giovedì 8 febbraio 2024

La vera storia di Redenzione, il film maledetto di Farinacci (fine)


Qualche mese dopo iniziano a circolare con una certa insistenza voci che mettono in dubbio la morte di Lino Milanesi. Voci talmente insistenti che spingono uno dei suoi amici, rimasto del tutto anonimo, a svolgere alcune indagini personali. Dopo la sua presunta morte, Milanesi sarebbe stato visto a Roma in un giorno imprecisato da Marcello Albani, il regista di “Redenzione”, che ora si fa chiamare con il suo vero nome, Giorgio Marchetto: era giunto con la propria auto davanti ad una casa dove doveva salire, ma un'altra auto era ferma davanti alla porta. Nello stesso momento in cui Albani scendeva dalla propria auto, dal portone usciva un signore diretto all'altra macchina, gli sguardi dei due si erano incrociati casualmente ed entrambi si erano riconosciuti. Milanesi aveva fatto solo un cenno di saluto poi aveva appoggiato un dito sulle labbra, intimando il silenzio, era salito sull'auto e si era allontanato rapidamente.In realtà ci vogliono oltre due anni a rimettere in discussione tutto quanto, quando alla fine dell'ottobre del 1947 un misterioso cremonese, garantito anch'esso dal totale anonimato, informa ilgiornalista, anch'esso anonimo, della “Provincia del Po” di avere incontrato l'ex gerarca. Si viene allora a sapere che in tutto questo tempo le ricerche di Lino non sono mai venute meno ed hanno interessato varie città. In effetti a raccontare i particolari sulla fucilazione è stato solo il settimanale “Oggi”, organo della federazione cremonese del Partito democratico del lavoro, nel primo numero del 30 dicembre 1945, con una tale dovizia di particolari da far supporre la disponibilità di fonti di prima mano. O forse proprio per tacitare i sospetti che circolano su un diverso epilogo dei fatti raccontati.

Il 28 ottobre 1947 è un martedì. Un cremonese si reca in un'altra città non ben specificata per affari, entra in un ufficio, si intrattiene a discutere con il titolare quando, ad un tratto, si spalanca la porta ed entra un personaggio che gli fa strabuzzare gli occhi. Anche il misterioso individuo gli lancia un'occhiata frenando a stento nel volto un certo disappunto. “E' lei signor Milanesi? Come sta?”, fa il nostro tendendogli la mano, non appena si è ripreso dallo stupore. “Sì, sono proprio io”, sorride il nuovo arrivato, stringendo a sua volta la mano che gli viene tesa, “E, come vede, sto benissimo. Era stato detto che mi avevano fucilato il 25 aprile a Bergamo, ma può constatare lei stesso che la notizia è falsa”. Non vi è possibilità di errore. Il cremonese conosce benissimo Milanesi, ed ha già avuto molte volte occasioni di avvicinarlo per il lavoro che l'ex gerarca svolgeva nella sua azienda di vernici e pitture industriali di via Bissolati. Lo riconosce immediatamente, anche se Milanesi si è fatto crescere un paio di baffi. Del resto lo stesso Milanesi non si nasconde minimamente, ed anzi una volta entrato in confidenza con il nostro, gli racconta la sua incredibile vicenda, premettendo, però, di aver fatto sempre il “doppio gioco”, non mancando di proteggere e difendere partigiani anche quando dirigeva l'UPI di villa Merli. A sostegno della propria tesi presenta allo sconosciuto una tessera di partigiano con la data del 4 febbraio 1944, firmata da Raffaele Cadorna, comandante generale del Corpo volontari per la libertà. E'evidentemente la stessa che aveva mostrato ai partigiani venuti ad arrestarlo nella sua casa di Bergamo Alta. Milanesi, dunque, inizia il suo racconto dal momento in cui, prelevato dal carcere di Sant'Agata, sta viaggiando in auto diretto al cimitero. Con i partigiani che lo stanno accompagnando sul luogo dell'esecuzione gioca la sua ultima carta, promettendo una consistente somma di denaro per la sua liberazione. I partigiani accettano e accompagnano Milanesi a casa di uno di essi, dove può cambiarsi d'abito svestendo il pigiama che ha indosso fin dal momento della cattura avvenuta il giorno prima. Il pigiama, probabilmente, viene fatto indossare ad un altro detenuto condannato a morte, che viene dunque fucilato al suo posto nel luogo prescelto. Qualche mese dopo si sarebbero presentati al cimitero di Bergamo la vedova ed altri parenti per chiedere il permesso di esumare la salma per trasferirla a Cremona dove, in realtà, avrebbe già dovuto essere recapitata, ma inumata invece in un altro comparto del cimitero bergamasco quando era già stata ormai chiusa in una cassa di zinco inserita in una bara di legno. Sui registri cimiteriali la tomba era indicata con il numero 102, tuttavia era attribuita a Riccardo Antonioli con aggiunto vicino, a matita “o Angelo Milanesi?”. Anche l'atto di morte allo Stato Civile era ambiguo: accanto al nome, scritto in matita, di Riccardo Antonioli, compariva sempre quello di Angelo Milanesi. Tuttavia non vi sarebbe stata alcuna possibilità di riconoscimento formale in quanto il volto era irriconoscibile, sia perchè crivellato di colpi, sia perchè ormai in avanzato stato di decomposizione. Unico elemento per avere qualche certezza di un riconoscimento sarebbe stato proprio il pigiama di cui, nonostante i mesi trascorsi a contatto con la salma che ne rendevano difficile distinguere con esattezza i colori, si era miracolosamente salvato un lembo della giacca che corrispondeva perfettamente a quello indossato da Milanesi al momento dell'arresto. Questo elemento, unito alla testimonianze raccolte tra quanti conoscevano o avevano assistito al fatto, tra cui quella del cappellano del cimitero, aveva convinto definitivamente i familiari sull'avvenuta esecuzione.


Il racconto di Milanesi, così come riferito dall'anonimo, coincide però solo in parte con la versione offerta qualche giorno dopo, il 4 novembre 1947, da un amico dell'ex gerarca che, a sua volta, afferma di aver effettuato ricerche per proprio conto. Sul camioncino diretto al luogo dell'esecuzione vi sarebbero stati due condannati, ma quando sarebbe giunto davanti al muro di cinta del cimitero uno solo di essi sarebbe stato fatto scendere e giustiziato. Poi i membri del plotone avrebbero tentato di infilare al cadavere i calzoni del pigiama di Milanesi, riuscendovi solo in parte, e si sarebbero poi allontanati facendo scendere l'altro condannato rimasto in mutande, che non sarebbe stato altri che Milanesi. Lino, che in quello stato non avrebbe potuto andare molto lontano, si sarebbe infilato in una stradina laterale, trovando aiuto presso una cascina dove sarebbe rimasto nascosto per una ventina di giorni, aiutato dal proprietario. Trascorso questo tempo si sarebbe dato da fare per trovare un lavoro recandosi prima a Torino, poi a Genova e da lì in Sardegna, dove si sarebbe fermato per qualche tempo. E qui le strade di Lino Milanesi e di Marcello Albani, divise al momento del grande litigio su “Redenzione”, si incrociano un'altra volta.

A Torino si è infatti trasferita la Marfilm, dopo il fiasco di “Redenzione”. Nel 1947 Albani dirige una società commerciale per il traffico del bestiame, con filiali a Milano e Genova. Ha girato l'ultimo film a Budrio nel 1944, che viene distribuito però nel 1946, a conclusione della guerra, e la sua attività si limita adesso solo a qualche collaborazione ai progetti registici della moglie. E' stato tagliato fuori dagli ambienti cinematografici per la sua dichiarata fedeltà al fascismo, dimostrata anche dal fatto di aver affidato la gestione della sua filiale di Genova al segretario di Farinacci Emanuele Tornaghi, sottufficiale della GNR, addetto all'UPI e personaggio di primo piano nelle indagini sulla banda Koch che figura latitante al momento dell'apertura del processo su Villa Merli nell'ottobre 1945.

Uno strano destino lo lega dunque a Milanesi che, secondo la testimonianza dell'anonimo cremonese che ne raccoglie le confidenze, si dedica anch'egli in quel momento al commercio del bestiame. L'anonimo ha anche altri particolari da raccontare sul misterioso incontro con Milanesi. L'ex capo di Villa Merli gli avrebbe confidato di aver seguito attentamente nei giorni della Liberazione le vicende del suo patrimonio aziendale, costituito da macchine, vernici, materie prime per la fabbricazione dei colori, pennelli conservati nei magazzini di via Bissolati, e dell'arredamento nonché degli abiti e della biancheria del suo appartamento, misteriosamente scomparsi dopo il 25 aprile senza che le autorità avessero svolto indagini accurate per conoscerne il destino.

Milanesi, nei giorni antecedenti la Liberazione, era sfollato a Grumello, da dove poi avrebbe raggiunto Bergamo. Pochi giorni dopo la sua presunta esecuzione, avvenuta il 30 aprile 1945, la sua abitazione era stata depredata da un gruppo di bergamaschi che si erano impadroniti di tutti i mobili e degli oggetti contenuti in casa, evidentemente informati di quanto contenesse l'appartamento. Forse era questo il prezzo pagato da Milanesi per la sua liberazione che, al suo interlocutore cremonese, racconta di conoscere esattamente le persone che hanno goduto dei suoi beni e spiega che da qualche parte esiste ancora un deposito di merce rimasta invenduta. D'altronde uno dei personaggi che meglio lo conoscono non hanno mai creduto alla sua morte.

Roberto Ferretti, ingegnere a capo del Raggruppamento Ghinaglia col nome di battaglia di “Carlo”, nominato questore dal CLN, ha frequentato Milanesi negli oltre tre mesi di detenzione a Villa Merli, dove era finito dopo la cattura a Milano il 30 dicembre 1944, prima di essere trasferito al carcere di Bergamo. Subito dopo l'insediamento Ferretti viene incaricato dal presidente del CLN, l'avvocato Francesco Frosi, di accertarsi sull'effettiva sorte di Milanesi. Si reca a Bergamo ma quando chiede che la salma venga riesumata per effettuarne il riconoscimento, gli viene negata l'autorizzazione. Ferretti chiede anche la consegna dei verbali dell'interrogatorio e gli viene consegnato un pacchetto legato con cura che egli apre solo successivamente, durante il viaggio di ritorno a Cremona. Si accorge allora che i documenti contenuti riguardano un'altra persona. I sospetti aumentano: Ferretti torna ancora a Bergamo, riprende le indagini ma non riuscirà mai a rintracciare chi avesse firmato la condanna a morte di Milanesi né, tanto meno, chi l'avesse effettivamente eseguita. In particolare Ferretti nutre sospetti su un ex tenente dei carabinieri che avrebbe fatto parte del plotone di esecuzione, ma non riesce ad accertare alcuna responsabilità a suo carico. Tuttavia, convinto sempre di più che Milanesi sia vivo, prosegue le indagini a livello personale, segue un pista che lo conduce a Macerata, e da lì in Svizzera, senza approdare ad alcun risultato.

Nel novembre 1947 si scopre, però, che vari componenti della Questura di Bergamo in servizio nei giorni della Liberazione sono finiti in carcere per reati contro il patrimonio. Come non collegarli al tentativo di corruzione fatto da Milanesi, e probabilmente anche da altri, per salvarsi la vita?

Nel novembre 1948 si assiste ad un nuovo colpo di scena. La sentenza del Tribunale che assegna i beni agli eredi dell'ex capo dell'Ufficio Politico Investigativo fa tornare attualità la vicenda dell'auto di Lino Milanesi, depositata in Prefettura, che ha già dato filo da torcere agli uffici legali. E' una Fiat 500 Topolino fuori serie del 1937 con alle spalle una storia molto particolare. In quell'anno la Perugina-Buitoni aveva lanciato un concorso di figurine aveva contagiato tutta l'Italia con una frenesia che non si sarebbe mai più ripetuta. Tutto aveva avuto inizio con un programma radiofonico, “I Quattro moschettieri” che altro non era se non un radiosceneggiato, volutamente comico, che portava in scena una versione piuttosto originale del capolavoro di Dumas, inserendovi vari personaggi che non avevano mai avuto a che fare con il classico della letteratura conosciuto, da Arlecchino a Stanlio e Ollio, da Pierino al suo amico Giorgio. La Buitoni-Barilla aveva deciso di sponsorizzarlo legandovi un concorso basato sulla raccolta di un centinaio di figurine distribuite all'interno delle confezioni di tutti i prodotti. Una volta completato l'album si poteva scegliere una serie di regali: un libro illustrato tratto dal programma radiofonico, un chilo di cacao Perugina, una scatola di cioccolatini, mandorle o caramelle Perugina, un pacco assortito di pasta Buitoni. Ma con centocinquanta album completi di figurine il premio sarebbe stato una fiammante Fiat 500 Topolino uscita l'anno prima.

C'era stato però un problema: a causa di un ritardo nella consegna dei bozzetti da parte del disegnatore della serie, Angelo Bioletto, erano stata stampate poche copie della figurina del “Feroce Saladino”, che era diventata la figurina più rara ed anche imitata dai falsari. La febbre delle figurine aveva contagiato ovviamente anche Cremona e ne era rimasto coinvolto lo stesso Milanesi che aveva incaricato un ragazzo, certo Renzo Micheli, di fare il giro di tutte le pasticcerie, acquistando intere partite di sacchetti di caramelle e cioccolatini contenenti le mitiche figurine, fino a quando non trovò l'agognato “Feroce Saladino” per completare gli album richiesti. Per poter avere un'auto differente da tutte le altre duecento di serie che, si racconta, siano state vinte in tutt'Italia, aveva versato una certa somma e l'auto gli era stata in effetti consegnata, con la targa 1668. Dopo la presunta esecuzione di Milanesi avvenuta a Bergamo il 29 aprile 1945, la Topolino era stata trovata a Soresina, sequestrata e messa a disposizione della Prefettura. Dopo qualche tempo si era fatto vivo un tale di Milano, che aveva rivendicato la proprietà dell'auto, dicendo di averla regolarmente acquistata da Milanesi, presentando un atto notarile del passaggio di proprietà.

Sarebbe stato tutto perfettamente regolare se, osservando l'atto, non si fosse scoperto che recava la data del 16 maggio 1945 quando, secondo la versione ufficiale, Milanesi era già stato fucilato da diciotto giorni: la pratica era stata dunque bloccata in attesa di accertamenti che, però, ancora nel novembre 1948, non sono ancora conclusi. O meglio, presentano aspetti perlomeno inquietanti. Ad ottobre, cioè un mese prima che la vicenda diventi di pubblico dominio, vengono recuperati frammenti che recano la firma autentica di Milanesi e messi a confronto con quella vergata sull'atto notarile. Viene riscontrata un prima anomalia: mentre il gerarca si firmava sempre nei documenti con il nome di “Lino”, sull'atto figura invece il nome di “Angelo”, inoltre sembra che tra la firma apposta sull'atto notarile e le altre autografe ricavate dai documenti vi siano notevoli differenze. Stando così le cose il notaio non si sarebbe accertato dell'identità del venditore, oppure sarebbe stato connivente, oppure ancora qualcuno della GNR, saputo dove Milanesi teneva la sua auto, l'avrebbe venduta fiutando l'affare. Impossibile dirimere la questione.

(3 - fine)

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