorline. A queste vanno aggiunte le zattere assemblate sul lago di Como e fatte scendere lungo l’Adda fino al Po. Grazie alla realizzazione di due conche sul Tagliamento, nel dicembre del 1915 la rete delle acque interne permetteva di raggiungere Grado collegando direttamente Milano al fronte isontino. Successivamente il servizio venne esteso alle linee del padovano e del vicentino alimentate dai fiumi Brenta e Bacchiglione e sui canali che dai laghi di Como e Maggiore portano a Milano e al Po. Venne inoltre attuato un servizio di trasporti nei laghi di Garda, Maggiore e Idro.



martedì 14 aprile 2020

Gli anni dell'asiatica

Era il 1957 e la notizia circolava già dall'inizio dell'anno. Le autorità cinesi avevano informato che nel sud del paese si stava sviluppando un'epidemia provocata da un virus particolarmente aggressivo, l'H2N2 che, dopo aver colpito le anatre selvatiche, aveva fatto il salto di qualità contagiando la specie umana. Tuttavia fino ai primi di giugno, nonostante il morbo facesse strage di migliaia di persone nelle Filippine, Cina, Formosa, Cambogia, Indonesia, India e nelle numerose colonie britanniche, i giornali italiani continuarono a relegare la notizia nelle pagine interne, come se la cosa riguardasse solo quelle popolazioni lontane. Ci si limitava a seguire il contagio spostarsi dall’Asia all’Africa e al Sud America, raccontando «l’apprensione» delle autorità britanniche o la tranquillità di quelle olandesi, dove l’influenza era arrivata da una nave proveniente dall’Indonesia. Gli inglesi, dal canto loro, pur avendo già migliaia di bambini contagiati, giudicarono eccessivo l’allarme e si dissero certi che avrebbero debellato in poco tempo il virus. L’asiatica, che gli scienziati dicevano essere abbastanza simile alla tristemente nota “spagnola”, provocava un virulento attacco influenzale con febbre fino a 40°, emicranie da spaccare la testa, forti dolori muscolari e problemi intestinali per due o tre giorni. Se sopravvivevi, guarivi nel giro di una settimana o poco più.
E quando, all'inizio di agosto, l'epidemia scoppiò improvvisamente a Napoli, l’allarmismo non fu particolarmente pressante. Si iniziò a parlarne e a scriverne perché c’erano morti continuamente, si tenevano i bambini in casa, ma in sostanza il vivere quotidiano e le abitudini non furono stravolte perchè il Governo non sapeva bene come affrontare l’epidemia ed i medici, trattandosi di una influenza, davano semplicemente consigli su come comportarsi al fine di prevenire il contagio. D'altronde l'epidemia arrivava prima delle tradizionali influenze, in piena estate. A trasportare il virus furono soprattutto le centinaia di migliaia di soldati di leva, che tra licenze, permessi, esercitazioni e parate si muovevano da un capo all’altro del paese. Il primo focolaio venne localizzato al Quartier Generale delle Forze Armate del Sud Europa a Bagnoli, dove si ammalarono oltre trecento militari, ma nel giro di pochi giorni un terzo della popolazione di Napoli era ammalata. Dal Sud il contagio arrivò ben presto a Milano, portato, si dice, all'interno della casa di rieducazione “Cesare Beccaria” di Arese poco dopo Ferragosto da un giovane ricoverato di ritorno da una licenza a Mestre: l'epidemia colpì 130 dei circa duecento ospiti e l'istituto venne isolato. A portare l'asiatica a Cremona furono agli inizi di settembre tredici reclute della caserma Col di Lana, che furono immediatamente isolate. Il quotidiano locale si affrettò a tranquillizzare la popolazione: “A questo proposito dobbiamo dire che nella popolazione cremonese nessun caso di 'asiatica' è stato sino ad ora registrato, ma solo casi di influenza da raffreddamento, per cui non vi è alcun motivo di allarme. Anche nel reclusorio di Pizzighettone si sono registrati quattro casi di influenza tra i reclusi, ma il virus non è stato ancora definito; tuttavia le pronte misure cautelative poste in opera dal Medico Provinciale, assieme ai dirigenti del reclusorio, hanno fatto sì che la popolazione di Pizzighettone non abbia sino ad ora fatto registrare alcun caso di 'asiatica'”. E le misure per contrastare l'avanzata del virus erano sempre le solite: “Alimentazione sana e sufficiente sia dal lato quantitativo che qualitativo (verdure e frutta contenente sali e vitamine; carni, latte, ecc. contenenti proteine pregiate) evitando ogni accesso; evitare l'abuso degli alcolici, del caffè e del tabacco; vita all'aperto per quanto possibile evitando però raffreddamenti, l'esposizione eccessiva al sole ed ogni strapazzo fisico; riposare almeno otto ore al giorno dalle 22-23 alle 6-7 (evitare i locali chiusi ed affollati); riguardarsi e curare anche semplici raffreddamenti, manifestazioni reumatiche e disturbi gastro-intestinali che possono diminuire le resistenze organiche e predisporre al contagio; molto utile la somministrazione di vitamina C ad alte dosi. Per le comunità di vecchi e bambini tale vitamina potrà essere richiesta all'Ufficio Igiene del Comune. Si raccomanda ai gestori di cinematografi ed altri locali pubblici, ai dirigenti dei servizi di pubblico trasporto ed a ogni responsabile di comunità, una frequente pulizia dei locali con periodiche disinfezioni”.
Ma nel frattempo un altro focolaio era divampato nelle colonie marine di Marina di Massa, colpendo ben 1500 bambini. Tra questi i 160 piccoli ospiti della colonia viadanese “Luigi Cantoni”, 65 dei quali furono contagiati dall'asiatica. I restanti, ritenuti sani, furono fatti rientrare in tutta fretta nei paesi di provenienza, consegnando ad ogni famiglia una lettera dell'Ufficio di igiene che spiegava i motivi della conclusione anticipata del soggiorno marino. Ma qualche giorno dopo iniziarono a manifestare i sintomi del contagio i piccoli dell'intero distretto viadanese, comprendente Dosolo, Pomponesco e Sabbioneta.
Il 24 settembre l'Italia deve iniziare a fare i conti drammaticamente con la nuova epidemia: viene posto in isolamento l'ospedale romano del Bambin Gesù in seguito alla morte di una giovane infermiera addetta all'assistenza dei bambini ammalati. Il referto dell'autopsia parla di “broncopolmonite bilaterale conseguenza dell'asiatica”. All'ospedale militare del Celio muore una giovane recluta, altri decedono allo Spallanzani. Da più parti vengono richiesti provvedimenti di emergenza, mentre l'Ufficio di igiene della capitale si limita a suggerire di non frequentare i locali pubblici ed a non servirsi dei mezzi di trasporto. Manca ovunque il vaccino, che viene riservato ai medici ed al personale sanitario. Si vocifera di un preparato sottoposto all'approvazione dell'Istituto Superiore di Sanità da parte di un noto istituto sierologico, costituito da un vaccino antinfluenzale associato ad antibiotici e sulfamidici da somministrarsi per via nasale nelle fasi iniziali di tutte le influenze, ma intanto si registra a Milano il decesso di una bambina di 13 anni, ospite dell'Istituto Giulio Salvadori per le figlie dei carcerati, all'interno del quale si registrano altri quaranta casi di “asiatica”. Il virus dilaga tra i militari del V CAR di Albenga in provincia di Savona, con oltre 500 ammalati, altri 30 casi si registrano nelle comunità religiose dell'Istituto Santa Maria di Laigueglia e nel noviziato del Sacro Suore di Albissola Superiore.
Inizia a diffondersi la paura, costringendo per la prima volta la Prefettura ad intervenire con un proprio comunicato che, tra le righe dei toni volutamente tranquillizzanti, lascia intuire la preoccupazione. Al 25 settembre i contagiati dal virus sono nel Cremonese 298, di cui 22 nel capoluogo e gli altri suddivisi in 24 comuni. “Poichè il decorso clinico della malattia è di norma molto breve – afferma la Prefettura – si presume che il numero dei casi di malattia in atto al momento debba essere di molto inferiore alla cifra globale segnalata. D'altra parte il decorso clinico è tuttora benigno non sono stati finora registrati eccessi ascrivibili ad influenza. I controlli effettuati nella Provincia ed il risultato delle estese indagini condotte dall'Ufficio d'Igiene di Cremona consentono di confermare che la tendenza alla diffusione della malattia è piuttosto scarsa e che mancano esplosioni a carattere collettivo nelle comunità. Dal 13 corr. è in distribuzione il vaccino antinfluenzale in rapporto alle richieste ed alle assegnazioni pervenute dalla amministrazione sanitaria centrale. Al momento, pertanto, la situazione può essere considerata con tranquillità e senza eccessiva preoccupazione”.
Ma l'asiatica non è una semplice influenza, e verso metà ottobre la situazione si complica, anche se le autorità si affrettano a sostenere che “il decorso è sempre benigno”. Se da un lato si continua a sostenere che a Milano, con 886 casi, la situazione sanitaria “è assolutamente tranquillizzante”e l'epidemia è “straordinariamente lieve”, a Ragusa i casi sono 1500 con le prime vittime, a Trapani è ammalata mezza città, duemila i casi a Catania, tremila a Monopoli. A Trento, Pavia, Cuneo e Torino le scuole restano chiuse. I militari ammalati, secondo i dati del Ministero della Difesa sono 60 mila dall'inizio dell'epidemia, di cui 53 mila guariti ed altri 7 mila ancora degenti..
Finalmente anche a Cremona qualcosa si muove, con notevole ritardo. Dopo aver negato qualsiasi epidemia, il Provveditorato, la sera del 30 settembre decide che le scuole non apriranno il giorno dopo, rinviando tutto al 10 ottobre, “malgrado l'attuale andamento benigno dell'epidemia influenzale e il decorso clinico della malattia in generale benigno”, che però “potrebbe determinare una sensibile e difficilmente controllabile diffusione della malattia”. A Crema l'Ospedale maggiore sospende dal 12 ottobre le visite dei parenti ai ricoverati per l'asiatica, a causa del diffondersi del virus.
A Bergamo i casi di “asiatica” sono ormai più di 1500, nelle scuole che hanno ripreso le lezioni metà degli alunni sono assenti e si registrano le prime tre vittime, decedute per complicazioni alle vie respiratorie. Altri due morti si registrano a Genova, a Trieste dove, stando alle autorità “l'epidemia non presenta caratteri di particolare gravità” vengono denunciati 4041 casi di cui 2442 tra la popolazione civile e 870 nei campi di raccolta dei profughi istriani, mentre viene definita “eccezionale”la diffusione del virus nella vicina Grado. A Piacenza si decide di tenere le scuole chiuse.
Una palestra svedese con i malati di asiatica
Notizie drammatiche arrivano dalla Sicilia, dove i contagiati sono ufficialmente circa 50.000, di cui 27.652 nella sola provincia di Palermo, ma in realtà sarebbero intorno ai 200 mila. L'epidemia non sembra abbandonare il Nord Italia, al punto che si vocifera della possibilità di distribuire seimila dosi di vaccino generico al costo di 720 lire la dose. In realtà un vaccino contro l'asiatica non esiste ancora: è stato solo presentato all'approvazione delle autorità sanitarie un prototipo messo a punto da un istituto sieroterapico nazionale i cui tempi di sperimentazione, però, richiederanno ancora del tempo quando invece sembra che i focolai si stiano moltiplicando sempre di più nel Settentrione. Sembra però che l'Alto Commissariato per la Sanità sia intenzionato ad accettare la proposta di una società olandese per l'invio in Italia di centomila dose di un vaccino specifico entro un mese e di altre duecentomila entro sessanta giorni. Nel frattempo il bollettino di guerra dell'asiatica si aggrava: le vittime dell'influenza salgono a due a Treviglio, con il decesso un giovane studente che costringe a posticipare nuovamente la riapertura delle scuole già decisa. Anche Merano, che fino a questo momento sembra non sia stata toccata dall'epidemia, registra improvvisamente una recrudescenza del morbo, che colpisce il 60 per cento degli studenti. Sette decessi si registrano a Torino, dove ogni giorno vi sono circa 5000 chiamate agli ambulatori ed ai medici privati, ed ormai sono oltre ventiduemila gli ammalati a Catania. Quando ormai la situazione sembra sfuggire di mano, ecco che l'aumento dei contagi si stabilizza, fino ad affievolirsi con i primi mesi del 1958.

Nonostante le autorità abbiano sempre trattato la pandemia senza allarmismi e, a volte, persino con leggerezza, atteggiamento giustificato dal fatto che, a differenza del nuovo coronavirus, l’influenza asiatica era effettivamente “solo” un’influenza, l'asiatica non fu per nulla “benigna”. Secondo stime successive, l’asiatica contagiò tra il 10 per cento e un terzo dell’intera popolazione mondiale. In Italia contrasse la malattia un italiano su due, 26 milioni di persone, tra cui l’85 per cento della popolazione tra i 6 e i 14 anni. Con una mortalità stimata inferiore allo 0,2 per cento (cioè 0,2 morti ogni cento persone contagiate), l’influenza asiatica era comunque ben più pericolosa di una normale influenza stagionale, che ha una mortalità in genere dello 0,01 per cento e solitamente viene contratta dal 10-15 per cento della popolazione. In Italia, le morti causate dall’asiatica furono stimate in circa 30 mila.

L'avventura dell'Eridano


Due secoli fa, nel giro di una sola estate, tramontò il sogno di riunire l'Italia settentrionale percorrendo l'unica via che non conosceva confini, il Po. I patrioti milanesi che nel 1819 avevano costituito la “Società delle scuole gratuite di mutuo soccorso”, pensavano che una grande spinta unificatrice sarebbe venuta dal navigare il grande fiume con il pretesto di favorire i traffici commerciali, ma in realtà covando la segreta speranza di avvicinare ed uniformare gli intenti dei liberali piemontesi, lombardi, veneti ed emiliani in modo che, quando si fosse presentata l'occasione, sarebbero stati pronti ad un'azione comune. D'altronde Vienna non avrebbe posto troppe difficoltà al progetto, per la difficile situazione economica e finanziaria in cui si trovava il Regno d'Italia dopo i vent'anni di guerra delle campagne napoleoniche. Per questo quando il conte Luigi Porro Lambertenghi nel febbraio del 1817 aveva fatto domanda al governo della Lombardia per ottenere l’esclusiva per vent’anni della navigazione a vapore sul Po e sugli altri fiumi e laghi del Lombardo-Veneto, sul tratto di mare da Venezia a Trieste e lungo le coste dell’Adriatico e nord di Ancona, nessuno battè ciglio. Avviata la pratica, Porro costituì una società con altri due nobili, amici suoi e legati da una comune fede “indipendentista” e massonica: Federico Confalonieri e Alessandro Visconti d’Aragona. Se da un lato i tre patrioti intendevano dimostrare la difficoltà dei rapporti commerciali determinata dalle sette diverse barriere doganali esistenti tra Venezia e Pavia, dall'altra vedevano la possibilità di superare anche le barriere politiche esistenti tra i vari gruppi di cospiratori.
Restava da risolvere il problema della nave. Federico Confalonieri, reduce da un viaggio a Londra, suggerì di ricorrere alle officine di Boulton e dei Watt che fornirono una straordinaria macchina a vapore alimentata da carbone inglese. Lo scafo venne invece realizzato a Genova con materiali però difformi da quelli consigliati dagli inglesi. Il battello, battezzato con l'antico nome del Po, Eridano, fu varato nell’ottobre del 1819 e, dopo una lunga navigazione lungo tutte le coste italiane, giunse a Venezia nel maggio 1820. Poco dopo, il 5 giugno 1920 arrivò da Vienna l’atteso documento che autorizzava l’iniziativa, e l’avventura poté cominciare. Il 6 luglio 1820 l'Eridano salpò da Venezia diretto a Pavia. Il viaggio durò ben 16 giorni a causa della forte corrente contraria del Po che richiese a un certo punto persino l’aggiunta di alcuni buoi a sostegno dell’insufficiente forze del vapore. Il 12 luglio il battello toccò Cremona. Confalonieri sbarcò per incontrare alcuni amici cospiratori, tra cui Antonio Cazzaniga, annunciando, con un messaggio lasciato al marchese Servio Valari Maggi, la rivoluzione a Napoli, per poi proseguire in carrozza a Milano che lasciò due giorni dopo diretto a Piacenza, dove l'Eridano lo attendeva per ripartire alla volta di Pavia. Il testo del breve messaggio, che sarebbe stato uno dei capi d'accusa nel processo terminato con la condanna allo Spielberg, recitava: “Mercoledì, alle ore 12 alla posta di Cremona. La milizia ha operato in Napoli la più brillante operazione. La Costituzione delle Cortes fu proclamata, il Re l'ha accettata. Il Ministero è cambiato. Ricciardi alla Giustizia. Amati alle Finanze. Corascosa alla Guerra, Campaliaro all'Interno. Addio!”. Il 22 luglio, una volta arrivato a Pavia, Confalonieri scriveva a Cazzaniga: “Amico pregiatissimo, dopo la volata fatta da Cremona a Milano fui a riprendere la mia navigazione a Piacenza e dopo due giorni di corso eccoci tutti arrivati alla meta...mi felicito del breve soggiorno a Cremona che m'ha offerto l'opportunità di fare la pregiata vostra conoscenza”.
Ma fu il viaggio di ritorno a destare le attenzioni del governo austriaco. Il viaggio di ritorno fu molto più agevole grazie alla corrente favorevole e si svolse in soli cinque giorni, dal 3 all’8 settembre, con sole 40 ore di navigazione effettiva. E’ quest’ultimo il viaggio reso famoso dalle cronache, che soddisfaceva alle attese pubblicitarie del governatore e che in seguito diventerà uno dei miti del liberalismo italiano.
Il battello Verbano, 1826
Eretto sulla tolda del battello, Vincenzo Monti declamava versi epici di celebrazione dell’eroica impresa. Sotto coperta, Silvio Pellico, allora segretario di Porro Lambertenghi, cercava di guadagnare proseliti alla Carboneria. Federico Confalonieri, entusiasta, si godeva la compagnia, l’omaggio della folla che si assiepava lungo le rive del fiume per vedere lo strano battello e le ricche cene offerte agli illustri ospiti. Lo storico Giovanni Sforza, nel suo libro “Silvio Pellico a Venezia, 1820-1822” pubblicato nel 1917, descrive questo viaggio attraverso le testimonianze dei protagonisti, tra cui esponenti della Massoneria inglese: “L'ordinario viaggio dell'Eridano era: partendo da Pavia, doveva esso scendere il Ticino, entrare in Po, andare a Venezia, e viceversa. Giunto però alla foce del Mincio, doveva risalire questo fiume, tre miglia circa, fino a Governolo, e deporre quivi le mercanzie dirette a Mantova, ove il battello, a cagione di certi sostegni, non poteva arrivare. Il primo viaggio ebbe luogo sul principio di settembre. Così lo descrisse il Confalonieri in una lettera al Capponi: «Fui col tuo amico ministeriale Karrighan, coll'inglese Williams, noto per suo amoroso soggiorno in Siena, con Porro, con Monti e con molti altri amici e passeggeri in quel battello a vapore, a Venezia. La nostra navigazione da Pavia a Venezie, spazio di trecentosessanta miglia geografiche, fu di solo trentasette ore. La rapidità del viaggio, l'ottima compagnia, lo spettacolo delle popolazioni che in massa accorrevano sulle rive a veder mirabile monstrum, la bellezza della stagione, e la non deficienza di quelle comodità sibaritiche che non sono indifferenti agli epicurei, ci resero questo viaggio estremamente piacevole ed interessante». Il conte Giovanni Arrivabene, che dalla sua villa della Zaita, presso Mantova, si era recato a Governolo, per veder passare l'Eridano, scrisse: «Ambe le rive del fiume erano gremite di popolo. Dopo molte ore di ansioso aspettare si vede di lontano una colonna di fumo, poscia il battello: è silenzio universale; ma allorchè giunto esso dalla parte del villaggio, la rasenta e girando maestosamente sopra sé stesso va a fermarsi all'opposta riva, tutti gli astanti fanno ancheggiare ambe le sponde di un immenso applauso». Gli «altri molti amici» che il Confalonieri non nomina, erano Passerini di Lodi e i due figli del Porro Lambertenghi, Giacomo e Giulio, con Silvio Pellico, loro precettore. Il 9 settembre il Pellico da Venezia scrive al fratello: «Il nostro viaggio sull'Eridano è stato felicissimo. Ci siamo imbarcati a Pavia il giorno 3, e siamo qui giunti ieri: abbiamo messo quasi il doppio del tempo che si metterebbe, se ad ogni passo non vi fosse da fermarsi per le dogane parmigiane, modenesi, papali; inconveniente che danneggia assai la speculazione togliendo ogni possibilità di gran commercio. Che magnifica città è questaVenezia! Oltre il rispetto che ella ispira per la ricordanza della potenza e della energia che ha avuto, lo spettacolo di un sublime edifizio rovesciato è sempre doloroso». Aveva molte cose da fargli sapere di natura segretissima e pericolose a dirsi servendosi della posta; e incerto se avesse o no ricevuto la cartolina jour, uno dei mezzi anzichenò primitivi di corrispondenza clandestina, adoperati da Carbonari, bisognò che alla meglio artificiosamente gliele mettesse in carta. «Nel giorno in cui partì da Milano – era il 2 nel pomeriggio - mi disse che alla Madonna d'Oropa erano state arrestate persone di distinzione. E' egli vero? Possibile che il povero nostro Piemonte abbia anche a temere di quella canaglia di Carbonari? Qui in tutto il Regno vi è un editto contro di essi, dichiarando che essi hanno per mira di distruggere gli attuali governi, che per conseguenza sono rei di morte. Dio ci scampi da nuove turbolenze politiche! Abbastanza l'Italia ha già sofferto nelle guerre passate». Dopo questo primo viaggio trionfale, però, cominciarono le difficoltà. L’impresa sarebbe stata remunerativa solo se fosse riuscita ad accaparrarsi un regolare traffico di merci tra Milano e l’Adriatico, ma non fu così. Il fiume non era sempre navigabile per le secche e le nebbie che impedivano di schivare i numerosi mulini natanti. I ducati di Parma e di Modena ritardavano il viaggio con estenuanti ispezioni doganali. La domanda di trasporto delle merci quindi scarseggiava e un viaggio non a pieno carico non compensava le forti spese provocate dai sette uomini dell’equipaggio e dal costo elevato del carbone inglese. Iniziata nel giugno del 1820, il 23 marzo 1821 l’impresa era già fallita e l’Eridano, ormai in disarmo sulla Riva degli Schiavoni a Venezia, restava solo un simbolo della temerarietà di questi primi imprenditori moderni milanesi. Nel 1826 il suo propulsore, fu trasferito sul Verbano, primo piroscafo in servizio sul Lago Maggiore, che il 1 maggio salpò per il suo primo viaggio da Magadino in Svizzera, a Sesto Calende toccando lungo il viaggio, sia la sponda piemontese sia quella lombarda, gestito da una società, l’Impresa Lombardo-Sardo-Ticinese per la navigazione sul lago Maggiore.

Trecourt, il battello contessa Clementina, 1856
Nel 1840, un secondo tentativo di navigazione a vapore del Po falli per l'inadeguatezza della nave, che battezzata Arciduchessa Elisabetta, fu trasferita sul Lago di Como. Nel 1843 il conte Mocenigo acquistò dal signor De Bei la concessione, avuta 15 anni prima di navigazione sul fiume padano, e ordinò alla Dithburn & More di Londra la costruzione di un piroscafo di ferro battezzato, con molta semplicità, Conte Mocenigo. La nave con un pescaggio di soli 61 centimetri inaugurò alla fine del 1843 il traffico sulla tratta Venezia-Mantova (Borgoforte), nel Lombardo-Veneto austriaco. Seguì nel 1846, sul tratto Mantova-Milano, un secondo piroscafo costruito dalla Taylor di Marsiglia, e battezzato Contessa Clementina. In questo periodo la navigazione via fiume, da Venezia a Milano, diventa concreta. Il tempo impiegato era di sei giorni nella stagione estiva e di otto in quella invernale. Da Venezia a Cavanello di Po funzionava un veliero quindi si proseguiva a vapore fino a Pavia, mentre l'ultimo tratto da Pavia a Milano avveniva su barche che venivano alate sul naviglio. Tra il 1840 e il 1846 nel tratto Como-Milano-Verona e Venezia furono costruite le ferrovie “Ferdinandee” del Lombardo-Veneto che si posero in concorrenza con la nascente navigazione a vapore sul Po. Nel 1847 figuravano proprietari del diritto di navigazione sul Po i signori Tommaso Perelli e Paradisi che ordinarono presso i cantieri di Amsterdam un terzo piroscafo che venne battezzato Pio IX. La nave si trovava a Venezia per l'allestimento quando in Europa scoppiò la rivoluzione del 1848. Durante i moti risorgimentali, il piroscafo Pio IX cadde nelle mani degli insorti veneziani che lo armarono e dopo averlo ribattezzato Eridano, lo utilizzarono nella difesa di Venezia contro gli austriaci. Dopo la caduta di Venezia l'Eridano fu sequestrato dall'Imperial Regia Marina austriaca e utilizzato nella laguna. Al Conte Mocenigo che si era schierato dalla parte degli insorti nel 1848, gli furono sequestrate le navi. Il piroscafo Conte Mocenigo venne ribattezzato Innominata mentre il Contessa Clementina divenne Clementina. Dopo le esperienze militari della campagna 1848/1849, l'Austria voleva istituire sul Po un'affidabile linea di rifornimenti, ma nello stesso tempo voleva risparmiare i costi per la costituzione di una flottiglia. Perciò l'amministrazione imperiale si rivolse al Loyd austriaco, che il 28 marzo 1852 siglarono un accordo facendo nascere ufficialmente una nuova linea fluviale, che avrebbe trasportato passeggeri, merci e truppe lungo il fiume padano. I Loyd acquistarono dalla ditta Perelli, Paradisi & Co i piroscafi Innominata e Clementina che furono ribattezzati Cremona e Padova, quattordici chiatte a rimorchio e altro materiale. Presso i cantieri Chalons in Francia furono ordinati altri tre piroscafi: Piacenza, Pavia e Ferrara. La Escher Wyss & Co di Zurigo forni due navi passeggeri Modena e Parma mentre per i collegamenti sulla laguna i Loyd acquistarono dai cantieri di Amsterdam le navi Verona e Vicenza. Il trasporto passeggeri sul Po fu inaugurato dai Loyd il 31 maggio 1854. Il tratto Milano-Pavia veniva percorso su omnibus trainati da cavalli. Ci si rese subito conto che il trasporto passeggeri non poteva reggere alla concorrenza della ferrovia ed in breve divenne un esercizio in forte perdita. Il trasporto merci invece ebbe uno sviluppo fiorente tanto che nel 1855 i Loyd disponevano di oltre 90 tra chiatte a traino e piccole imbarcazioni sul Po e sul Lago Maggiore. Nello stesso anno il piroscafo Cremona fu posto in disarmo e le sue macchine furono riutilizzate nella costruzione del piroscafo Miramare. Nel 1858 a causa del numero dei passeggeri sempre più in calo, il trasporto passeggeri fu sospeso e i piroscafi Modena e Parma furono venduti alla Ddsg che li utilizzò sul Danubio con i nomi di Mercur e Juno, fino al 1928. Alla conclusione della seconda guerra d'indipendenza, nel 1861 1861 il piroscafo Piacenza con 10 chiatte a rimorchio fu trasferito sul Danubio dove i Loyd gestivano un collegamento sul basso Danubio fino a Galatz e Traila e nel 1862 fu venduto alla Serbia che lo mise in servizio col nome di Deligrad. L'anno seguente anche le navi Pavia e Ferrara iniziarono il loro servizio sul Danubio. Entrambe furono vendute nel 1865 dai Loyd alla neocostituita società aaber Dampfschiffahrtgesellschaf che le ribattezzò Orszagh e Deak Ferencz. Nel marzo del 1865 la nave Vicenza dopo essere giunta sul Danubio fu venduta a una ditta ungherese di Tolna, e ribattezzata Tona. Infine nell'estate del 1866 i Loyd vendettero anche i piroscafi Padova e Verona, ponendo definitivamente fine all'avventura fluviale sul Po iniziata dai patrioti sognatori di mezzo secolo prima.

lunedì 9 marzo 2020

Giovanni, l'eretico

Piazza Navona nel 1600
E' la mattina dell'8 febbraio 1559. Da piazza Navona si alza un odore acre di fumo. Sono i roghi della Santa Inquisizione che hanno ricominciato ad ardere da quando è diventato papa, quattro anni prima, Paolo IV Carafa, il più ferreo e determinato oppositore dell'eresia luterana. Ma quella mattina per i soliti curiosi è stato approntato uno spettacolo speciale e crudele. Saranno quattro i condannati destinati ad essere arsi vivi nel primo rogo del nuovo anno: tre eretici ed un omosessuale. Gli atti dei Registri dell’Arciconfraternita di San Giovanni Decollato, una confraternita che assisteva i condannati a morte operante a Roma dal 1488, ne registrano puntualmente i nomi: Gabriello di Thomaien, sodomita; Antonio di Colella del Grosso, Leonardo da Meola e Giovanni Antonio del Bò, eretici. I primi due vengono sottoposti ai più atroci tormenti, prima di essere bruciati vivi. Agli altri due viene riservato il privilegio di essere prima impiccati, un atto di clemenza dovuto a quanti, in qualche modo, abbiano mostrato un pentimento per il loro errore. Viaggiano insieme, ed insieme sono stati, con ogni probabilità catturati, in quanto l'accusa è simile: genericamente eresia per il primo, e apostasia per il secondo. Ma provengono da località diverse: Leonardo è originario di Pontecorvo, in provincia di Frosinone, Giovanni Antonio è invece cremonese. Il primo eretico cremonese salito sul patibolo, di cui sia noto il nome, condannato dall'Inquisizione moderna, successiva al Concilio di Trento. In effetti un Antonio Del Bove è ricordato nel 1515 residente nella vicina di San Vittore dal Designum Urbis del Bordigallo. Quello che invece sembra doversi escludere è un improbabile “antico” rapporto tra i due, e forse anche una originaria comune formazione culturale, considerando la loro diversa provenienza geografica. Dal testo di Domenico Orano, pubblicato nel 1904, (Liberi pensatori bruciati in Roma dal XVI al XVIII secolo (Da documenti inediti dell'Archivio di Stato in Roma), Roma 1904, p. 8), apprendiamo che a Leonardo sarebbe stato riservato il trattamento di favore in quanto “volse morir da bon cristiano, si confessò et udì la santa messa e tracomandò l’anima a lomnipotente Idio”. E con molta probabilità anche il suo compagno di sventura Giovanni Antonio potrebbe aver dimostrato qualche forma di pentimento tale da indurre gli inquisitori ad essere clementi, concedendo la grazia di essere prima impiccati e poi bruciati, avendo così la possibilità di sentire meno il dolore delle fiamme, dal momento che la pratica dell’impiccagione faceva perdere i sensi. Le varie cronache che registrano il fatto ed i registri di condannati fanno sempre e solo riferimento all'atto registrato dalla confraternita di San Giovanni Decollato, unico documento, per ora, in cui figura il nome dei due. Il fatto che poi avessero viaggiato insieme ed avessero subito lo stesso supplizio fa supporre che si fossero macchiati dello stesso reato di apostasia.
Dal canto suo Giovanni Antonio del Bo fuggiva da una città, come Cremona, dove le idee luterane avevano mietuto da anni molti proseliti, anche se prima di allora non si era mai arrivati alla pena capitale. Vi erano già stati alcuni processi tra il 1545 ed il 1548, poi vi era stato un momento di tregua, ed un nuovo rigurgito proprio negli anni in cui finiva sul rogo il del Bo, così da giustificare il giudizio di Chabod , secondo cui Cremona era “il massimo centro del luteranesimo lombardo”. Dal 1476, infatti, a Cremona non vi era un vescovo residente e la diocesi era retta da un vicario la cui prima preoccupazione era, soprattutto, quella di riscuotere le rendite derivanti dalle grandi proprietà fondiarie. Neppure i vescovi suffraganei, nominati dal vescovo non residente, riuscivano ad occuparsi della cura pastorale e di conseguenza il livello morale della vita quotidiana condotta dal clero era alquanto discutibile. Se dunque luteranesimo e calvinismo trovavano un terreno fertile allo loro diffusione, altrettanto decisi erano i tentativi di imporre nuovamente l'ortodossia, che determinavano perlopiù la fuga dei diretti responsabili verso la Valtellina piuttosto che in Svizzera, dove fin dal 1550 è documentata a Ginevra una folta colonia di esuli cremonesi.
La condanna di Pomponio Agieri nel 1556
La fuga era comunque già iniziata qualche anno prima quando, nel 1528, se ne era andato da Cremona addirittura il priore dei Domenicani Bartolomeo Maturo, che aveva predicato poi a Vicosoprano nel cantone dei Grigioni fino al 1497, prima di finire i suoi giorni a Tomiliasca nell'Engadina, dove peraltro aveva predicato un altro cremonese, Bartolomeo Silvio. D'altronde nello stesso convento di San Pietro, retto in quegli anni dall'abate Colombino Rapari, come ci informa una lettera spedita nel 1546 dal canonico lateranense Marco Gerolamo Vida, poi eletto clamorosamente vescovo dal Capitolo della Cattedrale il 13 novembre 1549, al cardinale Ercole Gonzaga, giravano strani personaggi in rapporto con i Grigioni. Addirittura da San Pietro scappano nell'agosto 1550 cinque canonici lateranensi che si rifugiano prima a Piacenza e poi in Svizzera. E non è un caso che Luigi Lucchini notasse tra i personaggi raffigurati sulla destra del grande affresco della Moltiplicazione dei pani e dei pesci commissionato in quegli anni da Colombino Rapari a Bernardino Gatti, la presenza di Lutero, Beza e Calvino. A Locarno, peraltro, nel 1549 ad un confronto pubblico sul tema
Tu es Petrus et super hanc petram ædificabo ecclesiam, partecipa un cremonese, Leonardo Bodetto, ex frate francescano, con la moglie Caterina Appiani. Da Cremona fuggono in Svizzera in vari periodi anche Giovanni Torriani, Agostino Mainardi, che aveva predicato a Chiavenna, Paolo Gaddi, due domenicani fra Angelo e Gian Paolo Nazzari, il frate minore Lorenzo Gajo e altri laici di cui abbiamo il nome: Daniele Puerari, due fratelli Offredi, certi Torso, Cambiaghi, Fogliata, Pellizzari.
Nel 1550 arriva a Ginevra Giuseppe Fogliato, nel 1551 è la volta di Lazzaro Ragazzi e Francesco Santa con le rispettive mogli, Giuseppe Fossa, Paolo Gazo, Niccolò Fogliato e Tommaso Puerari con la moglie. L'anno seguente giunge Giuseppe Fenasco, nel 1553 Francesco Marchiolo con la moglie e cinque figli, nel 1554 Giuseppe Bondiolo con la moglie e due figli. Trascorrono alcuni anni e nel 1565 è ricordato Evangeliista Offredi e nel 1567 Francesco Micheli, nel 1573 Galeazzo Ponzone e nel 1577 Giacomo Puerari. Giuseppe Fossa era stato costretto alla fuga per aver dato ospitalità nell'ottobre 1550 a due frati benedettini, fra Valeriano e fra Sereno, fuggiti da Mantova e ritrovati nella sua abitazione di Solarolo. Nell'inchiesta che ne era seguita erano stati coinvolti ventidue nobili cremonesi, l'intera famiglia di Bartolomeo e Tommaso Maggi, oltre ad un numero imprecisato di personaggi, non nominati nell'inchiesta, che erano riusciti a riparare all'estero. Le condanne, pur severe, non giunsero mai alla pena capitale, forse anche perchè la maggior parte degli imputati era sfuggita all'arresto. Che tra questi potesse esserci Giovanni Antonio del Bo, finito sul rogo in piazza Navona, è probabile. Stando ai fatti, ed in mancanza di elementi nuovi, l'eretico cremonese potrebbe essere in effetti l'unico ad aver pagato con la morte la sua apostasia.
L'eresia, nonostante l'attivismo inquisitorio dopo il Concilio di Trento, non viene però sradicata e verso il 1580 il problema riaffiora con episodi che oggi giudicheremmo decisamente sconvolgenti e ripugnanti. Il 22 dicembre 1581, ad esempio, il Tribunale dell'Inquisizione di Cremona dichiara che il napoletano Andrea Luzio, ormai morto da tempo, era un “autentico eresiarca” per aver diffuso dottrine eretiche nella città ed in particolare negli ambienti ecclesiastici. Per cui, affinchè “fosse cancellata dalla memoria dei fedeli et veri cristiani la memoria di un sì empio eretico et pestifero maestro” il tribunale ordinò che la sua memoria fosse “dannata, annullata e reprobata dalla memoria dei fedeli e quandole sue ossa e corposi possono discernere, debbono essere dissepolte come fetide et indegue di luogo sacro e siino per maggior vituperio et detestatione gettate in luoco profano”. Insieme alla condanna postuma viene disposta, come era solito, la confisca di tutti i suoi beni. Pochi giorni dopo viene condannato al carcere perpetuo per luteranesimo anche un suo seguace, il sacerdote Antonio Longhi e la stessa sorte tocca ad un altro prete, Antonio Maria Ottinelli, condannato al carcere perpetuo per “heresia luterana”. Qualche settimana dopo, tra gennaio e marzo del 1582, le porte del carcere perpetuo per eresia si aprono anche per i preti Francesco Fruttaroli, parroco di San Leonardo, per il prevosto Mariano di Mariano per aver letto Calvino, Matteo di Bellotti, che viene sottoposto più volte a tortura, padre Rizzerio della Cattedrale di Cremona, e per Domenico de Cansis, curato di San Giorgio. Il curato di Sant'Omobono, Antonio Maria Ottinelli viene invece condannato a due anni di remo. Ma l'Inquisitore non si ferma e nel 1569 condanna il prete Nicolò Boschetti, accusato di essere eretico, ad essere “immurato” fino al giorno della sua morte.

La condanna postuma di un eretico
La storia di questi anni è ricca di episodi particolarmente drammatici, con la cattura di eretici che, come Giovanni Antonio, erano prima fuggiti ed ora cercano di far ritorno in città, evidentemente ritenuta, nonostante tutto, maggiormente sicura. E' il caso di Giovanni Martoia, in fuga da Ferrara, ma catturato dall'Inquisizione a Cremona nel 1571 e nel 1757 di Giacomo Torricelli, originario dei Lodoli di Salsominore che, prigioniero dell'Inquisizione, fornisce la mappa delle località dove trovano rifugio gli eretici provenienti da Ginevra. Non conosciamo il tipo di condanna inferto a un tal Giovanni Battista Gaudenzi di Brescello, catturato a Viadana dove si era recato ad ascoltare una predica nella chiesa di San Nicola degli Agostiniani che, nel corso di un processo sommario tenuto nel palazzo vescovile tra il 14 ed il 20 marzo 1573, viene accusato di possedere libri proibiti. Questi sarebbero la “Postilla maggiore di Martino Luthero” la “Institutione” di Calvino, ma viene accusato anche di negare l'esistenza del Purgatorio e la validità delle indulgenze, di ripudiare il celibato ecclesiastico ed il culto delle immagini, di negare il libero arbitrio e la presenza di Cristo nell'Eucarestia. E vi è anche il caso drammatico di un tessitore, Tommaso Zerbagli, accusato di eresia ed arrestato nel 1584, che, dopo quindici giorni di detenzione, si impicca in cella per sottrarsi alle torture.

Cremonesi, vi racconto l'anno della peste

Cremona nel Seicento
Il preside del liceo Alessandro Volta di Milano, Domenico Squillace, ha scritto ai suoi studenti ricordando quanto accadde a Milano in occasione della peste manzoniana del 1630, da cui trarre insegnamento per una lettura obiettiva del presente. Qui vi raccontiamo cosa accadde a Cremona attraverso le pagine di Giuseppe Bresciani, testimone diretto di quella tragica epidemia.
Si scuoperse la peste nella città, che perciò si fecero grandissime diligenze da ss.ri Prefetti della Sanità, quali ellessero due nobili per ogni Parochia acciò sopraintendessero all’infermi, all’immonditie delle case, strade, et a’ poveri della città e quelli mandassero a luochi destinati. Fu serrato due porte della città, cioè Ogni Santi et la Mosa, con ordini novi per ricevere le bolette alle porte”. E' il 18 marzo 1630 e Giuseppe Bresciani con queste poche e drammatiche righe annuncia l'arrivo a Cremona dell'ultima delle grandi pestilenze. Bresciani, nel suo manoscritto Memorie delle cose occorse me vivente nella città di Cremona quivi descritte di anno in anno, trascritto recentemente da Emanuela Zanesi, è il testimone fedele del flagello descritto qualche secolo dopo da Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi e nella Storia della colonna Infame. Lui stesso ne verrà colpito, ma sopravviverà alla decimazione della sua famiglia. Il contagio arriva a Cremona almeno sei mesi prima che a Milano ma era già stato annunciato verso la fine dell'anno quando, il 15 dicembre, “Furono mandati gentil huomini alle porte della città, due per porta, per li sospetti di peste portata dai Tedeschi in Italia, et si faceva guardia al intorno alla città. Qual s'era scoperta a Casalmaggiore et a Viadana”. Le “bolette” da presentare alle porte altro non erano che dei lasciapassare predisposti a stampa dove era indicata la località di provenienza, a cui erano aggiunte a mano delle note con le caratteristiche fisiche del destinatario del documento e la descrizione delle merci trasportate con la data di rilascio, anche questa scritta rigorosamente per esteso e non con carattere numerici, per impedirne la falsificazione. I “Tedeschi” a cui fa riferimento Bresciani sono i Lanzichenecchi, mercenari al servizio dell'imperatore Ferdinando II d'Asburgo alleato della Spagna nella guerra per la successione al Ducato di Mantova, finito per via ereditaria, dopo la morte di Vincenzo II Gonzaga, ad un suo nipote francese, Carlo duca di Nevers e Réthel, sostenuto dalla Francia. Agli inizi di giugno del 1629 l'imperatore raduna nella regione di Lindau, presso il lago di Costanza, tra i sei e gli ottomila cavalieri e 36.000 fanti guidati da Johann Aldringen signore di Roschitz e dal feldmaresciallo imperiale Rambaldo XIII conte di Collalto. Il governatore spagnolo di Milano Gomez Alvarez di Figueroa e Cordoba duca di Feria, non concede però il transito ai 22.000 fanti e 3.500 cavalli che scendono dalla Valtellina e rimangono quindi acquartierati presso Chiavenna fino all'autunno del 1629. E' qui che si sviluppa inizialmente la peste uccidendo un terzo della popolazione, pari a circa 10.000 abitanti. Per la sua diffusione 34 uomini e donne sono incolpati di stregonerie e giustiziati con il permesso del vescovo di Como. 
Mercenari Lanzichenecchi
I Lanzichenecchi quindi invadono il ducato di Mantova, trascinando con sè il contagio che, in primavera, arriva a Cremona. Per affrontare l'epidemia agli uffici deputati da secoli a garantire l'igiene pubblica, vengono affiancati gli Uffici di Sanità con il compito di redigere norme rigorosissime destinate a regolare la vita della comunità durante la pestilenza e comminare ai trasgressori le relative pene, sia pecuniarie che corporali. Tuttavia, in un periodo in cui si attribuisce ancora a tutti i fenomeni incomprensibili, come potevano essere le epidemie, un'origine soprannaturale, la prima reazione è quella di ricorrere alla preghiera per scongiurare il castigo divino. Scrive Bresciani: “Nella Santa Casa di Loreto a Santo Abbondio si fece orationi particolari acciò Iddio Nostro Signore ne concedesse la sua santa misericordia e ne perdonasse li nostri peccati, si come fecesi in altre chiese ancora. Fu condotto nella città una gran quantità di formento, qual fu mandato dal Governatore dello Stato per sussidio de poveri cittadini”. Durante tutta la primavera si susseguono senza sosta le funzioni religiose: si inizia il 2 aprile nella chiesa di S. Agostino, dove esiste un altare dedicato a San Nicola da Tolentino, “per la peste che serpeva in città con grandissimo concorso di popolo” e con la distribuzione di pani benedetti. Nel frattempo, però, viene pubblicato un editto “stampato ai poveri et vagabondi quali furono tutti condotti oltre il ponte di santo Lazzaro al osteria del Moro per esser luogo molto grande”. Pur ignorando l'esatta origine del contagio gli Uffici di Sanità hanno chiaro che mendicanti e vagabondi sono potenzialmente portatori del morbo a causa del loro girovagare, e vittime principali della penuria di generi alimentari e dei cenci con cui si vestono, in cui si annidano i parassiti. Decidono di conseguenza di relegarli in una zona posta fuori dalle mura, oltre il ponte di San Lazzaro, alla locanda del Moro, in un edificio molto grande che sia in grado di contenere tutti quanti, vittime della carestia causata dal flagello pestilenziale, era confluiti nella città dalle località del territorio circostante, sottoposto a pericoli di contagio, in cerca di riparo e sussistenza. Fin dal 1511 era stato costruito un lazzaretto in un luogo isolato, ma facilmente raggiungibile lungo la strada alzaia del Naviglio civico, su un terreno appartenente al Consorzio della Donna. L’edificio, era dotato di una cinquantina di stanze, con due cappelle, di cui una dedicata alla Beata Vergine delle Grazie, ma evidentemente non è sufficiente a contenere i contagiati dalla nuova epidemia. Dalle parole del Bresciani si può ricavare la forte impressione che esercita sulla popolazione, sempre più spaventata dal contagio, l'imponenza delle celebrazioni, a cui concorrono l'intera città e gli ordini religiosi. “Maggio. Nel principio di questo mese quasi in tutte le chiese parochiali della città si cantorono messe dello Spirito Santo con musiche acciò nostro Signore ci liberasse dal mal contagioso o tanta afflitione in parte solevasse. 12 detto Nella Chiesa Cathedrale fu cantato una messa solenne con musica et dopo la Santa Messa fu fatto una Processione generale dove si portò la statua di santo Roccho, essendovi tutte le confraternite religiosi, sì secolari come regolari, e tutto il clero con l’ill.mo signor Cardinale Vescovo, la Curia et Magistrato della città, con il concorso di tutto il popolo, andando li reverendi Padri con capuzzi in testa cantando li sette salmi penitentiali. E fra detti Padri viddesi segni di molta divotione e fra l’altri vi fu il padre Guardiano di santo Francesco scalzo con piedi per terra et con una pesante croce sopra le spalle. Al partirsi del Santo dalla Cathedrale sonò tutte le campane al disteso, sì come fecero nel ritorno, et le chiese per dove si passò con la processione fece l’istesso, che rendeva una mestitia grande”. Si susseguono preghiere e processioni in tutte le chiese della città: S. Agata, San Carlo, San Domenico, San Francesc, dove “si fece una processione dopo il vespro nella quale si portò l’immagine della Beata Vergine Maria di santo Francesco, santo Bernardino, santo Antonio di Padova e santo Fermo, et dopo un divoto Padre predicò al popolo sopra quella piazza che era piena e più volte fece chiedere al detto popolo misericordia. E ciò seguì con grandissima divotione”. Il 22 maggio, però, si crede di aver individuato i colpevoli del contagio in alcuni francesi “che ontavano li muri della case di fuori via con veleno, quali furono fatte diligenze per prenderli, e tutti affumicavano con fuoco di paglia o fassine di vita li muri delle case dove vedevasi li segni, qual era come di un color giallo”. In realtà la diceria che fossero i francesi a trasmettere la peste si era diffusa a Milano, capitale del governo spagnolo, l'anno prima quando a febbraio erano stati arrestati alcuni frati ed anche un apostata proveniente da Ginevra con l'accusa di aver portato con sé un'ampolla sospetta che, si scoprì successivamente, conteneva solo intrugli del tutto innocui contro il mal di stomaco. Il 18 maggio, d'altronde, a Milano compaiono effettivamente tracce di grasso di color bianco e giallo su alcuni muri e, prudenzialmente, vengono portate le panche fuori dal duomo. Lo stesso provvedimento viene adottato anche a Cremona il 29 maggio, quando si decide di eliminare le acquasantiere e di celebrare in tono minore e senza l'esposizione di drappi e tappeti alle finestre la tradizionale processione del Corpus Domini. Il vescovo Campori si rifugia a San Sigismondo, parte degli amministratori fugge a Paderno, abbandonando a se stessa la città, dove restano solo Domenicani e dei Francescani, che, oltre a partecipare ai riti, insieme ai Teatini ai Barnabiti e ai Gesuiti, “vanno a volte per le contrade e case con le croci in mano ad amministrare li Santissimi Sacramenti all’infermi”. Così pure i Cappuccini, per i quali “Si publica l’editto che li reverendi Padri Capuccini possino confessare”, attesta ancora il Bresciani. E non è cosa da poco conto in quanto l'estate si avvicina e la peste raggiunge il massimo della sua intensità: “La città fa risoluzione di curare le case e mobilie con profumi e perciò vien compartito la città in quattro quartieri, e vien deputato due gentil huomini a ciascun quartiero per sopra intendenti. Il male contagioso si fa via più maggiore”. Si lavora molto sul profumo, ma l’unica cura utile sarebbe stata un farmaco ad azione antibiotica. Per fortuna alcuni di questi ingredienti avevano in parte tale azione (aglio, zenzero, aceto, mirra, incenso, noce moscata). I rimedi tipici del tempo sono polvere confezionata con con ruta, cardosanto, alloro, angelica odorata, solfato di rame e aloe vera. Per purificare l'aria si bruciano rosmarino, aglio, laudano, garofani, canfora, sandalo, cedro, calamo aromatico, valeriana, muschio, ambra, acqua di arance, zolfo, arsenico, incenso, noce moscata, rafano, verbena. Le stesse sostanze che i medici usano quando si recano in visita agli ammalati nel loro curioso abbigliamento. L'abito era costituito da una sorta di tonaca nera lunga fino alle caviglie, un paio di guanti, un paio di scarpe, una canna, un cappello a tesa larga e una maschera a forma di becco dove erano contenute essenze aromatiche e paglia, che agiva da filtro. La maschera era una sorta di respiratore: aveva due aperture per gli occhi, coperte da lenti di vetro, due buchi per il naso e un grande becco ricurvo, all'interno del quale erano contenute diverse sostanze profumate (fiori secchi, lavanda, timo, mirra, ambra, foglie di menta, canfora, chiodi di garofano, aglio e, quasi sempre, spugne imbevute di aceto). Lo scopo della maschera era di tener lontani i cattivi odori, all'epoca ritenuti, secondo la dottrina miasmatico-umorale, causa scatenante delle epidemie, preservando chi l'indossava dai contagi. Come accessorio, inoltre, esisteva una speciale canna, che i medici utilizzavano per esaminare i pazienti senza toccarli, per tenere lontane le persone e per togliere i vestiti agli appestati. Sterco ed urina, pelo di lepre, grasso di montone, sono altri rimedi ampiamente utilizzati nella convinzione che liquidi o scarti prodotti da ciò che è vivo, per assorbimento contengano forza e poteri degli esseri viventi da cui provengono. Clisteri, purganti, salassi e sanguisughe sono considerati rimedi abituali in quanto riequilibratori dei quattro umori di cui è costituito il corpo umano, cioè sangue, flemma, bile nera e bile gialla.
Il medico della peste
In assenza di rimedi efficaci il contagio si estende ed in giugno lo stesso Bresciani assiste impotente alla decimazione della sua famiglia: “Giugno. Primo. Si amala mia moglie Laura con febre grandissima. 5 detto. Si fa processione della Madonna Santissima di Loreto di Santo Abbondio con il concorso funesto di quei puochi cittadini ch'erano sani, ma però con grandissima divotione. A hore 19 ½ morse la Laura mia moglie, et il giorno seguente per gratia particolare la feci sepelire con essequia solita in Santo Agostino nel sepolcro de' suoi maggiori. 8 detto. Morse la Giovanna mia sorella, qual fu sepolta nel cimitero di Santo Salvatore in città. 10 detto. Nella chiesa di Santo Lorenzo avanti l'altare di Santo Carlo si cantò una Messa solenne. La Curia abbandona la città e si ritira a Paderno. L'istesso fa li altri Magistrati della città. 11 detto. Communione Generale in Santo Abbondio per le donne. 12 detto. L'istesso per li huomini avanti la Madonna di Loreto. 13 detto. Morse il signor don Christoforo mio zio, qual fu sepolto in Santo Agostino a canto alla Laura mia moglie. 14. Mi venne la febre che mi durò tre giorni con una sonne tremenda che non poteva tener li occhi aperti se non con gran fatica. 16 detto. Morse mia madonna madre di mia moglie, qual fu portata fuori della città al luoco deputato. 17 detto. Fui sequestrato in casa a fare la quarantina. 18 detto. Morse mio cognato Giacinto e fu portato come sopra. 25 detto. Son mandato fuori a fare la quarantina lungi dalla città due miglia nel luoco di Machetto, dove subito mi risanai e per Iddio gratia stetti sempre bene. 27 detto. Morse la Leonida mia cognata. 28 detto. Morse Francesco mio cognato. 29 detto. Morse mio messere Gerolamo Faletto padre di mia moglie, quali tutti trei furono portati al luogo deputato delli infetti. Gran gente passò da questa al altra vita questo mese, che di notte tutti si portavano sopra carri a sepelire fuori di Santo Luca dietro al Naviglio della città”.
L'assenza di qualsiasi autorità ed il senso di precarietà sotto l'infuriare della peste determina un periodo di sospensione della legge in cui ognuno si sente autorizzato a compiere qualsiasi ruberia e violenza, sicuro dell'impunità e nonostante i continui richiami alla necessità di ricorrere alla protezione divina e di formulare voti soprattutto alla Madonna del Popolo, con la disposizione dal 1 luglio di suonare l’Ave Maria solamente di giorno, ed il campanone e le campane due sole volte per segnale. Nonostante tutto “poca carità si vede nelli monati, quali rubbano et assassinato le case de morti dove vanno. Alteratione de preci di tutte le merci e fatiche humane dal pane e vino in puoi ch'era buon mercato. Il resto andò ogni cosa alla peggio. Il tutto fu causato dal mal governo di chi doveva far osservare li ordini, ma in tempo di tanta calamità e miseria ogni uno faceva a sui modo non ricordandosi della morte che li era vicina quando pensava che li fosse molto lontana, siche ogni uno si ingegnava di tirare e rapire l'altrui senza discretione”. La città, nel momento più buio, è abbandonata a se stessa: “Il padre abbandonava il figlio, la madre la figliola, il marito la moglie, i fratelli le sorelle et i padri et le madri infette s'abbandonavano non vedendosi più né carità, né fraterno amore; l'amicizia era del tutto sbiadita, non trovavasi chi per denari né per latro volesse attendere a poveri infermi: li religiosi che al principio del male con grandissima carità attendevano alla salute delle anime de' poveri agonizzanti anch'essi erano andati”. Sconforto e rassegnazione regnano in una città ormai diventata deserta, dove iniziano ad estendersi le aree abbandonate. Ognuno non si fida più dell'altro, e lo stesso Bresciani ne fa le spese, denunciato come abitante in una casa appestata da una frate di Sant'Agostino e costretto ad una nuova quarantena fino a quando non viene riconosciuta l'infondatezza della denuncia. Ci si affida anche ad una santa nuova, importata dalle tre compagnie di fanteria siciliane di stanza in città, Santa Rosalia, a cuisi attribuisce la guarigione di Palermo dalla peste nel 1626. Sembra che la cosa faccia effetto, tant'è che, quando si inaugura nella chiesa di San Vito l'affresco della santa siciliana adorante la Madonna ed i frati domenicani benedicono con la sua reliquia il recipiente dell'acqua a cui attingevano soldati e cittadini, il contagio sembra diminuire. Ma siamo ormai alla fine di settembre, arrivano i primi freddi ed anche il Bresciani osserva che “si allegerisse in buona parte il male contagioso sì che non more più tanta quantità di popolo”. Nel frattempo sono morti circa 17 mila cremonesi su una popolazione di 37 mila anime.
Certamente le pulci, che avevano trasmesso dal topo all'uomo il batterio Yersinia pestis, favorite dalle scarse condizioni igieniche, rifuggivano effettivamente da determinate sostanze odorose così come dal calore del fuoco, ma risolutiva era stata la decisione di isolare i malati affetti da malattie sconosciute. Che questa cautela fosse sensata anche nel caso della peste lo si notò subito. In un'epoca in cui non si conosceva ancora nulla di microscopi e di antibiotici il sapere non poteva spingersi oltre. Ed i rimedi contro la peste erano, a dir poco, fantasiosi se non disgustosi: si andava dai salassi, effettuati anche con sanguisughe, alla polvere di smeraldo sbriciolata per i più ricchi. Oppure si aprivano i linfonodi infiammati, sotto le ascelle o nell'inguine, per permettere alla malattia di "lasciare" il corpo, e poi veniva applicata, direttamente sulla ferita, una miscela composta da resina, radici di fiori, ed escrementi umani. Si faceva il bagno nell'urina oppure si ricorreva al metodo Vicary, inventato da un medico inglese: occorreva spiumare il sedere di una gallina, che veniva poi legato ai linfonodi gonfi della persona malata, tutto questo con un pollo vivo. Poi, quando anche l'animale si ammalava, bisognava lavarlo e riposizionarlo di nuovo sul paziente, fino a quando solo il pollo o solo l'appestato guariva. Senza parlare del corredo di varie pillole, polveri e teriaca, la panacea utilizzata contro ogni tipo di veleno, ma del tutto inefficace contro la peste.