domenica 10 maggio 2020

L'avvelenata

Pier Leone Ghezzi, la Commedia dell'arte (1674-1755)
Vincenza Armani era una delle donne più affascinanti del suo tempo. Può sembrare strano che la notizia della sua misteriosa morte a Cremona non venisse registrata dalle cronache, ma in quei tempi non doveva essere così raro l'utilizzo di mezzi estremi per liberarsi di rivali in amore o nell'arte e di personaggi politicamente scomodi. Dobbiamo pertanto solo all'elogio funebre dato alle stampe dal suo ultimo compagno d'arte ed amante, Adriano Valerini, se la tragica scomparsa di una donna così anticonformista per i suoi tempi, non è passata sotto silenzio.Vincenza è un'attrice, bellissima e di straordinario fascino e bravura, figlia di attori girovaghi, una delle prime donne protagoniste della Commedia dell'Arte. La sua fama ha varcato ormai i confini di Venezia, dove è nata verso il 1530, tanto da essere ricercata ovunque e da esser annunciata con colpi d'artiglieria e fuochi d'artificio quando arriva in qualche città per calcarvi le scene. E' ormai entrata nell'immaginario collettivo come la Marilyn Monroe del suo tempo. Nulla la può fermare e nessuna può gareggiare con lei per la prorompente bellezza, l'ammaliante fascino e la straordinaria bravura. Neppure l'altra grande attrice celebrata dal Vasari, Barbara Flaminia, a cui Giorgio dedica alcuni dei suoi rari sonetti e per la quale a Mantova si costituisce addirittura un partito che la sostiene nel confronto con Vincenza, nella stagione tra l'estate del 1567 e la primavera del 1568. Una cavalcata inarrestabile verso il successo fino a quell'11 settembre 1568.
Era circa un mese che la compagnia dei “Gelosi” di cui faceva parte Vincenza Armani, dove recitava anche il compagno della donna, il conte veronese Adriano Valerini, teneva i suoi spettacoli a Cremona. Vi era giunta con ogni probabilità dopo il 5 agosto, quando aveva presentato un'ultima recita a Mantova. Ed è appunto al duca Guglielmo Gonzaga che il 15 settembre giunge la lettera di un certo Gandolfo che lo informa della morte dell'attrice "atosegata in Cremona" qualche giorno prima. Non si saprà mai chi sia stato ad avvelenarla. Si parlò di un amante respinto, ma non è escluso che potesse essere stata anche un'attrice rivale. Cremona in quegli anni, insieme a Milano e Pavia, rientrava a pieno titolo negli itinerari preferiti dalle prime compagnie di comici dell'arte, anche quelle più affermate, e Milano, in particolare, rappresentava un'ottima possibilità di sosta e di guadagno per i gruppi di attori che si spostavano tra i due poli estremi di Parigi e di Firenze. Prima del sorpasso operato dal melodramma, le compagnie dei “Comici fideli milanesi” dei “Gelosi”, degli “Uniti”, ed “I Fedeli” erano spesso invitate dagli stess igovernatori e parecchi di questi attori ed autori pubblicavano a Milano o Pavia i testi per ricordare le loro rappresentazioni teatrali o per reclamizzare quelle future, dimostrando anche i buoni rapporti con l'aristocrazia e l'ambiente culturale e artistico del tempo. Tra il 1573 ed il 1575 a Milano, Cremona e Pavia si tennero le prime rappresentazioni di comici “confidenti nell'indulgenza del pubblico” come dimostra una richiesta al governatore de Ayamonte dell'8 giugno 1574 da cui si deduce che fin dall'anno precedente questo gruppo godesse di una sorta di monopolio nello spettacolo girovago. E da Cremona, dove aveva recitato nel 1574 nel ruolo dello Zanni, G.B. Vannini chiedeva che venisse trasferito a Milano un processo che lo vedeva coinvolto per favoreggiamento. (A. Coscetta- R.Carpani, La scena della gloria. Drammaturgia e spettacolo a Milano in età spagnola, 1995, p. 277).
Adriano Valerini
La fine di Vincenza Armani è dunque descritta con dovizia di particolari da Adriano Valerini che, per lei, aveva lasciato la famosa Lidia Bagnacavallo, alle cui grazie, però, sarebbe tornato subito dopo. “Cominciò sul mezzogiorno ad apparir nel suo bel corpo segno evidente di morte; - racconta nella sua orazione funebre pubblicata nel 1570 - le serene luci, già delle Grazie e d’Amor nido, languidette divennero, si scolorò il bel viso, e d’atra nebbia si ricoperse l’aria del volto; dalla intatta neve delle mani partissi ogni vital calore, e fredde le lasciò vie più che ghiaccio; caddero i vaghi fioretti delle guancie, e le vermiglie rose della bocca pallidette rimasero. Ond’ella, posto oggimai nella soglia della morte il piede, aperse i chiusi lumi e in me fisi volgendogli, come quasi volesse dell’ultimo suo sguardo bearmi, quella medesima soavità mi discese indi nel cuore, ch’altre volte vi cadde, quando benigni in me gli girava Amore. I raggi de quest’occhi, benché vicini a rimanere estinti, risplendeano come lucerna che far gran lume suole su ‘l finire; e col pietoso scintillar che a poco a poco venia meno presero licenza, finché una minima favilla arder ve ne fu vista da gli occhi miei che non cessavano di bagnarle il viso e ‘l seno, quasi pensando con tale umore ravivar i secchi fiori nel volto, che Morte con ingorda mano andava cogliendo, per tesserne al suo crine ghirlanda immortale.
Ella con le parole dolcissime ancora cercava di consolar il mio duolo, e stendendo le gelate mani m’asciugava le lagrime con un velo, co’l quale aveva anco asciugate le sue che per pietà del mio pianto spargea, che a gli occhi miei non lagrime, ma cristalli e diamanti sembravano. Al fine l’Alma, tutta in un lieve sospiro accolta, per dipartirsi stando su le labra, mi suonò nell’anima tai parole: Adriano, restati in pace, io me ne vado, a Dio; e quivi al sempiterno silenzio la bocca chiuse, e forono allora sepolti i concenti d’ogni dolcezza”.
Il tentativo di Valerini di mitizzare la donna non deve far dimenticare quale fosse, in realtà, la considerazione di cui godevano le prime attrici della Commedia dell'arte, ritenute spesso alla stregua di prostitute o, nella migliore delle ipotesi, cortigiane acculturate, una sorta di geishe del loro tempo. Le donne che si esibiscono per denaro, seppur, come nel caso di Vincenza, a livelli altissimi e con indiscussa preparazione culturale, sono oggetto di invettive e le loro commedie sono ritenute per decenni delle tentazioni peccaminose per il pubblico maschile, come scrive, ancora nel Seicento, de Mendoza, fantasticando su quanto possa accadere dietro le quinte: “Gli uomini sono dei giovani sfrenati, che pensano giorno e notte agli amori e imparano a memoria poesie amorose; le donne poi sono sempre, o quasi sempre spudorate. La coabitazione è libera, senza che le donne stiano per conto loro in camere da letto separate; perciò gli uomini le vedono sovente vestirsi, spogliarsi, pettinarsi; ora a letto, ora mezze nude; e sempre intente a parlare fra loro di cose lascive. Le donne sono spesso meretrici che fanno il mestiere a pagamento: e sulla scena spesso s’incontrano e l’uomo spoglia la donna e la veste, perché ella, senza perdere tempo, possa assumere nella commedia ruoli diversi. [...] In teatro raccontano gli amori dei personaggi su cui verte il la- voro teatrale e questi amori detti fra uomo e donna sono dardi infuocati. Costoro perché non dovranno fare sul serio in una stanza da letto ciò che a teatro fanno per ischerzo? Per le donne si aggiunge un altro pericolo per niente più lieve: spesso esse sono straordinariamente belle, eleganti nel portamento e nelle vesti, di facile parola, spiritose, abili nella danza e nel canto, esperte nell’arte della recitazione. E tutto ciò trascina gli spettatori alla libidine, sicché accade che molti se ne innamorano alla follia”.
Ovviamente, anche se trasfigurata dal suo amante come fosse la Beatrice dantesca o la Laura del Petrarca, la tragica scomparsa di Vincenza, avvelenata a Cremona, non sfugge a questa classificazione e, di conseguenza, se non fosse stato per gli sforzi di Adriano di eternarne il ricordo, noi oggi forse sapremmo molto meno di questa straordinaria attrice. Era sicuramente protetta dal marchese Federico Gonzaga di Gazzuolo, che non perdeva occasione di seguirla ovunque andasse a recitare. Era nata a Venezia intorno al 1530 da una famiglia di attori girovaghi originaria di Trento, che tuttavia le avevano impartito una approfondita educazione, se dobbiamo prestare fede alle parole del suo amante, secondo cui sarebbe stata "retore insigne, musica sublime, ...da se componeva i madrigali e li musicava e li cantava; suonatrice soavissima di vari strumenti, scultrice in cera valentissima, faconda e profonda parlatrice, e comica eccellentissima". Già a quindici anni possedeva perfettamente la lingua latina oltre all'italiana, e il suo debutto a Modena fu talmente eccezionale da lasciare l'uditorio, composto in massima parte da "letterati di grido", completamente sbalordito. In seguito, "l'Accademia degli Intronati di Siena disse più volte che quella donna riusciva meglio assai parlando all'improvviso, che i più consumati autori scrivendo pensatamente". Sempre Valerini riferisce che Vincenza recitava "in tre stili differenti: in commedia, in tragedia, e in pastorale". Nelle pastorali "da lei prima introdotte in scena", nelle quali sembra mostrasse eccezionale abilità, inseriva macchinosi intermedi in cui sosteneva le parti di Minerva, Mercurio, Venere e Apollo; in esse recitava nel ruolo di Clori, mentre nelle commedie amatorie si faceva di solito chiamare Lidia.
Nell'elogio funebre Valerini ci fornisce l'elenco delle città in cui Vincenza aveva recitato, probabilmente nella compagnia dei “Gelosi”: “in Roma, in Fiorenza, in Siena, in Luca, in Melano, in Brescia, in Verona, in Vicenza, in Padova, in Venezia, in Ferrara, in Mantoa, in Parma, in Piacenza, in Pavia, in Cremona, ed in altre Città, nelle quali tutte è rimaso il nome delle sue virtù impresso nelle umane menti, e i dolci accenti della sua voce risuonano ancora nell’orecchie di ciascuno, e se dir volessi i miracolosi effetti del suo bel ragionare, e quanti ella traesse ad amarla, e riverirla, vi converria longhissima istoria. Tacerò che nell’arrivar che faceva in molte Città si sparava l’artiglieria per l’allegrezza della sua giunta o del suo ritorno, ed i prencipali della terra le venivano all’incontro, ed i dotti venivano da lei come da un vivo Sole ad illuminarsi la mente da molti dubbi ch’avevano intorno a questioni filosofiche, e specialmente amatorie”.
Una compagnia della Commedia dell'arte
Sicuramente era una donna di grande bellezza, al punto da essere celebrata da molti poeti del tempo come Giovanni Saravalle, Giacomo Mocenigo, Giovanni Acciaiuoli, oltre naturalmente da Adriano Valerini che così la descrive: “Era la Signora Vincenza di statura piuttosto grande che no, e con tanta proporzione e conveniente misura eran situate le belle membra, che cosa sì ben composta altrove non fu vista mai; aveva del virile nel volto e ne i portamenti, onde se tallora in abito di
giovanetto si mostrava in Scena, non era alcuno che Donna l’avesse giudicata; aveva i capei lunghi di finissim’oro, alcuni in trecie avolti, alcuni negletti ad arte givan vagando ne i margini della fronte e, benché fosser sciolti, legavan però più fortemente i cori; la fronte come alabastro lucida e tersa sembrava quella parte di puro argento che nella Luna si vede, quando la circonferenza non ha ben compita ancora; le sottili e nere ciglia, da giusto intervallo divise, facevan sovra l’uno e l’altro occhio un arco che a’ loro sguardi aventava fiamma e foco: in queste ciglia, anzi che Morte facesse di lei l’ultimo scempio, scopersi io come Amor volse più volte tanta pietà de’ miei martiri, che fiera cagione mi porge ora di sospirarne la perdita che n’ho fatta così immatura. Nasceva il profilato naso da i confini delle ciglia scendendo per mezzo il volto con debita convenienza; fiammeggiavano gli occhi a guisa de Zaffiri ne i quali irraggi il Sole, e tra ‘l bianco e ‘l nero avean tanta vaghezza volgendosi, che ad ogni lor giro facean preda de mille cori: quelli or pii or minaccianti e severi movendo, avea dell’Anime l’impero, e mentre or pace or guerra alle genti indisse, parea che gli sguardi di Venere e di Marte avessero la forza e gli effetti. Ogni minimo cenno de quest’occhi, quando mansueti giravano, stillava tanta soavità ch’era ad ubidirgli astretta ogni ferma voglia, e come aperta favella avessero, davano ad uno sguardo solo ad intendere ogni concetto dell’animo; e come fidi messaggieri del core con sì grato silenzio non solamente parlavano, ma con benigna udienza ricceveano gli sguardi in vece de prieghi e de parole altrui, e così della lingua e dell’orecchie facevano l’ufficio. Con un sol moversi dunque scoprivano ogni voglia, or sfavillanti, or ridenti, or lusinghevoli ed or altieri; e se tallora rugiada di pianto versavano, più belle lagrime non fur viste mai, ed a queste potevan ceder quelle che l’Aurora sparse al misere- voi caso del suo diletto figlio. Le guancie, nella calda ed animata neve rosseggiando senza arteficio alcuno, eran de vaghi fioretti dipinte; la bocca, anzi il Paradiso, chiuso da due preziosissime porte de rubini e de perle, non solo alla vista porgeva contentezza estrema, ma all’udito ancora, mentre le accorte parolette e l’angelica armonia del canto mandava fuori”. L'immagine, inutile negarlo, di una diva.




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