venerdì 22 maggio 2020

Le impressioni cremonesi di Charles Dickens

Ritratto di Charles Dickens
E' una mattina fredda e umida di novembre quando un giovane scrittore inglese nel pieno del successo, accompagnato dalla giovane moglie, da uno stuolo di marmocchi, due governanti e un servitore di fiducia un po' factotum, percorre con la sua carrozza un traballante ponte di chiatte sul Po. Guarda con sguardo curioso ed accigliato l'acqua limacciosa e Cremona che emerge dalla nebbia autunnale. Si è riempito gli occhi nella bellezza di Venezia, ma quel viaggio tra acquitrini e strade fangose, locande sperdute nella campagna, e bambini cenciosi che ti circondano supplicanti per qualche moneta ad ogni sosta, grassi osti con logori grembiuli e donne precocemente invecchiate dalla fatica, gli sta mostrando quella faccia di un'Italia che nessuno gli ha mai raccontato. Osserva, sballottato dalla carrozza, e scrive qualche nota su un taccuino. Racconterà poi tutto, con dovizia di particolari, nelle lettere che trascriverà in bella copia la sera all'amico scrittore Douglas William Jerrold ed al critico letterario John Forster, che sarebbe diventato poi il suo biografo. Le lettere verranno poi pubblicate nel 1846 col titolo Pictures from Italy.
Charles Dickens ha trentadue anni ed è uno scrittore già molto popolare: al suo attivo può contare Oliver Twist, Il Circolo Pickwick, Nicholas Nickleby, La bottega dell’antiquario,  Barnaby Roudge. Sta scrivendo e pubblicando a puntate il Martin Chuzzlewit che però non sta ottenendo il successo di pubblico che si aspettava e che risulta notevolmente inferiore a quello ottenuto dalle sue precedenti opere. Giovane e famoso, Dickens ha anche raggiunto una condizione economica più che agiata ma è continuamente assillato da richieste di denaro da parte del padre, si trova in periodo di impasse creativo, è stressato. Spera, con questo viaggio, di recuperare tranquillità ed ispirazione. Dickens viaggia con la moglie Catherine Hogard ed i loro cinque figli: Charles, di 7 anni, Mary, di 6, Kate, di 5, Walter di 3 anni ed il piccolo Francis Jeffery che non ha ancora compiuto un anno. Lo accompagnano anche due babysitter e il suo servitore tuttofare Louis Roche.
Il 16 luglio 1844 la carovana Dickens sbarca a Genova. Il soggiorno di un anno è punteggiato dalle 130 lettere conservate nella Pilgrim Collection che Charles scrive all'amico e agente John Forster, al contabile Thomas Mitton, al Conte d'Orsay, all'artista Clarkson Stanfield, al banchiere Emile De La Rue. Proprio al conte d'Orsay aveva sommariamente descritto le sue intenzioni: “Ho riflettuto a lungo sul da farsi e penso che starò tranquillo fino a quando non avrò terminato il mio libro di Natale, cioè, all’incirca, fino a metà ottobre. In novembre credo che mi muoverò con il mio servitore per Verona, Mantova, Milano, Torino, Venezia, Firenze, Pisa, Livorno, ecc. Tornerò per Natale, e resterò qui fino a tutto gennaio. A febbraio penso che mi rimetterò in moto e prendendo il vapore per Civitavecchia andrò a Roma, da Roma a Napoli e da Napoli all’Etna, che desidero moltissimo vedere. Quindi mi propongo di fare ritorno a Napoli per poi rientrare a Genova direttamente con il vapore. Per la settimana di Pasqua ho in mente di tornare a Roma di nuovo, portando con me mia moglie e sua sorella, questa volta”. Genova colpisce Dickens per“l’inesplicabile sudiciume”,“lo sporco scoraggiante”, i vicoli strettissimi, il disordine dappertutto, le puzze, anche se in quel periodo è una delle città più pulite d'Italia. Affitta poi una casa ad Abaro in cui soggiorna parecchi mesi ed anche qui le note parlano di rovina e trascuratezza. In viaggio per Bologna passa per la “scura, decadente, vecchia Piacenza”, piena di erbacce sporcizia e pigrizia e da Parma.
F. Vertua, Veduta di Cremona, 1850 ca.
E' in questo tratto del viaggio che si inserisce la tappa a Cremona. Dickens attraversa la pianura compresa tra Mantova e Cremona, per poi andare a Lodi ed in seguito a Milano. Il viaggio è duro e faticoso e così lo descrive in un reportage sul quotidiano londinese Daily News. Dopo aver lasciato Mantova, “alle sei di mattina eravamo già in cammino. I campanelli attaccati ai finimenti dei cavalli tintinnavano al buio entro la fredda umida nebbia che copriva la città... La strada per Milano passa per Bozzolo “minuscolo stato indipendente un tempo e ora tra le città più squallide e afflitte dalla miseria. Qui il padrone della locanda stava distribuendo monetine di rame a un clamoroso stuolo di donne e di bambini dagli abiti cenciosi che svolazzavano al vento e alla pioggia fuori la porta, dov'erano raccolti per ricevere la carità”. Poi “La strada continuò ad allungarsi tutto quel giorno e il successivo in mezzo alla nebbia, al fango, alla pioggia tra vigne basse. Il primo luogo in cui si poté dormire fu Cremona, memorabile per le cupe chiese di mattoni e l’altissima torre, il Torrazzo, a non dir nulla dei violini che certo non produce più in questi tempi degeneri. Il secondo fu Lodi. Proseguimmo attraverso altro fango, nebbia, pioggia, acquitrini; passammo in mezzo a un nebbione quale gli Inglesi, irriducibilmente convinti di avere l'esclusiva di malanni particolari, non riescono a credere si possa trovare fuori Inghilterra, finchè non imboccammo la strada a lastrico per Milano. La nebbia qui era così fitta che il pinnacolo del famosissimo Duomo, per quel che si riusciva a scorgerne, poteva anche trovarsi a Bombay. Ma siccome allora ci fermammo solo qualche giorno e tornammo poi a Milano l'estate successiva, io ebbi più d'una volta comoda occasione di vedere la splendida fabbrica in tutta la sua maestà e bellezza”. A Milano Charles Dickens arriva il 18 novembre. Nel mezzo vi è la tappa cremonese, non sappiamo lunga quanto, ma certamente non più di due giorni.
La sera di sabato 16 novembre 1844 scrive da Cremona all'amico William Jerrold: “Mio caro Jerrold, se mezza pagnotta è meglio di niente, spero che anche questo mezzo foglio di carta che ti arriva da chi è sinceramente desideroso di restare nella tua memoria e amicizia sia meglio che non scriverti affatto. Avrei dovuto adempiere l'impegno che mi ero assunto a questo proposito già da un bel po', ma ne sono stato impedito ora dagli impegni, ora dal non avere a portata di mano penna e inchiostro. Forster ti avrà detto, o ti dirà, che tengo moltissimo a che tu venga alla mia lettura del breve Libro di Natale, così spero di incontrarti a Lincolns Inn Fields, se risponderai alla sua chiamata. Ho cercato di sferrare un colpo a quella parte della faccia di bronzo della Malvagia Ipocrisia che mi sembra più dolorosamente bisognosa di un complimento del genere in questo momento. E confido che il risultato del mio sforzo sia quanto meno la dimostrazione di un Vivo desiderio di farla vacillare. Se tu dovessi pensare, dopo aver letto le quattro parti (non ve ne sono altre) che la suddetta Ipocrisia, come si dice nella lingua delle Campane, «ne esce col fiato corto», la cosa mi farà sentire molto meglio. Sono adesso diretto a Milano da dove (dopo una sosta di un giorno o due) intendo venire in Inghilterra per il più maestoso Passo Alpino che la neve possa lasciare aperto.
Il posto da cui ti scrivo dovresti conoscerlo: è famoso per i violini, o almeno lo era. Attualmente, qui intorno, non ne vedo nessuno. In compenso c'è un'intera strada di calderai poco distante dalla Locanda, che battono in modo così dannatamente irregolare che poco fa, dopo mangiato, ho temuto per un attimo di avere le palpitazioni al cuore. Raramente mi sono sentito più sollevato che dopo essermi reso conto che il battito non proveniva dal mio interno”. Il giudizio di Dickens non ammette repliche: l'ultimo liutaio, Gaetano Antoniazzi, l’unico continuatore di Enrico Ceruti, si è trasferito a Milano con i figli portandosi dietro le antiche tradizioni cremonesi e a Cremona per la liuteria è iniziato quel declino che si arresterà solo verso la fine del secolo con Pietro Grulli, Aristide Cavalli e Giuseppe Beltrami ben lontani dalla dalle caratteristiche della grande scuola classica. La strada dei calderai a cui Dickens fa riferimento potrebbe essere molto probabilmente la Contrada del Corso dove, effettivamente, vi era una fabbrica con ben nove dipendenti. Un'altra bottega aveva sede in Contrada dell'Aquila, a poca distanza dall'albergo del Sole d'Oro, in pieno centro città nei pressi della chiesa di San Domenico. E, visto il riferimento alla scomparsa della tradizione liutaria, le cui botteghe avevano sede nella piazzetta antistante, l'alloggio dei Dickens potrebbe proprio essere quest'ultimo.
John Camden Hotten in “Charles Dickens: The Story of his life” (New York, 1870) riporta altre due brevi lettere di argomento personale scritte a William Jerrold sempre da Cremona, ma probabilmente il giorno dopo, in cui accenna alla decisione di ritornare a Genova alla volta del 9 dicembre, per fermarsi un'altra settimana prima di rientrare in Inghilterra.
Dickens era stato a Venezia il 12 novembre e ne era rimasto affascinato, poi, come racconta nella stessa lettera scritta da Cremona, si era trasferito a Verona e da qui a Mantova. “Sono rimasto alquanto scosso ieri (non sono molto forte in minuzie geografiche) nello scoprire che Romeo venne bandito a sole venticinque miglia. Tale è la distanza fra Mantova e Verona. Quest'ultimo è uno strano vecchio posto, con grandi case ormai solitarie e chiuse, esattamente come ci si aspetta che sia. La prima ha una gran quantità di farmacisti, tutt'oggi, che potrebbero interpretare la parte shakespeariana al naturale. Di tutti i piccoli stagni immobili visti finora, è il più verde e il più coperto d'erbacce. Sono andato a vedere il vecchio Palazzo dei Capuleti ancora contrassegnato da loro stemma (un cappello) scolpito in pietra nel muro del cortile. Adesso è una locanda miserabile. Il cortile era talmente pieno di carrozze, carri, oche e maiali da far girare la testa:e si affondava nel fango e nel letame fino alla caviglia. Il Giardino è murato e scorporato dal resto. Non c'è nulla che facesse pensare ai suoi abitatori di un tempo, se non una signora tutt'altro che romantica sulla porta della cucina, che somigliava a una vecchia Capuleti per il solo particolare di essere davvero imponente, come lo era stata la Famiglia. I Montecchi, invece, solevano risiedere in campagna, a circa due o tre miglia da lì. Non è molto chiaro se abbiano mai abitato nella stessa Verona, ma c'è un Villaggio che porta ancora oggi il loro nome, e le tradizioni dei litigi fra le due famiglie sono ancora vive come poche altre, in questi sonnolenti dintorni”.

Che la tanto sognata Italia avesse in parte deluso lo scrittore inglese, già poco incline allo stupore romantico in seguito all'insuccesso del nuovo romanzo “Martin Chuzzlewit”, pubblicato a dispense in quei mesi, lo si intuisce dalla ricerca di particolari realistici dai tratti“noir”, in un'atmosfera decisamente gotica costellata da mendicanti cenciosi, dai detriti delle strade, dalla decadenza dei monumenti, dal grigiore del clima, dai contrasti tra i grandi edifici e la desolazione delle città. Tuttavia, nonostante l'ironia ed il sarcasmo che caratterizza la sua distaccata osservazione al punto da segnalare quasi esclusivamente gli aspetti più negativi e ripugnanti, in una delle ultime lettere quando, sulla strada del ritorno, percorre le Alpi svizzere, torna a mostrare simpatia, ammirazione e umana comprensione per l'Italia: “Separiamoci dall’Italia, con tutte le sue miserie e i suoi errori, affettuosamente: nella nostra ammirazione delle bellezze naturali e artificiali di cui è piena fino a traboccarne e nella nostra tenerezza verso un popolo per la sua indole ben disposto, e paziente e mite. Anni d’incuria, d’oppressione e di malgoverno hanno esercitato la loro opera per cambiare la natura e piegarne lo spirito; meschine gelosie – fomentate da principi insignificanti per i quali l’unione significava la scomparsa – e la divisione delle forze, sono state il cancro alla radice della loro nazionalità e hanno imbarbarito il loro linguaggio; ma il buono che è sempre stato in loro è ancora in loro, e un grande popolo può, un giorno, sorgere da queste ceneri”.

domenica 10 maggio 2020

I portinai del Po

E. Quiresi, il traghetto di Crotta d'Adda (1973)
Li chiamavano “I portinai del Po” e fino agli anni Sessanta, anche dopo la costruzione dei ponti di Cremona e Casalmaggiore, erano i “Caronti” che trasportavano merci e persone da una sponda all'altra del fiume. Figure un po' strane, abituate a vivere ai margini della città, tra le boschine e le nebbie autunnali, depositari dei segreti dell'acqua, pronti a sfidare le piene o a ingaggiare lotte con gli storioni, un po' barcaioli e un po' pescatori, autentici figli del fiume. Qualcuno di loro è entrato nella leggenda, come Pasquino Soriani, che nel mantovano a forza di remi aveva traghettato duecentomila persone e ne aveva salvate 60 che stavano annegando. Meritò una lettera del generale Alexander per aver aiutato, nell'ultima guerra, partigiani e alleati e poi i ringraziamenti degli alluvionati del Polesine che nel '51 andò coraggiosamente a recuperare. Alla morte, davanti alla sua casa rossa in golena, le bettoline che portavano nel 1957 il petrolio a Cremona suonarono a lungo la sirena. Altri sono stati eternati nelle splendide pagine di “Autobiografie della leggera” di Danilo Montaldi, come Teuta, cresciuto in una famiglia di pescatori lungo le rive del Po, che negli anni Venti traghettava d'estate i bagnanti davanti alle Colonie padane, e, come ricorda lui stesso “guadagnavo abbastanza bene per vivere onestamente”. Teuta, che lavorava sulla barca con altri quattro soci, era finito in galera la prima volta a 17 anni per una rissa avvenuta il 16 agosto 1907 all'osteria del Salice di Bosco ex Parmigiano, nel corso della quale, su di giri per il caldo ed il vino, aveva ferito ad un braccio un contadino con un coltello.
A Crotta d'Adda una scultura in cemento di “San Cristoforo con in spalla il Bambinello” in via Cavallatico, nome che evoca il percorso dei cavalli che trasportavano la ghiaia e la sabbia recuperate dal letto fluviale, ricorda l'esistenza dell'attracco del traghetto che collegava la sponda cremonese con la dirimpettaia lodigiana. A guidarlo, ancora negli anni Settanta, era l'ultimo traghettatore, Orlando Grilli, ritratto con il suo traghetto in una splendida immagine di Ezio Quiresi del 1973. Secondo la Legenda Aurea di Jacopo da Varagine, Cristoforo, un giovane gigante vissuto nel III secolo alla ricerca della conversione, per esercitarsi nella carità aveva scelto di abitare lungo le rive di un fiume con lo scopo di aiutare i viaggiatori a passare da una riva all'altra. Una notte fu svegliato da un grazioso fanciullo che lo pregò di traghettarlo; il santo se lo caricò sulle spalle, ma più s'inoltrava nell'acqua, più il peso del fanciullo aumentava e a stento, aiutandosi col grosso e lungo bastone, riuscì a guadagnare l'altra riva. Qui il bambino si rivelò come Cristo e gli profetizzò il martirio a breve scadenza. Dopo aver ricevuto il battesimo, Cristoforo si recò in Licia a predicare e qui subì il martirio. 
L'epopea dei traghetti è ricordata da Franco Dolci nelle belle pagine di “Storie di fiume”. “Nel Cremonese – racconta Dolci - c’erano solo il ponte di Cremona e, a 45 chilometri, quello di Casalmaggiore. In alternativa, lavoravano i pittoreschi traghetti, rappresentati dalla barca a remi del “passatore” o da qualche grosso natante composto da due barconi in cemento e trainato da un vecchio motoscafo. Trasportavano persone, ma anche qualche automobile, o carichi di legname (le piante abbattute nei pioppeti limitrofi), carri e mezzi agricoli di agricoltori cremonesi (per esempio di San Daniele Po) che avevano terreni sulla sponda parmigiana.
E. Quiresi, il traghetto Stagno Lombardo-Polesine (1959)
I natanti trasbordavano anche allegre comitive di giovani che andavano alla “Festa de l’Unità” a Polesine Parmense. In quei momenti di allegria si esprimeva il piacere della libertà, dopo vent’anni di oppressione e terrore. Anche il fiume sembrava partecipasse all’esultanza collettiva per la riconquistata libertà. Su questi traghetti viaggiavano contadini, boscaioli, pescatori, merciai ambulanti senza licenza, imprenditori; i personaggi della legèera, cari a Danilo Montaldi; girovaghi, saltimbanchi come Braka, l’uomo dal triplice salto mortale che si esibiva nel rione Sant’Imerio a Cremona e nei paesi a cavallo del Po; le fattucchiere e gli strioni di cui parla Alberto Bevilacqua nei suoi libri dove si guarda al Po e alla sua gente con curiosità e tenerezza. I passatori, detti anche “portinai del Po”, erano noti lungo tutto il corso del fiume. Famoso era Orlando Grilli (detto Caronte) che traghettava in prossimità della foce dell’Adda. Con il suo traghetto univa la sponda cremonese (Crotta d’Adda) a quella lodigiana (Maccastorna). Orlando Grilli lavorò fin verso la fine del 1980. Poi un ponte moderno, costruito dalle amministrazioni provinciali di Cremona e Milano, rese inutile il suo servizio. Il “passatore” chiese a lungo di essere assunto come cantoniere presso l’amministrazione provinciale di Cremona, ma invano, perché era oltre i limiti di età.
Al traghetto Stagno Lombardo–Polesine Parmense provvedeva Dante. Da tutti era conosciuto con questo nome. Era anche socio della locale “Cooperativa Ghiaiaioli”. La forza di Dante si notava soprattutto quando era ai remi. Non aveva orari, bastava chiamarlo. Dalla sponda cremonese, portando le mani alla bocca, si urlava: «Dante! Dante!» Capitava che non rispondesse. Allora si ripeteva il grido e scattava il sistema di informazioni di cui Dante disponeva sulla sponda parmigiana. Dante appariva al suo porticciolo e gridava anche lui: «Vègni...!» Mollava gli ormeggi, infilava i remi negli scalmi (furcule) e si lanciava contro corrente, verso nord, poi a un certo punto del fiume cessava la vogata e sfruttava la corrente fino all’approdo. Legava la barca a un anello di ferro, caricava i passeggeri o le merci e prendeva la via del ritorno. Stessa spinta verso nord, stessa deriva verso il porticciolo parmigiano. Come passatore, Dante godeva di grande considerazione. Berengario, un merciaio ambulante senza licenza, era un suo grande amico: oltre a pagargli la modesta tariffa, gli offriva regolarmente uno dei primi bicchieri di bianco fresco fra i tanti che, con i rossi, avrebbe sorseggiato durante i suoi itinerari. Se al ritorno aveva un po’ di tempo, amava fare una partita di carte con Dante; poi il reimbarco e il paesaggio sul fiume nel tramonto infuocato”.
Prima nel marzo 1980 fosse inaugurato il nuovo ponte “Verdi” tra Isola Pescaroli e Roccabianca il servizio di trasporto era assicurato dal traghetto gestito da Natale Bia, un autentico uomo del Po che aveva trascorso la sua esistenza pescando, recuperando la legna semisepolta lasciata dalle piene sugli spiaggioni, cavando sabbia e ghiaia dal greto del fiume. L'imbarcazione era quasi in tutto simile a quella che garantiva il trasporto tra Stagno Lombardo e Porto Polesine, costituita da due grandi barconi di cemento coperti da un tavolato di legno trainati da un vecchio motoscafo. La gestione amministrativa del traghetto era affidata ad un consorzio dove erano rappresentate le due amministrazioni provinciali di Cremona e Parma e i comuni rivieraschi di San Daniele Po e Roccabianca.
Sempre Franco Dolci racconta come avvenne l'avvicendamento con il nuovo collegamento stradale tra le due sponde: “La lunga permanenza sul fiume lasciò il segno anche nella forte fibra di Natale Bia. Così il nostro “passator cortese” nel giugno 1975 rassegnò le dimissioni e il venir meno del traghetto provocò una crisi nel rapporto fra le sue sponde. Il blocco del servizio creò uno stato di agitazione nei suoi utenti. La stampa si fece portavoce del malumore diffuso e gli amministratori cercarono una soluzione. Quando la trovarono, si rivelò inadatta, al punto che per la negligenza del gestore che non aveva allentato gli ormeggi durante una piena, uno dei due barconi si inclinò e urtò con violenza contro la sponda sassosa del pennello e parzialmente naufragò. Si riprese allora un progetto che, in una prima formulazione risaliva addirittura al 1919 e il quale era stato riproposto, nel 1949, dal “piano” della Camera del lavoro: la costruzione di un ponte moderno che, con oltre 2 chilometri di lunghezza sarebbe stato il più lungo ponte fluviale italiano e che avrebbe risolto definitivamente le difficoltà dei rapporti fra l’Emilia Romagna e la Lombardia nella zona, favorendo lo sviluppo socio-economico della campagna spopolata a seguito delle trasformazioni dell’agricoltura. Nel 1975 venne firmata una intesa fra le amministrazioni provinciali di Cremona e Parma, e le amministrazioni regionali, con l’assenso del ministero dei Lavori pubblici. Le spese erano equamente ripartite tra le parti contraenti.
C’era intanto bisogno di un traghetto. Il Consiglio del Consorzio venne l’idea di rivolgersi a Gino Barbarini che appena era stato nominato Cavaliere al merito della Repubblica, per la molteplicità dei suoi impegni: ristoratore-albergatore, impresario dell’estrazione di ghiaia e sabbia dal Po, operatore per lo sgombero della neve in lunghi tratti di strade provinciali, sempre impegnato per lo sviluppo economico-sociale del territorio. Era fra i più grandi sostenitori del nuovo ponte.
Il Consiglio del Consorzio, valutato tutto, optò per il cavalier Barbarini e lui, nonostante le difficoltà, assunse la gestione del traghetto; il figlio era avvezzo ai lavori sul Po, in quanto lavorava già all’escavazione di ghiaia e sabbia con un natante di proprietà della famiglia. Si era trovato un nuovo natante a Guastalla e Barbarini si era dotato di un rimorchiatore per il traino e aveva reperito il personale. Domenica 4 dicembre 1977 si inaugurò solennemente il nuovo servizio. Barbarini fece funzionare il traghetto fino a che, l’8 marzo 1980, fu inaugurato il ponte”.
F. Patellani, l'approdo del traghetto a Cremona (1945)
I traghettatori del Po sono gli ultimi epigoni di un corposo nucleo di trasportatori, comprendente navaroli e barcaroli, che ancora alla fine del Settecento contava una vera e propria piccola flotta adisposizione della città, forte di cinque battelli e sette barche, per lo più destinate al noleggio. I navaroli censiti nel 1787 erano sei, ma ognuno di essi aveva probabilmente al suo servizio familiari e personale assunto come avventizio nei momenti di maggior necessità. Tra di essi vi era un vero e proprio armatore fluviale, un certo Antonio Rossi che possedeva tre barche e due battelli, che la notificazione censuaria definiva “condottiere sul Po”. Rossi, peraltro, fosse perché la condotta sul fiume non lo impegnava personalmente più di tanto, fosse che la disponibilità di diversi mezzi di trasporto lo favorisse nello svolgimento di attività collaterali, viene censito anche nella categoria degli spedizionieri con fondaco in contrada Zuecca (ora via Verdi), nonché in quella dei negozianti di cotoni ed altre merci all’ingrosso con magazzino in Dogana. La sua abitazione era sempre segnata in contrada Zuecca.
La rete dei traghetti, eliminata definitivamente solo negli anni tra 1975 ed il 1980, iniziò ad entrare in crisi nella seconda metà dell'Ottocento in quanto questi mezzi, seppur economici, non bastavano più a soddisfare le aumentate esigenze di trasporto, tanto che agli inizi del 1860 il Consiglio della Camera di Commercio di Cremona pensava di costituire una associazione che realizzasse un ponte di barche di fronte a Cremona per collegare le due rive. Già nell'ottobre del 1861 venne costituita la “Società anonima del Ponte su Po presso Cremona” amministrata dall'avvocato Luigi Sartoretti con il compito di realizzare il ponte. Questo ponte in barche, gestito con la riscossione dei pedaggi, costituiva il tanto auspicato collegamento stabile fra le due sponde del fiume distanti, al momento della inaugurazione del ponte nell’agosto del 1862, 610 metri diventati peraltro già oltre 800 l'anno successivo, in seguito a due forti piene. Il ponte, ubicato sulla sponda cremonese del fiume all’altezza dell’attuale largo Marinai d’Italia, era lungo 960 metri, posava su 72 chiatte composte, ciascuna, di due barche unite fra loro e aveva in servizio stabile un ingegnere, un assistente capo calafattiere, un esattore, un controllore, un capo marinaio, un calafattiere e sei marinai più del personale straordinario assunto in caso di necessità.


L'avvelenata

Pier Leone Ghezzi, la Commedia dell'arte (1674-1755)
Vincenza Armani era una delle donne più affascinanti del suo tempo. Può sembrare strano che la notizia della sua misteriosa morte a Cremona non venisse registrata dalle cronache, ma in quei tempi non doveva essere così raro l'utilizzo di mezzi estremi per liberarsi di rivali in amore o nell'arte e di personaggi politicamente scomodi. Dobbiamo pertanto solo all'elogio funebre dato alle stampe dal suo ultimo compagno d'arte ed amante, Adriano Valerini, se la tragica scomparsa di una donna così anticonformista per i suoi tempi, non è passata sotto silenzio.Vincenza è un'attrice, bellissima e di straordinario fascino e bravura, figlia di attori girovaghi, una delle prime donne protagoniste della Commedia dell'Arte. La sua fama ha varcato ormai i confini di Venezia, dove è nata verso il 1530, tanto da essere ricercata ovunque e da esser annunciata con colpi d'artiglieria e fuochi d'artificio quando arriva in qualche città per calcarvi le scene. E' ormai entrata nell'immaginario collettivo come la Marilyn Monroe del suo tempo. Nulla la può fermare e nessuna può gareggiare con lei per la prorompente bellezza, l'ammaliante fascino e la straordinaria bravura. Neppure l'altra grande attrice celebrata dal Vasari, Barbara Flaminia, a cui Giorgio dedica alcuni dei suoi rari sonetti e per la quale a Mantova si costituisce addirittura un partito che la sostiene nel confronto con Vincenza, nella stagione tra l'estate del 1567 e la primavera del 1568. Una cavalcata inarrestabile verso il successo fino a quell'11 settembre 1568.
Era circa un mese che la compagnia dei “Gelosi” di cui faceva parte Vincenza Armani, dove recitava anche il compagno della donna, il conte veronese Adriano Valerini, teneva i suoi spettacoli a Cremona. Vi era giunta con ogni probabilità dopo il 5 agosto, quando aveva presentato un'ultima recita a Mantova. Ed è appunto al duca Guglielmo Gonzaga che il 15 settembre giunge la lettera di un certo Gandolfo che lo informa della morte dell'attrice "atosegata in Cremona" qualche giorno prima. Non si saprà mai chi sia stato ad avvelenarla. Si parlò di un amante respinto, ma non è escluso che potesse essere stata anche un'attrice rivale. Cremona in quegli anni, insieme a Milano e Pavia, rientrava a pieno titolo negli itinerari preferiti dalle prime compagnie di comici dell'arte, anche quelle più affermate, e Milano, in particolare, rappresentava un'ottima possibilità di sosta e di guadagno per i gruppi di attori che si spostavano tra i due poli estremi di Parigi e di Firenze. Prima del sorpasso operato dal melodramma, le compagnie dei “Comici fideli milanesi” dei “Gelosi”, degli “Uniti”, ed “I Fedeli” erano spesso invitate dagli stess igovernatori e parecchi di questi attori ed autori pubblicavano a Milano o Pavia i testi per ricordare le loro rappresentazioni teatrali o per reclamizzare quelle future, dimostrando anche i buoni rapporti con l'aristocrazia e l'ambiente culturale e artistico del tempo. Tra il 1573 ed il 1575 a Milano, Cremona e Pavia si tennero le prime rappresentazioni di comici “confidenti nell'indulgenza del pubblico” come dimostra una richiesta al governatore de Ayamonte dell'8 giugno 1574 da cui si deduce che fin dall'anno precedente questo gruppo godesse di una sorta di monopolio nello spettacolo girovago. E da Cremona, dove aveva recitato nel 1574 nel ruolo dello Zanni, G.B. Vannini chiedeva che venisse trasferito a Milano un processo che lo vedeva coinvolto per favoreggiamento. (A. Coscetta- R.Carpani, La scena della gloria. Drammaturgia e spettacolo a Milano in età spagnola, 1995, p. 277).
Adriano Valerini
La fine di Vincenza Armani è dunque descritta con dovizia di particolari da Adriano Valerini che, per lei, aveva lasciato la famosa Lidia Bagnacavallo, alle cui grazie, però, sarebbe tornato subito dopo. “Cominciò sul mezzogiorno ad apparir nel suo bel corpo segno evidente di morte; - racconta nella sua orazione funebre pubblicata nel 1570 - le serene luci, già delle Grazie e d’Amor nido, languidette divennero, si scolorò il bel viso, e d’atra nebbia si ricoperse l’aria del volto; dalla intatta neve delle mani partissi ogni vital calore, e fredde le lasciò vie più che ghiaccio; caddero i vaghi fioretti delle guancie, e le vermiglie rose della bocca pallidette rimasero. Ond’ella, posto oggimai nella soglia della morte il piede, aperse i chiusi lumi e in me fisi volgendogli, come quasi volesse dell’ultimo suo sguardo bearmi, quella medesima soavità mi discese indi nel cuore, ch’altre volte vi cadde, quando benigni in me gli girava Amore. I raggi de quest’occhi, benché vicini a rimanere estinti, risplendeano come lucerna che far gran lume suole su ‘l finire; e col pietoso scintillar che a poco a poco venia meno presero licenza, finché una minima favilla arder ve ne fu vista da gli occhi miei che non cessavano di bagnarle il viso e ‘l seno, quasi pensando con tale umore ravivar i secchi fiori nel volto, che Morte con ingorda mano andava cogliendo, per tesserne al suo crine ghirlanda immortale.
Ella con le parole dolcissime ancora cercava di consolar il mio duolo, e stendendo le gelate mani m’asciugava le lagrime con un velo, co’l quale aveva anco asciugate le sue che per pietà del mio pianto spargea, che a gli occhi miei non lagrime, ma cristalli e diamanti sembravano. Al fine l’Alma, tutta in un lieve sospiro accolta, per dipartirsi stando su le labra, mi suonò nell’anima tai parole: Adriano, restati in pace, io me ne vado, a Dio; e quivi al sempiterno silenzio la bocca chiuse, e forono allora sepolti i concenti d’ogni dolcezza”.
Il tentativo di Valerini di mitizzare la donna non deve far dimenticare quale fosse, in realtà, la considerazione di cui godevano le prime attrici della Commedia dell'arte, ritenute spesso alla stregua di prostitute o, nella migliore delle ipotesi, cortigiane acculturate, una sorta di geishe del loro tempo. Le donne che si esibiscono per denaro, seppur, come nel caso di Vincenza, a livelli altissimi e con indiscussa preparazione culturale, sono oggetto di invettive e le loro commedie sono ritenute per decenni delle tentazioni peccaminose per il pubblico maschile, come scrive, ancora nel Seicento, de Mendoza, fantasticando su quanto possa accadere dietro le quinte: “Gli uomini sono dei giovani sfrenati, che pensano giorno e notte agli amori e imparano a memoria poesie amorose; le donne poi sono sempre, o quasi sempre spudorate. La coabitazione è libera, senza che le donne stiano per conto loro in camere da letto separate; perciò gli uomini le vedono sovente vestirsi, spogliarsi, pettinarsi; ora a letto, ora mezze nude; e sempre intente a parlare fra loro di cose lascive. Le donne sono spesso meretrici che fanno il mestiere a pagamento: e sulla scena spesso s’incontrano e l’uomo spoglia la donna e la veste, perché ella, senza perdere tempo, possa assumere nella commedia ruoli diversi. [...] In teatro raccontano gli amori dei personaggi su cui verte il la- voro teatrale e questi amori detti fra uomo e donna sono dardi infuocati. Costoro perché non dovranno fare sul serio in una stanza da letto ciò che a teatro fanno per ischerzo? Per le donne si aggiunge un altro pericolo per niente più lieve: spesso esse sono straordinariamente belle, eleganti nel portamento e nelle vesti, di facile parola, spiritose, abili nella danza e nel canto, esperte nell’arte della recitazione. E tutto ciò trascina gli spettatori alla libidine, sicché accade che molti se ne innamorano alla follia”.
Ovviamente, anche se trasfigurata dal suo amante come fosse la Beatrice dantesca o la Laura del Petrarca, la tragica scomparsa di Vincenza, avvelenata a Cremona, non sfugge a questa classificazione e, di conseguenza, se non fosse stato per gli sforzi di Adriano di eternarne il ricordo, noi oggi forse sapremmo molto meno di questa straordinaria attrice. Era sicuramente protetta dal marchese Federico Gonzaga di Gazzuolo, che non perdeva occasione di seguirla ovunque andasse a recitare. Era nata a Venezia intorno al 1530 da una famiglia di attori girovaghi originaria di Trento, che tuttavia le avevano impartito una approfondita educazione, se dobbiamo prestare fede alle parole del suo amante, secondo cui sarebbe stata "retore insigne, musica sublime, ...da se componeva i madrigali e li musicava e li cantava; suonatrice soavissima di vari strumenti, scultrice in cera valentissima, faconda e profonda parlatrice, e comica eccellentissima". Già a quindici anni possedeva perfettamente la lingua latina oltre all'italiana, e il suo debutto a Modena fu talmente eccezionale da lasciare l'uditorio, composto in massima parte da "letterati di grido", completamente sbalordito. In seguito, "l'Accademia degli Intronati di Siena disse più volte che quella donna riusciva meglio assai parlando all'improvviso, che i più consumati autori scrivendo pensatamente". Sempre Valerini riferisce che Vincenza recitava "in tre stili differenti: in commedia, in tragedia, e in pastorale". Nelle pastorali "da lei prima introdotte in scena", nelle quali sembra mostrasse eccezionale abilità, inseriva macchinosi intermedi in cui sosteneva le parti di Minerva, Mercurio, Venere e Apollo; in esse recitava nel ruolo di Clori, mentre nelle commedie amatorie si faceva di solito chiamare Lidia.
Nell'elogio funebre Valerini ci fornisce l'elenco delle città in cui Vincenza aveva recitato, probabilmente nella compagnia dei “Gelosi”: “in Roma, in Fiorenza, in Siena, in Luca, in Melano, in Brescia, in Verona, in Vicenza, in Padova, in Venezia, in Ferrara, in Mantoa, in Parma, in Piacenza, in Pavia, in Cremona, ed in altre Città, nelle quali tutte è rimaso il nome delle sue virtù impresso nelle umane menti, e i dolci accenti della sua voce risuonano ancora nell’orecchie di ciascuno, e se dir volessi i miracolosi effetti del suo bel ragionare, e quanti ella traesse ad amarla, e riverirla, vi converria longhissima istoria. Tacerò che nell’arrivar che faceva in molte Città si sparava l’artiglieria per l’allegrezza della sua giunta o del suo ritorno, ed i prencipali della terra le venivano all’incontro, ed i dotti venivano da lei come da un vivo Sole ad illuminarsi la mente da molti dubbi ch’avevano intorno a questioni filosofiche, e specialmente amatorie”.
Una compagnia della Commedia dell'arte
Sicuramente era una donna di grande bellezza, al punto da essere celebrata da molti poeti del tempo come Giovanni Saravalle, Giacomo Mocenigo, Giovanni Acciaiuoli, oltre naturalmente da Adriano Valerini che così la descrive: “Era la Signora Vincenza di statura piuttosto grande che no, e con tanta proporzione e conveniente misura eran situate le belle membra, che cosa sì ben composta altrove non fu vista mai; aveva del virile nel volto e ne i portamenti, onde se tallora in abito di
giovanetto si mostrava in Scena, non era alcuno che Donna l’avesse giudicata; aveva i capei lunghi di finissim’oro, alcuni in trecie avolti, alcuni negletti ad arte givan vagando ne i margini della fronte e, benché fosser sciolti, legavan però più fortemente i cori; la fronte come alabastro lucida e tersa sembrava quella parte di puro argento che nella Luna si vede, quando la circonferenza non ha ben compita ancora; le sottili e nere ciglia, da giusto intervallo divise, facevan sovra l’uno e l’altro occhio un arco che a’ loro sguardi aventava fiamma e foco: in queste ciglia, anzi che Morte facesse di lei l’ultimo scempio, scopersi io come Amor volse più volte tanta pietà de’ miei martiri, che fiera cagione mi porge ora di sospirarne la perdita che n’ho fatta così immatura. Nasceva il profilato naso da i confini delle ciglia scendendo per mezzo il volto con debita convenienza; fiammeggiavano gli occhi a guisa de Zaffiri ne i quali irraggi il Sole, e tra ‘l bianco e ‘l nero avean tanta vaghezza volgendosi, che ad ogni lor giro facean preda de mille cori: quelli or pii or minaccianti e severi movendo, avea dell’Anime l’impero, e mentre or pace or guerra alle genti indisse, parea che gli sguardi di Venere e di Marte avessero la forza e gli effetti. Ogni minimo cenno de quest’occhi, quando mansueti giravano, stillava tanta soavità ch’era ad ubidirgli astretta ogni ferma voglia, e come aperta favella avessero, davano ad uno sguardo solo ad intendere ogni concetto dell’animo; e come fidi messaggieri del core con sì grato silenzio non solamente parlavano, ma con benigna udienza ricceveano gli sguardi in vece de prieghi e de parole altrui, e così della lingua e dell’orecchie facevano l’ufficio. Con un sol moversi dunque scoprivano ogni voglia, or sfavillanti, or ridenti, or lusinghevoli ed or altieri; e se tallora rugiada di pianto versavano, più belle lagrime non fur viste mai, ed a queste potevan ceder quelle che l’Aurora sparse al misere- voi caso del suo diletto figlio. Le guancie, nella calda ed animata neve rosseggiando senza arteficio alcuno, eran de vaghi fioretti dipinte; la bocca, anzi il Paradiso, chiuso da due preziosissime porte de rubini e de perle, non solo alla vista porgeva contentezza estrema, ma all’udito ancora, mentre le accorte parolette e l’angelica armonia del canto mandava fuori”. L'immagine, inutile negarlo, di una diva.




venerdì 24 aprile 2020

La grande Cremona (1920)

Il palazzo Duemiglia a Cremona
Il “giardino del cremonese”: questo era il Comune di Due Miglia quando, cento anni fa, il 26 febbraio 1920, se ne decise la soppressione e l'aggregazione a Cremona, che per qualche anno si chiamò comune di “Cremona ed uniti”. Così lo descrive Angelo Grandi nel 1858 (Descrizione dello stato fisico, politico, statistico, storico, biografico della provincia e diocesi di Cremona, vol. II, p. 13): “Due Miglia. Provincia e diocesi, distretto I e pretura di Cremona. Comune con consiglio. Superficie pertiche 75.617; scudi 847.247, 00, 32. Abitanti 8385. La deputazione ha un ufficio proprio con residenza in Cremona, sotto la giurisdizione dell' I. R. Commissario comunale di polizia in città. Vi sono due medici e 3 levatrici. Questo comune non è un aggregato di caseggiati, cui possa applicarsi la denominazione di villaggio o borgo, ma è formato da casali e cascine coloniche, sparse quasi tutt'all'intorno di Cremona, partendo dai Corpi Santi, per il circuito irregolare di due ed in alcuni punti tre miglia, ed è suddiviso in sei quartieri chiamati di Picenengo composto di 29 frazioni; S. Ambrogiodi 13; Boschetto 27; S. Bernardo 45; S. Felice 31 e Battaglione 28. In totale tra casali e cascine num. 173, in cui vi sono 405 case. Ciascuno di questi quartieri è fornito di scuole elementari minori maschili e femminili. In quanto allo spirituale è distribuito il comune in parti, che differiscono dalla divisione politica, dirette dalle parrocchie di Picenengo, S. Ambrogio, S. Maria del Boschetto, S. Bernardo, S. Felice e S. Sigismondo, oltrechè varj altri casali in minor quantità spettano alle parrocchie di Castagnino Secco, Persico, S. Giacomo del Campo o Lovara, Bonemerse e S. Gioachino del Bosco. Il vasto territorio è in gran parte irriguo, ed alimentato anche col fino concime della città; per cui rigogliose veggonsi le ortaglie, copiosissime l messi, floridi i lini, il trifoglio, i geli e le viti; e per tanta ubertosità può chiamarsi il giardino del cremonese”.
Gli statuti cittadini del 1387-88 indicano una fascia di territorio circostante la città, aldilà del limite costituito dal cavo Cerca, un corso d'acqua derivato dal Naviglio civico. Era in effetti un terreno molto fertile, caratterizzato dalla presenza di orti e appezzamenti, spesso con la presenza di piccoli agglomerati, dove veniva largamente coltivata la vite, concepiti al servizio di vettovagliamento della città. In seguito alle pressanti richieste della città, questa fascia si era proporzionalmente allargata aumentando la fascia produttiva, fino a raggiungere tre miglia circa dalla cintura muraria della città. Nel catasto di Carlo V, compilato nel 1550-51 questo settore posto a nord della città, che si estende quasi a forma di ferro di cavallo intorno alle mura, inizia ad essere denominato “Due Miglia”: la vite vi è coltivata in forma intensiva ed impegna circa il 65% dell'intera superficie agraria, a fronte di quasi il 25% destinato al seminativo, ed il restante parte a prato e parte ad orti e giardini per circa il 3,5%.
La Cremona, che conosciamo oggi, risultava dunque spalmata su un cuore centrale, identificabile nell'attuale centro storico con qualche propaggine periferica, su una fascia territoriale ad esso esterna, chiamata dei “Corpi Santi”, e su un ferro di cavallo (il Comune di Due Miglia). Che, praticamente da Ovest ad Est, comprimeva il nucleo centrale, già delimitato a Sud, dai predetti “Corpi Santi” affacciati sul Po. Uno scenario, questo, più coerente ad una città delle mura e dei ponti levatoi, dei poteri del conte vescovo e delle parrocchie, che non alle esigenze poste dai profondi mutamenti che erano in vista.
L'architrave che sosteneva una simile assurdità era rappresentato, a Cremona come in altri comuni capoluogo (come Milano), dall'impianto della esazione dei dazi, fondamentali per quel modello tributario e motivo di privilegio per alcuni ceti.
“I Corpi Santi”, cioè la fascia di territorio immediatamente a ridosso dei bastioni cittadini, all'inizio del XVII secolo aveva una superficie di 7.802 pertiche sulla quale insistevano una cinquantina di abitazioni ed alcuni mulini, ma non erano presenti edifici di culto. La parte meridionale del territorio era costituita dalle golene del Po ed era soggetta a periodiche alluvioni, mentre quella più vicina alla città era destinata solitamente ad ospitare gli accampamenti militari delle armate che periodicamente assediavano la città e, di conseguenza, bersaglio preferito dell'artiglieria difensiva posta sulle mura. Era pertanto una zona scarsamente popolata, soprattutto in seguito alla distruzione delle borgate, un tempo esistenti fuori dalle mura, in occasione degli eventi bellici. Per secoli le cascine appena fuori le mura della città di Cremona erano state poste in una condizione amministrativa anomala, essendo soggette alla città ma non avendo accesso all'amministrazione comunale, in una situazione in parte simile a diversi altri capoluoghi lombardi. L'anomalia cremonese rispetto alle altre province era il fatto che qui il territorio suburbano era ulteriormente suddiviso in due cerchie, i Corpi Santi propriamente detti fino ad un miglio dalla città, e le Due Miglia fino a tale distanza. Non è nota con certezza la motivazione di una simile anomalia, forse dettata da ragioni di difesa militare essendo le due comunità separate dal Naviglio civico, o forse per motivi fiscali, essendo ulteriormente diminuiti i diritti dei duemiglini e conseguentemente aumentato il carico erariale. Nel 1756, in seguito alla riforma del catasto voluta dal governo austriaco, il territorio dei Corpi Santi fu unito a Cremona con il nome di “Corpi Santi dentro l'acqua”, in quanto compreso all'interno del Cavo Cerca. I Corpi Santi rimasero uniti alla città fino al 1805, quando furono costituiti in comune autonomo, per poi essere nuovamente riuniti nel 1810 in seguito alla disposizione del governo francese di concentrare i piccoli comuni in quelli maggiori. Con ritorno degli austriaci si ritornò allo status quo precedente e i Corpi Santi furono uniti al Comune di Cremona di cui costituirono il circondario.
Il sindaco di Cremona Attilio Botti
Ben diverso il destino delle Due Miglia. Dalla seconda metà del sec. XVII il territorio fu costituito dai sei quartieri di Picenengo, Soncino (poi S. Ambrogio), Boschetto, San Bernardo, San Felice e Battaglione. Il governo all'Università degli estimati e ad alcuni ufficiali: i consoli, i deputati, il tesoriere, il cancelliere e il ragionato. Nel Compartimento territoriale teresiano del 1757 il territorio è costituito ancora da questi sei quartieri e nel 1758 fu emanata una riforma particolare per il suo governo.Tra il 1798 ed il 1801 i sei quartieri furono costituiti in altrettanti comuni autonomi, aggregati nel 1805 nel ricostituito comune di Due Miglia. Con l'attivazione dei comuni in base alla compartimentazione territoriale del regno lombardo-veneto, le Due Miglia, costituite da Boschetto, Quartiere del Battaglione, Picenengo, Sant’Ambrogio, San Bernardo e San Felice, dal 1816 facevano parte del distretto I di Cremona della provincia di Cremona.
Nel 1853 le Due Miglia, sempre costituite da quartiere Boschetto, Battaglione, Picenengo, Sant’Ambrogio, San Bernardo e San Felice, erano un comune con consiglio con ufficio proprio del distretto I di Cremona della provincia di Cremona e contavano 8198 abitanti. Nel 1867 fu aggregato il comune di Cava Tigozzi.
Nel frattempo si ragionava su una possibile aggregazione a Cremona, ma solo nel 1914, quando sia al Due Miglia che nel capoluogo arrivarono al governo due amministrazioni socialiste, la questione venne affrontata affidando uno studio all'onorevole Antonino Graziadei, che, nel giugno 1919, consegnò la sua relazione, sostenendo l'utilità dell'operazione per una serie di motivi. Innanzi tutto la mancanza di una soluzione di continuità che obbligava il centro di Cremona all'interno di una cintura costituita da un altro comune; poi le maggiori funzioni a carico dei comuni che obbligavano quelli vicini a raggrupparsi per farvi fronte insieme; l'assurdità di una situazione che, in mancanza di un'area esterna, aveva costretto da un lato il Comune di Cremona a scorporare una piccola zona del Due Miglia per realizzarvi il proprio cimitero e dall'altro il Due Miglia a insediare fuori del proprio territorio gli uffici comunali nel centro di Cremona, ed infine i vantaggi che ne sarebbero derivati nei termini di funzionamento dei servizi pubblici. La relazione, e la relativa convenzione, vennero presentate all'approvazione del consiglio comunale del 28 giugno 1919 insieme alla delibera da presentare al Governo per ottenere il decreto del Re che approvasse l'unificazione. Le uniche perplessità vennero dall'ingegner Remo Lanfranchi sul fatto di approvare gli articoli della convenzione. 
Il sindaco di Due Miglia Attilio Boldori
Si trattava di 9 articoli che disciplinavano le rendite patrimoniali e le passività dei due comuni che sarebbero andate in carico al nuovo comune, il quale avrebbe assunto la denominazione di “Cremona ed Uniti”. Il nuovo organismo avrebbe costruito tutte le strade di comunicazione già deliberate dal Due Miglia, e curato l'estensione del servizio tramviario nei principali quartieri aggregati, risolvendo nel miglior modo possibile il problema dei passaggi a livello. Per quanto riguardava l'istruzione pubblica il nuovo comune avrebbe costruito tre nuovi edifici scolastici nei quartieri di San Bernardo, Picenengo e Boschetto, già progettati e deliberati dal Due Miglia, dotati di un doposcuola e di un asilo ed ammettendovi gratuitamente gli alunni più poveri, a cui sarebbe stata sommistrata gratuitamente la refezione. A tutti i quartieri di Due Miglia sarebbero stati estesi gli impianti per la distribuzione dell'acqua potabile e dell'energia elettrica. L'articolo 7 era dedicato interamente all'Ospizio Soldi, sorto a Due Miglia, che sarebbe stato migliorato con l'aggregazione di un'ulteriore area, ed amministrato in modo autonomo da un consiglio di cinque membri scelti e nominati, uno fra la famiglia del dottor Francesco Soldi in linea discendente ed altri quattro fra gli elettori residenti nel comune di Due Miglia. Il nuovo comune sarebbe stato tenuto a ricoverare a proprio carico almeno 130 fra anziani e malati cronici appartenenti al Due Miglia, scelti dal consiglio di amministrazione, ed a stanziare nel bilancio per l'assistenza a domicilio di famiglie bisognose del Due Miglia una somma che non sarebbe stata inferiore alla media spesa nel quinquennio 1914-1918 dallo stesso comune, affidandone l'erogazione alla Congregazione di Carità. Le funzioni di esattoria e tesoreria sarebbero rimaste in carico all'ufficio del Comune di Cremona secondo il contratto esistente con la Banca del Monte di Pietà. Lo schema di convenzione e l'ordine del giorno vennero approvati all'unanimità anche in seconda lettura il 5 luglio. La richiesta, su carta bollata da due lire, è firmata dai due sindaci socialisti Attilio Botti per Cremona e Attilio Boldori per Due Miglia.
Il decreto di unificazione dei due comuni, firmato il 10 febbraio 1920 dal re Vittorio Emanuele III, venne pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 26 febbraio.



Brigida Giorgi, da piccola fiammiferaia a stella

J. Hopkins, Brigida Banti. coll. priv., 1797
Non era bella, non veniva da una buona famiglia e non era neppure istruita, ma quando cantava la sua voce era quella di un angelo, irraggiungibile ed ineffabile. C'è chi dice che fosse nata a Cremona, Crema ne ha rivendicato per qualche tempo la nascita, ma in realtà Brigida Giorgi, la più grande voce femminile del Settecento, aveva visto la luce nella parrocchia di San Lorenzo di Monticelli d'Ongina il 1 maggio 1755. Fu a Cremona, però, che trascorse la sua infanzia, accompagnando il padre Jacopo, suonatore girovago di violino e mandolino, da una piazza all'altra all'ombra del Torrazzo. Anche Brigida suonava il mandolino, ma era la sua giovane voce ad incantare, agli angoli delle strade, i frettolosi passanti. Il padre Jacopo era anche barcaiolo e, quando si trattò di dare alla figlia un minimo di educazione scolastica, aveva passato definitivamente il Po stabilendosi a Cremona. Furono dunque le contrade cremonesi il primo palcoscenico di Brigida che, tra le sue doti, non aveva certo quella dell'avvenenza. “La Banti era una femminaccia ignorante, sciocca ed insolente che, avvezza nella sua prima giovinezza a cantar pei caffè, e per la strada, portò sul teatro, dove la sola voce la condusse, tutte le abitudini, le maniere e i costumi di una sfacciata corista. Libera nel parlare, più libera nelle azioni, dedita alla crapola, alle dissolutezze ed alla bottiglia, appariva sempre quello che era in faccia a tutti, non conosceva misure, non aveva ritegni, e quando alcuna delle sue passioni era stuzzicata dalle difficoltà, dalle avversità o dalle opposizioni, diventava un aspide, una furia, un demone dell’inferno che sarebbe bastato da solo a sconvolgere tutto un impero, non che un teatro”. Così la descrive, quando ormai era già sposata, Lorenzo da Ponte, il librettista di Mozat, nelle sue “Memorie”.
Brigida, con il padre e la madre Antonia Raimondi, restano a Cremona fin verso il 1773 continuando a guadagnarsi da vivere cantando e suonando nelle piazze, ma in seguito alla prematura morte di un parente, con la conseguente perdita di un valido sussidio economico, la famiglia è costretta a separarsi per cercare fortuna. Brigida resta col padre ed inizia a girovagare nelle altre città del Nord, spingendosi anche fuori dall'Italia. Per circa due anni si esibisce in paesi e villaggi della Germania, finché nel 1775 i due decidono di recarsi a Parigi. E qui inizia la fortuna di Brigida che, di certo, ha intraprendenza e carattere da vendere. Il figlio Stanislao racconta nella biografia della madre che durante il viaggio verso Parigi padre e figlia vennero assaliti da una banda di malviventi, messi però in fuga dalla ragazza stessa, che, sorprendendo tutti, si era impossessata della pistola del genitore.
A Parigi i Giorgi vivono per circa tre anni, cantando dapprima davanti ai caffè dei boulevards e sugli angoli delle strade. Durante una di queste esibizioni la giovane Brigida viene notata da de Vismes du Valgay, impresario ed ex direttore dell'Opéra-Comique che, colpito dalla voce calda e vibrante della ragazza le propone un'audizione. De Vismes le fa ascoltare un'aria di agilità di Sacchini, che Brigida canta alla perfezione, pur non avendo alcuna nozione di solfeggio né di teoria musicale. Madame Vigée-Le Brun, ritrattista ufficiale della regina Maria Antonietta, racconta invece nei “Souvenirs” di un incontro della regina con la Banti, senza precisarne l’anno o la città. “Io non so il perché, ma mi ero prefigurata la Banti essere di corporatura prodigiosamente giunonica.- racconta - Al contrario, quando la vidi, constatai che era di una corporatura piccola, minuta e di aspetto non bello, con una tale quantità di capelli che il suo chignon rassomigliava ad una criniera di cavallo. Ma che voce! Non si può istituire alcun paragone con la potenza e l’estensione di quella voce: la sala, in tutta la sua grandezza, non poteva contenerla. Lo stile del suo canto, lo ricordo bene, era assolutamente lo stesso di quello adottato dal famoso Pacchierotti, cui Madame Grassini venne in seguito paragonata. Questa famosa cantante aveva un aspetto del tutto particolare: il petto era notevolmente alto e costruito a guisa di un mantice. Questo è ciò che mi sovvenne quella sera allorchè, alla fine del concerto, assieme a qualche altra dama, feci in modo di passarle accanto in un camerino. Fu allora che io pensai che questo inconsueto meccanismo respiratorio potesse contenere e sprigionare la forza e l’agilità della sua voce”.
In ogni caso, dopo la prova canora effettuata con de Vismes Brigida esordisce nel 1776 all'Opéra-Bouffe negli intervalli fra gli atti dell'Iphigénie en Aulide di Gluck in un'aria di Piccinni e in una di Sacchini. Nonostante tali esibizioni le procurino immediatamente alcune scritture all'Opéra, Brigida nel 1779 decide di lasciare la Francia, a causa dei boicottaggi cui è sottoposta da parte delle altre primedonne della compagnia, e di trasferirsi a Londra, debuttando in un concerto con orchestra alla sala del Pantheon di Oxford street. Qui ha l'occasione di essere ascoltata da Lucrezia Aguiari, detta La Bastardella; la famosa cantante, che avrebbe lasciato Londra pochi giorni dopo, le dona 100 sterline annue per permetterle di affrontare uno studio più sistematico e Brigida inizia così a frequentare il compositore Antonio Sacchini, nel frattempo da Parigi stabilitosi definitivamente a Londra, che a sua volta la affida a Gabriele Mario Piozzi, musicista e compositore originario di Quinzano d'Oglio naturalizzato britannico, e poi al celebre violista da gamba Karl Friedrich Abel.
Da quel momento la fortuna di Brigida non conosce confini. A Londra conosce il danzatore veneziano Zaccaria Banti, che l'anno seguente sposa ad Amsterdam, i due si trasferiscono poi a Venezia e da lì, nel 1780, a Vienna. Sono di nuovo a Londra l'anno seguente perchè il marito deve presentare alcune coreografie per il Covent Garden, dopodiché tornano in Italia, dividendosi tra Firenze, dove Brigida debutta nel 1782, Venezia e Trieste, per poi raggiungere Napoli e Torino, Padova, Livorno, Reggio Emilia e Milano. Nell'inverno 1786 viene invitata personalmente a Varsavia dal re di Polonia Stanislao Poniatowski, che la assume come cantante di corte insieme al compositore piemontese Giovan Battista Viotti. A Varsavia Brigida diviene talmente celebre da potersi permettere di interrompere una rappresentazione, essendosi risentita per l'eccessivo brusio di alcuni spettatori, e deve intervenire lo stesso re re per calmare le sue ire. Torna poi in Italia dove partecipa ancora ad una nutrita serie di rappresentazioni, prima di partire nel 1793 per la Spagna, stabilendosi a Madrid, dove gode di protezioni altolocate, come quella della duchessa di Osuna, madrina del terzo figlio della cantante. Da qui torna in Inghilterra. Arriva a Plymouth ai primi dell'aprile 1794, dopo aver rischiato il naufragio; a metà del mese è a Londra, dove l'impresario del King's theatre le offre un compenso tra le 1400 e le 1500 sterline annue, con l'obbligo di ricoprire esclusivamente ruoli principali, una serata d'onore per ogni stagione, alloggio a carico della direzione, copertura delle spese straordinarie e di viaggio, nonché la protezione nella compagnia di Viotti. Nell'aprile 1802 decide di tornare in Italia, dove inizia una relazione sentimentale con il tenore Diomiro Tramezzani, che, ancora sconosciuto, raggiunge una celebrità quasi immediata cantando a fianco di Brigida nell'Antigona di Bianchi al Comunale di Bologna nell'autunno 1802, e alla Fenice di Venezia nel Mitridate di S. Nasolini nel 1803. Nel 1804, dopo aver cantato al teatro Nuovo di Brescia, la Giorgi si reca a Livorno, dove viene contagiata da un'epidemia di febbre gialla che la costringe a una lunga quarantena; ristabilitasi, partecipa ai festeggiamenti dati nel 1805 al teatro alla Scala per l'incoronazione di Napoleone, re d'Italia. Nel teatro milanese canta per tutto il 1805, poi tornò a Bologna, dove si esibì en travesti al teatro del Corso ne I riti di Efeso di G. Farinelli. Nel novembre dello stesso anno, trovandosi in difficoltà finanziarie, accetta una scrittura per Venezia; ma il fisico già debilitato dalla precedente malattia, nonché il clima malsano della laguna le provocano un grave attacco di febbre, probabilmente di polmonite. Dopo tre mesi di malattia Brigida muore, appena cinquantenne, il 28 febbraio 1806 a Bologna, che poi le dedicherà un monumento chiamandola “cremonese”. I suoi funerali vengono celebrati nella chiesa di S. Tommaso in strada maggiore e le spoglie sepolte nel cimitero della Certosa.
Brigida Banti, stampa, 1792
Anche se a Cremona Brigida Giorgi ha trascorso l'infanzia, in realtà la cantante mantenne nel corso della sua vita artistica un legame con la città. Tra le maggiori e più costanti sue collaborazioni è infatti presente quella col compositore cremonese Francesco Bianchi, che a Cremona rappresentò il suo primo lavoro teatrale nel 1772. Attraverso le sue opere la cantante esplorò il mondo dell’opera seria settecentesca, interpretando celebri eroine tragiche come Semiramide, Briseide e Tisbe. Anche Bianchi, come la Giorgi, ebbe grande fortuna all'estero, sopratutto a Londra, dove diresse il Crow Street Theatre per due anni dal 1798, e a Dublino l'Astley's Theatre.
Alcuni hanno scritto che Brigida Giorgi ignorasse la musica e che basò la carriera cantando a orecchio: possedeva però le doti naturali per essere una beniamina del pubblico per la teatralità e la purezza della voce 'sontuosa', al punto di meritare il titolo di "virtuose du siècle". Il medico cremonese Benedetto Frizzi, originario di Ostiano, nella sua “Dissertazione di biografia musicale” (Trieste, 1802) scrisse: "Questa fu la cantante che ha mosso in me l'ammirazione e la tenerezza più grande. Non era bella, ma non era priva delle sceniche grazie. Una voce che non ho sentito l'uguale in quanto alla sonorità, con suoni medii fortissimi, acuti, estesi e sorprendenti; con un trillo granito e veloce nell'allegro; e moderato come esser deve, nell'adagio; uno studio di voce inimitabile, con salti i più regolarmente intonati e, più d'ogni altro, una tenerezza commovente nel teatro". Michael Kelly del King's Theatre confermò che era "la più perfetta, la più appassionata e la più divina cantante che avesse udito", come pure si narra che l'imperatore d'Austria, durante il passaggio della cantante a Vienna nel 1790, la presentasse al suo seguito come "la più bella voce d'Europa". 

Quella di Brigida fu una voce fuori dal comune: Francois Joseph Fétis nella sua monumentale Biographie universelle des musiciens et bibliographie générale de la musique narra che i medici che ne effettuarono l'autopsia poterono constatare una laringe di eccezionale grandezza, una cassa toracica particolarmente voluminosa e polmoni di dimensioni di due terzi superiori alla media, il che le permetteva una non comune ampiezza di inspirazione e lunghezza di fiati, mentre il figlio scrisse che aveva "due coste spurie in più delle altre donne, da ambo i lati". La Giorgi non aveva avuto un'educazione musicale completa; dotata di una memoria musicale prodigiosa, cantava a orecchio ed era in grado di ripetere all'istante ogni brano che le veniva proposto, eseguendolo con stile appropriato; inoltre amava ripetere più volte i "da capo" con variazioni sempre diverse. E se in teatro era addirittura aggressiva nei confronti delle rivali, nella vita privata era invece amabilissima, avendo assimilato i modi delle dame aristocratiche, le quali facevano a gara per averla ai loro ricevimenti.