giovedì 20 agosto 2020

I delitti della banda partigiana (seconda parte)

Corteo partigiano (Archivio Anpi Cremona)
Ben diversa la versione fornita dagli abitanti di Spinadesco, in occasione dell'arresto dei giustizieri di Subitoni nel 1951, su quanto accaduto nei primi mesi dopo la liberazione. Un gruppo di persone si sarebbe praticamente impadronito del paese, razziando tutto quanto avevano abbandonato i tedeschi in fuga e tutto quello che era possibile trovare, iniziando ad amministrare la giustizia favorendo la loro stessa parte politica a scapito delle altre. Ruberie, soprusi, gozzoviglie sarebbero stati all'ordine del giorno. Sarebbe stato questo gruppo, di cui avrebbe fatto parte anche “Martedè”, ad uccidere Ernesto Subitoni? Il giovane ufficiale della GNR era appena rientrato da Arona, dove era stato destinato, quando, secondo la versione circolante in paese, sarebbe stato ucciso in pieno giorno da quelli che un tempo erano i suoi compagni, davanti ad un centinaio di persone, senza un apparente motivo che non fosse quello politico. In pratica quelli che erano stati gli amici di una volta non gli avrebbero perdonato il fatto di essere passato dalla parte del nemico. Ma questa versione, come sappiamo, non coincide con la testimonianza di Virginio Lucini e con quanto dichiarato dagli stessi imputati al giudice Acotto durante l'istruttoria del processo.
Un mese prima, il 5 maggio 1945, era stato ucciso, probabilmente per mano di elementi giunti da Cremona, anche Giuseppe Grisoli, milite GNR con mansioni di guardia notturna a Villa Merli, che aveva sposato una ragazza di Spinadesco. Non si è mai saputo chi facesse parte di quel gruppo, a cui, peraltro, viene attribuito anche l'omicidio di “Martedè” avvenuto qualche giorno dopo. Le voci di paese sostengono che si trattasse di un delitto su commissione, perpetrato da uno dei cinque arrestati per l'omicidio Subitoni, ricompensato con la somma di 30 mila lire da parte di un misterioso individuo che Martedè” ricattava per presunti rapporti d'affari poco leciti intrattenuti con i tedeschi, di cui era venuto a conoscenza. Effettivamente i carabinieri, nel corso delle indagini, il 4 gennaio 1952 fermano questa persona, accusata di aver offerto 30 mila lire ad uno dei cinque detenuti per la soppressione di “Martedè”, dopo non essere riuscita a sopprimere personalmente il ricattatore sparandogli una fucilata andata a vuoto. Le 30 mila lire, peraltro, non sarebbero mai state versate. A detta dei testimoni questo “Martedè” doveva essere un personaggio decisamente losco, con la cattiva abitudine di entrare in negozi ed esercizi pubblici senza pagare il conto, ed avrebbe ridotto in fin di vita un venditore di cocomeri per la misera somma di 47 lire.
Negli stessi giorni a Spinadesco si diffonde la notizia che, con l'individuazione degli assassini di Subitoni, potrebbero essere assicurati alla giustizia anche gli autori, che si ritiene siano abitanti in zona, dell'uccisione dell'ingegnere Nino Mori, avvenuta a scopo di rapina. Ufficialmente Mori venne fucilato dai partigiani a Bresso l'8 maggio 1945, ma il settimanale “Oggi” della Federazione cremonese del partito democratico del lavoro in un articolo pubblicato il 6 gennaio 1946, offrì una diversa versione dei fatti. Non si sa esattamente quando e per quale motivo l'ingegnere Mori si sarebbe allontanato da Cremona ben prima del 25 aprile, ma di certo la mattina del 26 aprile partì in macchina dalla villa di Farinacci in via Roma, sul lungolago di Bellagio, che in quegli anni è sede del comando tedesco del colonnello Erich Bloedorn rappresentante del generale della Luftwaffe Wolfram von Richthofen, per essere poi bloccato da un gruppo di partigiani con i fucili spianati nei pressi di Sesto San Giovanni. Bellagio in quegli anni è sede delle ambasciate di quei paesi che hanno riconosciuto la Repubblica di Salò: l'hotel Gran Bretagna che durante il conflitto aveva cambiato nome in “Albergo Grande Italia” ospita le Ambasciate di Ungheria, Croazia, Bulgaria, Romania, Slovacchia e Giappone e in un’ala distaccata l’Ufficio del Cerimoniale degli Affari Esteri e il Sottosegretariato all’Aeronautica Militare mentre Villa Serbelloni e l’albergo Firenze sono occupati dal comando tedesco.
Festa partigiana alle colonie padane (Archivio Anpi Cremona)
Mori si fermò, mostrò i documenti cercando di giustificarsi, ma il fatto di provenire proprio da Cremona, feudo di Farinacci, di guidare un'automobile con disponibilità di carburante e di avere un regolare permesso di circolazione non bastò a convincerli.Venne dunque fatto scendere dall'auto e portato in un vicino edificio scolastico, adibito temporaneamente a luogo di raccolta, in quanto i prigionieri potevano liberamente ricevere visite ed intrattenersi con i familiari. La notizia dell'arresto si diffuse a Sesto e giunse alle orecchie anche di una cremonese, una certa Adalgisa Sandri, che dal 1930 gestiva un piccolo albergo nella località della cattura e conosceva personalmente l'ingegnere Mori. La donna ottenne dunque con una certa facilità il permesso di incontrare il detenuto, che gradì molto la visita e chiese di poter avere qualcosa da mangiare, diverso dal rancio abituale fornito ai detenuti.
Nel frattempo da Sesto San Giovanni avevano telefonato al CLN di Milano chiedendo istruzioni sul da farsi, ma la risposta in un primo tempo era stata tale da non ammettere repliche: Mori era un gerarca troppo conosciuto e doveva essere giustiziato al più presto. Ma, mentre stava per scadere il termine stabilito, in soccorso di Mori al CLN di Sesto si presentarono due persone, un uomo ed una donna, Celeste Ausenda ed Arturo Amigoni, entrambi di “Giustizia e Libertà”, i quali fecero presenti alcune circostanze che suscitarono qualche dubbio in seno al tribunale rivoluzionario che aveva pronunciato la sentenza capitale, e l'esecuzione venne procrastinata in attesa che da Cremona giungessero ulteriori chiarimenti. Nel frattempo Mori rimase chiuso nella sua camera in carcere, l'albergatrice cremonese due volte al giorno gli portava uova e pane secondo le sue richieste. Il primo giorno trascorse tranquillo: Mori era convinto che presto la sua posizione sarebbe stata chiarita e tutto si sarebbe concluso nel migliore dei modi. Ma nei giorni successivi la sua certezza si incrinò ed il terzo giorno accusò forti dolori addominali, tanto che la donna dovette portargli del laudano per lenire il dolore. Il settimanale cremonese “Oggi”, attingendo le notizie da testimoni locali, racconta come si svolsero successivamente i fatti: “Intanto il C.L.N. di Milano aveva potuto mettersi in relazione con quello di Cremona. La cosa fu aggiustata rapidamente: il tribunale popolare milanese revocava la sua sentenza; Mori veniva reclamato dal C.L.N. di Cremona, il quale l'avrebbe fatto rinchiudere in carcere per deferirlo alla Corte straordinaria d'assise. Milano inviò a mezzo di alcuni armati giunti in macchina, gli ordini opportuni a Sesto; ove si presero le disposizioni del caso. Mori era abbattutissimo e piangeva, quando vennero a portargli la notizia che stavano per tradurlo a Cremona. L'annuncio lo consolò. Ringraziò l'albergatrice che lo aveva assistito, prese in consegna alla porta una grossa borsa in pelle che al momento dell'arresto gli era stata sequestrata e che conteneva 150.000 lire e si avviò con la scorta armata. Fiancheggiato da due partigiani, si assise sul seggiolino posteriore della macchina. A fianco del conducente era un altro armato.
E qui comincia il dramma. Testimoni oculari raccontano che l'auto si avviò a piccola velocità alla volta di Milano; ma non aveva percorso che poche centinaia di metri, quando svoltò bruscamente in una stradicciola laterale che finiva nei campi. Qualcuno, incuriosito, si avviò in bicicletta verso la stessa direzione e potè così, da lontano, assistere alla scena. La macchina si era fermata mezzo chilometro lontano dalla provinciale. Mori venne costretto a scendere. Uno dei suoi accompagnatori gli fece deporre sull'automobile la ricca borsa ch'egli portava sotto il braccio. In quel momento Mori intuì la sorte che gli era riservata e piangendo e gridando disperatamente, tentò di commuovere gli armati. Essi furono irremovibili e tentarono, con la violenza, di spingerlo contro un albero. Il terrore fece compiere a Mori un gesto insensato: tentò di darsi alla fuga. Uno degli armati, imbracciato il mitra, sparò una raffica che lo fece cadere. Era soltanto ferito. Urlando, egli si contorceva al suolo. Uno della squadra, allora, si avvicinò al caduto e lo colpì reiteratamente al capo con il calcio dell'arma. Poi risaliti sulla macchina, la fecero retrocedere sino alla strada provinciale e partirono rapidamente alla volta di Milano.
Partigiani ed abitanti di Sesto, accorsero per porgere qualche soccorso: non c'era più nulla da fare. Tra i presenti era il parroco di Sesto; il quale raccolse tutto quel che Mori aveva nelle tasche, sia per procedere ad un riconoscimento ufficiale sia per poter consegnare alla famiglia quanto possibile. Nel portafogli trovò tre immagini sacre. Da qui la convinzione del sacerdote che il morto fosse di sentimenti religiosi. Provvide a sue spese all'acquisto del feretro e fece seppellire la salma nel campo comune del Cimitero”.

Funerali dei partigiani caduti (Archivio Anpi Cremona)
Fin qui i fatti. I tre omicidi di Mori, Martedè e Subitoni vengono messi in relazione tra di loro in quanto in paese si diffonde la voce che tra i cinque arrestati per la soppressione di quest'ultimo vi sarebbe anche il responsabile dell'uccisione del gerarca, ed un altro coinvolto nello stesso delitto sarebbe stato denunciato a piede libero. Secondo questa ricostruzione uno stesso movente legherebbe dunque tra di loro i tre delitti: l'eliminazione di testimoni scomodi, in quanto depositari di segreti che, se rivelati, avrebbero potuto compromettere seriamente qualche personalità di spicco all'interno del C.L.N. Il fulcro della vicenda è la misteriosa borsa che portava con sè Nino Mori al momento dell'arresto. C'è chi parla di una borsa, c'è chi di una busta gialla. Mori l'aveva con sé al momento in cui da Bellagio, dove aveva pernottato nella villa di Farinacci, si dirigeva verso una località sconosciuta, non di certo a Cremona dove era assente da alcuni mesi. Si sa che l'ingegnere del regime dopo l'8 settembre avrebbe espresso la volontà di ritornare nell'esercito con il grado di maggiore del Genio: una comoda via d'uscita per svincolarsi in qualche modo dalle compromissioni con Farinacci riconquistando quella dignità militare che si era già guadagnato nella prima guerra mondiale con una medaglia d'argento ed altre decorazioni e con la partecipazione alla fondazione dell'Associazione dei combattenti cremonesi. Cosa poteva contenere quella borsa, di cui erano sicuramente a conoscenza i suoi carcerieri che l'avevano sequestrata e trattenuta per tutto il periodo della detenzione a Sesto, dal 26 aprile all'8 maggio 1945? Forse non c'erano solo 150 mila lire, ma qualcosa d'altro, decisamente più scottante, al punto da spingere il C.L.N. cremonese ad inviare a Sesto due discussi personaggi come erano Celeste Ausenda e Arturo Amigoni, militanti delle “Brigate Matteotti”, per trattare la consegna di Mori. E chi erano i partigiani venuti da Milano con gli ordini del C.L.N. meneghino per condurre il prigioniero a Cremona, ma in realtà con il preciso scopo di eliminarlo, trafugando la misteriosa borsa? A Spinadesco si sussurra che potessero essere gente del posto, veri e proprio sicari. Di certo si sa che Arturo Amigoni da Cremona, dove abitava in corso Pietro Vacchelli 21, si era trasferito con la famiglia a Milano due giorni prima dell'esecuzione di Mori, il 6 maggio del 1945, senza far più ritorno in città, come risulta da una nota della Questura del 23 luglio 1955 e da una successiva del 4 aprile 1957 (Ascr, Questura, fascicolo Sovversivi).

I delitti della banda partigiana (prima parte)

I partigiani entrano a Cremona (Archivio Anpi Cremona)
E' un caldo pomeriggio di giugno nei campi intorno a Spinadesco. Siamo nel 1945 e da poco è finita la guerra. In campagna regna una strana quiete. Virginio Lucini è solo un ragazzino, ha nove anni e si gode il sole dopo l'inverno, gira tra i viottoli con il suo compagno di giochi Umberto. Ad un tratto il silenzio è rotto da un fruscio tra l'erba già pronta per essere falciata, e dal vociare di alcuni uomini. C'è un ragazzo scalzo che corre trafelato in preda al terrore. Ogni tanto si volta verso quelli che devono essere gli inseguitori, poi scorge lungo il fosso un vecchio gelso. Lo raggiunge e vi si accovaccia cercando riparo, nascosto dall'erba. E' di nuovo silenzio, ma ad un tratto risuona secco un colpo di pistola. Virginio si volta istintivamente verso il gelso ai bordi del campo, ma vede solo un ragazzo allontanarsi in fretta. Non è certamente quello di prima, forse è uno degli altri che lo inseguivano. Virginio è spaventato, gli è sembrato di riconoscere almeno due di quei ragazzi, Gaetano Dosi e Carlo Mori di Spinadesco, e riferisce tutto ai carabinieri, che la sera stessa si recano sul posto e in un fosso, vicino al campo chiamato “Lazzari”, trovano riverso il cadavere di Ernesto Subitoni, tenente della Guardia Nazionale Repubblicana. Ha un foro di proiettile nella regione parietale, poco sopra il collo, e nella mano destra tiene stretta una rivoltella. Ma proprio questo particolare, supportato dal certificato di un medico del luogo, unito al fatto che il compagno di Virginio, Umberto Campanella, sottoposto ad interrogatorio neghi di aver assistito all'episodio, portano i carabinieri ad escludere un omicidio ed a propendere per il suicidio del giovane. L'inchiesta viene chiusa con un non luogo a procedere e l'episodio ben presto dimenticato.
Sei anni dopo, però, quando ormai i fatti di Spinadesco sono un lontano ricordo, accade qualcosa di inaspettato. La sera del 10 dicembre 1951 a breve distanza da Cavatigozzi, sulla via Milano, un commerciante col proprio furgone viene bloccato da un'auto messa di traverso sulla carreggiata da cui scendono quattro giovani con il voto coperto da fazzoletti, che gli intimano di consegnare tutto il denaro che ha con sé. Non c'è discussione, ed i quattro rapinatori ripartono alla volta di via Eridano dove, con lo stesso stratagemma, rapinano Augusto Peri, 53 anni, residente in viale Po, sottraendogli anche l'auto su cui viaggia, una Topolino giardinetta, che poi viene ritrovata in una stradina lungo il Po a Piacenza, priva degli pneumatici e con i sedili smontati.
Viene arrestato con l'accusa di concorso in rapina Pietro Viganò, ex comandante di zona del CLN dal maggio 1945 che, nel corso dell'interrogatorio, si lascia sfuggire alcune frasi relative all'episodio di Spinadesco, che spingono gli inquirenti a ritenere fondata la versione fornita a suo tempo dal piccolo Virginio Lucini. L'inchiesta viene immediatamente riaperta e, il 29 dicembre, vengono arrestati Zemiro Foina, 27 anni, abitante in via Manini 14, Gaetano Dosi, 25 anni di Spinadesco, Carlo Mori, 30 anni, anch'egli di Spinadesco, e Pietro Viganò, 37 anni in quanto esecutori materiali dell'omicidio avvenuto il 5 giugno 1945 e Francesco Carini, 31 anni, residente in via Passera, in qualità di mandante. In effetti Foina, Dosi e Mori confermano di aver ricevuto dal comandante del CLN Francesco Carini l'ordine di arrestare il tenente della GNR Enrico Subitoni, che una donna aveva visto in paese. E' un ordine strano, perchè solo Mori risulta aver militato nella Sap Ghinaglia dal 2 marzo 1943 al 25 aprile 1945, mentre degli altri due non si sa nulla. Comunque sia i tre si recano all'abitazione di Subitoni che, avvertito del loro arrivo, riesce a fuggire calandosi da una finestra. Tuttavia viene inseguito attraverso i campi per circa una paio di chilometri fino a quando, nascosto dietro un gelso, viene sorpreso alle spalle da Foina e freddato con un solo colpo di pistola alla nuca. Foina, poi, lo getta nel fosso dopo avergli messo in mano una delle due pistole che porta con sé, volendo con questo simulare un suicidio.
Nel corso dell'istruttoria, condotta dal giudice Pietro Acotto, il pubblico ministero ritiene che Foina abbia agito spinto solo dall'odio personale, ma l'ipotesi vien ritenuta “assurda” in quanto l'esecuzione di Subitoni avrebbe le caratteristiche di una vera e propria azione politica e, di conseguenza rientrerebbe nella lotta antifascista, volta a prevenire il ricostituirsi di questo movimento. Mentre gli altri imputati vengono assolti con formula piena per non aver commesso il fatto a Foina, che conferma di essere l'autore materiale dell'omicidio negando solo il fatto di aver gettato il cadavere di Subitoni nel fosso, viene dunque riconosciuto il diritto di usufruire dell'amnistia per i reati di tipo politico.
Tuttavia, fin dal momento dell'arresto dei cinque, nonostante l'assoluto riserbo mantenuto dagli inquirenti nello svolgimento dell'inchiesta, Spinadesco ha iniziato ad interrogarsi su quel delitto che qualcuno, fin dal 1945, ha cercato in tutti i modi di occultare. Vi è un tarlo che rode la comunità, cattivi pensieri che emergono dalle nebbie della coscienza collettiva. Perchè avrebbe dovuto suicidarsi un giovane appena tornato dal servizio militare senza aver mai svolto attività politica? E perchè un medico, non si sa di dove, sarebbe stato terrorizzato da minacce di morte al punto da stilare un certificato falso? E perchè i carabinieri, per la prima volta, non ammettono i giornalisti nei loro uffici?
I partigiani a porta Venezia (Archivio Anpi Cremona)
Si diffonde la voce che, in realtà, partendo dall'indagine su Ernesto Subitoni, gli inquirenti potrebbero riaprire anche il caso della fucilazione dell'ingegnere Nino Mori, avvenuta a Bresso l'8 maggio 1945, e sarebbero sulle tracce dei due esecutori materiali, uno già arrestato e l'altro individuato ma ancora a piede libero, che l'avrebbero ucciso a scopo di rapina. Ma riemerge dalla memoria anche un altro delitto avvenuto a Spinadesco nell'estate del 1946, quando venne tratto a riva dal Po, nei pressi di Stagno Lombardo, il cadavere di un uomo identificato successivamente con “Martedè”, il soprannome dato ad un contadino di Spinadesco che, dopo essere stato un fervente fascista, si era rifugiato a combattere con i partigiani in montagna, conquistandosi quella fama che poi, nel dopoguerra, gli aveva consentito di rivestire una posizione politica di rilevanza nel comune. Chi poteva averlo ucciso, e per quale motivo? Paolino Luigi Martedei, più conosciuto come Paolo, era nato il 24 gennaio 1901 a Motta Baluffi ed era stato congedato definitivamente dall'esercito, dove aveva prestato servizio in fanteria, il 12 agosto 1939. Il 14 giugno 1944 era entrato nella formazione partigiana “Bersani” che operava nella zona di Piacenza, in cui aveva militato fino al 28 aprile 1945. Risiedeva con la moglie Angela Bernuzzi nella cascina Cavecchia di Spinadesco. Il suo cadavere venne rinvenuto nelle acque del Po nei pressi di Stagno Lombardo l'8 giugno 1946.
Indubbiamente nei giorni immediatamente successivi alla liberazione la situazione è particolarmente confusa. Francesco Carini, in qualità di comandante del Corpo Volontari della Libertà della Sap Ghinaglia, l'11 maggio 1945 invia un dispaccio in cui invita tutti i partigiani a sottostare ai suoi ordini: “Tutti i partigiani di passaggio o che si fermassero temporaneamente nella zona di Spinadesco devono sottostare agli ordini del Comandante il Corpo Volontario della libertà unico capo riconosciuto e approvato dal C.L.N. Chiunque trasgredisse a questa disposizione verrà punito”. (Ascr. Archivio Anpi, busta n.46). Nessuno degli implicati nell'omicidio di Ernesto Subitoni figura tra i partigiani che hanno guidato in paese l'insurrezione del 25 aprile. Lo stesso Carini, in una relazione inviata il 12 luglio 1945 al Presidente del CLN provinciale, specifica che la rivolta è nata spontaneamente da parte di un gruppo ristretto di persone: Mario Poli, Mario Lazzari, Annibale Zanni e Giovanni Lampugnani. Attendendo il momento avevano distribuito volantini a stampa, opuscoli e giornali, del tipo “L'Italia combatte”, “L'Avanti”, “L'Unità”, “il Volontario S.A.P.” e “L'edificazione socialista” forniti dapprima da Arnaldo Feraboli e poi da Ettore Ghidelli della Sap Ghinaglia, entrambi di Cremona. Al momento dell'insurrezione son questi gli attivisti che costituiscono ed insediano a Spinadesco il Cln provvisorio, “indipendente dal fattore politico”, sottolinea Carini, che riesce a raggruppare intorno a sé un buon numero di giovani in modo da costituire il Corpo Volontario della libertà armato, guidato dallo stesso Carini, con il compito di “ottenere con qualsiasi mezzo: il fermo ed il disarmo dei fascisti repubblicani del luogo, il fermo ed il disarmo di diversi soldati tedeschi in ritirata, la costituzione del servizio di polizia per il buon mantenimento dell'ordine e la sorveglianza del passaggio di qualche elemento sospetto; emanando ordini ritenuti indispensabili per il buon andamento della vita civile del Paese e per lo scopo prefisso inerente alla liberazione desiderata; provvedere alle materie prime relative all'alimentazione della popolazione”.
Verzelletti commemora il 25 Aprile (Archivio Anpi Cremona)
Dopo il 25 aprile, “il momento più delicato che richiedeva lo sforzo massimo anche a costo di una qualche vita”, il CLN provvisorio decide di sciogliersi per dar vita il 6 maggio al CLN regolare, costituito dalle rappresentanze dei cinque partiti maggiori. Ne fanno parte il comunista Francesco Carini, presidente; il socialista Quinto Salvini, il democristiano Mario Galli, Dino Andreani per il Partito d'Azione ed il liberale Luigi Spigaroli, che poi si dimette per ragioni personali senza essere sostituito. Prime azioni del nuovo CLN sono la nomina del sindaco, l'ex partigiano Annibale Zanni, e il lancio di una sottoscrizione pubblica per i poveri del paese, per le famiglie dei caduti in guerra e gli internati in Germania, che consente di raccogliere oltre 222 mila lire, di cui 86 mila effettivamente destinate allo scopo, e le restanti 136 mila depositate su un libretto di risparmio per le altre eventuali necessità. Carini nella sua relazione parla di “esito felice” per i cinque punti in cui si è articolata l'attività del CLN, fino al disarmo dei partigiani, avvenuto entro luglio, ed il conferimento di pieni poteri al sindaco. Sottolinea le difficoltà dell'approvvigionamento alimentare, di un mercato nero alimentato dalle nuove libere associazioni e dai consorzi che ricordano ancora le defunte federazioni fasciste, ma non accenna ad episodi di esecuzioni sommarie di fascisti. La relazione è controfirmata dal comandante di zona Pietro Viganò. Viceversa un messaggio del Capo di Stato Maggiore del CLN Gianni Bianchi inviato l' 8 maggio al Questore e per conoscenza al Prefetto, informa dell'esistenza di un corpo di Polizia giudiziaria formato da ex fascisti, impadronitisi della caserma e delle armi del Fronte della Gioventù di Sesto Cremonese, che si è incaricato autonomamente di mantenere l'ordine e sollecita gli organi competenti a ripristinare la legalità.

(1. continua)

venerdì 14 agosto 2020

L'esordio cremonese di Tazio Nuvolari

Tazio Nuvolari nel 1920
Quella mattina del 20 giugno 1920 gli sportivi cremonesi si erano svegliati all'alba e porta Venezia, già alle 6, brulicava di gente, come in un giorno di mercato. Al foro boario, però, nel recinto destinato al bestiame, non ci sono le vacche e si sente un insolito crepitìo: scoppi improvvisi, rombi di motori tirati al massimo, e zaffate di benzina. Regna una gran confusione, gente che va e viene, che urla e impreca, in preda all'agitazione. Tra gli ultimi, febbrili, preparativi del IV Circuito Internazionale motoristico di Cremona, nessuno ha tempo di badare a quel ragazzo minuto che trascina impacciato una moto Della Ferrera Corsa da 600 cm. E' la prima gara a cui si è iscritto, anche se non è più giovanissimo. Pur avendo già una certa dimestichezza con i motori, è stato richiamato alle armi come “autiere” e ha guidato autoambulanze della Croce Rossa, camion e vetture che trasportano gli ufficiali, tra le prime linee e le retrovie del fronte orientale. Gli anni sono così passati e solo da qualche giorno ha ottenuto la licenza di pilota di moto da corsa per poter partecipare alla sua prima gara. Si è innamorato delle moto che era poco più di un bambino, quando lo zio Giuseppe lo aveva fatto sedere in sella a una motocicletta e gli aveva insegnato a guidarla. Poi, il 5 settembre 1904 aveva assistito per la prima volta a una corsa automobilistica, il Circuito di Brescia, che si disputava su un tracciato stradale che toccava anche Cremona e Mantova. Aveva visto in azione Vincenzo Lancia, Nazzaro, Cagno, Hémery, Duray, gli assi dell’epoca, ed era rimasto affascinato dallo spettacolo della velocità. Da allora è passato qualche anno, nel 1917 il ragazzo si è sposato ed ha già un figlio, Giorgio. Ed è proprio col nome dato al figlio, che si iscrive alla gara: Giorgio Nuvolari, da Mantova. Il suo primo nome è Tazio, e fra qualche anno darà filo da torcere a tutti quanti, fino a diventare quello che Ferdinand Porsche definirà “il più grande corridore del passato, del presente e del futuro”. Per ora, però, deve accontentarsi.
Alla stessa gara è iscritto un altro Nuvolari, Gottardo, suo cugino. La prova si articola su due categorie: 600 cmc e 1200 cmc. Tra i 45 partecipanti iscritti vi sono anche altri piloti cremonesi: Ettore Cavalleri e Giuseppe Guindani nella classe 600, e Oreste Perri nella 1200. “Non sfugge, guardando questo elenco – scrive il cronista de “La Provincia” - così ricco di «assi» del motociclismo l'intimo compiacimento per una così vasta accolta di campioni, garanzia sicura di un grande successo tecnico-sportivo del IV Circuito Cremonese. E che questo grande successo debba veramente assistere la manifestazione cremonese non è dubbio se noi ricordiamo qui quel senso di impressione vaga e profonda che le macchine in prova hanno lasciato in noi. Ieri sul circuito come tanti piccoli rettili magnetici si son provate e riprovate le macchine. Ogni guidatore ha fatto in un senso e nell'altro il circuito, ha ascoltato il palpito fremente del cuore della macchina in moto, ha provato le curve, i rettilinei, s'è lanciato a velocità che faceva rabbrividire. I colossi di 1200 cm., cioè le «Indian», tutte rosse. Le «Harley Davidson», le «Henderson», e le altre di minore categoria come le «Gilera», le «Borgo», le «Della Ferrera», le «Motosacoche», le «Frera» hanno raggiunte velocità fantastiche da lasciare perplessi i più provati a questi exploits motociclistici».
Nuvolari sulla "Della Ferrera" del 1920
Purtroppo l'esordio di Tazio Nuvolari non è dei più felici. Si ritira dopo pochi giri per rottura meccanica, e di suo cugino Gottardo non si sentirà più parlare. La vigilia della corsa, peraltro, è funestata da un incidente mortale provocato dalla temerarietà di un pilota che investe ed uccide un addetto al circuito. Vince Carlo Maffeis, su una Bianchi 600, tutti ritirati i cremonesi in gara. “Vero è che l'eroe della giornata, Carlo Maffeis, che era partito con la macchina più minuscola per compiere la più grande performance, è il mago della motocicletta e nel segreto della sua grande competenza è riposto gran parte del suo valore di guidatore. Ma questo non può scusare a sufficienza la dèbacle delle grosse macchine, perchè ricordiamo il secondo arrivato nella categoria dei 600 cmc, Rossi di Lugano, che partecipò con una macchina da turismo comune, una Motosacoche commerciale, il quale, ha fatto una media di poco inferiore a quella di Bordino, primo nella categoria dei 1200 cmc.”.
La cronaca della gara: “Alle sette e mezza i guidatori sono allineati agli ordini del rag. Macoratti, cronometrista ufficiale. Non partono Ceresa, sofferente per l'incidente della vigilia, Cavalleri di Cremona per non aver presentato la macchina la sera precedente, e Capitani, Schena, Poli per i 600 cmc e Bernia, Lugarini, Perri nei 1200 cmc. I giri del circuito si susseguono brevemente. Al primo giro, ore 8,14, cioè in 43 minuti, Rossi passa primo, seguito da Mancini, De Leonardis, Bianchi, Maffeis e dagli altri, macchine pesanti, e macchine leggere che si susseguono pazzamente, assordando tutto il vastissimo rione con la sinfonia dei motori frementi. Cominciano i primi ritiri, per incidenti. Sono Della Ferrera, Wincler che è caduto, Napuzo, Donati, Forti, Malvisi che hanno guasti irreparabili alle macchine.
Al secondo giro Carlo Maffeis è in testa con tre minuti di vantaggio. Anche qui nuovi ritirati: Donati, Guindani di Cremona, Forisi, Oggero, Robbo, Amerio, mentre Mancini, Maffeis, Miro, Domenico Malvisi, Rossi sono obbligati a compiere affrettate riparazioni che provocano la perdita di minuti preziosi, tanto bene guadagnati sin qui con una condotta di gara onorevolissima. Siamo ormai alla fine. Alle 9.50 minuti Carlo Maffeis giunge trionfante, accolto dai più vivi applausi dal pubblico. Poi giungono gli altri mentre il capitano Nelli è costretto a ritirarsi per improvvisa mancanza di benzina. In totale sono giunte 20 macchine al traguardo, Di queste 12 appartengono alla prima categoria, e 8 alla seconda. C'è da compiacersi di tutto questo, perchè, unito al risultato tecnico della prova, come abbiamo detto sopra, è molto. Il Circuito di Cremona ha pronunciato un severo monito agli uomini che vogliono guidare macchine e a chi si accinge alla costruzione di modelli perfetti. Un monito che da tempo si attendeva e solo il circuito cremonese, nel modo come è stato organizzato e come si è svolto, poteva e doveva dire.
Diano quindi piena lode agli organizzatori (la US. Cremonese, ndr) e restiamo sicuri che il successo attuale sarà sprone per iniziative con generi che tanto contributo recano alla causa dell'industria motociclistica. Nel 1920, con la presenza di 20 macchine straniere, di grande potenzialità, una modesta, ma elegante, ma sicurissima Bianchi di due cilindri con cilindrata di 494 cmc. riesce a conquistare il primato con sicurezza. E' una tappa questa, per la produzione italiana, che presagisce ad essi i più rosei destini!”.
Tazio Nuvolari non si dà per vinto e nel 1924 torna al Circuito di Cremona per vincerlo a bordo di una Norton. Ma intanto si era già fatto conoscere anche come pilota di auto vincendo la sua prima gara il 20 marzo 1921, a Verona, alla guida di una Ansaldo Tipo 4 cs. Si trattava di una competizione regolaristica (la Coppa Veronese di Regolarità) ma, come inizio, non c’è male. Con la stessa vettura Tazio prende il via altre tre volte nel 1921, ottenendo due piazzamenti e un ritiro.
Nel 1922, si trasferisce con la moglie e il figlio dal paese natale di Castel d’Ario a Mantova: effettua tre corse in moto a quanto è dato sapere e una sola in auto, il Circuito del Garda, a Salò, con un secondo posto assoluto, ancora alla guida di un’Ansaldo. Il 5 novembre 1922 arriva anche il primo successo sulle due ruote davanti al pubblico di casa, al Circuito di Belfiore, ai comandi di una Harley Davidson. l’anno seguente trionfa a Busto Arsizio ancora con una Norton e sale sul gradino più alto del podio del Giro dell’Emilia e del Circuito del Piave con una Indian.
È nel 1923, quando ormai ha trentun anni, che Tazio incomincia a correre con assiduità. Fra marzo e novembre prende la partenza 28 volte, 24 in moto e 4 in auto. Non è più, dunque, un gentleman driver, bensì un pilota professionista. In moto è la rivelazione dell’anno. In auto alterna piazzamenti e abbandoni ma non manca di farsi notare, se non con la Diatto, gioiello tecnologico da 2 litri prodotto dall'azienda torinese, certo con l’agile Chiribiri Tipo Monza, che l'8 febbraio aveva conquistato, con il tipo Ada, il record di velocità a Milano.
L’attività motociclistica predomina anche nel 1924: 18 risultati, contro 5 in auto. Questi 5 sono tuttavia ottimi: c’è la sua prima vittoria assoluta (Circuito Golfo del Tigullio, 13 aprile) e ce ne sono quattro di classe. In Liguria corre con una Bianchi Tipo 18 (4 cilindri, due litri di cilindrata, distribuzione bialbero); nelle altre gare, ancora con la Chiribiri Tipo Monza. Tazio è alla guida di questa vettura quando per la prima volta si batte con un avversario destinato a un grande avvenire, anche se non come pilota. È un modenese grande e grosso. Si chiama Enzo Ferrari. 
E arriva il 1925, anno in cui Tazio corre soltanto in moto, ma con un «intermezzo» automobilistico tutt’altro che insignificante. L’1 settembre, invitato dall’Alfa Romeo, prende parte a una sessione di prove a Monza, alla guida della famosa P2, la monoposto progettata da Vittorio Jano che fin dal suo apparire, nel 1924, ha dominato la scena internazionale. L’Alfa cerca un pilota con cui sostituire Antonio Ascari che poco più di un mese prima è morto in un incidente nel G.P. di Francia, a Montlhéry. Per nulla intimidito, Nuvolari percorre cinque giri a medie sempre più elevate, rivelandosi più veloce di Campari e Marinoni e avvicinando il record stabilito da Ascari l’anno prima. Poi, al sesto giro, incappa in una rovinosa uscita di pista. 

La macchina è danneggiata, il pilota è seriamente ferito, ma dodici giorni più tardi, ancora dolorante, torna a Monza, si fa imbottire di feltro e bendare con una fasciatura rigida, si fa mettere in sella alla fida Bianchi 350 e vince il G.P. delle Nazioni.
Anche il 1926 è interamente consacrato alla moto, la Bianchi 350, la leggendaria «Freccia Celeste» con la quale Tazio vince tutto ciò che c’è da vincere. Subisce anche tre incidenti, il primo dei quali sul circuito della Solitude, vicino a Stoccarda. Dopo un’uscita di pista a causa della nebbia, è raccolto privo di sensi, minaccia di commozione cerebrale, sospette fratture, shock traumatico. All’indomani sospetti e pericoli sono ridimensionati e Tazio riparte in treno per l’Italia, incontrando al confine un dirigente della Bianchi che sta recandosi a Stoccarda per rendersi conto esattamente dell’accaduto: le prime notizie, in effetti, erano molto allarmanti, un telegramma del console italiano esprimeva preoccupazione e pare inoltre che un giornale tedesco della sera fosse addirittura uscito con la notizia della morte del pilota
La sua popolarità è ormai molto vasta. Lo chiamano “il campionissimo» delle due ruote”. Ma l’automobile non gli esce dal cuore. E ci riprova, implacabile, nel 1927, anno in cui con una Bianchi Tipo 20 disputa la prima edizione della Mille Miglia arrivando buon decimo assoluto. Ma acquista anche una Bugatti 35 e vince il G.P. Reale di Roma e il Circuito del Garda.
È nell’inverno tra il 1927 e il 1928 che Tazio decide di puntare con piena determinazione sull’automobile. Su due ruote Nuvolari vinse 39 gare in poco più di 7 stagioni (5 vittorie al circuito del Lario, la sua corsa prediletta, su Bianchi 350, la sua moto preferita). 

lunedì 20 luglio 2020

Fulvia, la cameriera di D'Annunzio

Gabriele D'Annunzio
Un'emorragia cerebrale porta via Gabriele d'Annunzio la sera del 1° marzo 1938. Indossa un pigiama marrone e sta aspettando l'ora di cena nella sua "officina" al Vittoriale, fra carte e vocabolari. Sono da poco passate le 8, è chino davanti al suo scrittoio, dove è aperto il Lunario Barbanera, il più famoso almanacco italiano, con una frase da lui sottolineata di rosso, che annuncia la morte di una personalità. Nell'altra stanza le donne, al servizio della piccola corte nella villa di Gardone Riviera, hanno appena finito di cenare quando vedono uscire dall'appartamento del “Comandante” Giuditta Franzoni, l'infermiera personale che da qualche tempo non abbandona più di notte il poeta. La sua salute aveva ormai iniziato a declinare, ma quella sera Giuditta non è particolarmente preoccupata. Dice semplicemente alle altre che D'Annunzio aveva appena avuto una crisi e che doveva, di conseguenza, praticargli un'iniezione. Tutti conoscono ormai le sue condizioni di salute, anche le sue numerose amanti che pure lui continua a ricevere, grazie ad un carisma rimasto intatto ed al fascino che esercita il suo mito, anche se le attende in camicia da notte o nella penombra, per nascondere il fisico invecchiato. Poco dopo Giuditta entra nuovamente nell'appartamento per uscirne subito dopo annunciando, laconicamente a testa basta: “Il Comandante è morto”. A raccontare la straordinarietà di quella sera è la cremonese Fulvia Tenchini, la domestica del Vittoriale, una delle sue preferite, originaria di Volongo. Fulvia sa esattamente cosa fare: si reca nella stanza della Zambracca, dove D'annunzio ha reclinato la testa sulla scrivania, e, aiutata da due altre cameriere, lo riveste. Poi, con l'aiuto dell'autista Guido, depone il corpo del poeta nella camera ardente che lui stesso aveva già predisposto. Giuditta Franzoni, come abbiamo visto l'unica presente negli ultimi istanti, racconta il momento del decesso: “Mi stringe forte la destra, me la fa sbattere sul tavolo come per dirmi resta qui”. Giuditta è l'infermiera adibita alla somministrazione dei farmaci. L'altra è Emy Heufler, cameriera tuttofare ma, secondo altri, un agente segreto al servizio dei nazisti incaricata di ucciderlo somministrandogli veleno anziché medicine. D'Annunzio, affetto da una serie di malanni, come piorrea, emorroidi, emicranie, gastriti, spasmi intestinali ma anche impotenza, faceva un uso smodato di stimolanti (come la cocaina), medicinali vari e antidolorifici, visibili tuttora negli armadietti del Vittoriale. Il ricercatore Attilio Mazza ha sostenuto che il poeta possa essere morto per overdose di farmaci, accidentale o volontaria, dopo un periodo di depressione; all’amica Ines Pradella aveva scritto pochi mesi prima:“Fiammetta, oggi patisco uno di quegli accessi di malinconia mortali, che mi fanno temere di me; poiché è predestinato che io mi uccida. Se puoi, vieni a sorvegliarmi”. Il certificato medico di morte, scritto dal dottor Alberto Cesari, primario dell’ospedale di Salò, e dal dottor Antonio Duse, medico curante del poeta, ufficializzò comunque la morte per cause naturali.
Giordano Bruno Guerri sostiene che D'Annunzio fosse circondato da donne che lo accudivano, lo spiavano e se lo contendevano. Erano almeno quattro. Una di queste era Amélie Mazoyer, conosciuta in Francia quando lei aveva 24 anni e lui il doppio e che era divenuta di fatto, nonostante fosse solo una dipendente, una delle sue amanti, anche se non bellissima. Un'altra era Luisa Baccara, la “Signora del Vittoriale” che, dopo essere stata sua amante, è rimasta nella villa suonando il piano per il vate. C'era poi la cameriera Emilia, detta il Caporale, la fornitrice di cocaina, e la moglie Maria Hardouin dei duchi di Gallese. Le donne sono state il suo ultimo tentativo di ingannare la morte, come negli anni belli erano state oggetto di desiderio, vezzo, vizio, giocattolo, piacere.
Fulvia Tenchini servì fedelmente d'Annunzio dal 1933 al 1938 e quella tragica sera del 1° marzo vestì il corpo ormai inanimato del Poeta. Nel 1963 raccontò quegli anni trascorsi al Vittoriale e gli ultimi istanti della vita del vate al giornalista Antonio Leoni, che ne trasse un ritratto vivo tale da costituire una testimonianza unica da parte di uno degli ultimi protagonisti ancora viventi di quell'epoca straordinaria. 
La stanza della Zambracca al Vittoriale

"Nel 1933 – racconta Fulvia - da quando fui assunta passarono quindici giorni prima che riuscissi a vedere il Comandante. Egli riceveva la posta, dava gli ordini agli autisti, regolava la sua vita senza uscire dal proprio appartamento, servendosi della cameriera privata e non avrebbe mai tollerato una qualsiasi intrusione di altre persone. Durante la giornata mangiava raramente e soltanto frutta. Il suo pasto lo compiva verso mezzanotte. Chiamava allora la cameriera privata che provvedeva... ma non tutte le notti il Comandante pranzava. A volte passavano persino 48 ore prima che toccasse cibo.
Certo, noi avvertivamo continuamente la sua presenza. Non tanto perchè egli la rivelasse con una luce accesa e con uno squillio di campanella, quanto perchè la si sentiva nell'aria. Ancora oggi non so spiegarmi come riuscisse a riempire così interamente la villa della sua presenza... O meglio, ancor oggi non riesco a capire da dove promanasse una sensazione così violenta di genio e di personalità... Vede, io sono una donna che ha conosciuto molti ambienti e persone importanti, ma una sensazione di eroico quale ebbi di fronte a d'Annunzio non l'ho mai più provata”.
Vivere al Vittoriale, accanto ad un personaggio così unico ed eccentrico non è stato semplice e Fulvia così lo ricordava: “Non fu facile, lo confesso. Si usciva raramente dal Vittoriale e soltanto per ragioni di servizio. Nella villa eravamo tutti soggiogati dalla sua presenza. Ricordo che, nei primi giorni, io fui tremendamente colpita da un fatto. Mi accompagnarono in visita alla Villa e mi condussero nella Camera Ardente del poeta. Il comandante aveva fatto predisporre una vasta sala a lutto. Al centro era situato un cofano mortuario molto semplice, scoperchiato. Nel cofano una maschera del Comandante. Drappi neri coprivano interamente le pareti, candelieri erano posti ovunque. Di fronte al sarcofago, il Comandante aveva fatto sistemare una statua di S. Sebastiano che aveva acquistato a Lisbona. Perchè era giovane ed eroico. Confesso che per molto tempo, quando dovevo effettuare le pulizie nella Camera ardente del poeta, mi sentii tremendamente a disagio...”.
La Prioria è l’ultima dimora di Gabriele d’Annunzio arredata e decorata seguendo il suo gusto di “tappezziere incomparabile”: “Tutto qui mostra le impronte del mio stile nel senso che io voglio dare al mio stile”. Da una semplice villa colonica, già appartenuta al critico d’arte tedesco Henry Thode, d’Annunzio creò una casa museo simbolo del suo “vivere inimitabile”. Nelle stanze della Prioria sono conservati circa 10.000 oggetti e 33.000 libri, che si abbinano a frasi enigmatiche e motti, leggibili su architravi e camini, in un gioco continuo di rimandi simbolici. L’atmosfera di sacralità che si respira all’interno è ampliata dalla scarsa illuminazione. Vetrate dipinte, finestre con pesanti tendaggi, luci soffuse nelle stanze, fanno della Prioria un luogo misterioso e suggestivo in cui il Poeta fotofobico poteva ben vivere. D’Annunzio pensò e realizzò la villa con grande minuzia di particolari creando stanze atte a vari momenti di vita: dalla stanza della Musica in cui amava ascoltare dietro pesanti tendaggi Luisa Bàccara, sua ultima amante, alla stanza del Lebbroso realizzata come sua ultima dimora, con il letto simbolico delle due età, alla sua Officina, lo studio dell’operaio della parola, come era solito definirsi.
Il Vittoriale
L'incontro di Fulvia con Gabriele d'Annunzio fu estremamente semplice. Un giorno il Comandante uscì dal suo appartamento in compagnia del fido architetto Carlo Moroni. Le si avvicinò e le disse semplicemente: “Certo tu non sai quante belle cose ci sono nel Duomo di Cremona.... Non aggiunse altro, sorrise. Ed io rimasi senza parole e senza fiato”.
Dopo questo primo incontro iniziò un periodo in cui i contatti tra il Comandante e la servitù si intensificarono. Oltre i pranzi ufficiali le occasioni per incontrare il poeta non mancavano da quando in una sala della villa venne installata una piccola sala cinematografica. Due o tre volte alla settimana venivano proiettate le pellicole che D'Annunzio mandava a noleggiare a Milano e dopo aver visto un film il vate diventava più affabile e sorridente cosicchè se qualcuno voleva essere ricevuto, lo doveva chiedere in quel momento, anche se l'ora magari era tarda.
Non era facile parlare con il Comandante- ricorda Fulvia - a volte se ne stava rinserrato nella sua stanza e non riceveva nessuno. Nessuno poteva parlagli o disturbarlo. Ricordo che un giorno venne un frate. Chiese d'esser ricevuto perchè desiderava "convertire d'Annunzio". Fui io stessa ad annunciarlo al Comandante. D'Annunzio sorrise: poi mi consegnò un libro sul quale aveva posto una dedica non proprio adatta alla meditazione mistica... e mi pregò di congedarlo. Il frate sorrise quando gli consegnai il libro e promise che sarebbe ritornato. Si fece vedere altre volte, infatti, al Vittoriale, ma non fu mai ricevuto”.
Alle numerose donne era riservato lo stesso trattamento: “A volte dovevano attendere a Gardone intere giornate prima di essere ricevute dal Comandante, a volte mesi. Ed erano donne bellissime, del gran mondo” e “non mi accenni a quelle storie del Comandante vestito da frate...non me ne parli che non ci credo. In cinque anni che io sono rimasta al Vittoriale, le assicuro che non ho neppure raccolto l'eco di una simile storia...” L'equivoco deriva forse dal fatto che il poeta amava farsi chiamare Frate Gabriel priore” e di conseguenza Prioria la sua dimora, anche se il biografo Giuseppe Grieco sostiene che così agghindato avrebbe ricevuto le sue amanti. “Ed a quale uomo non piacerebbero le donne che si videro in quegli anni alla villa di Cargnacco? Erano belle, splendide dame che gli si offrivano. Caro, credo si siano scritte e udite troppe fantasie su quest'argomento. Indubbiamente era un gentiluomo squisito quando si decideva a ricevere. Ordinava che salisse in villa il quartetto Poltronieri...ma quante volte il quartetto ha suonato soltanto per una donna e non per il Comandante. Egli si ritirava spesso nel suo studio, in uno di quei cambiamenti d'umore terribili e rimaneva a lungo chiuso, per intere giornate. Era un uomo solo, D'Annunzio. Ho letto su un giornale, in questi giorni, che le molte donne della sua vita esprimono forse una tendenziale incapacità di affetto e d'amore. D'Annunzio sapeva amare...ma quale donna riusci a portarsi ai suoi vertici? Forse soltanto Eleonora Duse. Ricordo che un giorno portai alla duchessa sua moglie un barboncino. Era la risposta di D'Annunzio ad una richiesta di colloquio. Vede duchessa, mi permisi di dire, il Comandante pensa spesso a lei...e la ricorda. Significa che le vuole bene... Già, mi vuol bene..., mi rispose la duchessa Maria Harduin e sentii un tono amaro nella sua voce. Eppure D'Annunzio conservò sempre un ricordo alto ed incontaminato soltanto per tre donne: Maria Harduin sua moglie, Eleonora Duse e sua madre. D'Annunzio adorava sua madre. Conservava un affetto indicibile ed ogni anno, nell'anniversario della sua morte, il 27 gennaio, egli si chiudeva nelle sue stanze e non voleva più vedere né ricevere nessuno, neppure la cameriera privata. Osservava un rigoroso digiuno che durava 48 ore”.
Durava a lungo, spesso, questo isolamento di D'Annunzio – prosegue il suo racconto Fulvia – a volte sino a metà febbraio non usciva dalla villa. E l'architetto Moroni suo intimo amico, spesso chiedeva di essere ricevuto, per sollecitarlo a compiere una passeggiata in automobile lungo la Gardesana, ma vanamente. Negli ultimi anni usciva pochissimo. Quando doveva recarsi a Verona per effettuare un'ultima revisione delle bozze e per acquistare il prosciutto di San Daniele, di cui era ghiotto. In quelle occasioni, si fermava a lungo nella chiesa di S. Zeno. Usciva dalla villa, poi, nelle notti di luna. Gli piaceva ammirare la Gardesana ed allora invitava l'autista a proseguire lentamente; non rimaneva mai fuori troppo, però. Usciva verso le undici, spesso in compagnia dell'inseparabile Moroni e rientrava verso l'una per cenare. Diceva che questo viaggio sotto la luna, in riva al lago, lo riempiva di gioia...”

giovedì 16 luglio 2020

I cremonesi dell'Arandora Star





L'annuncio dell'affondamento
Lo scorso 2 luglio il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato, ottant'anni dopo, la tragedia dell'Arandora Star, una nave britannica carica di immigrati, la maggior parte italiani, “sgraditi” al governo inglese dopo l'entrata in guerra dell'Italia il 10 giugno 1940, affondata da un sottomarino tedesco al largo delle coste irlandesi. "Il 2 luglio del 1940 – ha ricordato Mattarella- affondava l'Arandora Star, la nave britannica carica di internati da deportare in Canada, silurata al largo delle coste irlandesi da un sommergibile tedesco, che l'aveva scambiata per una nave da guerra. Un episodio atroce, non sempre adeguatamente ricordato, nella tragedia immane della guerra, che provocò la morte per affogamento di 865 persone, di cui 446 immigrati italiani, presenti in Inghilterra anche da tempo, ma definiti indesiderati dopo l'entrata in guerra dell'Italia. A ottant'anni da quel tristissimo avvenimento, desidero commemorare quelle vittime innocenti, esprimendo sentimenti di vicinanza e solidarietà ai loro discendenti. Il ricordo della loro sofferenza costituisce un monito perenne contro le guerre e a favore dell'amicizia e della collaborazione tra i popoli", ha concluso Mattarella.
Trasformata da nave da crociera in nave da guerra, l’Arandora era partita dal porto di Liverpool diretta a un campo di detenzione in Canada e trasportava oltre 1500 persone di nazionalità italiana, tedesca e austriaca, colpevoli solo di trovarsi sul suolo inglese nel momento della dichiarazione di guerra nazifascista alla Gran Bretagna. Intercettata due giorni dopo la partenza, procedeva a luci spente e senza insegne umanitarie a bordo. Fu identificata come nave nemica e affondata. Il 16 agosto 1940 un pastore di Colonsay, un’isola delle Ebridi trovò sulla spiaggia di Eilean nan Ron un corpo restituito dal mare. Era quello di Giuseppe Delgrosso, identificato grazie alla sigla stampata sull’abito: “14700 G. Delgrosso”. Nato a Borgotaro nel 1889, come tanti italiani era partito anni prima dal suo borgo sull’Appennino parmense per stabilirsi a Hamilton, una piccola città nel sud della Scozia, insieme con la moglie e i tre figli. E al pari dei suoi compagni di sventura, Delgrosso non era affatto diventato un potenziale nemico per la Gran Bretagna. Anzi, si sentiva parte di quella terra che lo aveva accolto, prima che i venti di guerra incattivissero gli animi falsando la realtà.
Tra gli innocenti che persero la vita quel giorno vi furono anche cinque cremonesi, che il mare non ha mai restituito. Si chiamavano Carlo Bissolotti, di Soresina; Ettore Feraboli di Pessina cremonese; Gaetano Fracassi di Pescarolo; Battista Piloni di Crema e Patrocco Ribaldi di Cremona. Di Bissolotti e Rivaldi si hanno poche notizie, si conosce solo la loro provenienza e la loro età, rispettivamente 40 e 61 anni al momento del loro arresto a Londra. Ettore Feraboli era nato nel 1885 a Pessina Cremonese ed era emigrato a Londra da giovane, dove era diventato uno stimato insegnante di violino, si era sposato con una giovane fiorentina, Tina Morini, anche lei musicista, ed avevano un figlia, Graziella, che nel 1940 era adolescente. Maria Serena Balestracci in “Arandora Star-Una tragedia dimenticata” (ed. Il Corriere Apuano, Pontremoli, 2002) racconta come le due donne furono informate della fine del loro congiunto: «A Londra, presso gli uffici del War Office, ubicati nei pressi di Victoria Station, nell'imponente edificio in mattoni rossi di nome Hobart House. Lì si recarono più volte Tina e Graziella Feraboli in cerca di notizie. Al terzo tentativo, le due donne si trovarono in fila con tante altre italiane, di varia estrazione, tutte in ansia. Durante l'attesa, piuttosto lunga, le donne si scambiarono notizie, supposizioni, speranze. Poi finalmente, famiglia dopo famiglia, vennero ammesse in un ufficio. Un funzionario, seduto ad una scrivania, consultava un elenco e chiedeva il nome o il numero del prigioniero. Racconta Graziella: “Ci chiese il nome e il numero dell'internato, consultò l'elenco e freddamente disse: 'Ettore Feraboli, n. 58123: missing, presumed drowned'”. Il funzionario non ebbe altro da aggiungere, ma la giovane Graziella, dopo un attimo di disorientamento, perse il controllo: “In quel momento mi sono sentita ribellare. Con tutta la rabbia che un'adolescente può provare alla notizia che il padre era scomparso, mi scagliai contro il funzionario. ‘Che cosa vuol dire questo? Che mio padre è annegato?’ gridai. ‘Lo avete ucciso voi! Perché lo avete fatto?’ Mia madre mi trascinò per un braccio. Fuori si assisteva a scene di disperazione: qualcuno inveiva, una sveniva, altre piangevano”. A settembre avrebbe avuto inizio il bombardamento a tappeto di Londra, e le due donne Feraboli, rimaste sole, avrebbero affrontato l’e- mergenza con l’aggravante di essere ‘straniere’: la polizia locale aveva imposto loro un coprifuoco, negando così l’accesso ai rifugi pubblici durante i bombardamenti notturni».
L'Arandora Star
Gaetano Fracassi, invece, era un sacerdote, nato a Pescarolo il 18 aprile 1876 ed esercitava il suo ministero presso la comunità italiana di Manchester. Non aveva mai partecipato alla vita politica, però si era espresso criticamente nei confronti di Mussolini e dell'entrata in guerra dell'Italia. Viveva in ristrettezze e per questo aveva affittato un locale della parrocchia ad un gruppo di tesserati fascisti e tanto bastò perchè fosse fosse arrestato ed internato in un campo di concentramento nonostante l'età avanzata, tra le proteste della comunità italiana e dello stesso vescovo cattolico di Machester. Secondo le testimonianze raccolte tra alcuni sopravvissuti, mentre la nave stava per colare a picco, fu visto, in piedi sui piani più alti che qualcuno aveva aiutato a salire, impartire l'assoluzione e la benedizione ad uno ad uno agli uomini in preda alla disperazione. Chiuso il libro di preghiere, rimase da solo ad attendere sul ponte.
Battista Piloni era nato ad Ombriano il 24 maggio 1897, ultimo di sei fratelli. Nel 1936, con la moglie Francesca Carioni e i suoi quattro figli, insieme ai suoi vicini di casa, la famiglia Cattaneo, era emigrato a Croydon, un sobborgo a sud-est di Londra, trovando lavoro in una fabbrica di bottoni. All'approssimarsi della guerra i Cattaneo, temendo il peggio, nel 1939 erano rientrati in Italia, mentre Battista aveva preferito restare in Inghilterra. Fu rastrellato dopo il 10 giugno 1940 ed imbarcato successivamente sull'Arandona Star. I parenti di Ombriano non ricevettero altre notizie, se non che era morto annegato. Nonostante tutto Francesca e i figli, che nel frattempo erano divenuti cinque, decisero di restare in Inghilterra, dove ormai si erano inseriti, al punto che due figlie, Paolina e Gilda, ebbero persino un momento di celebrità alla TV inglese come cantanti facenti parte di un trio femminile di musica leggera.
L'Arandora Star colpita dal sottomarino tedesco
A venti giorni di distanza dall'affondamento della nave, la notte del 22 luglio 1940, un pescatore che stava issando le reti intorno all'isola di Owey sul peschereggio comandato da Mickey O’Donnel, vide qualcosa galleggiare sulla quieta superficie del mare. Appena fu possibile, sul far del giorno l'equipaggio si avvicinò al misterioso oggetto, per scoprire che si trattava di una scialuppa di salvataggio che appena affiorava dall'acqua. Gli uomini cercarono di svuotare la lancia dall’acqua, senza riuscirci; decisero quindi di trainarla a riva e O’Donnel e i suoi uomini tirarono in secca la scialuppa, e scoprirono che lo scafo era bucato da fori di proiettili, mentre alcuni bossoli giacevano sul fondo. Ispezionando bene il relitto, i marinai si accorsero che qualcuno aveva disperatamente cercato di evitare l’affondamento, chiudendo i buchi con pezzi di stoffa, sui quali furono trovate anche tracce di sangue. Sullo scafo recuperato era scritto il nome Arandora Star, la più lussuosa nave da crociera britannica, che dal 1927 per una dozzina d’anni aveva trasportato l’upper class del Regno Unito in viaggi di piacere tra le colonie esotiche di Sua Maestà: Sud Africa, Giava, Malesia, Ceylon, India, Egitto. Poi nel 1939 la Marina britannica l'aveva ridipinta ed attrezzata per il trasporto prigionieri collocando filo spinato nei punti cruciali e armandola con cannoni.
Churchill aveva ordinato di catturate tutti i maschi italiani tra i 16 e i 70 anni. Sulla base di liste compilate dai servizi segreti britannici, già dall’11 giugno si incominciò ad arrestare i poveri italiani, tra lo stupore degli stessi, la costernazione dei familiari e l’imbarazzo dei gendarmi, che ben conoscevano quelle persone e sapevano che era gente onesta e pacifica. Si procedette in modo affrettato e approssimativo, portando via gli iscritti al partito fascista, ma anche tantissimi senza appartenenza politica o addirittura antifascisti e altri individui scappati in Inghilterra per sottrarsi alle persecuzioni razziali e ai campi di concentramento. L’obiettivo di Churchill era la deportazione dei prigionieri stranieri nelle colonie britanniche, in Canada e Australia, in previsione della scarsità di cibo che avrebbe provocato la guerra, lontano dal Regno Unito, per renderli ancora più inoffensivi. Gli arrestati furono dapprima internati in campi di detenzione provvisori. Tristemente noto per le disastrose condizioni in cui versava fu Camp Bury, nel Lancashire.
Una delle cabine della Arandora Star
Alle 4 del mattino del 1° luglio 1940, l’Arandora Star salpò da Liverpool, diretta in Canada, con a bordo 712 italiani e 478 tedeschi, oltre a 374 inglesi, tra militari di scorta ed equipaggio. Solo 86 dei deportati erano prigionieri di guerra, gli altri erano tutti civili tra i 16 e i 75 anni d’età. La nave, sulla quale fu stipato un numero di persone tre volte superiore alla sua capienza, era stata inspiegabilmente ridipinta di grigio, e non portava alcun segnale di riconoscimento sulla natura non bellica della propria missione. Rotoli di filo spinato impedivano l’accesso alle scialuppe di salvataggio, peraltro ampiamente insufficienti ad ospitare tutti i passeggeri in caso di naufragio.
Alle sette del mattino del 2 luglio, quando l’Arandora Star navigava ben visibile sulle acque a nord-ovest dell’Irlanda, un U-Boat tedesco lanciò il suo ultimo siluro, e la affondò.
La richiesta di soccorso da parte della nave fu raccolta dal cacciatorpediniere canadese St. Laurent, che riuscì a raccogliere 850 naufraghi, all’incirca la metà delle persone presenti a bordo. Su un totale di circa 800 vittime, 470 erano italiani. Fu una tragedia della guerra, ma anche la più grande tragedia della nostra emigrazione. Il paese di Bardi nell’Appennino Parmense pagò il prezzo più caro, con le sue 48 vittime.

La storia della scialuppa recuperata dai pescatori di Owey è drammatica, perché sarebbe, secondo alcune fonti, la testimonianza che i militari britannici spararono contro quei prigionieri che erano riusciti a mettersi in salvo, per evitare una possibile fuga. I superstiti, riportati a Liverpool, furono imbarcati sulla nave Dunera e, una settimana dopo il naufragio, spediti in Australia dove furono detenuti sino alla fine del conflitto. Non tutti i morti ebbero sepoltura. Molti furono inghiottiti dall’oceano, altri furono ributtati sui litorali dell’Irlanda e della Scozia e riposano nei cimiteri di quei paesi. In particolare gli abitanti di Colonsay, nelle Ebridi, ancor oggi custodiscono con amore i corpi di coloro che il mare restituì alle spiagge di sabbia della loro piccola isola. Come se non bastasse la rimozione della tragedia dalla memoria delle nazioni coinvolte ed il silenzio colpevole delle istituzioni inglesi, tedesche e italiane che non vollero mai ammettere di aver mandato inutilmente a morte centinaia di persone innocenti, ai parenti delle vittime dell’Arandora Star non è mai stata riconosciuta alcuna forma di risarcimento. 

lunedì 29 giugno 2020

Benjamin Franklin e Lorenzo Manini, fratelli massoni

La dichiarazione d'Indipendenza americana
 C'è un particolare legame tra Cremona e Filadelfia, al punto che la bozza della Costituzione americana, derivante dalla Dichiarazione d'indipendenza degli Stati Uniti d'America, firmata il 4 luglio 1776 al Congresso tenuto nella città della Pennsylvania, si sarebbe dovuta stampare per la prima volta in Italia proprio all'ombra del Torrazzo. Questo particolare rapporto era maturato grazie all'amicizia tra Benjamin Franklin, uno dei cinque firmatari della Dichiarazione, l'abate camaldolese Isidoro Bianchi ed il tipografo Lorenzo Manini, sotto l'egida del conte Giambattista Biffi, favorito dalla comune appartenenza alla massoneria internazionale. Il mito americano costituisce uno dei grandi sogni della cultura europea del Settecento, che conosceva in realtà assai poco il Nuovo Mondo, se non per i racconti di viaggio e di esplorazione, e tuttavia rimaneva profondamente affascinata dal mito del buon selvaggio, cioè dall’idea che al di là dell’Oceano esistesse ancora un mondo puro, incontaminato, immune dalle distorsioni prodotte sulla natura dalla religione e dal processo di civilizzazione. Per molti, nelle Americhe si poteva ritrovare ancora l’archetipo dell’uomo nello stato naturale, selvaggio perché non aveva conosciuto l’evoluzione dell’organizzazione sociale occidentale e che proprio per questo era da ritenersi felice, in quanto doveva provvedere unicamente ai bisogni propri e della propria famiglia. Il buon selvaggio sembrava rimasto nella condizione di innocenza che gli europei avevano perduto, viveva una dimensione primitiva della religione e non conosceva le brutalità nate dal dispotismo e dalle gerarchie di tipo feudale. Le vicende delle colonie e della rivoluzione americana, anziché smentire questo affresco, contribuivano a rafforzarlo e ad attirare maggiore attenzione sul Nuovo Mondo. Gli echi della lotta per l’indipendenza, iniziata durante la guerra dei Sette anni (1756-1763), facevano convergere l’attenzione verso un luogo politicamente vergine dove era possibile sperimentare soluzioni politiche nuove senza dover fare i conti con le vestigia dell’Antico Regime. L’America appariva come un luogo senza storia e questo poteva rappresentare indubbiamente un vantaggio rispetto all’Europa, che sentiva il peso del suo passato ed era legata alle catene della feudalità. La rivolta nelle colonie, in un mondo senza un passato storico, veniva vista come una straordinaria opportunità per creare istituzioni, leggi, forme del vivere sociale inedite, per realizzare una felicità civile che non doveva fare i conti né con i limiti dettati dalla natura né con quelli tipici delle rappresentazioni utopiche.
B. Nazari, ritratto di Gianrinaldo Carli, 1749
In Italia fu il tipografo cremonese Lorenzo Manini, fratello massone della loggia “San Paolo celeste”, con l'abate Isidoro Bianchi, a ridestare l’interesse per le civiltà d’oltreoceano pubblicando le Lettere americane (1780) di Gianrinaldo Carli, con una dedica a Benjamin Franklin. In effetti, la diffusione della Stretta Osservanza in Lombardia prese avvio da Cremona, dove alla fine degli anni Settanta nacque la loggia “San Paolo celeste”, animata da quello straordinario organizzatore culturale che fu l’abate Bianchi, autore di saggi su Rousseau e di un fortunato libretto intitolato Dell’instituto dei veri liberi muratori (1786). Attorno a questa loggia si svolse gran parte dell’opera massonica lombarda del tardo Settecento, volta ad un’intensa attività editoriale che coinvolse librai e tipografi, e tesa ad instaurare relazioni con la massoneria europea e nordamericana, come dimostrano i fortissimi legami con Benjamin Franklin, a lungo alunno diligente di un suo fratello tipografo. A Cremona, fin dal 1776, era stata aperta una loggia dagli ufficiali austriaci di guarnigione alla città che derivava il suo nome “San Paolo Celeste” da quello del fondatore, il colonnello Paul Bethlen, affiliato a a sua volta alla loggia “Zur gekrönten Hoffnung”di Vienna, dipendente dalla Gran Loggia nazionale di Berlino. Gli affiliati, piuttosto che coltivare studi alchimistici od elucubrazioni cavalleresche, erano votati a realizzare concretamente la beneficenza e la fratellanza massonica. Era l'unica loggia massonica esistente allora in Lombardia che dal 1778, quando la guarnigione imperiale dovette trasferirsi in Boemia, fu diretta da elementi del patriziato e della borghesia locale. Maestro divenne allora il conte Giambattista Biffi, amico di Cesare Beccaria e dei fratelli Verri, membro dell'Accademia dei pugni e legato al “Caffè”, accanito lettore di D'Alembert e Voltaire, che da Milano si trasferì nella sua Cremona. Tra i liberi muratori iscritti alla loggia troviamo l'ex gesuita Raimondo Ximenes, il tipografo Lorenzo Manini, il poeta frugoniano Carlo Gastone Rezzonico della Torre, e il poeta tragico Giovanni Pindemonte, fratello del più celebre Ippolito. Nel 1780 la loggia “San Paolo Celeste” mutò nome e struttura, assumendo quello di “L'Aurore de la Lombardie” e fu progettata anche la fondazione di un Capitolo di Cavalieri Benefici che, però, non venne attuato. Prendendo molto seriamente la sua iniziazione Biffi si mise a studiare la storia del Templari in Italia, avvalendosi di Tiraboschi e dell'abate Isidoro Bianchi per provare la derivazione diretta dei Liberi muratori dai Cavalieri del Tempio. Alla fine del 1785 Vienna, alla cui Grande Loggia Nazionale avrebbe dovuto aderire anche quella di Cremona, ordinò che la loggia cremonese cessasse ogni attività, assecondando le disposizioni di un decreto che permetteva l'esistenza di una sola loggia in ogni provincia dell'Impero. Rimase dunque attiva solo Milano.
All’inizio del 1781, Gianrinaldo Carli, originario di Capodistria ma naturalizzato milanese, studioso delle teorie monetarie e funzionario della Lombardia teresiana, che nel marzo1780 aveva pubblicato le prime puntate delle anonime Lettere americane sulle pagine del «Magazzino universale istorico, politico, letterario diretto da una società di persone di lettere», stampato a Firenze senza grande successo, aveva già trovato un nuovo interessato alla stampa in Lorenzo Manini, tipografo e libraio a Cremona. Lo aveva raggiunto tramite Isidoro Bianchi, il camaldolese noto in Italia per la sua attività letteraria e per il suo impegno massonico, rientrato in Lombardia nel 1776 dopo il lungo soggiorno siciliano. Non è noto quando esattamente Carli e Bianchi si fossero conosciuti, né quale rapporto vi fosse tra loro. Pare di capire, dalla corrispondenza intercorsa tra Carli e Bianchi conservata parte nell’archivio del capodistriano (per le lettere ricevute) e parte nel fondo Bianchi della Biblioteca Ambrosiana (per le lettere spedite da Carli), che i contatti con Manini si svolgessero prevalentemente attraverso la mediazione di Bianchi, che si impegnò per la pubblicazione, si assunse l’onere di curarla attraverso l’introduzione e note di commento, e convinse il tipografo a stamparla interamente a proprie spese. Bianchi stesso si riservò poi anche il compito di diffonderle e di ribattere alle critiche che venivano mosse, soprattutto negli ambienti degli ex gesuiti e da parte di Francesco Saverio Clavigero. Fu ancora Bianchi a raccogliere l’idea di Carli per una dedica e a mettersi in contatto con Benjamin Franklin per ottenere l’assenso a che l’edizione cremonese delle Lettere recasse il suo nome, mediando con le autorità di polizia preoccupate che questo non suonasse come un riconoscimento ufficiale della Lombardia asburgica nei confronti delle ribelli colonie americane. In effetti Carli, ritornando al tema delle antiche civiltà, difendeva quella peruviana e voleva provare gli stretti rapporti delle civiltà precolombiane con le mediterranee, ammettendo l'esistenza dell'antica Atlantide. Pieno di ammirazione per i leggendari ordinamenti politici peruviani, vi proiettava le proprie convinzioni, ed esaltava il dispotismo filantropico giungendo addirittura, con l'illustrare la bontà dell'economia regolata e della sovranità teocratica, a vagheggiare il perfetto comunismo.
Per l'abate cremonese Isidoro Bianchi contattare Benjamin Franklin non era stato difficile. Franklin, nato nel 1706 a Boston, la città più puritana del New England, da un venditore di candele, dopo essersi avvicinato al quietismo quacchero, si era iscritto alla prima loggia massonica americana, la St. John, fondata a Filadelfia nel 1731. Nel 1734 era stato eletto Gran Maestro Provinciale della Pennsylvania; dal 1735 al 1738 ne era stato segretario; nel 1750 infine Gran Maestro aggiunto. In qualità di ambasciatore delle tredici colonie americane che avevano dichiarato l'indipendenza, Franklin aveva soggiornato a Parigi dal 1776 al 1785 e si era inserito nella celebre loggia delle “Nove sorelle”, costituita nel 1776 con l'idea di unire un'élite qualificata d'intellettuali per promuovere l'evoluzione delle scienze nei vari campi della cultura, della vita sociale, politica, ed economica. Vi appartenevano le maggiori intelligenze del secolo, ad iniziare dal suo fondatore, l'astronomo Lalande, a D'Alembert, Mably, Voltaire, Quesnay, Jefferson, Pestalozzi. Fu qui che Franklin intrattenne rapporti fraterni con Domenico Cirillo, medico e botanico, una delle vittime illustri della repressione del 1799, impiccato nella piazza del Mercato di Napoli. Domenico Cirillo apparteneva alla Gran Loggia provinciale inglese, aveva la cattedra di Medicina teorica prima, e di Medicina pratica poi, e fu autore, fra l’altro, del De lue venerea del 1780. Ma Franklin intratteneva costanti rapporti anche con Gaetano Filangieri, tant’è che, attraverso un banchiere di Parigi, Franklin comprò un numero considerevole di copie di La scienza della legislazione, uno dei massimi contributi italiani alla scienza dello stato. Probabilmente La scienza della legislazione sarebbe rimasta semisconosciuta se non fosse stata tradotta in francese, spagnolo e tedesco per iniziativa di fratelli nelle logge di quei paesi.
J. Duplessis, Ritratto di Benjamin Franklin, 1778
I legami epistolari tra Filangieri e Franklin furono molto intensi, sia su questioni culturali che personali. Filangieri, nato a Napoli, nel 1773 si era recato a Palermo per rivedere lo zio Serafino, arcivescovo della città e per incontrare per la prima volta Isidoro Bianchi, chiamatovi nel 1769 dall'arcivescovo di Monreale Testa a insegnare nel seminario e collegio di quella città, con il quale nacque un'intensa amicizia di cui è testimonianza il nutrito carteggio. Perciò, quando Carli chiese a Bianchi la possibilità di avere una dedicazione per le sue Lettere mettersi in contatto con Franklin fu per lui relativamente facile, attraverso la comune amicizia di Filangieri. All'inizio del primo volume fu stampata una dedicatoria “Lettera al signor Benjamino Franklin” dove si diceva, fra l'altro: “Un'Opera di questa natura non poteva essere, o signore, consecrata che a Voi, a Voi che nella nostra Europa siete così ben conosciuto e stimato. Voi, che formate la gloria della Repubblica de' Filosofi, Voi Americano, Voi che vi siete reso l'ornamento principale de' Vostri Compatrioti, Voi solo potete essere il Giudice competente del merito di questo libro”, firmata da Isidoro Bianchi.

Lorenzo Manini ne spedì due copie a Benjamin Franklin con un lettera del 9 ottobre 1783: “Anco in Italia, e in Lombardia specialmente è venerato, e tenuto in somma considerazione il nome illustre del Sigr. Dot. Franklin. Io ho voluto darne une pubblica testimonianza con dedicarLe la bell’opera or ora da me stampata delle Lettere Americane del celebre Sigr. Presidente Carli. Un libro di questa fatta a Lei per ogni conto conveniva, a Lei io l’ho consecrato. Due copie io oso umiliarLe di detto libro, e queste gliele spedisco coll’ ordinario corriere franche di porto. Aggradisca, ne La supplico, questo mio umile e sincero omaggio, e mi creda quale con la più alta stima, e col più profondo rispetto ho l’onore di raffermarmi Di V.S. Illu[strissi]ma Divotissimo Obblig[atissi]mo Servitore”. Franklin non rispose e Manini ne spedì un'altra identica l'8 marzo 1784. Entrambe sono conservate nella biblioteca dell'American Philosophical Society di Filadelfia. Qualche mese dopo, procuratesi le informazioni sul suo collega tipografo cremonese, Franklin il 19 novembre 1784 rispose a Manini ringraziandolo del dono e della dedica e gli diceva di aver dato incarico al conte Luigi Castiglioni, botanico appartenente ad una loggia massonica di Brera, di consegnarli il testo della Costituzione americana tradotto in francese e nel frattempo gli mandava due sue operette sull'America che, evidentemente, sarebbe stato contento nel vedere tradotte e pubblicate in italiano a Cremona. “Signore -scriveva Franklin – voi mi faceste una gran piacere coll'avermi mandante le Lettere Americane, e nell'avermi per tal modo procurata l'occasione di leggere quell'eccellente Opera, ripiena non meno di un fino giudizio e buon senso che di varietà di cognizioni e di dottrina. Accettatene, vi prego, i miei più sinceri ringraziamenti: sono poi estremamente sensibile all'onore della Dedica che me n'è stata fatta. E' da tempo che per voi ò consegnato al Sig. co. Castiglioni un libro, che egli cortesemente si è impegnato d'inoltrarvi: troverete in esso le Costituzioni de i nostri Stati d'America, che io ò fatto tradurre e stampar qui. Io credo che potessero esser da voi gradite e dall'Autore delle Lettere suddette. Adesso vi spedisco qui inchiusi due piccoli miei Scritti intorno all'America, sperando che questi sieno valevoli a recarvi qualche trattenimento. Vi prego di presentare al Sig. Presidente Carli i miei rispetti e i miei ringraziamenti per la sua arguta difesa contro gli attacchi di quel mal informato e maligno Scrittore, che per ceto non parla bene di nessuna persona senza pentirsene sul momento e senza ritrattarsene in appresso. Con gran rispetto ò l'onore di essere Signore, vostro Fratello e Servitore Beniamino Franklin”. La lettera originale è stata rintracciata qualche anno fa in una miscellanea manoscritta della Libreria Civica di Cremona in un fascicolo di carte appartenute a Lorenzo Manini raccolta da Francesco Robolotti. Lo scrittore a cui Franklin fa riferimento è l'olandese Corneille de Paw. Lorenzo Manini si affrettò a pubblicare il libretto di Franklin, intitolato “Avviso a quegli che pensassero d'andare in America e osservazioni sulle buone creanze de' selvaggi dell'America settentrionale” con una dedica all'autore datata 25 gennaio 1785. Non riuscì mai a pubblicare, però, il testo della Costituzione degli stati americani, forse perchè Carli non glielo consegnò o forse, più probabilmente, perchè bloccato dalla censura austriaca.