martedì 14 aprile 2020

L'avventura dell'Eridano


Due secoli fa, nel giro di una sola estate, tramontò il sogno di riunire l'Italia settentrionale percorrendo l'unica via che non conosceva confini, il Po. I patrioti milanesi che nel 1819 avevano costituito la “Società delle scuole gratuite di mutuo soccorso”, pensavano che una grande spinta unificatrice sarebbe venuta dal navigare il grande fiume con il pretesto di favorire i traffici commerciali, ma in realtà covando la segreta speranza di avvicinare ed uniformare gli intenti dei liberali piemontesi, lombardi, veneti ed emiliani in modo che, quando si fosse presentata l'occasione, sarebbero stati pronti ad un'azione comune. D'altronde Vienna non avrebbe posto troppe difficoltà al progetto, per la difficile situazione economica e finanziaria in cui si trovava il Regno d'Italia dopo i vent'anni di guerra delle campagne napoleoniche. Per questo quando il conte Luigi Porro Lambertenghi nel febbraio del 1817 aveva fatto domanda al governo della Lombardia per ottenere l’esclusiva per vent’anni della navigazione a vapore sul Po e sugli altri fiumi e laghi del Lombardo-Veneto, sul tratto di mare da Venezia a Trieste e lungo le coste dell’Adriatico e nord di Ancona, nessuno battè ciglio. Avviata la pratica, Porro costituì una società con altri due nobili, amici suoi e legati da una comune fede “indipendentista” e massonica: Federico Confalonieri e Alessandro Visconti d’Aragona. Se da un lato i tre patrioti intendevano dimostrare la difficoltà dei rapporti commerciali determinata dalle sette diverse barriere doganali esistenti tra Venezia e Pavia, dall'altra vedevano la possibilità di superare anche le barriere politiche esistenti tra i vari gruppi di cospiratori.
Restava da risolvere il problema della nave. Federico Confalonieri, reduce da un viaggio a Londra, suggerì di ricorrere alle officine di Boulton e dei Watt che fornirono una straordinaria macchina a vapore alimentata da carbone inglese. Lo scafo venne invece realizzato a Genova con materiali però difformi da quelli consigliati dagli inglesi. Il battello, battezzato con l'antico nome del Po, Eridano, fu varato nell’ottobre del 1819 e, dopo una lunga navigazione lungo tutte le coste italiane, giunse a Venezia nel maggio 1820. Poco dopo, il 5 giugno 1920 arrivò da Vienna l’atteso documento che autorizzava l’iniziativa, e l’avventura poté cominciare. Il 6 luglio 1820 l'Eridano salpò da Venezia diretto a Pavia. Il viaggio durò ben 16 giorni a causa della forte corrente contraria del Po che richiese a un certo punto persino l’aggiunta di alcuni buoi a sostegno dell’insufficiente forze del vapore. Il 12 luglio il battello toccò Cremona. Confalonieri sbarcò per incontrare alcuni amici cospiratori, tra cui Antonio Cazzaniga, annunciando, con un messaggio lasciato al marchese Servio Valari Maggi, la rivoluzione a Napoli, per poi proseguire in carrozza a Milano che lasciò due giorni dopo diretto a Piacenza, dove l'Eridano lo attendeva per ripartire alla volta di Pavia. Il testo del breve messaggio, che sarebbe stato uno dei capi d'accusa nel processo terminato con la condanna allo Spielberg, recitava: “Mercoledì, alle ore 12 alla posta di Cremona. La milizia ha operato in Napoli la più brillante operazione. La Costituzione delle Cortes fu proclamata, il Re l'ha accettata. Il Ministero è cambiato. Ricciardi alla Giustizia. Amati alle Finanze. Corascosa alla Guerra, Campaliaro all'Interno. Addio!”. Il 22 luglio, una volta arrivato a Pavia, Confalonieri scriveva a Cazzaniga: “Amico pregiatissimo, dopo la volata fatta da Cremona a Milano fui a riprendere la mia navigazione a Piacenza e dopo due giorni di corso eccoci tutti arrivati alla meta...mi felicito del breve soggiorno a Cremona che m'ha offerto l'opportunità di fare la pregiata vostra conoscenza”.
Ma fu il viaggio di ritorno a destare le attenzioni del governo austriaco. Il viaggio di ritorno fu molto più agevole grazie alla corrente favorevole e si svolse in soli cinque giorni, dal 3 all’8 settembre, con sole 40 ore di navigazione effettiva. E’ quest’ultimo il viaggio reso famoso dalle cronache, che soddisfaceva alle attese pubblicitarie del governatore e che in seguito diventerà uno dei miti del liberalismo italiano.
Il battello Verbano, 1826
Eretto sulla tolda del battello, Vincenzo Monti declamava versi epici di celebrazione dell’eroica impresa. Sotto coperta, Silvio Pellico, allora segretario di Porro Lambertenghi, cercava di guadagnare proseliti alla Carboneria. Federico Confalonieri, entusiasta, si godeva la compagnia, l’omaggio della folla che si assiepava lungo le rive del fiume per vedere lo strano battello e le ricche cene offerte agli illustri ospiti. Lo storico Giovanni Sforza, nel suo libro “Silvio Pellico a Venezia, 1820-1822” pubblicato nel 1917, descrive questo viaggio attraverso le testimonianze dei protagonisti, tra cui esponenti della Massoneria inglese: “L'ordinario viaggio dell'Eridano era: partendo da Pavia, doveva esso scendere il Ticino, entrare in Po, andare a Venezia, e viceversa. Giunto però alla foce del Mincio, doveva risalire questo fiume, tre miglia circa, fino a Governolo, e deporre quivi le mercanzie dirette a Mantova, ove il battello, a cagione di certi sostegni, non poteva arrivare. Il primo viaggio ebbe luogo sul principio di settembre. Così lo descrisse il Confalonieri in una lettera al Capponi: «Fui col tuo amico ministeriale Karrighan, coll'inglese Williams, noto per suo amoroso soggiorno in Siena, con Porro, con Monti e con molti altri amici e passeggeri in quel battello a vapore, a Venezia. La nostra navigazione da Pavia a Venezie, spazio di trecentosessanta miglia geografiche, fu di solo trentasette ore. La rapidità del viaggio, l'ottima compagnia, lo spettacolo delle popolazioni che in massa accorrevano sulle rive a veder mirabile monstrum, la bellezza della stagione, e la non deficienza di quelle comodità sibaritiche che non sono indifferenti agli epicurei, ci resero questo viaggio estremamente piacevole ed interessante». Il conte Giovanni Arrivabene, che dalla sua villa della Zaita, presso Mantova, si era recato a Governolo, per veder passare l'Eridano, scrisse: «Ambe le rive del fiume erano gremite di popolo. Dopo molte ore di ansioso aspettare si vede di lontano una colonna di fumo, poscia il battello: è silenzio universale; ma allorchè giunto esso dalla parte del villaggio, la rasenta e girando maestosamente sopra sé stesso va a fermarsi all'opposta riva, tutti gli astanti fanno ancheggiare ambe le sponde di un immenso applauso». Gli «altri molti amici» che il Confalonieri non nomina, erano Passerini di Lodi e i due figli del Porro Lambertenghi, Giacomo e Giulio, con Silvio Pellico, loro precettore. Il 9 settembre il Pellico da Venezia scrive al fratello: «Il nostro viaggio sull'Eridano è stato felicissimo. Ci siamo imbarcati a Pavia il giorno 3, e siamo qui giunti ieri: abbiamo messo quasi il doppio del tempo che si metterebbe, se ad ogni passo non vi fosse da fermarsi per le dogane parmigiane, modenesi, papali; inconveniente che danneggia assai la speculazione togliendo ogni possibilità di gran commercio. Che magnifica città è questaVenezia! Oltre il rispetto che ella ispira per la ricordanza della potenza e della energia che ha avuto, lo spettacolo di un sublime edifizio rovesciato è sempre doloroso». Aveva molte cose da fargli sapere di natura segretissima e pericolose a dirsi servendosi della posta; e incerto se avesse o no ricevuto la cartolina jour, uno dei mezzi anzichenò primitivi di corrispondenza clandestina, adoperati da Carbonari, bisognò che alla meglio artificiosamente gliele mettesse in carta. «Nel giorno in cui partì da Milano – era il 2 nel pomeriggio - mi disse che alla Madonna d'Oropa erano state arrestate persone di distinzione. E' egli vero? Possibile che il povero nostro Piemonte abbia anche a temere di quella canaglia di Carbonari? Qui in tutto il Regno vi è un editto contro di essi, dichiarando che essi hanno per mira di distruggere gli attuali governi, che per conseguenza sono rei di morte. Dio ci scampi da nuove turbolenze politiche! Abbastanza l'Italia ha già sofferto nelle guerre passate». Dopo questo primo viaggio trionfale, però, cominciarono le difficoltà. L’impresa sarebbe stata remunerativa solo se fosse riuscita ad accaparrarsi un regolare traffico di merci tra Milano e l’Adriatico, ma non fu così. Il fiume non era sempre navigabile per le secche e le nebbie che impedivano di schivare i numerosi mulini natanti. I ducati di Parma e di Modena ritardavano il viaggio con estenuanti ispezioni doganali. La domanda di trasporto delle merci quindi scarseggiava e un viaggio non a pieno carico non compensava le forti spese provocate dai sette uomini dell’equipaggio e dal costo elevato del carbone inglese. Iniziata nel giugno del 1820, il 23 marzo 1821 l’impresa era già fallita e l’Eridano, ormai in disarmo sulla Riva degli Schiavoni a Venezia, restava solo un simbolo della temerarietà di questi primi imprenditori moderni milanesi. Nel 1826 il suo propulsore, fu trasferito sul Verbano, primo piroscafo in servizio sul Lago Maggiore, che il 1 maggio salpò per il suo primo viaggio da Magadino in Svizzera, a Sesto Calende toccando lungo il viaggio, sia la sponda piemontese sia quella lombarda, gestito da una società, l’Impresa Lombardo-Sardo-Ticinese per la navigazione sul lago Maggiore.

Trecourt, il battello contessa Clementina, 1856
Nel 1840, un secondo tentativo di navigazione a vapore del Po falli per l'inadeguatezza della nave, che battezzata Arciduchessa Elisabetta, fu trasferita sul Lago di Como. Nel 1843 il conte Mocenigo acquistò dal signor De Bei la concessione, avuta 15 anni prima di navigazione sul fiume padano, e ordinò alla Dithburn & More di Londra la costruzione di un piroscafo di ferro battezzato, con molta semplicità, Conte Mocenigo. La nave con un pescaggio di soli 61 centimetri inaugurò alla fine del 1843 il traffico sulla tratta Venezia-Mantova (Borgoforte), nel Lombardo-Veneto austriaco. Seguì nel 1846, sul tratto Mantova-Milano, un secondo piroscafo costruito dalla Taylor di Marsiglia, e battezzato Contessa Clementina. In questo periodo la navigazione via fiume, da Venezia a Milano, diventa concreta. Il tempo impiegato era di sei giorni nella stagione estiva e di otto in quella invernale. Da Venezia a Cavanello di Po funzionava un veliero quindi si proseguiva a vapore fino a Pavia, mentre l'ultimo tratto da Pavia a Milano avveniva su barche che venivano alate sul naviglio. Tra il 1840 e il 1846 nel tratto Como-Milano-Verona e Venezia furono costruite le ferrovie “Ferdinandee” del Lombardo-Veneto che si posero in concorrenza con la nascente navigazione a vapore sul Po. Nel 1847 figuravano proprietari del diritto di navigazione sul Po i signori Tommaso Perelli e Paradisi che ordinarono presso i cantieri di Amsterdam un terzo piroscafo che venne battezzato Pio IX. La nave si trovava a Venezia per l'allestimento quando in Europa scoppiò la rivoluzione del 1848. Durante i moti risorgimentali, il piroscafo Pio IX cadde nelle mani degli insorti veneziani che lo armarono e dopo averlo ribattezzato Eridano, lo utilizzarono nella difesa di Venezia contro gli austriaci. Dopo la caduta di Venezia l'Eridano fu sequestrato dall'Imperial Regia Marina austriaca e utilizzato nella laguna. Al Conte Mocenigo che si era schierato dalla parte degli insorti nel 1848, gli furono sequestrate le navi. Il piroscafo Conte Mocenigo venne ribattezzato Innominata mentre il Contessa Clementina divenne Clementina. Dopo le esperienze militari della campagna 1848/1849, l'Austria voleva istituire sul Po un'affidabile linea di rifornimenti, ma nello stesso tempo voleva risparmiare i costi per la costituzione di una flottiglia. Perciò l'amministrazione imperiale si rivolse al Loyd austriaco, che il 28 marzo 1852 siglarono un accordo facendo nascere ufficialmente una nuova linea fluviale, che avrebbe trasportato passeggeri, merci e truppe lungo il fiume padano. I Loyd acquistarono dalla ditta Perelli, Paradisi & Co i piroscafi Innominata e Clementina che furono ribattezzati Cremona e Padova, quattordici chiatte a rimorchio e altro materiale. Presso i cantieri Chalons in Francia furono ordinati altri tre piroscafi: Piacenza, Pavia e Ferrara. La Escher Wyss & Co di Zurigo forni due navi passeggeri Modena e Parma mentre per i collegamenti sulla laguna i Loyd acquistarono dai cantieri di Amsterdam le navi Verona e Vicenza. Il trasporto passeggeri sul Po fu inaugurato dai Loyd il 31 maggio 1854. Il tratto Milano-Pavia veniva percorso su omnibus trainati da cavalli. Ci si rese subito conto che il trasporto passeggeri non poteva reggere alla concorrenza della ferrovia ed in breve divenne un esercizio in forte perdita. Il trasporto merci invece ebbe uno sviluppo fiorente tanto che nel 1855 i Loyd disponevano di oltre 90 tra chiatte a traino e piccole imbarcazioni sul Po e sul Lago Maggiore. Nello stesso anno il piroscafo Cremona fu posto in disarmo e le sue macchine furono riutilizzate nella costruzione del piroscafo Miramare. Nel 1858 a causa del numero dei passeggeri sempre più in calo, il trasporto passeggeri fu sospeso e i piroscafi Modena e Parma furono venduti alla Ddsg che li utilizzò sul Danubio con i nomi di Mercur e Juno, fino al 1928. Alla conclusione della seconda guerra d'indipendenza, nel 1861 1861 il piroscafo Piacenza con 10 chiatte a rimorchio fu trasferito sul Danubio dove i Loyd gestivano un collegamento sul basso Danubio fino a Galatz e Traila e nel 1862 fu venduto alla Serbia che lo mise in servizio col nome di Deligrad. L'anno seguente anche le navi Pavia e Ferrara iniziarono il loro servizio sul Danubio. Entrambe furono vendute nel 1865 dai Loyd alla neocostituita società aaber Dampfschiffahrtgesellschaf che le ribattezzò Orszagh e Deak Ferencz. Nel marzo del 1865 la nave Vicenza dopo essere giunta sul Danubio fu venduta a una ditta ungherese di Tolna, e ribattezzata Tona. Infine nell'estate del 1866 i Loyd vendettero anche i piroscafi Padova e Verona, ponendo definitivamente fine all'avventura fluviale sul Po iniziata dai patrioti sognatori di mezzo secolo prima.

lunedì 9 marzo 2020

Giovanni, l'eretico

Piazza Navona nel 1600
E' la mattina dell'8 febbraio 1559. Da piazza Navona si alza un odore acre di fumo. Sono i roghi della Santa Inquisizione che hanno ricominciato ad ardere da quando è diventato papa, quattro anni prima, Paolo IV Carafa, il più ferreo e determinato oppositore dell'eresia luterana. Ma quella mattina per i soliti curiosi è stato approntato uno spettacolo speciale e crudele. Saranno quattro i condannati destinati ad essere arsi vivi nel primo rogo del nuovo anno: tre eretici ed un omosessuale. Gli atti dei Registri dell’Arciconfraternita di San Giovanni Decollato, una confraternita che assisteva i condannati a morte operante a Roma dal 1488, ne registrano puntualmente i nomi: Gabriello di Thomaien, sodomita; Antonio di Colella del Grosso, Leonardo da Meola e Giovanni Antonio del Bò, eretici. I primi due vengono sottoposti ai più atroci tormenti, prima di essere bruciati vivi. Agli altri due viene riservato il privilegio di essere prima impiccati, un atto di clemenza dovuto a quanti, in qualche modo, abbiano mostrato un pentimento per il loro errore. Viaggiano insieme, ed insieme sono stati, con ogni probabilità catturati, in quanto l'accusa è simile: genericamente eresia per il primo, e apostasia per il secondo. Ma provengono da località diverse: Leonardo è originario di Pontecorvo, in provincia di Frosinone, Giovanni Antonio è invece cremonese. Il primo eretico cremonese salito sul patibolo, di cui sia noto il nome, condannato dall'Inquisizione moderna, successiva al Concilio di Trento. In effetti un Antonio Del Bove è ricordato nel 1515 residente nella vicina di San Vittore dal Designum Urbis del Bordigallo. Quello che invece sembra doversi escludere è un improbabile “antico” rapporto tra i due, e forse anche una originaria comune formazione culturale, considerando la loro diversa provenienza geografica. Dal testo di Domenico Orano, pubblicato nel 1904, (Liberi pensatori bruciati in Roma dal XVI al XVIII secolo (Da documenti inediti dell'Archivio di Stato in Roma), Roma 1904, p. 8), apprendiamo che a Leonardo sarebbe stato riservato il trattamento di favore in quanto “volse morir da bon cristiano, si confessò et udì la santa messa e tracomandò l’anima a lomnipotente Idio”. E con molta probabilità anche il suo compagno di sventura Giovanni Antonio potrebbe aver dimostrato qualche forma di pentimento tale da indurre gli inquisitori ad essere clementi, concedendo la grazia di essere prima impiccati e poi bruciati, avendo così la possibilità di sentire meno il dolore delle fiamme, dal momento che la pratica dell’impiccagione faceva perdere i sensi. Le varie cronache che registrano il fatto ed i registri di condannati fanno sempre e solo riferimento all'atto registrato dalla confraternita di San Giovanni Decollato, unico documento, per ora, in cui figura il nome dei due. Il fatto che poi avessero viaggiato insieme ed avessero subito lo stesso supplizio fa supporre che si fossero macchiati dello stesso reato di apostasia.
Dal canto suo Giovanni Antonio del Bo fuggiva da una città, come Cremona, dove le idee luterane avevano mietuto da anni molti proseliti, anche se prima di allora non si era mai arrivati alla pena capitale. Vi erano già stati alcuni processi tra il 1545 ed il 1548, poi vi era stato un momento di tregua, ed un nuovo rigurgito proprio negli anni in cui finiva sul rogo il del Bo, così da giustificare il giudizio di Chabod , secondo cui Cremona era “il massimo centro del luteranesimo lombardo”. Dal 1476, infatti, a Cremona non vi era un vescovo residente e la diocesi era retta da un vicario la cui prima preoccupazione era, soprattutto, quella di riscuotere le rendite derivanti dalle grandi proprietà fondiarie. Neppure i vescovi suffraganei, nominati dal vescovo non residente, riuscivano ad occuparsi della cura pastorale e di conseguenza il livello morale della vita quotidiana condotta dal clero era alquanto discutibile. Se dunque luteranesimo e calvinismo trovavano un terreno fertile allo loro diffusione, altrettanto decisi erano i tentativi di imporre nuovamente l'ortodossia, che determinavano perlopiù la fuga dei diretti responsabili verso la Valtellina piuttosto che in Svizzera, dove fin dal 1550 è documentata a Ginevra una folta colonia di esuli cremonesi.
La condanna di Pomponio Agieri nel 1556
La fuga era comunque già iniziata qualche anno prima quando, nel 1528, se ne era andato da Cremona addirittura il priore dei Domenicani Bartolomeo Maturo, che aveva predicato poi a Vicosoprano nel cantone dei Grigioni fino al 1497, prima di finire i suoi giorni a Tomiliasca nell'Engadina, dove peraltro aveva predicato un altro cremonese, Bartolomeo Silvio. D'altronde nello stesso convento di San Pietro, retto in quegli anni dall'abate Colombino Rapari, come ci informa una lettera spedita nel 1546 dal canonico lateranense Marco Gerolamo Vida, poi eletto clamorosamente vescovo dal Capitolo della Cattedrale il 13 novembre 1549, al cardinale Ercole Gonzaga, giravano strani personaggi in rapporto con i Grigioni. Addirittura da San Pietro scappano nell'agosto 1550 cinque canonici lateranensi che si rifugiano prima a Piacenza e poi in Svizzera. E non è un caso che Luigi Lucchini notasse tra i personaggi raffigurati sulla destra del grande affresco della Moltiplicazione dei pani e dei pesci commissionato in quegli anni da Colombino Rapari a Bernardino Gatti, la presenza di Lutero, Beza e Calvino. A Locarno, peraltro, nel 1549 ad un confronto pubblico sul tema
Tu es Petrus et super hanc petram ædificabo ecclesiam, partecipa un cremonese, Leonardo Bodetto, ex frate francescano, con la moglie Caterina Appiani. Da Cremona fuggono in Svizzera in vari periodi anche Giovanni Torriani, Agostino Mainardi, che aveva predicato a Chiavenna, Paolo Gaddi, due domenicani fra Angelo e Gian Paolo Nazzari, il frate minore Lorenzo Gajo e altri laici di cui abbiamo il nome: Daniele Puerari, due fratelli Offredi, certi Torso, Cambiaghi, Fogliata, Pellizzari.
Nel 1550 arriva a Ginevra Giuseppe Fogliato, nel 1551 è la volta di Lazzaro Ragazzi e Francesco Santa con le rispettive mogli, Giuseppe Fossa, Paolo Gazo, Niccolò Fogliato e Tommaso Puerari con la moglie. L'anno seguente giunge Giuseppe Fenasco, nel 1553 Francesco Marchiolo con la moglie e cinque figli, nel 1554 Giuseppe Bondiolo con la moglie e due figli. Trascorrono alcuni anni e nel 1565 è ricordato Evangeliista Offredi e nel 1567 Francesco Micheli, nel 1573 Galeazzo Ponzone e nel 1577 Giacomo Puerari. Giuseppe Fossa era stato costretto alla fuga per aver dato ospitalità nell'ottobre 1550 a due frati benedettini, fra Valeriano e fra Sereno, fuggiti da Mantova e ritrovati nella sua abitazione di Solarolo. Nell'inchiesta che ne era seguita erano stati coinvolti ventidue nobili cremonesi, l'intera famiglia di Bartolomeo e Tommaso Maggi, oltre ad un numero imprecisato di personaggi, non nominati nell'inchiesta, che erano riusciti a riparare all'estero. Le condanne, pur severe, non giunsero mai alla pena capitale, forse anche perchè la maggior parte degli imputati era sfuggita all'arresto. Che tra questi potesse esserci Giovanni Antonio del Bo, finito sul rogo in piazza Navona, è probabile. Stando ai fatti, ed in mancanza di elementi nuovi, l'eretico cremonese potrebbe essere in effetti l'unico ad aver pagato con la morte la sua apostasia.
L'eresia, nonostante l'attivismo inquisitorio dopo il Concilio di Trento, non viene però sradicata e verso il 1580 il problema riaffiora con episodi che oggi giudicheremmo decisamente sconvolgenti e ripugnanti. Il 22 dicembre 1581, ad esempio, il Tribunale dell'Inquisizione di Cremona dichiara che il napoletano Andrea Luzio, ormai morto da tempo, era un “autentico eresiarca” per aver diffuso dottrine eretiche nella città ed in particolare negli ambienti ecclesiastici. Per cui, affinchè “fosse cancellata dalla memoria dei fedeli et veri cristiani la memoria di un sì empio eretico et pestifero maestro” il tribunale ordinò che la sua memoria fosse “dannata, annullata e reprobata dalla memoria dei fedeli e quandole sue ossa e corposi possono discernere, debbono essere dissepolte come fetide et indegue di luogo sacro e siino per maggior vituperio et detestatione gettate in luoco profano”. Insieme alla condanna postuma viene disposta, come era solito, la confisca di tutti i suoi beni. Pochi giorni dopo viene condannato al carcere perpetuo per luteranesimo anche un suo seguace, il sacerdote Antonio Longhi e la stessa sorte tocca ad un altro prete, Antonio Maria Ottinelli, condannato al carcere perpetuo per “heresia luterana”. Qualche settimana dopo, tra gennaio e marzo del 1582, le porte del carcere perpetuo per eresia si aprono anche per i preti Francesco Fruttaroli, parroco di San Leonardo, per il prevosto Mariano di Mariano per aver letto Calvino, Matteo di Bellotti, che viene sottoposto più volte a tortura, padre Rizzerio della Cattedrale di Cremona, e per Domenico de Cansis, curato di San Giorgio. Il curato di Sant'Omobono, Antonio Maria Ottinelli viene invece condannato a due anni di remo. Ma l'Inquisitore non si ferma e nel 1569 condanna il prete Nicolò Boschetti, accusato di essere eretico, ad essere “immurato” fino al giorno della sua morte.

La condanna postuma di un eretico
La storia di questi anni è ricca di episodi particolarmente drammatici, con la cattura di eretici che, come Giovanni Antonio, erano prima fuggiti ed ora cercano di far ritorno in città, evidentemente ritenuta, nonostante tutto, maggiormente sicura. E' il caso di Giovanni Martoia, in fuga da Ferrara, ma catturato dall'Inquisizione a Cremona nel 1571 e nel 1757 di Giacomo Torricelli, originario dei Lodoli di Salsominore che, prigioniero dell'Inquisizione, fornisce la mappa delle località dove trovano rifugio gli eretici provenienti da Ginevra. Non conosciamo il tipo di condanna inferto a un tal Giovanni Battista Gaudenzi di Brescello, catturato a Viadana dove si era recato ad ascoltare una predica nella chiesa di San Nicola degli Agostiniani che, nel corso di un processo sommario tenuto nel palazzo vescovile tra il 14 ed il 20 marzo 1573, viene accusato di possedere libri proibiti. Questi sarebbero la “Postilla maggiore di Martino Luthero” la “Institutione” di Calvino, ma viene accusato anche di negare l'esistenza del Purgatorio e la validità delle indulgenze, di ripudiare il celibato ecclesiastico ed il culto delle immagini, di negare il libero arbitrio e la presenza di Cristo nell'Eucarestia. E vi è anche il caso drammatico di un tessitore, Tommaso Zerbagli, accusato di eresia ed arrestato nel 1584, che, dopo quindici giorni di detenzione, si impicca in cella per sottrarsi alle torture.

Cremonesi, vi racconto l'anno della peste

Cremona nel Seicento
Il preside del liceo Alessandro Volta di Milano, Domenico Squillace, ha scritto ai suoi studenti ricordando quanto accadde a Milano in occasione della peste manzoniana del 1630, da cui trarre insegnamento per una lettura obiettiva del presente. Qui vi raccontiamo cosa accadde a Cremona attraverso le pagine di Giuseppe Bresciani, testimone diretto di quella tragica epidemia.
“Si scuoperse la peste nella città, che perciò si fecero grandissime diligenze da ss.ri Prefetti della Sanità, quali ellessero due nobili per ogni Parochia acciò sopraintendessero all’infermi, all’immonditie delle case, strade, et a’ poveri della città e quelli mandassero a luochi destinati. Fu serrato due porte della città, cioè Ogni Santi et la Mosa, con ordini novi per ricevere le bolette alle porte”. E' il 18 marzo 1630 e Giuseppe Bresciani con queste poche e drammatiche righe annuncia l'arrivo a Cremona dell'ultima delle grandi pestilenze. Bresciani, nel suo manoscritto Memorie delle cose occorse me vivente nella città di Cremona quivi descritte di anno in anno, trascritto recentemente da Emanuela Zanesi, è il testimone fedele del flagello descritto qualche secolo dopo da Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi e nella Storia della colonna Infame. Lui stesso ne verrà colpito, ma sopravviverà alla decimazione della sua famiglia. Il contagio arriva a Cremona almeno sei mesi prima che a Milano ma era già stato annunciato verso la fine dell'anno quando, il 15 dicembre, “Furono mandati gentil huomini alle porte della città, due per porta, per li sospetti di peste portata dai Tedeschi in Italia, et si faceva guardia al intorno alla città. Qual s'era scoperta a Casalmaggiore et a Viadana”. Le “bolette” da presentare alle porte altro non erano che dei lasciapassare predisposti a stampa dove era indicata la località di provenienza, a cui erano aggiunte a mano delle note con le caratteristiche fisiche del destinatario del documento e la descrizione delle merci trasportate con la data di rilascio, anche questa scritta rigorosamente per esteso e non con carattere numerici, per impedirne la falsificazione. I “Tedeschi” a cui fa riferimento Bresciani sono i Lanzichenecchi, mercenari al servizio dell'imperatore Ferdinando II d'Asburgo alleato della Spagna nella guerra per la successione al Ducato di Mantova, finito per via ereditaria, dopo la morte di Vincenzo II Gonzaga, ad un suo nipote francese, Carlo duca di Nevers e Réthel, sostenuto dalla Francia. Agli inizi di giugno del 1629 l'imperatore raduna nella regione di Lindau, presso il lago di Costanza, tra i sei e gli ottomila cavalieri e 36.000 fanti guidati da Johann Aldringen signore di Roschitz e dal feldmaresciallo imperiale Rambaldo XIII conte di Collalto. Il governatore spagnolo di Milano Gomez Alvarez di Figueroa e Cordoba duca di Feria, non concede però il transito ai 22.000 fanti e 3.500 cavalli che scendono dalla Valtellina e rimangono quindi acquartierati presso Chiavenna fino all'autunno del 1629. E' qui che si sviluppa inizialmente la peste uccidendo un terzo della popolazione, pari a circa 10.000 abitanti. Per la sua diffusione 34 uomini e donne sono incolpati di stregonerie e giustiziati con il permesso del vescovo di Como. 
Mercenari Lanzichenecchi
I Lanzichenecchi quindi invadono il ducato di Mantova, trascinando con sè il contagio che, in primavera, arriva a Cremona. Per affrontare l'epidemia agli uffici deputati da secoli a garantire l'igiene pubblica, vengono affiancati gli Uffici di Sanità con il compito di redigere norme rigorosissime destinate a regolare la vita della comunità durante la pestilenza e comminare ai trasgressori le relative pene, sia pecuniarie che corporali. Tuttavia, in un periodo in cui si attribuisce ancora a tutti i fenomeni incomprensibili, come potevano essere le epidemie, un'origine soprannaturale, la prima reazione è quella di ricorrere alla preghiera per scongiurare il castigo divino. Scrive Bresciani: “Nella Santa Casa di Loreto a Santo Abbondio si fece orationi particolari acciò Iddio Nostro Signore ne concedesse la sua santa misericordia e ne perdonasse li nostri peccati, si come fecesi in altre chiese ancora. Fu condotto nella città una gran quantità di formento, qual fu mandato dal Governatore dello Stato per sussidio de poveri cittadini”. Durante tutta la primavera si susseguono senza sosta le funzioni religiose: si inizia il 2 aprile nella chiesa di S. Agostino, dove esiste un altare dedicato a San Nicola da Tolentino, “per la peste che serpeva in città con grandissimo concorso di popolo” e con la distribuzione di pani benedetti. Nel frattempo, però, viene pubblicato un editto “stampato ai poveri et vagabondi quali furono tutti condotti oltre il ponte di santo Lazzaro al osteria del Moro per esser luogo molto grande”. Pur ignorando l'esatta origine del contagio gli Uffici di Sanità hanno chiaro che mendicanti e vagabondi sono potenzialmente portatori del morbo a causa del loro girovagare, e vittime principali della penuria di generi alimentari e dei cenci con cui si vestono, in cui si annidano i parassiti. Decidono di conseguenza di relegarli in una zona posta fuori dalle mura, oltre il ponte di San Lazzaro, alla locanda del Moro, in un edificio molto grande che sia in grado di contenere tutti quanti, vittime della carestia causata dal flagello pestilenziale, era confluiti nella città dalle località del territorio circostante, sottoposto a pericoli di contagio, in cerca di riparo e sussistenza. Fin dal 1511 era stato costruito un lazzaretto in un luogo isolato, ma facilmente raggiungibile lungo la strada alzaia del Naviglio civico, su un terreno appartenente al Consorzio della Donna. L’edificio, era dotato di una cinquantina di stanze, con due cappelle, di cui una dedicata alla Beata Vergine delle Grazie, ma evidentemente non è sufficiente a contenere i contagiati dalla nuova epidemia. Dalle parole del Bresciani si può ricavare la forte impressione che esercita sulla popolazione, sempre più spaventata dal contagio, l'imponenza delle celebrazioni, a cui concorrono l'intera città e gli ordini religiosi. “Maggio. Nel principio di questo mese quasi in tutte le chiese parochiali della città si cantorono messe dello Spirito Santo con musiche acciò nostro Signore ci liberasse dal mal contagioso o tanta afflitione in parte solevasse. 12 detto Nella Chiesa Cathedrale fu cantato una messa solenne con musica et dopo la Santa Messa fu fatto una Processione generale dove si portò la statua di santo Roccho, essendovi tutte le confraternite religiosi, sì secolari come regolari, e tutto il clero con l’ill.mo signor Cardinale Vescovo, la Curia et Magistrato della città, con il concorso di tutto il popolo, andando li reverendi Padri con capuzzi in testa cantando li sette salmi penitentiali. E fra detti Padri viddesi segni di molta divotione e fra l’altri vi fu il padre Guardiano di santo Francesco scalzo con piedi per terra et con una pesante croce sopra le spalle. Al partirsi del Santo dalla Cathedrale sonò tutte le campane al disteso, sì come fecero nel ritorno, et le chiese per dove si passò con la processione fece l’istesso, che rendeva una mestitia grande”. Si susseguono preghiere e processioni in tutte le chiese della città: S. Agata, San Carlo, San Domenico, San Francesc, dove “si fece una processione dopo il vespro nella quale si portò l’immagine della Beata Vergine Maria di santo Francesco, santo Bernardino, santo Antonio di Padova e santo Fermo, et dopo un divoto Padre predicò al popolo sopra quella piazza che era piena e più volte fece chiedere al detto popolo misericordia. E ciò seguì con grandissima divotione”. Il 22 maggio, però, si crede di aver individuato i colpevoli del contagio in alcuni francesi “che ontavano li muri della case di fuori via con veleno, quali furono fatte diligenze per prenderli, e tutti affumicavano con fuoco di paglia o fassine di vita li muri delle case dove vedevasi li segni, qual era come di un color giallo”. In realtà la diceria che fossero i francesi a trasmettere la peste si era diffusa a Milano, capitale del governo spagnolo, l'anno prima quando a febbraio erano stati arrestati alcuni frati ed anche un apostata proveniente da Ginevra con l'accusa di aver portato con sé un'ampolla sospetta che, si scoprì successivamente, conteneva solo intrugli del tutto innocui contro il mal di stomaco. Il 18 maggio, d'altronde, a Milano compaiono effettivamente tracce di grasso di color bianco e giallo su alcuni muri e, prudenzialmente, vengono portate le panche fuori dal duomo. Lo stesso provvedimento viene adottato anche a Cremona il 29 maggio, quando si decide di eliminare le acquasantiere e di celebrare in tono minore e senza l'esposizione di drappi e tappeti alle finestre la tradizionale processione del Corpus Domini. Il vescovo Campori si rifugia a San Sigismondo, parte degli amministratori fugge a Paderno, abbandonando a se stessa la città, dove restano solo Domenicani e dei Francescani, che, oltre a partecipare ai riti, insieme ai Teatini ai Barnabiti e ai Gesuiti, “vanno a volte per le contrade e case con le croci in mano ad amministrare li Santissimi Sacramenti all’infermi”. Così pure i Cappuccini, per i quali “Si publica l’editto che li reverendi Padri Capuccini possino confessare”, attesta ancora il Bresciani. E non è cosa da poco conto in quanto l'estate si avvicina e la peste raggiunge il massimo della sua intensità: “La città fa risoluzione di curare le case e mobilie con profumi e perciò vien compartito la città in quattro quartieri, e vien deputato due gentil huomini a ciascun quartiero per sopra intendenti. Il male contagioso si fa via più maggiore”. Si lavora molto sul profumo, ma l’unica cura utile sarebbe stata un farmaco ad azione antibiotica. Per fortuna alcuni di questi ingredienti avevano in parte tale azione (aglio, zenzero, aceto, mirra, incenso, noce moscata). I rimedi tipici del tempo sono polvere confezionata con con ruta, cardosanto, alloro, angelica odorata, solfato di rame e aloe vera. Per purificare l'aria si bruciano rosmarino, aglio, laudano, garofani, canfora, sandalo, cedro, calamo aromatico, valeriana, muschio, ambra, acqua di arance, zolfo, arsenico, incenso, noce moscata, rafano, verbena. Le stesse sostanze che i medici usano quando si recano in visita agli ammalati nel loro curioso abbigliamento. L'abito era costituito da una sorta di tonaca nera lunga fino alle caviglie, un paio di guanti, un paio di scarpe, una canna, un cappello a tesa larga e una maschera a forma di becco dove erano contenute essenze aromatiche e paglia, che agiva da filtro. La maschera era una sorta di respiratore: aveva due aperture per gli occhi, coperte da lenti di vetro, due buchi per il naso e un grande becco ricurvo, all'interno del quale erano contenute diverse sostanze profumate (fiori secchi, lavanda, timo, mirra, ambra, foglie di menta, canfora, chiodi di garofano, aglio e, quasi sempre, spugne imbevute di aceto). Lo scopo della maschera era di tener lontani i cattivi odori, all'epoca ritenuti, secondo la dottrina miasmatico-umorale, causa scatenante delle epidemie, preservando chi l'indossava dai contagi. Come accessorio, inoltre, esisteva una speciale canna, che i medici utilizzavano per esaminare i pazienti senza toccarli, per tenere lontane le persone e per togliere i vestiti agli appestati. Sterco ed urina, pelo di lepre, grasso di montone, sono altri rimedi ampiamente utilizzati nella convinzione che liquidi o scarti prodotti da ciò che è vivo, per assorbimento contengano forza e poteri degli esseri viventi da cui provengono. Clisteri, purganti, salassi e sanguisughe sono considerati rimedi abituali in quanto riequilibratori dei quattro umori di cui è costituito il corpo umano, cioè sangue, flemma, bile nera e bile gialla.
Il medico della peste
In assenza di rimedi efficaci il contagio si estende ed in giugno lo stesso Bresciani assiste impotente alla decimazione della sua famiglia: “Giugno. Primo. Si amala mia moglie Laura con febre grandissima. 5 detto. Si fa processione della Madonna Santissima di Loreto di Santo Abbondio con il concorso funesto di quei puochi cittadini ch'erano sani, ma però con grandissima divotione. A hore 19 ½ morse la Laura mia moglie, et il giorno seguente per gratia particolare la feci sepelire con essequia solita in Santo Agostino nel sepolcro de' suoi maggiori. 8 detto. Morse la Giovanna mia sorella, qual fu sepolta nel cimitero di Santo Salvatore in città. 10 detto. Nella chiesa di Santo Lorenzo avanti l'altare di Santo Carlo si cantò una Messa solenne. La Curia abbandona la città e si ritira a Paderno. L'istesso fa li altri Magistrati della città. 11 detto. Communione Generale in Santo Abbondio per le donne. 12 detto. L'istesso per li huomini avanti la Madonna di Loreto. 13 detto. Morse il signor don Christoforo mio zio, qual fu sepolto in Santo Agostino a canto alla Laura mia moglie. 14. Mi venne la febre che mi durò tre giorni con una sonne tremenda che non poteva tener li occhi aperti se non con gran fatica. 16 detto. Morse mia madonna madre di mia moglie, qual fu portata fuori della città al luoco deputato. 17 detto. Fui sequestrato in casa a fare la quarantina. 18 detto. Morse mio cognato Giacinto e fu portato come sopra. 25 detto. Son mandato fuori a fare la quarantina lungi dalla città due miglia nel luoco di Machetto, dove subito mi risanai e per Iddio gratia stetti sempre bene. 27 detto. Morse la Leonida mia cognata. 28 detto. Morse Francesco mio cognato. 29 detto. Morse mio messere Gerolamo Faletto padre di mia moglie, quali tutti trei furono portati al luogo deputato delli infetti. Gran gente passò da questa al altra vita questo mese, che di notte tutti si portavano sopra carri a sepelire fuori di Santo Luca dietro al Naviglio della città”.
L'assenza di qualsiasi autorità ed il senso di precarietà sotto l'infuriare della peste determina un periodo di sospensione della legge in cui ognuno si sente autorizzato a compiere qualsiasi ruberia e violenza, sicuro dell'impunità e nonostante i continui richiami alla necessità di ricorrere alla protezione divina e di formulare voti soprattutto alla Madonna del Popolo, con la disposizione dal 1 luglio di suonare l’Ave Maria solamente di giorno, ed il campanone e le campane due sole volte per segnale. Nonostante tutto “poca carità si vede nelli monati, quali rubbano et assassinato le case de morti dove vanno. Alteratione de preci di tutte le merci e fatiche humane dal pane e vino in puoi ch'era buon mercato. Il resto andò ogni cosa alla peggio. Il tutto fu causato dal mal governo di chi doveva far osservare li ordini, ma in tempo di tanta calamità e miseria ogni uno faceva a sui modo non ricordandosi della morte che li era vicina quando pensava che li fosse molto lontana, siche ogni uno si ingegnava di tirare e rapire l'altrui senza discretione”. La città, nel momento più buio, è abbandonata a se stessa: “Il padre abbandonava il figlio, la madre la figliola, il marito la moglie, i fratelli le sorelle et i padri et le madri infette s'abbandonavano non vedendosi più né carità, né fraterno amore; l'amicizia era del tutto sbiadita, non trovavasi chi per denari né per latro volesse attendere a poveri infermi: li religiosi che al principio del male con grandissima carità attendevano alla salute delle anime de' poveri agonizzanti anch'essi erano andati”. Sconforto e rassegnazione regnano in una città ormai diventata deserta, dove iniziano ad estendersi le aree abbandonate. Ognuno non si fida più dell'altro, e lo stesso Bresciani ne fa le spese, denunciato come abitante in una casa appestata da una frate di Sant'Agostino e costretto ad una nuova quarantena fino a quando non viene riconosciuta l'infondatezza della denuncia. Ci si affida anche ad una santa nuova, importata dalle tre compagnie di fanteria siciliane di stanza in città, Santa Rosalia, a cuisi attribuisce la guarigione di Palermo dalla peste nel 1626. Sembra che la cosa faccia effetto, tant'è che, quando si inaugura nella chiesa di San Vito l'affresco della santa siciliana adorante la Madonna ed i frati domenicani benedicono con la sua reliquia il recipiente dell'acqua a cui attingevano soldati e cittadini, il contagio sembra diminuire. Ma siamo ormai alla fine di settembre, arrivano i primi freddi ed anche il Bresciani osserva che “si allegerisse in buona parte il male contagioso sì che non more più tanta quantità di popolo”. Nel frattempo sono morti circa 17 mila cremonesi su una popolazione di 37 mila anime.
Certamente le pulci, che avevano trasmesso dal topo all'uomo il batterio Yersinia pestis, favorite dalle scarse condizioni igieniche, rifuggivano effettivamente da determinate sostanze odorose così come dal calore del fuoco, ma risolutiva era stata la decisione di isolare i malati affetti da malattie sconosciute. Che questa cautela fosse sensata anche nel caso della peste lo si notò subito. In un'epoca in cui non si conosceva ancora nulla di microscopi e di antibiotici il sapere non poteva spingersi oltre. Ed i rimedi contro la peste erano, a dir poco, fantasiosi se non disgustosi: si andava dai salassi, effettuati anche con sanguisughe, alla polvere di smeraldo sbriciolata per i più ricchi. Oppure si aprivano i linfonodi infiammati, sotto le ascelle o nell'inguine, per permettere alla malattia di "lasciare" il corpo, e poi veniva applicata, direttamente sulla ferita, una miscela composta da resina, radici di fiori, ed escrementi umani. Si faceva il bagno nell'urina oppure si ricorreva al metodo Vicary, inventato da un medico inglese: occorreva spiumare il sedere di una gallina, che veniva poi legato ai linfonodi gonfi della persona malata, tutto questo con un pollo vivo. Poi, quando anche l'animale si ammalava, bisognava lavarlo e riposizionarlo di nuovo sul paziente, fino a quando solo il pollo o solo l'appestato guariva. Senza parlare del corredo di varie pillole, polveri e teriaca, la panacea utilizzata contro ogni tipo di veleno, ma del tutto inefficace contro la peste.


sabato 29 febbraio 2020

Il sogno della Silicon Valley

De Gasperi a Ripalta Cremasca
Settant'anni fa nasceva il sogno della silicon valley padana, quando sembrava che il petrolio potesse sgorgare a fiumi ovunque si iniziasse a trivellare. A fantasticare sul nuovo Texas aveva contribuito la scoperta del giacimento di Cortemaggiore, avvenuta il 19 marzo del 1949, quando dal pozzo n.1, fortemente voluto da Enrico Mattei, insieme al metano era iniziato a sgorgare anche petrolio, un petrolio molto leggero e di grande qualità, ma in quantità modestissima, dieci tonnellate al giorno. Da quel momento si scatena la corsa all'oro nero. E così quando, un anno dopo, agli inizi di marzo del 1950 un gruppo di ragazzi, giocando tra le buche lasciate dalle bombe della guerra nei campi della ferrovia confinanti con via dei Platani, trova nel terreno alcune conchiglie fossili, mai ritrovate prima in città, ma comunissime a Castell'arquato, il pensiero corre subito a Cortemaggiore. Sono fossili di forma quasi circolare, del diametro di sette ed otto centimetri, che il titolare della cattedra di geologia dell'Università di Parma classifica come “pettini” e “spondili”, con un particolarità: normalmente, nel punto del loro ritrovamento, sono presenti, seppur a ragguardevole profondità, giacimenti petroliferi. Ce n'è a sufficienza per suggerire un sondaggio nella zona. L'entusiasmo si accresce quando il mese successivo il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi giunge il 24 aprile nel massimo riserbo all'impianto metanifero che l'Agip ha nel frattempo installato a Ripalta Cremasca. Lo accompagna una piccola, ma autorevole, delegazione di cui fanno parte il ministro Vanoni, il sottosegretario Clerici, il vicepresidente dell'Agip Mattei ed il prefetto di Milano. Provengono da Lodi, dove i tecnici della Società Italiana Petrolifera hanno illustrato i lavori in corso per la ricerca degli idrocarburi nella Valpadana tra Caviaga, Ripalta Cremasca e Cortemaggiore. De Gasperi visita minuziosamente i tre pozzi già esistenti ed i sondaggi in corso lungo la statale per Piacenza, tra Ripalta e Montodine e la rete di tubazioni in fase di installazione. Il giacimento cremasco è in grado di fornire 250 mila metri cubi di metano al giorno; la sonda n.1, già in produzione, immette nella rete da 100 a 150 mila metri cubi, convogliati agli stabilimenti di Dalmine e Crema con il metanodotto Caviaga-Dalmine. La stessa quantità viene fornita dalla sonda n. 2. I pozzi scendono ad una profondità di 1700 metri, mentre le trivelle sono arrivate a 1952 metri, dove hanno incontrato la falda. Si diffonde la voce secondo cui in una zona di circa 20 chilometri quadrati vi siano riserve di metano calcolabili in circa 150 miliardi di metri cubi, ma in realtà la segreta speranza è che vi possa essere anche il petrolio. Si pensa che a luglio possano già iniziare i lavori per la messa in opera del metanodotto per collegare Cremona, Casalbuttano, Soresina e Caviaga con tubi di 30 centimetri di diametro con una portata di due miliardi di metri cubi al giorno forniti dalla Dalmine, secondo il progetto dell'ingegner Carlo Zanmatti, convinto più che mai che la pianura padana trabocchi di metano e non del petrolio che sta cercando Mattei. I tubi, frattanto, iniziano a confluire a Cortemaggiore, da dove partirà il metanodotto lungo 140 chilometri. Agli inizi di giugno lungo la strada da Cremona a Cortemaggiore compaiono giganteschi cartelli che annunciano l'inizio dei lavori alla conduttura destinata a collegare la cittadina emiliana a Caviaga: una grande macchina scava la trincea profonda due metri al ritmo di tre chilometri al giorno, coadiuvata da 40 operai e si pensa che nel giro di poche settimane la tubatura possa arrivare a Cremona, dove una colonnetta installata a porta Milano, all'imbocco di via Ghinaglia, servirà a rifornire gli autoveicoli. Agli inizi di agosto il metanodotto, quasi completamente saldato, si affaccia alla sponda piacentina di fronte alla punta del Cristo di Spinadesco: in 90 giorni ha percorso quasi venti chilometri, un “record” per la ditta appaltatrice, la Montubi di Milano. Sul fronte opposto la rete è già arrivata a Casalbuttano, ed è pronta a congiungersi con l'altro tronco emiliano.

Ma a complicare le cose il 3 ottobre inizia improvvisamente ad eruttare metano e petrolio il pozzo 18 di Cortemaggiore. I tecnici si affrettano a tranquillizzare la popolazione, ma di fatto: “A Cortemaggiore, per un vasto perimetro, non si fuma. Chi fuma è soltanto lui, l'anarchico pozzo che, con un rombo da elettrotreno che passa sopra un ponte di ferro, emette esattamente da cinquanta ore una nuvola ininterrotta che ricorda vagamente l'atomica di Bikini. E' come un'enorme pompa del «flit» rivolta verso il cielo: sul paese incombe una caligine densa, un cocktail fatto di gasolina, petrolio, fango, il tutto fortemente agitato e presentato con il caratteristico odore di uova marce del metano: qui tutto sa di metano. L'aria, gli abiti, le automobili. I vigneti e le coltivazioni ormai irreparabilmente danneggiate, gli ingegneri dell'Agip, le cose e le case” (La Provincia, 7 ottobre 1950, p. 3). 
L'incendio del pozzo 21
La notte del 1 dicembre una nuova serie di esplosioni sveglia la città, e sinistri bagliori illuminano il cielo di Cortemaggiore, seguiti ben presto dal cupo ronzio che indica la fuga del metano. Ancora verso le 9 di mattina si può osservare in lontananza la lunga lingua di fuoco che si alza verso il cielo. Viene vietato l'accesso al Torrazzo, dove la gente fa la ressa per salire ad osservare lo spettacolo e verso sera il rosso del cielo infuocato si confonde con i colori del tramonto. E' scoppiato un secondo pozzo, il n. 21 di Bersano di Besanzone: la forte pressione del metano mescolato al petrolio ha fatto saltare l'intero sistema delle valvole di sicurezza, posto a milleduecento metri di profondità, proiettando in superficie anche un frammento di tubo che, urtato con estrema violenza il traliccio metallico della torre, ha causato una scintilla da cui si è propagato l'incendio dell'intero pozzo. Per spegnerlo bisogna scavare una galleria il più vicino possibile al pozzo, scendendo per una trentina di metri fino a raggiungere la tubatura, vi si applica poi una carica esplosiva che, una volta fatta brillare, provoca la rottura del tubo ed il suo riempimento di terra, sufficiente a domare il fuoco. Una sola persona al mondo è in grado di farlo, è mister Kinley. Frattanto, “dopo il tramonto, lo spettacolo sembrava da tregenda. In un cielo rosseggiante, si levava ruggente l'immensa fiamma, alta una quarantina di metri e larga cinque o sei. E secondo che la pressione diventava più o meno forte, la lingua di fuoco si alzava e si abbassava, sembrava languire per poco, poi si ravvivava sempre più minacciosa. E il ruggito pauroso del gas in fuga, copriva ogni altro rumore e rendeva impossibile a coloro che guardavano assorti e un poco spauriti, di scambiarsi l'un l'altro le proprie impressioni. E in quel cielo livido del calore del sangue, in quel cielo sereno e senza nebbia, non si vedeva una stella. Perchè la luce irradiata da quel rogo di petrolio, era tanto intensa, da coprire il bagliore degli astri. In certi momenti il cielo aveva la stessa luminosità e le stesse sfumature d'uno di quei rossi tramonti d'estate che sono una delle caratteristiche dei cieli meridionali” (La Provincia, 2 dicembre 1959, p. 5). La mattina del 4 dicembre mister Kinley si presenta puntuale al pozzo di Cortemaggiore dopo aver viaggiato in aereo l'intera notte, indossa una tuta d'amianto con la maschera protettrice ed inizia a girare attorno all'immensa colonna di fuoco: “è sempre accigliato. O, meglio: sempre triste. I suoi occhi, come le sue labbra, non sorridono mai. Si direbbe quasi, che l'ira contro il ruggente suo nemico naturale, si rifletta perennemente sul suo volto”. Per tutti a Cortemaggiore è ormai “Mangiafuoco”: prima di tutto fa rimuovere le macerie della torre, oramai ridotte a metallo fuso, mentre i vigili del fuoco di Piacenza versano materiale antincendio sui roghi sparsi all'intorno. Se tutto andrà bene per spegnere il pozzo ci vorranno almeno venti giorni. In realtà la previsione è ottimistica. Dal 9 dicembre il pozzo inizia ad eruttare polvere e sabbia, i pozzi d'acqua gorgogliano per le infiltrazioni di gas che hanno raggiunto la falda, mentre un getto di metano e petrolio fuoriesce dalla conduttura, lesionata da un'altra esplosione, infiltrandosi nel terreno fino a provocare il franamento della bocca del pozzo, che raggiunge in questo modo un diametro di ben 28 metri ed una profondità di 14 inquinando la falda. Grandi masse di poltiglia vengono proiettate lungo la colonna di fuoco, evaporando nel giro di qualche secondo, per poi disperdersi nelle campagne oscurando la luce del sole. Le nubi biancastre del vapore acqueo si sollevano dalle pozzanghere. Una scena apocalittica di fronte alla quale mister Kinley da forfait, sconfitto dall'incendio. Se ne va annunciando che il pozzo brucerà per almeno venticinque anni. Ma i tecnici della Società Santa Fè di Los Angeles, che ha l'appalto del pozzo, non si danno per vinti. Decidono di scavare un pozzo trasversale che raggiunga la profondità di quello in fiamme, sulla base dei dati tecnici forniti dal tecnico Edward Ferry: partono da un punto distante 170 metri dal pozzo incendiato, scavano fino alla profondità di 890 metri un pozzo perfettamente verticale e dal quel momento iniziano a scavare in senso obliquo sino ad una profondità di 1300 metri, immettendo nel foro tubi di materiale progressivamente più solido. Quando la distanza tra i due pozzi è ridotta ad un diaframma di circa un metro, con quattro pompe vengono scagliati potentissimi getti d'acqua a forte pressione che in breve hanno ragione del diaframma, permettendo discaricare nel pozzo 21 enormi cisterne di fanghiglia biancastra relativamente fluida, contenente sostanze chimiche antincendio, che nel giro di sette ore riesce a spegnere il fuoco. Sono le 7 del 6 febbraio 1951. Per vincere l'incendio ci sono voluti 63 giorni. Tutto torna come prima, l'incidente viene presto dimenticato, ed il 18 luglio 1951 giunge la notizia tanto attesa. Mentre il pozzo 21 continuava a bruciare, i tecnici dell'Agip avevano già effettuato sondaggi a Costa Sant'Abramo, tanto da spingere il quotidiano locale ad affermare che “se, come è probabile, la realtà si mostrerà all'altezza dell'aspettativa, la nostra città diverrà il più importante centro di produzione e di lavorazione del petrolio di tutta quanta la penisola”. Da una trivella giunta a duemila metri di profondità nelle campagne intorno a Castelverde, scaturisce improvvisamente prima una nube di bario e poi subito dopo, con un sibilo assordante, il metano. Mentre il metanodotto è sempre fermo sulle rive del Po. Ma basta questo per sollecitare la fantasia con le promesse di un nuovo Eldorado e di una nuova età dell'oro che possa risolvere il problema endemico del dopoguerra, la disoccupazione. E la paura che l'oro nero possa finire altrove, sottraendo le royalties a cui si pensa di aver diritto: “Hanno trovato il metano a Costa Sant'Abramo e siamo convinti presto lo troveranno in quasi tutta la provincia di Cremona. Tuttavia a quanto pare tale ben di Dio dovrà emigrare per altri lidi. Noi forse vedremo i tubi, forse saremo molestati dalle esalazioni ma nessun beneficio tangibile dovrà venire alla nostra provincia. Infatti tra i «pallini» di chi dirige le questioni del metano vi è anche quello di vendere tale gas allo stesso prezzo sia a Cremona, sia a Napoli, dimenticando che qui c'è la produzione, mentre a Napoli bisogna portarvelo con un tubo di un migliaio di chilometri! Sarebbe in somma come se ci mettessimo in mente di far coincidere il prezzo di vendita del carbone a Cardiff con quello di Milano, ed i prezzo dei limoni a Palermo con quello degli stessi a Stoccolma. Ognuno ha il diritto sacrosanto di godere di quello che l natura e Dio gli hanno elargito, giacchè non ci consta che ad esempio il Chili importi dall'estero concimi azotati per regalare agli altri i suoi nitrati. Orbene tutto lascia credere che approfittando del buon carattere dei cremonesi si cerchi di sottrarre loro una ricchezza che loro spetta senza dubbio” (La Provincia, 3 agosto 1951, p. 2). Che cosa fare dunque di tutto questo metano? Una centrale elettrica, innanzi tutto, una fabbrica di concimi azotati, nitrati, che oltre ai concimi, servono anche a preparare esplosivi con cui “sarebbe potenziata anche la difesa della nazione”, acetilene e isoprene: “Risolveremmo di colpo il problema della disoccupazione, verrebbe dato un lavoro notevole al porto fluviale, ed infine pure la nostra città raddoppierebbe il numero dei suoi istituti con relativo sviluppo edilizio. Tutto ciò si sintetizza in una parola sola: «Prosperità»”. Il metano arriverà in città solo alle 10 di mattina dell'11 aprile 1952.

Quei pazzi sulle macchine volanti

Il manifesto celebrativo del record di velocità
Dopo quella gara nulla sarebbe stato come prima. A cambiare per sempre il circo dei gentlemen driver ci avrebbe pensato una giovane scuderia con un cavallino rampante come simbolo. Enzo Ferrari in quei giorni non era riuscito a pensare ad altro. Una settimana prima aveva visto sfrecciare sulle ali del vento la Sedici cilindri di Alfieri Maserati guidata da 'Baconìn' Borzacchini che, nell'anno più nero della sua carriera, aveva colto a Cremona il successo più strepitoso: il record mondiale sui 10 chilometri con partenza lanciata alla folle velocità di 246,069 km/h. Una gara destinata ad entrare nella leggenda dell'automobilismo. Così, quella sera del 5 ottobre 1929 alla cena di gala dell'Automobile Club di Bologna, organizzata per festeggiare Alfieri Maserati, mentre gli altri commensali profetizzavano la fine imminente delle corse su strada, il giovane Enzo, allora concessionario dell'Alfa Romeo, cercava di convincere Alfredo Caniato, commerciante in canapa di Ferrara, e Mario Tadini, specialista nelle gare in salita originario di Bergamo, che era giunto il momento di creare una sua piccola scuderia.
Quel pomeriggio di sabato, 28 settembre, a sfidarsi sul lungo rettilineo di via Mantova, sono in sei, ma agli allori assurgono in quattro: Mario Umberto Baconin Borzacchini su Maserati Tipo V4 4000, Gastone Brilli Peri su Alfa Romeo, Achille Varzi su Alfa Romeo e Tonino Zanetti su Maserati. La gara costituisce il prologo al Circuito automobilistico Nazionale di Cremona che si terrà all'indomani, ma quest'anno è destinata ad oscurarne la fama Il tratto cronometrato parte dal municipio di Gadesco Pieve Delmona e arriva a Sant'Antonio d'Anniata, una frazione di Pessina Cremonese, con circa 3 km di margine prima e dopo i due riferimenti per il lancio e l'arresto. Il regolamento internazionale prevede che il percorso venga compiuto due volte, una per ogni senso di marcia e la media dei tempi viene omologata ai fini del record. Entrambe le prove devono essere effettuate nel tempo massimo di trenta minuti. Il motivo è semplice: le due prove vanno effettuate per correggere il vento a favore e per bilanciare il dislivello stradale mentre trenta minuti è ritenuto un intervallo di tempo ragionevole entro cui non possono avvenire significative variazioni climatiche.
Per effettuare la prima prova ascendente le auto iniziano la marcia subito dopo il passaggio a livello di via Mantova, mentre il tratto cronometrato inizia circa due chilometri prima di Gadesco e termina due chilometri dopo Cicognolo. Il tratto in cui le auto devono rallentare, che costituisce l'inizio del percorso discendente, termina alla curva parabolica di Sant'Antonio. Qui le auto possono sostare oltre 20 minuti per far riposare il motore e sostituire eventualmente le gomme. Alle prove sono iscritte sette vetture: due Alfa Romeo, due Maserati 4000 e 1100 di cilindrata, una Marcedes, una Talbot e una Bugatti guidata da Giuseppe Campari. C'è la possibilità di battere sei record di classe: quello del mondo è detenuto da Eldridge su Miller in 2'39''45 alla media di km. 225,776, conquistato all'autodromo di Monza nella stagione 1926. La Mercedes, che poi non partirà, dovrebbe dare l'assalto al record di classe A per vetture oltre i 5000 centimetri cubi, detenuto da Cobb su Delage dal 20 aprile 1929, alla velocità di km. 206,185. Nessuna auto è iscritta alla classe B per vetture da 4001 a 5000 cmc. Borzacchini con la sua Maserati 16 cilindri punta al record internazionale della classe C, detenuto dall'inglese Kaye Don su Sunbeam con Km. 209, 485. Brilli Peri guiderà un'Alfa Romeo alesata, leggermente superiore ai 2000 cmc e dovrà battere i 200 km/h di Eyston su Bugatti. Si annuncia invece battaglia nella classe E per vetture da 1501 a 2000 cmc dove si affrontano Achille Varzi su Alfa Romeo e Giuseppe Campari su Bugatti per battere il record di Haye Don di 202,360 km/h. Oggi sono velocità che ci fanno sorridere, ma a quel tempo solo dei pazzi vi si potevano cimentare.
Mario Umberto Baconin Borzacchini
Si presentano al via sei concorrenti: Borzacchini, Zanelli ed Ernesto Maserati sulle Maserati; Varzi e Brilli Peri su Alfa Romeo e Tazio Nuvolari che ha sostituito Campari sulla Bugatti monoposto. Viene sorteggiato l'ordine di partenza: Zanelli, Nuvolari, Borzacchini, Brilli Peri, Varzi, Maserati. Si stabilisce che le prove vengano effettuate in due turni: Zanelli, Nuvolari e Borzacchini e poi nell'ordine Brilli Peri, Varzi e Maserati.
Zanelli prende il lancio dal paddock, seguito ad intervalli di cinque minuti da Nuvolari e Borzacchini. Transita velocissimo, mantenendo l'auto perfettamente al centro della strada. Nuvolari è addirittura impressionante e gli fa eco Borzacchini: l'urlo del suo motore è lacerante e si avverte il rombo ancora a distanza di chilometri. I tempi registrati sono: Zanelli 4'0” 60/100 alla media di 149,626; Nuvolari 3'2”60/200 alla media di 187,152; Borzacchini 2'25''20/100 alla media di 247,933. Scoppia un fragoroso applauso all'indirizzo del corridore ternano, cui segue un religioso silenzio che annuncia l'inizio della prova discendente. Il sole al tramonto acceca la vista dei piloti, il motore di Nuvolari accusa problemi ed anche Borzacchini è in difficoltà, Zanelli invece migliora di qualche centinaio di metri. Per quest'ultimo la media è di 150 km/h, per Nuvolari è 165,898 e per Borzacchini 244,233.
E' la volta delle Alfa e delle Maserati due litri: Brilli Peri e Varzi entusiasmano il pubblico per lo stile di guida, la perfetta tenuta di strada e la regolarità sorprendente del motore. Ernesto Maserati è tradito dall'accensione ed è costretto a ritirarsi a Cà de' Mari.
“L'ingegno e il genio di Alfieri Maserati, l'audacia e l'ardore di Borzacchini hanno assicurato all'Italia un trionfo che avrà clamorose ripercussioni internazionali – scrive il giorno dopo Sandro Mainardi su “Il Regime fascista” - la «Miller», la possente vettura americana che ha assicurato ad Eldridge una corona triennale da tanti sfiorata ma da nessuno carpita, questo lauro che tutto il mondo si batte con accanimento per conquistarlo, passa trionfalmente in possesso dell'Italia, con una media semplicemente spettacolosa per superare la quale nuovi profondi studi occorreranno; nuovi anni passeranno per rapircela. Povero 225,776! Dagli altari di ieri mattina sei passato alla polvere del luminoso pomeriggio del 28 settembre 1929 che passerà alla storia e che ricorderemo con nostalgia ogni anno in occasione di tutti gli assalti, quando ci domanderemo stupiti chi sarà in grado, quale nuova macchina ambirà assidersi a posizione tanto regale. L'industria ed i piloti d'Italia che hanno finalmente trovato il loro cimento ideale, il loro rettilineo che non teme né avversari né concorrenti, hanno consacrato al mondo il primato assoluto del rettifilo di Cremona. Su questo terreno che ci ha rivelato Antonio Ascari depositeranno il loro orgoglio gli audaci, a questa pista superba affideranno sempre il tesoro delle loro possibilità, impediranno che da Cremona e dall'Italia da oggi in avanti che si diparta tanto patrimonio di prestigio e di gloria e quel primato che tutte le Nazioni del mondo con ambizione ci invidiano. La giornata indimenticabile ha portato alle vette più elevate, difficilmente accessibili la marcia più gloriosa che conti la Patria. L'Alfa Romeo con quel «P2» che ogni aggettivo appare superato ha completato il trionfo italiano demolendo, oltre che due records internazionali, quello che sembrava inattaccabile appannaggio di Giuseppe Campari, stabilito lo scorso anno – pur in un solo senso – sull'identica pista. Crolla dunque clamorosamente il record di Eyston sulla Bugatti (3'0''20/100) a 200 all'ora di media. La micidiale spugna dell'Alfa con le mani possenti di Gastone Brilli Peri passa e cancella con 2'41''20/100 equivalente a 223,35; qualche cosa dunque equivalente ad oltre 23 chilometri di differenza!. Ma la «P2» del fiorentino, sinonimo di trionfo, aveva una seconda sorella in lizza ed anche questa – come la tradizione esige – ha voluto la sua parte ed eccola con Achille Varzi, nell'esatta cilindrata dei 2000 cmc, annullare non solo lo sforzo di Raye Don, l'inglese volante, con la sua Sunbeam marciava a Brookland con 202.360 (2'51''90/100) ma superare pur essa di slancio il proprio precedente sforzo (Campari, 2'45''1/5) migliorando la media di oltre cinque chilometri.
La Maserati tipo V4 vincitrice del record
Noi ci domandiamo ancor sbalorditi quale miracolo di meccanica nascondano quei cofani, noi andiamo cercando ancora nei nostri ricordi, quale altra macchina della costruzione automobilistica mondiale abbia tenuto per tanto tempo tanta schiacciante superiorità ed un primato senza precedenti nella storia delle competizioni di tutto il mondo. Nuvolari ha avuto poca fortuna e la sua Bugatti monoposto non ha assecondato i voleri dell'ardente e temerario mantovano; una prova ascendente discreta, l'altra discendente inferiore all'attesa; sarà per un'altra volta perchè il valore del pilota non può meritare che le medie d'eccezione. Più sfortunato è stato Ernesto Maserati, tradito dall'accensione in pieno record ascendente; la migliore delle impressioni ha lasciato Zanelli sulla nuovissima (forse perchè troppo nuova) Maserati 8 cilindri 1100 cmc che aveva evidentemente bisogno di maggiori prove e di svariate centinaia di chilometri all'attivo per portarla al rendimento sperato dal costruttore. Quasi 250 di media sui dieci chilometri non è exploit disprezzabile, quando pensiamo che il miglior tempo segnato sulla distanza a Cremona apparteneva dal 1924 alla Salmson di Abele Clerici con 4'49'' e 4/5 alla media di km. 124,223; un miglioramento di oltre 25 chilometri può tuttavia inorgoglire Alfieri Maserati che per l'anno prossimo può con sicurezza sperare in un notevolissimo miglioramento della già brillante e lusinghiera media di ieri”.
La Maserati Tipo V4, è stata una vettura che ha segnato un importante traguardo per il Tridente in termini di innovazione. L’obiettivo degli ingegneri della casa automobilistica modenese era quello di progettare una motorizzazione possente, unendo due motori uguali a 8 cilindri in linea. Il progetto prevedeva l’utilizzo di due propulsori Tipo 26B affiancati, collegati da un unico basamento contenente i due alberi motore. La denominazione V4 deriva dal fatto che i gruppi cilindri erano collocati ad angolo di 25° formando una V mentre 4 è riferito ai litri della cilindrata.
Così Baconin Borzacchini ricordava la sua folle corsa di Cremona: “lì per lì non ho avuto paura perché non ho avuto il tempo. Ero troppo concentrato preoccupato di guardare la strada che si chiudeva a V davanti agli occhi e a tenere la macchina al centro della strada …..”.


La magia del primo film sonoro (1929)

Alberto Collo
“Alberto Collo, l'asso della cinematografia italiana, nelle sere di mercoledì 5 e giovedì 6 corr. presenzierà al Verdi, alla visione del suo ultimo superfilm sincronizzato sonoro: «La madre italiana». Spettacolo eccezionale, al quale parteciperà pure, in alcune scene umoristiche d'ambiente cinematografico, lo stesso Alberto Collo ed i suoi bravi artisti”. Con questo trafiletto il “Regime fascista” del 4 giugno 1929 annunciava, novant'anni fa, l'arrivo a Cremona del primo film sonoro, uno “spettacolo vario e popolare”. Non sappiamo quale sia stato l'esito dell'esperimento, ma solo che lo spettacolo richiamò al Politeama “un foltissimo pubblico”. D'altronde si trattava di un'autentica novità: erano trascorsi solo due mesi dalla prima registrazione di un film “parlato”, girato il 6 aprile dagli operatori dell'Ente Nazionale per la Cinematografia di Roma per immortalare il discorso di Mussolini avanti ai 25 mila alpini radunati al Colosseo. Ed il duce, che ha personalmente assistito alla proiezione, “ha espresso il suo favorevole giudizio”. “La madre italiana”, poi chiamato anche “Redenzione d'anime”, girato l'anno prima, è l'esperimento più ambizioso del regista Silvio Laurenti Rosa, vero pioniere del cinema sonoro in Italia, che a Bologna aveva costituito la Società Anonima Superfilms Italiana, poi AIA (Artisti Italiani Associati). Laurenti Rosa gira un film autarchico nel vero senso della parola, in cui riveste tutti i ruoli tecnici, dal produttore al macchinista, su un soggetto a tema eroico-nazionalista ambientato durante la prima guerra mondiale. E' il suo ultimo film nell’era del muto e anche il suo unico film da regista per più di dieci anni, infatti, spazzate via dall’arrivo del sonoro, le piccole produzioni sulle quali dal dopoguerra in poi aveva fatto leva per emergere, ben presto saranno infatti solo un ricordo. Ecco la trama del film: Alberto e Fernando Bronzetti, figli di una povera vedova, lavorano nello stabilimento dell'ingegner Rastelli. Un giorno, mentre alcuni amici di Rastelli, tra cui la maliarda Claudia, visitano la fabbrica, avviene uno scoppio e Fernando salva la donna. Si rivedono e l'ingenuo giovane, sconvolto dalla passione, abbandona il lavoro. Durante un alterco con il fratello, mentre la madre cerca di dividerli, egli la colpisce involontariamente e credendo di averla uccisa fugge in Francia. Scoppiata la guerra, Fernando si arruola nell'esercito francese e Alberto in quello italiano. Dopo la vittoria Fernando, riabilitatosi, torna dalla vecchia madre che sopporta dignitosamente il dolore per la morte gloriosa di Alberto, caduto eroicamente sul campo.
Silvio Laurenti Rosa
Il film fu girato a Bologna con pochi mezzi e quello presentato per la prima volta a Cremona aveva il titolo "La madre italiana". Dopo il taglio delle scene più cruente imposto dalla censura, con l'eliminazione di mutilazioni, sbocchi di sangue, e via dicendo, il film uscì nelle altre sale col titolo definitivo "Redenzione d' anime" e il sottotitolo "Esaltazione del fante e della madre italiana". L’interesse di Laurenti Rosa per il cinema sonoro è attestato comunque già alla fine degli anni ’20. Tra l’estate 1929 e la primavera 1930 Laurenti Rosa fa redistribuire Garibaldi e Redenzione d’anime, e spesso, soprattutto nel caso del secondo film, con la presentazione in sala, in occasione delle prime cittadine, dell’attore protagonista, l’amico Alberto Collo. I film erano proposti in una versione sonorizzata con un sistema italiano che tuttavia non sembrò raccogliere particolari consensi. La sonorizzazione, annota per esempio un recensore reduce dalla visione di Garibaldi, «ci fa udire malamente i colpi di fucile e di cannone nelle battaglie (uno sternuto al posto del rombo del cannone)». Nel 1931, tuttavia, Laurenti Rosa brevetterà il sistema “Virophone”, fornito di doppia cellula foto-elettrica con rifrazione prismatica, che eliminava gli inconvenienti degli apparecchi in uso, destinato a non aver molta fortuna.
Alberto Collo, l'interprete principale del film, aveva alle spalle un'esperienza teatrale, ma già vent'anni prima  aveva iniziato a collaborare con la casa cinematografica Ambrosio Film, interpretando ruoli comici; due anni dopo era passato alla Itala Film, dove era stato scritturato per interpretare ruoli femminili macchiettistici. Tra il 1913 e il 1924 era stato uno dei protagonisti del cinema muto italiano, recitando con attori come Emilio Ghione e Francesca Bertini e nel 1915 aveva avuto una parte in “Assunta spina”, considerato uno dei film di maggiore successo del cinema muto italiano. Dopo la crisi degli studi Fert, rilevati in seguito da Stefano Pittaluga, Collo aveva abbandonato il mondo della celluloide partecipando solo sporadicamente a qualche produzione. Con Collo recitano nel film Laura Marini, Gino Allegri, Alma Bruni, Vittorio Mantovani, Franz Sosta e Mario Mercati.
Il cinema nell'epoca del muto si presentava, in un certo senso, già "sonorizzato", in quanto durante le proiezioni si aveva spesso un accompagnamento musicale e, a volte, una voce fuori campo era incaricata di narrare le vicende che si susseguivano sullo schermo. E' merito di Stefano Pittaluga di aver presentato al Supercinema di Roma "Il cantante di jazz", il primo film sonoro del 1927, ceduto dalla Warner proprio a Pittaluga. Nel film era possibile ascoltare gli attori sia cantare che parlare, anche solo per una frase del protagonista rivolta al pubblico e un breve dialogo tra il protagonista e la madre in tutto. Accusato dai critici e dai cinefili di non prendere posizione nella produzione Pittaluga, pur ritenendo che la situazione industriale del cinema italiano sia pessima, nel 1929, a prova della sua buona volontà, ristruttura a Roma gli studi della Cines e si lancia così nella produzione. Il suo primo film è "La canzone dell'amore" (1930) da un soggetto di Luigi Pirandello, diretto da Gennaro Righelli. In seguito la legge sul cinema del 18 giugno 1931 accoglie i consigli di Pittaluga: da un lato, impone un tributo a chi importi o doppi i film stranieri (tributo ora scomparso ma ereditato dalla Francia che ancora lo adotta utilizzando poi gli introiti per finanziare il proprio cinema); dall'altro concede crediti ai produttori e premi in denaro calcolati sugli incassi. La legge contribuisce ad incrementare la produzione italica mentre Pittaluga prosegue il suo lavoro di produttore, producendo numerose commedie scacciapensieri come Patatrac di Righelli, Rubacuori di Brignone, La segretaria privata di Alessandrini, ma dando anche possibilità di lavoro ad alcuni tra gli autori più interessanti di questo decennio con film come "Sole", opera prima di Alessandro Blasetti e "Rotaie" di Camerini, entrambi del 1929.
Il primo film sonoro, "Il cantante di jazz"
L'introduzione del sonoro comporta una vera e propria rivoluzione non solo nell'estetica del film, ma prima di tutto nelle tecniche produttive e negli assetti economici dell'industria cinematografica.
E’ comprensibile che quei cineasti che avevano fatto dell'assenza della parola e del suono il principio strutturale dell'espressione filmica, abbiano opposto resistenze a tale innovazione. Una delle spinte decisive alla ricerca di metodi di sincronizzazione di immagine e suono e al rapido passaggio alla realizzazione di film "sonori e parlati" fu sicuramente la concorrenza della radio. Per la comprensione della genesi del cinema sonoro e del suo sviluppo comunicativo e espressivo, è essenziale tenere presente questo rapporto di iniziale concorrenza con la radio. Le parentele tra radio e cinema sonoro sono molto strette: la tecnologia messa a punto per lo sviluppo della radio trovò parallela applicazione nella soluzione di alcuni problemi del cinema sonoro; furono le industrie del settore telefonico e radiofonico a mettere a punto i sistemi di riproduzione e amplificazione del suono che resero poi possibile la rivoluzione del cinema sonoro. La parentela risulta ancor più stretta quando osserviamo che lo sviluppo del sonoro si avvantaggiò e fu fortemente condizionato dagli effetti prodotti dal consumo radiofonico che aveva creato un'abitudine alla voce riprodotta, al realismo documentario della viva voce dei detentori del potere e dei beniamini dello spettacolo.
Il primo sincronizzatore tra immagine e audio fu nel 1926 un marchingegno chiamato Vitaphone, con il suono dei dischi sincronizzato con la proiezione, e nel 1928 del sistema Photophone, con il suono registrato sulla pellicola, l'elemento sonoro nel cinema venne impiegato principalmente per rafforzare l'effetto di realtà, mostrando spesso allo spettatore un universo inutilmente verboso e rumoroso, con l'inserimento del suono in funzione puramente mimetica. Ma l'apparecchiatura che lanciò il sonoro nel cinema, e di conseguenza decretò la morte del cinema muto fu il Movietone. Con questo era possibile registrare il sonoro direttamente sulla pellicola nella parte a fianco il fotogramma, sottoforma di variazione di luce, che durante la proiezione veniva riconvertita in segnale elettrico, quindi, poi in segnale sonoro. Con questo sistema finalmente si aveva la perfetta sincronizzazione tra le immagini e il sonoro.

Anche il “Regime fascista” si occupa della rinascita del film con l'introduzione del sonoro. In un'intervista del 23 giugno 1929 al presidente dell'Ente nazionale per la cinematografia Bisi, in margine ad un convegno tenuto a Padova, si legge: “Il fabbisogno italiano si può calcolare in 300 e 350 film all'anno. Come si vede, dunque, è il momento è il momento più opportuno per piazzare con facilità nel mercato italiano la produzione nazionale. Una seconda constatazione fatta a Padova, è stata la perfetta intesa per l'incrementazione della produzione cinematografica teatrale e quelli con l'Istituto Nazionale Luce che curano egregiamente la produzione delle pellicole di propaganda culturale ed educativa. Sul film sonoro si sa che l'Ente nazionale per la cinematografia ha già iniziato febbrilmente la sua attività produttrice negli stabilimenti provvisori della Farnesina, i primi stabilimenti per film sonori sorti inEuropa. Essi sono tecnicamente attrezzati in modo da poter superare le prime difficoltà tecniche ed artistiche che una simile lavorazione affatto nuova offre naturalmente. Lavoriamo in questo momento contemporaneamente con due troupe e due differenti soggetti e ne stiamo mettendo nel cantiere altri, e questo sempre negli stabilimenti della Farnesina. Il personale italiano è utilizzato nel suo giusto calore. Anzi una lode incondizionata va data ai giovani tecnici italiani che in pochissime settimane hanno saputo impadronirsi dell'impiego dei delicatissimi complicati meccanismi per la produzione dei films sonori”. E aggiungeva il presidente dell'Istituto Luce Sardi: “Non ci sarà da attendere molti anni che gli esperimenti ora in corso permetteranno, col loro sviluppo tecnico, di ottenere la trasmissione della visione di un qualunque film sonoro per mezzo della radio, cosicchè dalle apposite «stazioni», così come ora si trasmettono in ogni angolo del mondo discorsi e concerti, verranno diramati anche e sempre per le vie stesse, i programmi cinematografici e i «dal vero» della attualità”.