venerdì 19 giugno 2015

Il viaggio dell'Imperatore Ferdinando I


“Inesprimibile è la gioja di questi abitanti, felicitati dalla vista tanto desiderata delle Augustissime LL. MM. L'Imperatore e l'Imperatrice”. Con queste parole la “Gazzetta della Provincia di Cremona” del 26 settembre 1838 dava notizia della visita alla città di Ferdinando I, reduce dall'incoronazione solenne a re di Lombardia e di Venezia avvenuta qualche giorno prima, il 5 settembre, nel Duomo di Milano, salutata da 101 colpi di cannone e dal suono a distesa di tutte le campane. La visita, avvenuta il 22 e 23 settembre, è stata immortalata, come le altre che hanno interessato le principali città del Lombardo Veneto, nella splendida serie di acquerelli realizzata da Eduard Gurk, pittore di corte. In realtà, nonostante le cronache del tempo, l'accoglienza dei cremonesi fu piuttosto tiepida. Ad iniziare dall'arco trionfale che avrebbe dovuto accogliere il sovrano all'ingresso della città proveniente da via Brescia, affidato all'architetto Luigi Voghera che, per realizzarlo, utilizzò materiale di magazzino già adoperato per la Fiera in Contrada del Pubblico Passeggio. Aldilà degli avvisi con cui la Congregazione Municipale emanava le disposizioni più minute per non lasciar nulla all'improvvisazione, Voghera candidamente ammetteva che “adoperando le tavole già intelajate dell'Arco che già si erigeva a lato del Casino colle rispettive aggiunte di un Ordine, decorando l'Attico superiore con statue di tavole dipinte...si può ottenere ancora una cosa decente”. Per tempo, d'altronde, l'amministrazione cittadina aveva provveduto a diramare indicazioni di vario tenore, fin dal 30 luglio, quando nel primo avviso pubblico affisso ai muri si leggeva che anziché spese inutili, “uniformandosi alle intenzioni veramente paterne dell'Attefatta Mesta sua”, si dovessero proporre: “La riforma del piano ed altre opere di ristauro e decorazione al Civico Palazzo per renderlo atto anche ai Pubblici Mercati coll'erogazione di una somma di oltre lire 60.000. e giusta il disegno dell'architetto Luigi Voghera; l'erezione di un Arco di Trionfo, Spettacolo teatrale, e luminaria generale per la città, nella quale dovranno distinguersi segnatamente i Pubblici Stabilimenti, erogandosi per questi la somma di lire 150.004; Il pagamento di una dote di lire 150 cadauna a favore di quattro giovani di ciascuna delle otto parrocchie della città e Corpi Santi, che sieno povere, di morale condotta, native di questa città e Corpi Santi, e che passino a matrimonio entro l'anno, in cui seguirà il desiderato arrivo; duplicare il sussidio a putti i poveri che godono elemosina a carico dell'Istituto Elemosiniere, per la settimana in cui seguirà l'arrivo suddetto; accordare una lira austriaca a tutti i giornalieri che accedono alla Casa d'Industria nel giorno dell'arrivo dell'Altefatta Maestà sua; contribuire la somma di lire 2000, per una volta tanto a vantaggio dello Stabilimento de' ragazzi discoli diretto dal sacerdote Ferdinando Manini, continuare l'annuo sussidio di lire 500 per un sejennio a favore delle Scuole di Carità”. Altri provvedimenti erano per la verità meno nobili: si vietava, ad esempio, il transito delle “navazze d'uva” per la stagione della pigiatura dal 22 al 24 settembre, si raccomandava di imbiancare, decorare e illuminare le facciate delle case interessate dal passaggio del corteo regale, soprattutto quelle poste “nelle contrade Porta Ognissanti, Valverde, Forcello, Dell'Aquila, San Domenico, Maestra, Speciana, Ginnasio e Teatro”. Minuziose istruzioni venivano impartite ai nobili proprietari di carrozze per formazione del corteo che avrebbe accompagnato l'imperatore in città, allo spettacolo teatrale e “nel corso notturno che avrà luogo dall'Ave Maria a mezza notte” mentre “rimangono esclusi i calessi a due o quattro ruote condotti da un sol cavallo, ai quali non sarà permesso di recarsi sullo Stradale conducente all'Arco fuori della Porta Ognissanti nell'epoca del ricordato faustissimo arrivo”.
L'imperatore Ferdinando I

Arriva dunque l'attesa giornata. Gli “Eccelsi viaggiatori” provenienti da Brescia erano già stati accolti trionfalmente al loro passaggio da Robecco d'Oglio, “festeggiati con concenti di bande musicali, con archi di trionfo, con apparati di verzura, di tappeti, di fiori; salutati ovunque al Loro passaggio dagli unanimi applausi e dalle benedizioni dell'accorrente popolazione, non trattenuta dall'imperversar della pioggia”. La stessa scena si ripete a Cremona dove arrivano verso le 13,15 del 22 settembre durante una breve schiarita “al suono de' sacri bronzi, fra le giulive acclamazioni d'una affollata moltitudine, e con un prolungato seguito di carrozze di gala, con che questi devoti sudditi mossero a far Loro corteggio fuori della città sino al bell'arco trionfale preparato con iscrizioni analoghe per cura del Municipio”. Ferdinando I e la moglie Maria Anna di Savoia vennero ricevuti al primo ingresso di palazzo Ala Ponzone, dove poi avrebbero alloggiato, dal Vicerè Ranieri Giuseppe d'Asburgo-Lorena, dall'arciduca Luigi e dal governatore della Lombardia Franz de Paula von Hartig che li avevano preceduti, dalle autorità civili, militari e religiose, dai rappresentanti dei vari istituti d'istruzione e di beneficenza, raccolti nel palazzo dal marchese Giuseppe Sigismondo Ala Ponzone. Il generale maggiore Francesco Weigelsperg, cavaliere dell'ordine militare siciliano di San Giorgio della Riunione presentò le autorità militari che “ebbero esse l'onore di tributare l'espressioni della loro fedeltà e profonda venerazione a piedi dell'ottimo Monarca, che, volgendo loro parole umanissime, lasciò impressi in ogni animo sentimenti di gaudio e riconoscenza”. All'esterno del palazzo, frattanto, si era radunata una grande folla, “ed essendosi ripetutamente compiaciute le LL.MM. Col mostrarsi dall'Imperiale appartamento di far pago il voto della sottoposta immensa folla, che ivi tenea fissi gli sguardi, raddoppiavano le acclamazioni del giubilo a quella graziosa degnazione”.
Dopo il pranzo nel pomeriggio Ferdinando I, accompagnato dalla delegazione, fece visita al Liceo, dove, ricevuto dal direttore e dai professori “gl'intrattenne, coll'affabilità e perspicacia che gli è propria, degli importantissimi oggetti di pubblica istruzione, ed esaminò con particolare attenzione i gabinetti di fisica e di storia naturale, degnandosi di manifestare l'alta Sua soddisfazione”. Seguì la vista all'Orfanotrofio, appena aperto da don Ferdinando Manini l'anno prima nella casa donata da Gaetano Archetti nell'attuale via Antica Porta Tintoria, dove fu salutato con il canto dell'inno popolare dagli organai schierati sulla porta, “E complimentato ed introdotto dai Nobili Direttore ed Amministratore, avvicinandosi la M. S. benignamente agli Alunni espresse la Sovrana Sua compiacenza nel vederli in florido stato di salute. Poi s'informò con paterna sollecitudine dei loro esercizj di religione, dell'istruzion loro, del trattamento che hanno nel Pio Luogo, soggiungendo parole di gratissimo conforto e d'approvazione alle relative risposte”.
La giornata dell'imperatore si concluse con una visita all'Ospedale, “ove presa parimente cognizione di tutte le particolarità riguardanti il regime di quello stabilimento e la cura ed assistenza degli ammalati si degnò di far lieto il Medico provinciale, il Direttore e gli altri cooperatori di elementissime espressioni d'aggradimento. Nell'unitovi Ospizio degli Esposti giunse graditissimo alla M.S. I il canto dell'Inno popolare per parte d'un numeroso coro di picciole trovatelle”.
L'imperatrice Maria Anna di Savoia

Nel frattempo l'imperatrice Maria Anna di Savoia, accompagnata dalla sua gran dama Landgravia Giuseppa di Fürstenberg-Weutra, principessa del Liechtenstein, dal gran ciambellano conte Maurizio Dietrichstein e dal podestà conte Crotti aveva fatto visita al collegio della Beata Vergine, “ed aggradendo i veduti saggi dell'istruzione ivi data, e rivolgendo detti di bontò e di materno amore alle istitutrici ed alle alunne, riempì le une e altre di contentezza”. La sera venne illuminata a festa l'intera città e in particolare il palazzo comunale, il palazzo Schizzi ed i principali uffici e istituti pubblici, nonché il teatro Concordia, direttamente a spese della Congregazione municipale. La giornata si concluse con altre due iniziative benefiche. “L'una è del sig. marchese Giulio Stanga, il quale per dimostrare la sua devozione verso le LL.MM. E festeggiarne la venuta a Cremona in modo accetto all'umanissimo loro cuore, s'è obbligato a far ricoverare in questi Orfanotrofi a tutte sue spese dieci fanciulli e cinque fanciulle, che si doveano nominare nel fausto giorno dell'arrivo delle LL.MM. dalla classe degli orfani più bisognosi e da quella degli abbandonati da genitori e privi d'ogni appoggio, col diritto di rimanere nel Pio Luogo finchè abbiano raggiunta l'età d'essere licenziati a norma de' Regolamenti. L'altra move dall'Istitutore e dai Direttore degli Asili di Carità per l'infanzia in Cremona, che, intesi a celebrare il memorabile avvenimento, procurati nuovi mezzi per le largizioni de' pii offerenti, hanno aperto in questo fausto giorno un terzo Asilo, tramandandone memoria ai posteri mediante iscrizione da scolpirsi in lapide”.
L'arco trionfale

La mattina del 23 settembre alle nove il corteo imperiale si trasferì in Cattedrale per la messa solenne, ospitato sotto un baldacchino preparato nel presbiterio; alle 10 dal balcone di palazzo Ala Ponzone assistettero alla sfilata delle truppe che costituivano la guarnigione della città, con la successiva presentazione di tutto il corpo degli ufficiali. Alle 11 fu la volta dei nobili ad essere ammessi alla presenza dell'imperatore, a mezzogiorno il gruppo “si recò a visitare la casa di Ricovero, e si occupò con sapiente ed amorosa premura di tutti i più importanti oggetti relativi all'andamento di essa, interrogando con somma bontà i ricoverati, assaggiandone gli alimenti, e degnandosi di manifestare al Direttore del Pio Luogo la piena Sua approvazione”. Fu poi la volta dell'Ospedale dei Fatebenefratelli e della Casa d'Industria, “successivamente l' Augustissimo Sovrano si trasferì a visitare gli Asili di Carità a San Sepolcro, e quivi fu accolto dagli applausi degl'innocenti bambini in esso raccolti, dai genitori di questi che s'erano affollati alla Casa, e dei moderatori dell'Istituto. La M.S. si degnò di manifestare l'Alta Sua approvazione per la maniera, onde que' fanciulletti sono educati, e di aggradire che cantassero l'Inno nazionale, aggiungendo il Pio Monarca che, essendo cari all'Altissimo i voti di quegli innocenti, si facessero cantare per lui”. Dopo la visita agli asili Ferdinando I si recò alla basilica di San Sigismondo per ammirarne gli affreschi, “facendo tralucere continui saggi di squisito gusto dalle sue osservazioni”. Nel frattempo la moglie “che tanto si compiace di dedicare le sue cure ad utilità de' Luoghi Pii, in compagnia della Gran Maggiordoma, di S.E. il Gran Coppiere marchese Ala Ponzoni e del podestà sig. conte Crotti, visitava dapprima il Civico Spedale, poscia l'Orfanotrofio femminile, indi lo Stabilimento delle figlie di carità, e prendeva notizia de' più minuti particolari delle istruzioni rispettive, consolidando que' luoghi d'espressioni d'incoraggiamento e d'approvazione. E nell'Orfanotrofio aggredì pure un esperimento d'istruzione delle alunne nelle materie del catechismo, di storia sacra, e di grammatica”. I rappresentanti degli istituti scolastici e degli asili ebbero l'onore di essere invitati a pranzo insieme a nobili dall'imperatrice che, al termine, ricevette le nobili dame, prima di trasferirsi con tutto il seguito alla casa della provvidenza per le femmine. E la sera tutto il codazzo imperiale in carrozza lungo le principali contrade cittadine illuminate a giorno, tra due ali di folla che faceva “risuonare ad ogni istante con entusiasmo grida clamorose d'esultanza”. Scena che si ripete ancora al teatro Concordia “ove all'apparire dell'Augusta coppia una giuliva universale commozione ha fatto prorompere il numeroso concorso in prolongati plausi, ripetuti poi e cresciuti ognora più al rispettoso saluto, ed all'Inno nazionale cantato in apposita scena, con che ha avuto principio il teatrale spettacolo”. Ancora giubilo e folla al ritirarsi dei sovrani a palazzo Ala Ponzone ed anche alla partenza il giorno successivo, quando l'illustre corteo lasciò alle 8 la città diretto a Mantova. “Immensa folla si accalcava nelle contrade ove passavano le LL. MM. per bearsi nuovamente della loro vista, e ripetea con vivissimi applausi le dimostrazioni della devozione e venerazione sua per gli Augustissimi ed Amatissimi Sovrani, facendo voti al cielo, perchè li conservi a lungo all'ossequio ed all'amore dei Loro Sudditi”. La stessa imperatrice, d'altronde, prima di partire aveva lasciato in dono 300 fiorini alla Casa della Provvidenza per le fanciulle.

Che Ferdinando I fosse particolarmente gradito ai suoi sudditi è confermato dall'epiteto “Il buono” con cui è noto. Ferdinando Carlo Leopoldo Giuseppe Francesco Marcellino d'Asburgo-Lorena nasce a Vienna il 19 aprile 1793, primogenito dell'imperatore Francesco I e della sua seconda moglie Maria Teresa dei Borbone di Napoli. La dieta di Presburg (l'attuale Bratislava) del 1830 lo riconosce re d'Ungheria. Il 27 febbraio 1831 sposa la principessa Marianna di Savoia, figlia del re di Sardegna Vittorio Emanuele I. Con la morte del padre, avvenuta il 2 marzo 1835, ne eredita la corona; conseguentemente, nel 1836, è incoronato re dello Stato di Boemia, con il nome di Ferdinando V e, nel 1838, del regno Lombardo-Veneto. Ereditato il trono imperiale, Ferdinando I d'Austria concede un'amnistia a tutti i prigionieri politici; una seconda amnistia è concessa nel 1838, a Milano, in occasione dell'incoronazione. L'insurrezione viennese del 1848 lo costringe a promettere, il 25 aprile, la costituzione, ma quando ne rende pubbliche le linee direttrici, e cioè l'istituzione di una camera alta formata da notabili parzialmente nominati dal sovrano, ed una camera bassa eletta in base al censo, la protesta torna a sollevarsi da parte di studenti, operai e guardia civica.La paura della piazza inferocita, giunta a protestare fin davanti alla reggia, lo fa decidere alla concessione dell'elezione di un'assemblea costituente con il sistema del suffragio universale. Prudenzialmente, il 19 maggio si trasferisce a Innsbruck e, qualche settimana dopo, annuncia lo scioglimento della Legione Accademica, un'organizzazione studentesca. Riesplode l'insurrezione e Ferdinando, il 2 dicembre, abdica in favore del nipote Francesco Giuseppe, non avendo egli avuto figli. Insieme a Marianna si ritira a Praga, nel castello di famiglia, dove muore all'età di ottantadue anni, il 29 giugno 1875. Quella di Ferdinando I d'Austria è una figura di regnante sui generis: basso, magro, malaticcio, affetto sin dalla nascita da una serie di scompensi che gli conferiscono un aspetto sgradevole ed un'espressione ebete, oltre a limitazioni mentali, è il risultato di generazioni di matrimoni fra parenti stretti. Ma, nonostante tutto ciò, apprende diverse lingue straniere, impara a suonare il pianoforte e studia con passione e profitto araldica, agricoltura e tecnica. Negato per la politica, tanto da affidarsi del tutto ad una Conferenza di Stato formata principalmente da Metternich, oltre che da suo fratello Carlo Francesco, dal conte Franz Anton Kolowrat Liebensteinsky e da suo zio l'arciduca Luigi d'Asburgo-Lorena, è più portato per le arti e la contemplazione, temi che più si addicono al suo animo puro e nobile. Ferdinando I d'Austria ama ripetere che durante tutto il suo regno ha firmato una sola condanna a morte: persino il capitano Franz Reindl, che il 9 agosto 1832 attenta alla sua vita, viene da lui graziato e la sua famiglia sostenuta economicamente durante il periodo di carcerazione. Per queste sue qualità la gente ama definirlo "Ferdinando il Buono". La sua ingenuità è stata scolpita in un breve dialogo con Metternich, mentre i due si trovano ad assistere ai tumulti di popolo. I termini sono pressappoco i seguenti: "Principe Metternich, perché tutta quella gente urla tanto?", e Metternich: “Fa la rivoluzione, maestà". E l'imperatore: "Si, ma ne ha il permesso?".

la notte che piazza Roma bruciò


Era il 21 giugno del 1875, centoquarant'anni fa, quando la giunta comunale, dopo una lunga discussione, pose le basi per la realizzazione dei giardini pubblici di piazza Roma sull'area occupata fino a pochi anni prima dalla basilica e dal convento di San Domenico. Uno dei più discussi interventi urbanistici della storia cremonese. Prova ne sia il lungo dibattito che precedette la decisione, di fronte alla vista del grande vuoto lasciato dalle macerie. Nessuno dei 62 progetti concorrenti al concorso artistico bandito dal Comune con un premio di tremila lire aveva soddisfatto i committenti: si prevedeva di riutilizzare parte dell'area nella zona adiacente le case Anselmi e Pagliari, per la costruzione di un edificio scolastico, e parte con la sistemazione di un giardino pubblico. Ma l'idea era poi caduta dopo le rimostranze di un gruppo di autorevoli cittadini, fra cui Libero Stradivari, Ettore Sacchi, Luigi Ratti, Luigi Monteverdi e Stefano Bissolati. L'impasse era stato poi superato dall'ingegnere Ruggero Manna che, supportato da numerosi amici, aveva proposto il progetto di un giardinetto provvisorio da allestire in occasione della Fiera di Settembre.
Già all'indomani della decisione fu affidato l'incarico al giardiniere Giuseppe Barozzi che vi lavorò per tutto il mese di agosto in modo che agli inizi di settembre fosse pronto il giardinetto, che occupava la prima parte di piazza Roma, dove attualmente sorge il monumento ad Amilcare Ponchielli. La realizzazione fu accettata molto bene dalla cittadinanza, tanto che l'assessore Vacchelli aveva indirizzato una lettera di ringraziamenti a Ruggero Manna: “Uno dei divertimenti più belli e simpatici che ha avuto la nostra Fiera, fu senza dubbio quello da V.S. Ideato, coll'improvvisato giardinetto in piazza Roma. Con tale opera che V.S. propugnò con quella forza di volontà che è dote degli animi eletti ed ancora pieni di giovinezza, e condusse a termine con tanto zelo, abnegazione e sapere V.S. ha sciolto un problema purtroppo da molti ancora ritenuto insolubile a Cremona, di fare cioè un giardino a simpatico ritrovo e con una spesa così mite. Di tutto questo mi è dolce il poter dire che Cremona va debitrice a V.S. Soltanto e che ne serberà la più indelebile memoria e riconoscenza, e mi tanto più caro il sapere di essere con ciò l'interprete dei sentimenti dell'intera cittadinanza. Accolga V.S. In particolare i ringraziamenti della Giunta comunale e della commissione divertimenti per la fiera 1875 e mi creda con distinta stima e considerazione”. 
Frattanto proseguiva il dibattito sul futuro dell'area man mano che proseguivano le demolizioni. Vennero rispolverati nuovamente vari progetti, fra cui quello dell'ingegnere Vincenzo Marchetti, che prevedeva portici con negozi e la risistemazione dei fabbricati già esistenti per le scuole comunali intorno al giardinetto “square”. A superare le indecisioni ci pensò l'ingegnere Signori che a nome del consiglio comunale si rivolse ai fratelli Roda, architetti specializzati nel settore che già avevano realizzato il parco del Valentino a Torino. Il nuovo progetto tecnico divideva il giardino in due parti: una, destinata in particolare per l'ascolto e la partecipazione a spettacoli musicali, con un chiosco in legno che potesse accogliere le bande ed in gruppi musicali in genere, si estendeva verso sud ed era costituita “da una larga piantata di umus montana”, disposta in filari regolari distanti l'uno dall'altro quattro metri con un viale ellittico; l'altra parte invece sarebbe stata adibita specificatamente a giardino, con un vasto tappeto verde anch'esso di forma ellittica, dolcemente ondulato, ornato con varie piante per offrire ombra, oltre che per abbellire; altri due prati erbosi e una scogliera alta un metro e mezzo nell'angolo nord est dell'area completavano il disegno del giardino che doveva poi essere tutto circondato da una siepe di viva “thja” appoggiata a fili di ferro zincato. Quest'ultima venne poi sostituita con una cancellata in ferro sostenuta da uno zoccolo in muratura. Si lasciava uno spazio libero a ridosso delle case Anselmi e Pagliari per l'eventuale costruzione di un fabbricato. Il preventivo era di 30.000 lire che poi, a consuntivo, passarono a 38.000. Sia il progetto tecnico che il preventivo delle spese furono approvati a si diede subito inizio alle pratiche per il prestito finanziario da parte della banca Popolare, che si protrassero a lungo, mentre continuavano i lavori demolizione e dispianamento. In ottobre iniziarono così i lavori per il giardino, che finalmente poteva sorgere in veste completa e definitiva come oggi lo vediamo, se si escludono alcuni particolari introdotti con il restauro di Andreas Kipar nel 2002. Ad esempio, la bellissima e gigantesca magnolia che ancora oggi possiamo ammirare nell'aiuola piccola vicino alla fontana delle Naiadi fu donata al Comune in quegli anni dal signor Augusto Pizzamiglio e come lui, tanti altri cittadini facoltosi donarono molte piante di diverse varietà per decorare il giardino. Più tardi si tentò anche di installare delle voliere che potessero accogliere volatili di varie specie, tra cui anche delle aquile, e delle gabbie che solo per poco tempo ospitarono un gruppo di mufloni. Il giardino vero e proprio fu terminato nel maggio 1879 e tutta l'area, con la cancellata e le cinque entrate con la goda per la musica fu pronta e sistemata durante l'estate,compresi i vasi ornamentali sul cui piedestallo rimase, a ricordare la presenza dell'antico complesso di San Domenico, la scarna epigrafe di Bissolati.


Tra le varie proposte per la sistemazione di piazza Roma era emersa l'esigenza di realizzare la costruzione di un edificio che potesse ospitare il mercato generale o quello dei bozzoli, oppure che potesse accogliere la fiera annuale settembrina e in ogni caso che fosse dotato di un vasto porticato che potesse essere adibito ad esposizione, costituendo un importante centro di informazione commerciale e artigianale per la città. All'interno di questo fervore di attività e di ricerca di novità, nel corso del 1879 era nata l'idea di organizzare una “Esposizione industriale-artistica” per l'anno successivo, in contemporanea con il Concorso Agrario regionale del 1880. L'apposito comitato si mise alla ricerca di una sede idonea, visitando i palazzi Dati di via Palestro, l'Ala Ponzone, il palazzo vescovile, il Seminario in via Villa Glori, il palazzo Trecchi ed i locali del Ginnasio, Liceo ed Istituto Tecnico, trovandoli tuttavia inadatti allo scopo. Fino a quando da Ferdinando Podestà venne presentata una soluzione alternativa per la realizzazione di un edificio in legno da edificarsi sul lato nord del giardino di Piazza Roma che, pur eccedendo i limiti di spesa previsti, venne accettata con riserva e dopo una crisi all'interno dello stesso comitato organizzatore. Si pensò di occupare l'area rimasta libera in piazza Roma dopo l'allestimento dei giardini pubblici che, del tutto inutilizzata, stava andando in rovina. Il progetto prevedeva che l'armatura e le decorazioni dell'edificio fossero in legno e ferro, l'ossatura in legno, le fondamenta e i dadi di sostegno in muratura, utilizzando eventualmente anche il materiale della cinta a secco che copriva l'area rimasta libera dei giardini. Il palazzo avrebbe occupato una superficie di circa tremila metri quadrati dei 5000 ancora disponibili, con cortili, giardini e una cancellata di protezione, che dividesse i tre corpi frontali sporgenti dell'edificio dai giardini pubblici. Così il giornale “Interessi Cremonesi” del 22 agosto 1880 lo descriveva: “I visitatori troveranno un disposizione logica-semplice dei locali, senza troppi giri e rigiri: tre ampi saloni al pian terreno e tre al piano superiore, collegati da un terzo salone, due tettoie eleganti, quattro cortiletti a giardino. L'intero edificio è in legno: i dadi di sostegno in muratura. Al piano terreno le tre sale sono divise da una fila di eleganti colonnette di sostegno: quelle della sala di mezzo (la più vasta) sono in ghisa, di un disegno svelto e grazioso, e fuse nella fonderia Tesini-Podestà. Al piano superiore invece l'armatura sostiene il soffitto. Le tappezzerie sono dei più svariati e graziosi colori. Alle finestre in alto si ammirano tendine sciolte di paglia, al basso tende di tela. Lo scalone è comodo, largo e in adatta posizione nella galleria centrale, in cui vi sarà pure il servizio di caffè. Una elegantissima scala a chiocciola in ghisa servirà a rendere più comoda la circolazione. A mezzo dello scalone un amplissimo specchio rifletterà la folla che salirà al piano superiore. I tre corpi di fabbricato che, come appare nella prospettiva qui unita, si avanzano verso il giardino, verranno poi riuniti da una tettoia che si sta costruendo, e che non appare quindi nel disegno, e che attraversa i due cortili laterali e i due giardinetti. L'entrata al palazzo è alla destra (guardando il disegno) l'uscita alla sinistra (c.s.). L'apertura che appare segnata nel corpo principale servirà per l'ingresso di S.M. Il Re, se verrà a visitare la mostra. Gli oggetti di decorazione sono in zinco, le colonnette e l'elegante ringhiera e balaustra dello scalone in ghisa, il tutto venne fuso espressamene nella fonderia Podestà.

Si era giunti alla vigilia dell'apertura della Mostra Industriale-artistica quando, la notte tra il 29 e il 30 agosgo 1880, la città fu colpita da un violento uragano: un vento impetuoso soffiava incessantemente, portando sferzanti scrosci di pioggia che si riversavano nelle strade della città tra lampi e tuoni. Improvvisamente il buio della notte fu rischiarato da un immenso incendio che, tra fiamme altissime e vapori biancastri, in poco più di un'ora distrusse completamente il palazzo dell'Esposizione. Le faville furono disperse dal vento a grande distanza e il fuoco si propagò rapidamente alle case vicine, minacciando le proprietà Anselmi, Pagliari e Bellini, e il teatro Ricci poco distante. I volontari e le forze dell'ordine accorsi sul posto, non poterono fare altro che costatare la distruzione del palazzo e di adoperarono quindi per circoscrive l'incendio cercando di proteggere le abitazioni. “La notte dal 29 al 30 agosto del 1880 – scriveva il “Corriere Cremonese” - rimarrà memorabile negli annali della storia di Cremona. In quella notte orribile, temporalesca. Uno spaventevole incendio incendio distrusse uno degli edifici più simpatici, più eleganti che fossero stati costruiti nella nostra città: l'edificio destinato all'Esposizione industriale-artistica, fabbricato appositamente con tanti dispendio nella Piazza Roma. Alle 4 ¼ del mattino si svilupparono le prime fiamme e alle 5 ½ il fabbricato era completamente distrutto. Ma tutto non finì lì. Le fiamme aiutate da un vento impetuosissimo innalzandosi ad un'altezza prodigiosa si gettarono contro le vicine case Anselmi, Pagliari e Bellini e vi appiccarono fuoco producendo guasti rilevanti. Era uno spettacolo orrendo. Una colonna di fuoco della larghezza di circa cento metri si stendeva sopra il gruppo di case che circondano il teatro Ricci e che corre da piazza Roma alla chiesa di S. Agostino, suscitando negli abitanti di queste una panico indescrivibile. Tizzoni ardenti, pezzi grossissimi di cartone incatramato accesi volavano al di sopra delle dette case trasportati dalla furia del vento, ad una distanza enorme, cadendo poi sui tetti con grave pericolo di incendio. E' così che al tetto del teatro Ricci si apprese pure il fuoco che però venne subito spento mercè il pronto soccorso dei cittadini edella truppa: e che anche al vicino albergo d'Italia si fosse pure in pensiero per un lieve principio d'incendio. Intanto in poco più di mezz'ora distrutto il grandioso palazzo, cui riuscì inutile ogni tentativo per salvarlo almeno in qualche parte, l'opera dell'autorità e dei cittadini si rivolese tutta sulle tre vicine case in preda alle fiamme; e dopo due ore di lavoro e di sforzi inauditi il fuoco in queste veniva completamente spento. Il veto e la pioggia non cessarono un solo istante durante il disastro che distruggeva un fabbricato che formava l'orgoglio della nostra città. L'intero comitato ordinatore della mostra e le autorità municipali e governative erano sul luogo al primo annunzio dell'incendio: la truppa, i carabinieri accorsero pure a prestare opera volonterosa, ma era inutile. L'ampio fabbricato tutto avvolto nelle fiamme non permetteva di accedere interamente, sicchè si dovette assistere col cuore straziato allo sfasciarsi di un fabbricato che ogni cittadino cremonese guardava con una certa compiacenza“.

Sulle cause dell'incendio fiorirono le ipotesi. Secondo gli uomini a guardia del palazzo, alloggiati al piano superiore, le fiamme si sarebbero sviluppate da una delle tende del piano inferiore che, sbattuta dal forte vento, si sarebbe infiammata venendo a contatto con una lampada a gas, propagando il fuoco al soffitto del piano inferiore. Più inquietante un'altra ipotesi, formulata in forma anonima da un giornalista del “Corriere di Cremona”: il pavimento del piano terreno era formato da assi bucate per permette una migliore ventilazione dell'ambiente, sotto le quali erano stati ammassati in quantità enorme i trucioli prodotti dalla lavorazione del legno durante i lavori per la costruzione del palazzo. Se qualcuno degli uomini di guardia avesse trasgredito al divieto di fumare, avrebbe potuto facilmente causare quella scintilla che avrebbe scatenato l'incendio. Più maliziosamente vi era chi osservava che il palazzo sarebbe stato assicurato per 75.000 lire presso l'Assicurazione Generale di Venezia e che 55.000 lire fossero state liquidate al Podestà, che aveva rinunciato a sua volta al compenso di 15.000 lire dovuto dal Comitato che gli erano state versate in precedenza. Lo spegnimento dell'incendio richiese una grande dispendio di uomini e di risorse: 119 volontari, tra brentadori e cittadini, e 217 uomini delle forze militari, più altri della Vigilanza urbana e della Polizia lavorarono incessantemente per molte ore, con l'aiuto di alcune macchine fornite dal Comune e da alcune ditte, utilizzando tredici botti grandi e 19 piccole per il trasporto dell'acqua.

1895, tutti in bicicletta


Era l'8 novembre 1894 quando a Milano venne fondata l'Associazione nazionale fra Ciclisti e viaggiatori per sostenere l'uso della bicicletta come normale mezzo di trasporto ed i cremonesi ne furono talmente entusiasti da, organizzare già in primavera, la prima di quelle gite che poi sarebbero diventate la consuetudine della neonata sezione del Touring Club Ciclistico Italiano. Manca, purtroppo, un resoconto dettagliato di quell'uscita che, però, venne preparata meticolosamente e che fu oggetto della prima riunione dell'associazione. Vi era chi voleva andare a Milano e chi a Piacenza, la velocità avrebbe dovuto essere compresa tra i 12 e i 14 chilometri orari, “comprese le fermate per i bisogni...”, lo squadrone avrebbe dovuto avere alla propria testa un Console con il compito di multare quelli che avessero tentato, con la loro intemperanza, di rompere le file. Venne deciso per Piacenza e la mattina del 24 marzo si part. Non sappiamo, in realtà, come sia poi andata. Sta di fatto che alla fine dell'Ottocento Cremona, città di provincia, è tra le prime ad aderire all'iniziativa moderna della diffusione della bicicletta a scopo turistico, un gusto per le novità che favorì, due anni dopo, la prima proiezione del Cinèmatographe Lumière al teatro Filodrammatico delle fotografie mobili che solo un anno prima avevano entusiasmato il pubblico parigino. La corsa verso il futuro è ormai avviata: nel 1895 transita per Cremona la prima “carrozza automobile” per un viaggio propagandistico da Milano e Firenze, che desta l'attenzione del cronista de “La Provincia”: descrive il veicolo che ruzzola “velocemente e senza scosse, meglio che sulle rotaie, e percorrendo fino a venticinque chilometri all'ora”, consuma poca benzina ed è destinato a sostituire ben presto “la bicicletta non solo, ma i trams e le ferrovie e, con parole profetiche, diventerà il mezzo del futuro non appena le industrie saranno in grado di ridurne il prezzo grazie alla maggiore diffusione. 
Carla Bertinelli Spotti ha ricostruito i primi anni di vita del club sulle pagine della “Rivista Mensile”, che iniziò ad uscire con regolarità fin dal gennaio del 1895. La sezione Comfort aveva subito inviato ai propri consoli circolari e questionari per invitarli ad individuare gli alberghi che possedessero le caratteristiche idonee all'affiliazione, e per evitare frodi ed arrivare ad una reale facilitazione, invitandoli a concordare prezzi e sconti percentuali solo all'atto del pagamento, dopo aver consumato un pasto sia a prezzo fisso, che alla carta. I consoli, dal canto loro, avrebbero dovuto indirizzare la scelta sui buoni alberghi “condotti possibilmente da persone amiche dei ciclisti” indicandone uno per i piccoli centri, due nelle piccole città e tre o quattro in quelle più grandi. Per Cremona vengono segnalati l'albergo reale del Cappello, che offriva alloggio per 2 lire e pensione per 6, e l'albergo Roma, inaugurato nel 1911, con prezzo analoghi. Due possibilità di colazione a prezzo fisso, da 2 e 3 lire, e due livelli di pranzo a prezzo fisso (da 4 e 5 lire) praticava invece il caffè-ristorante Soresini di piazza Roma, che fu anche sede delle prime riunioni della Sezione cremonese del Touring, mentre all'albergo del Cappello si tenne il banchetto conclusivo della prima stagione ciclistica del 1895: i proprietari di entrambi gli esercizi, Federico Soresini e Rodolfo Petrolini, erano infatti tra i primi soci. Ma l'affiliamento, cioè la convenzione che offriva una base minima di prestazioni garantite sul piano qualitativo, interessava anche meccanici e fabbri, medici e farmacisti, legali. A Cremona vennero subito affiliati numerosi meccanici riparatori, così come a Crema Casalbuttano e Soresina. Il primo medico affiliato fu Achille Girelli, residente in via Nuova 2 (l'attuale via Bembo), cui seguirono le farmacie Leggeri e Moncassoli, che praticavano uno sconto del 15% sul materiale venduto. Il dottor Gaetano Moncassoli, peraltro, era particolarmente sensibile ai problemi dei “biciclettisti”, per i quali aveva preparato la “Spugna Asettica Securitas”, che vendeva presso le sue due farmacie in via Boccaccino e in via Robolotti di fronte alla Banca Popolare: un pacchetto di pronto soccorso per le piccole escoriazioni, completo di benda per la fasciatura. Fulvio Cazzaniga, con studio in corso Garibaldi 26, fu invece il primo legato affiliato nel 1900.


A giugno 1895 uscì anche la prima guida dedicata al cicloturismo, compilata da Luigi Vittorio Bertarelli, in cui si possono trovare notizie utili sugli itinerari cremonesi. Per quanto riguarda in particolare Cremona, all'interno di un itinerario di 140 chilometri compreso tra Voghera e Brescia, troviamo i comuni di Bettenesco, Villa Nova e Robecco. Per quanto riguarda le strade quella da Piacenza viene indicata “di solito buona, ma in primavera e in principio dell'autunno piuttosto ingombra di ghiaia. Il ponte sul Po (960 m.) conduce alla tratta che finisce a porta Po (Cremona) della quale si può percorrere anche l'ottimo viale di sinistra, riservato ai cicli e ai veicoli leggeri. Circolazione libera ad eccezione della Piazza del Comune nelle ore di mercato e dei contorni di piazza Roma nelle ore del concerto musicale. Si esce da porta Venezia”. In un secondo itinerario di 84 chilometri da Bergamo a Cremona, invece, vengono indicate Crema, Casalmorano, Castelleone, Soresina e Casalbuttano. Sempre la Sezione cremonese del Touring si fece anche carico della spesa per tutti i cartelli stradali della provincia. Sl finire del primo annodi vita prese il via un'iniziativa per fornire aiuto ai ciclisti in difficoltà: si trattava delle cassette di soccorso medico e delle cassette di riparazione che dovevano essere collocate in località isolate o prive di assistenza per offrire sul posto la possibilità di risolvere incidenti che potevano occorrere al mezzo meccanico e alle persone. La cassetta di pronto soccorso conteneva una serie di medicine che consentivano una prima cura sia in caso di cadute, ma anche in caso di svenimenti, deliqui, dolori intestinali, crampi, diarrea e scottature, con medicamenti del tutto inusitati come “tintura d'arnica, acetato di piombo, laudano, soluzione di cocaina, polveri di chinino, dischi complessi di antipirina, creolina, taffetà, senapismi, pera di gomma, spilli da nutrice, etere solforico. Sull'utilizzo della cocaina che “se ne pone qualche goccia negli occhi nel caso di entri qualche corpo straniero per poterlo poi togliere con facilità; si applica sopra lesioni cutanee assai dolorose”.

Un altro campo in cui si esplicò l'attività della Sezione cremonese del Touring fu la libertà di circolazione per i ciclisti, spesso impedita nei centri abitati, perchè considerati fonte di pericolo per i passanti, con l'obbligo di scendere dal mezzo all'ingresso delle porte cittadine. Nel marzo 1985 la sezione ottenne dall'amministrazione comunale l'abolizione per i ciclisti dell'obbligo di smontare da sella alle porte, ma in compenso il Comune cedette all'idea di un imposizione fiscale sulle biciclette, parificate alle vetture ad un cavallo e due ruote. Il divieto era stato istituito l'anno prima, l'11 giugno 1894, quando il sindaco aveva prescritto: “che d'ora innanzi i biciclisti debbano scendere dalle loro macchine nello transitare dalle porte daziarie e che elle vie della città, e se debbano sempre correre con una velocità non superiore al piccolo trotto di un cavallo”. In realtà gli inconvenienti derivanti dall'abuso della 'velocità non mancavano, soprattutto quando nei giorni di mercato, oppure a porta Milano quando arrivavano le corse quando era necessaria la massima prudenza ed era opportuno accompagnare i mezzi a mano. Ragion per cui la tassa sulla bicicletta, contenuta in 12 lire all'anno, fu ritenuta dai ciclisti un prezzo necessario da pagare per mantenere la loro passione per le due ruote. Una bicicletta di fabbricazione italiana costava allora mediamente intorno alle 300 lire per il modello da uomo e 340 per quello da donna, perchè dotata di copricatena e paravesti. Per avere un'idea, basti pensare che lo stipendio medio di un impiegato della Camera di commercio si collocava tra 1250 e 2000 lire all'anno, mentre la paga giornaliera di un operaio andava da 0,50 a 2,40 lire, ed un chilo di pane poteva costare al massimo 40 centesimi, un chilo di carne bovina 1,40 lire e un chilo di burro 2,18. Una rivista specializzata aveva poi calcolato che i costi di manutenzione di una bicicletta erano di 5 centesimi al chilometro ed il mantenimento del mezzo, in caso di guasti, poteva aggirarsi intorno alle 250 lire all'anno. Insomma un costo di gestione non proprio popolare.


Con la diffusione della bicicletta, però, aumentano anche gli incidenti, nonostante gli appelli alla prudenza. Carla Bertinelli Spotti racconta qualcuno di questi episodi. Ad esempio quello che ha protagonista un negoziante di Soncino il quale, in giro per affari, non riesce a regolare i freni della bicicletta in un tratto in cui la strada ha una forte pendenza e cade rovinosamente al suolo “fracassando la macchina, e quel che è peggio, producendosi una grave ferita al capo con scoperchiatura dell'osso. Oppure quel ciclista cremasco che investe una donna, che “sulle prime parve trattarsi di cosa di poco momento” ed in vece il giorno dopo si trovò in condizioni disperate. C'erano, è vero incidenti di ogni tipo, che coinvolgevano cavalli imbizzarriti, cadute, carri rovesciati e treni, ma mai nessuno impressionava come quelli con protagonista la bicicletta, questa 'macchina' infernale portatrice della modernità, prima dell'avvento del motore a scoppio. Al punto che i ciclisti erano oggetto di veri e propri assalti, come quelli che “ebbero nei pressi della Cava a passare un cattivo quarto d'ora per opera di alcuni avvinazzati contadini i quali minacciarono villanamente quei biciclisti, perchè non si piegarono alla pretesa di scendere dalle loro macchine. Senza una certa presenza di spirito d'uno dei biciclisti, il quale minacciò di estrarre il revolver (che non aveva) la cosa non sarebbe finita troppo bene. Ci si dice però che per la patita violenza, i biciclisti abbiano sporta querela; e noi facciamo voti che una buona lezione insegni anche a certa gente a rispettare i biciclisti”.

lunedì 4 agosto 2014

Il cercatore di tesori nascosti

Giuseppe Bodini

Sulle rive del Po, tra Pomponesco e Guastalla, verso la metà dell'Ottocento girava una storiella. Si raccontava che un vecchio in punto di morte avesse rivelato ai suoi cinque figli scapestrati che nell'unico appezzamento di terreno che avrebbe loro lasciato in eredità era nascosto un grande tesoro. Per tre anni i figli vangarono senza sosta quel terreno senza trovarvi nulla, ma in compenso lo resero il più produttivo della zona. Non diventarono ricchi, ma da quel momento si dedicarono con profitto alla coltivazione della terra. Una parabola forse un po' banale, ma il fatto che circolasse tra la gente indica che vi era ancora qualcuno riottoso ad accettare la rigorosa disciplina del lavoro. Uno di questi era sicuramente Giuseppe Bodini, nato a Grontardo il 23 giugno 1821, numismatico, bibliofilo, maestro elementare, arrotino e violinista, ma anche occultista e vagabondo. Uno “strano”, insomma, nel ricordo dell'immaginario popolare. Quando morì a Pescarolo, il 26 dicembre 1889, lasciò un breve manoscritto “Dei tesori nascosti” dove in una quarantina di fitte pagine egli disserta di leggende plutoniche e magia naturale, dà consigli sui modi per scoprire e per “levare” tesori e ne segnala addirittura la presenza di ben ventotto, sparsi qua e là lungo la riva sinistra del Po cremonese e casalasco. Il manoscritto dovrebbe essere posteriore al 1845, l'anno più recente in cui da quelle parti, secondo Bodini, sarebbe stato interrato un tesoro. Eppure, almeno fino al 1867, la sua esistenza dovette essere abbastanza regolare: sposato con Teresa Guindani, cucitrice, tre figlie, Catterina, Maria e Giuseppina, un lavoro da maestro elementare, per cui aveva passato gli esami il 20 novembre 1863. Ma con il 20 ottobre 1867 la sua vita cambia: la Giunta di Gambara con ogni probabilità non gli rinnova l'incarico di maestro e inizia per lui l'esistenza vagabonda del “muléta” e del suonatore occasionale. Una fotografia ingiallita del 17 agosto 1873 lo ritrae vestito goffamente mentre indica in modo vistoso il suo violino con lo sguardo che scruta nell'obiettivo. Ma a quel tempo Bodini era già famoso per quell'altra sua attività, giudicata dai malevoli non troppo cristallina, di esperto numismatico con la passione per le scienze occulte, come lascerebbe intendere una cartolina postale in un cui un numismatico, alla ricerca di notizie su certe monete d'oro trovate in una pentola dissotterrata in un campo di Castelnuovo del Vescovo, chiede al parroco di Pescarolo come si possa rintracciare Bodini, “el muleta”.
Possiamo immaginare che l'interesse del nostro maestro per un tema così insolito sia stato risvegliato dalle numerose dicerie sui tesori nascosti provenienti dallo stesso ambiente rustico e popolare in cui viveva. Alcune di queste voci non facevano che ripetere stancamente e senza alcuna fantasia gli echi di immagini e temi fiabeschi: una classica «pignatta di marenghini» si diceva, ad esempio, fosse sepolta nel campo dell'organo di Gadesco e in altre località di quei dintorni la fantasia popolare segnalava la presenza di stivali, fiaschettti, bauli, casse, paioli stracolmi di monete d'oro. Bodini raccolse poi anche notizie che affondavano le loro radici in remote tradizioni leggendarie, come quella sul “tesoro del Re di Spagna” nascosto a “Belvedere”, diffuse dal barbiere e tessitore di “Ca' de' Ghinzani”, Francesco Pagliari. Ma Bodini citò, anche se in modo più generico, tra i suoi testimoni anche un paio di altri personaggi appartenenti al medesimo microcosmo rurale: un “fittabile” di “Pievedelmona” ed un “cavalaro” di “Bonamerzo”. Fu da loro che il nostro apprendista cercatore apprese le segrete ubicazioni, le entità (espresse sempre in lire cremonesi) e le date di interramento dei tesori.
Fu però grazie a Bodini se quel vasto e disperso patrimonio di leggende orali e notizie ritrovò improvvisamente vita. Il maestro di Grontardo riuscì infatti a collegare la gran massa di informazioni sui tesori nascosti, che giorno dopo giorno raccoglieva nei paesi adagiati lungo le rive del Po, con il suo personale patrimonio di conoscenze e saperi estraneo alla cultura tradizionale di quell'ambiente. Il suo bagaglio culturale, decisamente eclettico e disordinato, dove la conoscenza del francese e del latino si mescola all'interesse per le materie esoteriche, fa poi il resto: le confidenze raccolte e le chiacchiere intessute di mistero, trovano riscontro nelle dottrine occulte assorbite dai testi degli autori del passato che gli erano capitati tra le mani e che, in certi casi, egli stesso aveva trascritto di suo pugno con la pazienza di un antico amanuense, come è il caso del "Trinum magicum sive secretorum magicorum opus" di Cesare Longino edito a Francoforte nel 1673, dove si affronta il tema dei patti col demonio, da lui tradotto a Grontardo nel 1843. E così la gran massa di notizie locali che le sue formidabili antenne avevano captato viene inserito piuttosto al centro di quella galassia dove stanno i testi della tradizione occulta con i quali il maestro di Grontardo era entrato in contatto.
Ma vediamo quali sono i suggerimenti del nostro maestro per cercare e trovare i tesori nascosti. I tesori di cui l'opera parla non sono quelli “che noi possiamo avere presso di noi, perché di questi - non merita descrizione”, ma “quelli che si nasconde con secretezza e “dei quali si ignora il preciso luogo”. Nella ricerca Bodini si affida a strumenti d'indagine e di verifica “che oltrepassano l'ordine naturale” e che lui stesso definisce “cose stravagante”: un misterioso arsenale fatto di “segni”, “secriti” e “buone calamite”. In questo scenario perdono qualsiasi significato le tecniche di ricerca tradizionale, perchè, scrive Bodini, quando i tesori “è molto tempo che son nascosti e trascurati vengono posseduti da certi spiriti” e perciò “non si possono levarli se non con modi operanti sopranaturalmente”. L'esito non è però scontato e il rischio di fallire nell'impresa costituisce anzi l'eventualità più probabile, cosicchè: “alfin di molte fatiche non si possono levarli; e potrebbero succedere quasi ai più bravi del mondo”. Per assicurasi il risultato il risultato, tuttavia, è necessario tracciare al suolo cerchi magici, osservare attentamente i mutamenti di stato di liquidi versati in un'ampolla, fabbricare una “palla simpatica” ripiena delle più incongrue sostanze, e via dicendo. Ad indicare la presenza di un tesoro sepolto può venire in aiuto, però, qualche segnale: “I tesori nascosti da qualche tempo e che sono trascurati perchè non sono alla mente da nessuna persona; danno alcuni segni, come sono, che si sente o si vede una chioccia coi pulcini a crotolare; e allora e segno che in quel luogo vi e nascosto un tesoro: e tal volta si e veduto una polla grigia, e questo è segno che vi e nascosto un tesoro misturato oro ed argento. Ale volte si sono veduto l'ombra d'un soldato, ed all'ora è segno che è un tesoro nascosto ad un tempo di sacheggio. Alle volte si è veduto delle torcie acese la quale parevano/ che fosser sostenute da diversi personaggi ed e perche sono tesori guarnati in tempo di notte al lume di torcia: E si possono vedere molte altre cose stravagante a tenor delle diverse positure che incombenza le circostanziali fenonomistiche”.
Una pagina del manoscritto

“Per scoprire un tesoro – scrive Bodini – dovete portarvi nel luogo dove si sospetta che vi sia nascosto un tesoro, e lì dovete avere una bottiglia d'acqua santa, colla qual dovete far un circolo, vuotandola bel bello acciò sia abbastanza; guardano di non lasciar nepur un dito di sito senza avervi versato l'acqua, che se lasciate un poco di sito asciutto, per quello vi passano gli spiriti maligni; e dovete guardar bene prima di far il circolo, di circondarvi dentro il tesoro che sospettate che vi sia”: Segue poi la fabbricazione di tre croci e la lettura di alcune formule magiche scritte in alfabeto greco con il compito di muovere le croci verso il tesoro. Diversamente andrebbe bene anche un anello d'oro benedetto.
Bodini manifesta una predilezione particolare per le ore della notte, il tempo che di solito è riservato alle suggestioni oniriche e all'indeterminatezza dei sogni. Ma questo ribaltamento temporale, determina anche un rovesciamento dei valori “diurni” del lavoro, per cui, ad esempio, una volta muniti della zappa per cercare il tesoro, accade che “la prima zappata che darete sorge una figura, ed allora non si deve prendersi paura, ma anzi dovete farvi coraggio e parlargli, e dirgli - dalla parte di Dio zappatì - e sporgergli il Zappone, e se lo rifiuta, tornare ancora a sporgervelo sino che lo ha tolto, dicendo sempre 'Dalla parte di Dio' e nessuno non deve buffare, cioe non ridere ne far scherzi nemen parlare senza bisogno; tolto che avrà il Zappone la detta figura, stando tutti serij, vedrete che in un momento discuarcierà il Tesoro”. Qui insomma è l'ombra che deve faticare al posto dell'uomo.

Può però sorgere qualche complicazione: “E vi averto ancora che nel lasciarvi, la detta figura se la caso vi avesse di dire 'vigneret o manderet', ditegli 'non vengo e non mando' perche se gli dite 'vignerò', alora entro otto giorni morirete o la mano morirete entro un anno e un giorno: e se gli dite 'manderò', vi moriranno tutti i vostri di casa, dunque e meglio dirgli 'non vengo e non mando' per esser salvi tutti”. Potrebbe darsi anche il caso che le ombre siano più di una, che si sentano strepiti, rumori, lampi e grida con raffiche di vento, ma “se siete bravi Maghi dovete star franchi, perche stando franchi, la figura che parlerà viu suggerirà el preciso modo che dovere addoperare per levare il tesoro che vi siete intramessi di levare”. Se quindi, da un lato, per riuscire a dissotterrare un tesoro è necessario, come scrisse Bodini, dar prova di essere dei “bravi Maghi”, anche per nasconderlo nel più sicuro dei modi dovranno osservarsi delle precise prescrizioni rituali, le quali potranno persino comportare l'esecuzione di sacrifici umani. Bodini stesso affronta con parole esplicite questo argomento: “vi sono stati di quelli che guarnando il Tesoro hanno ucciso una persona e poi ve l'anno sotterrata in cima, e nel mentre che la sotterrava vi hanno detto: Tu tenderai a questo Tesoro”. Nel manoscritto di Bodini però l'evocazione del tema dei sacrifici umani compiuti per “guarnare” i tesori ricompare solo come pura menzione di un mito fondante.

Il maestro di Grontardo asserisce anche di avere notizie precise della presenza di 28 tesori nascosti nei paesi attorno. Si inizia, ovviamente, da Grontardo: un “gran tesoro” sarebbe stato sepolto nel 1780 a pochi passi dalla torre dell'oratorio della Madonna della Strada; un altro, nascosto nel 1827, sarebbe sepolto dietro la muraglia “verso mattina”del cimitero di San Basiglio. Nella cascina di San Giovanni del Deserto “dalla parte verso monte” a pochi passi dall'ingresso della stalla, “andando verso la porta”, sarebbe stato sepolto un tesoro nel 1827, così come in un edificio chiamato “Purga, appresso alla scala di dentro” nel 1770. A Scandolara Ripa d'Oglio, nei pressi di un ponte di pietra “alle colonne della vianova distante un tiro di schioppo dalla strada di Persico” sarebbe stato nascosto nel 1782 un “bel tesoro”, ed un altro nel 1834 a pochi passi da un crocifisso dipinto sul muro di fianco ad una portella “all'oratorio detto Senigola della parte verso monte” a Pescarolo. Sulla strada per Cicognolo a pochi passi da una cappelletta affiancata da una roggia vi sarebbe dal 1831 un tesoro di 50.000 lire cremonesi, ed addirittura un “gran tesoro” vicino alla cascina Fenile di Sant'Antonio di Pessina Cremonese, sulla strada diretta a Stilo de' Mariani (1815); un altro sarebbe nascosto nel cimitero di Pieve Delmona e, nello stesso comune, “a due o tre tiri di schioppo” da un filare di gelsi, posto dietro una roggia, nei pressi della cascina Cà del Lupo, ve ne sarebbe un latro nascosto nel 1842. E sempre nella cascina Torre Nuova un fattore di nome Console vi avrebbe nascosto un tesoro nel 1820. Poco distante da una fontana coperta “con muri pitturati” nei pressi di un'edicola dedicata alla Madonna di Caravaggio sulla strada per Gabbioneta, sarebbe stato nascosto un tesoro nel 1832; nel territorio di Binanuova, a pochi passi da un'edicola detta “Morti della Muracca”, sulla riva dell'Oglio distante due campi dalla cascina Casamento ad poco più di un chilometro da Gabbioneta, vi sarebbe un tesoro nascosto nel 1840. Dal 1771 sarebbe nascosto un tesoro nei pressi del muro dell'oratorio di San Damaso “dalla parte verso mezzo giorno” ad Alfiano Vecchio, frazione di Corte de' Frati ed un fiaschetto con il manico rotto, ma contenente monete, sarebbe nascosto nella muraglia della cascina Cà dell'Ora che costeggia la strada. Un altro sarebbe sepolto ad un braccio di distanza da un chiodo piantato in un pioppo nel cimitero delle “Ciaveghe di S. Matè”, una località che non è stato possibile identificare con nessuna delle attuali. Uno stivale pieno d'oro sarebbe stato nascosto nel 1830 ad un tiro di schioppo dalla località Posta di Cicognolo ed un tesoro sarebbe nascosto a pochi passi dall'oratorio della Madonna Sgarzonara, tra Vescovato, Gadesco e Cà de' Sfondrati. Altri tesori, di cui però il nostro maestro non specifica né l'importo né la data in cui sarbbero stati nascosti, sono indicati a Belvedere, a San Pietro nel comune di Gadesco, in una non meglio specificata cascina Cantarana, a Cà de' Marozzi , alla cascina Malongola nel comune di Malagnino, nel campo dell'organo a Gadesco, in un campetto a Villarocca, in un'edicola a San Salvatore, Bonemerse, e in un prato nei pressi della cascina Sidolo nel comune di Cicognolo, dove sarebbero nascosti un cassone e sete piccoli paioli per la bollitura dei bozzoli pieni di monete.

venerdì 1 agosto 2014

La disfida di Rolando da Cremona


E' una fredda mattina di settembre del 1238. Cremona è ancora avvolta nella prima nebbia autunnale, quando Frate Rolando sale sul suo asino, nonostante il dolore che gli procura la gotta. Esce dal suo convento di San Guglielmo e si dirige lungo la strada per Brescia. Viaggia da solo, anche se da qualche mese la campagna è battuta in lungo e in largo dagli eserciti delle città ribelli all'imperatore. Deve raggiungere Brescia, cinta d'assedio dal 3 agosto dalle truppe di Federico II, dove il sovrano lo attende. Per Federico le cose si stanno mettendo male. I bresciani si stanno difendendo con i denti e con le macchine da guerra costruite dal loro ingegnere, Clamandrino, consapevoli delle conseguenze che una vittoria imperiale produrrebbe sulle sorti della Lega Lombarda. Ormai si sta avvicinando l'inverno e la pioggia rende difficoltosi i movimenti degli assedianti. Dopo qualche giorno Federico, bruciate le macchine e levate le tende, vista l'inutilità dei suoi sforzi, si sarebbe ritirato con tutto l'esercito nella fedele Cremona. Ad attendere il frate domenicano sotto le mura di Brescia c'è anche Teodoro di Antiochia, una delle personalità più interessanti e discusse della corte di Federico, che assolve una pluralità di compiti diversi: è filosofo, matematico, medico, traduttore. L'imperatore, questa volta, gli ha affidato un compito ingrato: sfidare in una disputa teologica il più grande cacciatore di eretici del suo tempo, il domenicano Rolando da Cremona. Appartengono entrambi a quella corte stravagante ed eterogenea formata da astrologi, alchimisti, filosofi, medici e scienziati di cui ama circondarsi Federico, destando le preoccupazioni di papa Gregorio IX, che vi vede la prefigurazione del regno dell'Anticristo. Ne fanno parte, a vario titolo, Davide di Dinant, già cappellano di Innocenzo III, condannato per il suo panteismo al concilio di Sens del 1210; Adamo da Cremona autore di un trattato di medicina militare, il De regimine et via itineris et fine peregrinancium; Gualtierio d'Ascoli maestro a Napoli e autore di uno Speculum artis grammatice; Teodoro di Antiochia traduttore dall'arabo del trattato di falconeria di Moamin; Roffredo di Benevento giudice della Curia imperiale; Riccardo di San Germano cronista formatosi a Montecassino; i poeti italo-bizantini Giorgio da Gallipoli, Giovanni da Otranto, Giovanni Grasso e Michele Scoto. Quest'ultimo conosce molto bene Rolando, che aveva incontrato anni prima a Bologna al suo ritorno in Italia dopo una parentesi a Toledo dove si era recato per tradurre, dall'arabo al latino, testi scientifici e astrologici. Era stato proprio Michele Scoto a suggerire a Federico di mettere periodicamente a confronto il parere di esperti nelle varie materie per essere in grado di possedere tutti gli strumenti necessari per ben governare. Le cronache raccontano concordemente che, durante l'assedio di Brescia, Federico II aveva organizzato dispute di ogni materia, compresa quella a cui si sta recando frate Rolanddo. Non sappiamo come si articolò nei dettagli la sfida, anche se, a giudicare da quanto racconta il maestro generale dei Domenicani Umberto da Romans, Teodoro, che solo qualche tempo prima aveva ammutolito con i suoi sofismi due confratelli, ne uscì sonoramente sconfitto. D'altronde Teodoro, approdato alla corte di Federico qualche anno prima del 1230 con il compito di filosofo di corte, come scusante poteva dire di aver avuto in sorte il destino di scontrarsi con il più temibile frate domenicano dei suoi tempi, vero spauracchio di tutti gli eretici.

Nel 1229 Rolando da Cremona, nato nel 1178, aveva ricevuto la prima cattedra universitaria di teologia assegnata a un frate domenicano dal vescovo di Parigi, Gugliemo di Auvergne, in occasione di uno sciopero dei maestri secolari. Uno dei tratti salienti della sua biografia, secondo le testimonianze dei confratelli, fu senza dubbio l’impegno antiereticale. Alla lotta contro l’eresia si dedicò con irruenza e impegno instancabile. Rolando ha un’idea chiara della missione dell’ordine: i frati sono nati per combattere gli albigesi (ordo fratrum predicatorum contra albiensum locustas est statutus). La notte debbono pregare e contemplare, ma giunto il giorno il loro compito è pugnare contra ephesi bestias.
A Tolosa, dove giunge nel 1230 per insegnare alla locale università, appena istituita, diventa suo malgrado immediatamente protagonista. Il legato del papa, Romano di Sant’Angelo, aveva fatto inserire la fondazione dell’università tra le clausole che il trattato di Meaux impose al conte di Tolosa nel 1229. Si trattava d’installare, sotto l’egida della Santa Sede, un centro di studi che funzionasse da focolaio della riconquista cattolica nel regno dell’eresia catara. Ma Rolando in questo ruolo ebbe presto modo di distinguersi, e non per prudenza e moderazione. Quando dal convento venne denunciata pubblicamente la presenza di eretici in città vi furono aspre reazioni da parte dei tolosani, i quali negarono fermamente le accuse, ben consapevoli delle pericolose conseguenze che ne potevano scaturire. Invece di farsi intimorire dalle proteste Rolando spinse i confratelli a proseguire la battaglia con vigore. Lui per primo la portò avanti viriliter et potenter. L’occasione si presentò pochi giorni dopo le proteste. Avendo saputo che due uomini, da poco sepolti, erano stati in realtà eretici, guidò intrepidamente i frati, il clero e «alcuni del popolo»: in un’atmosfera di estrema tensione disseppellirono e bruciarono, dopo una solenne processione per le vie della città, i resti dei due defunti.
Tornato in Italia, dal 1233, ricoprì incarichi inquisitoriali e non cessò di lottare contro gli avversari della fede. Portava con sé l’esperienza guadagnata sul campo e una forte consapevolezza di ciò che era il suo dovere: opus Dei est impugnare hereticos et infideles. Ma il suo eccessivo rigore gli costò un aggressione con sassi e armi mentre predicava in piazza a Piacenza e nel tumulto rimase ucciso un monaco. Nel 1244 ricevette l’incarico di istituire il processo per eresia contro il temibile Ezzelino da Romano. Si dedicò comunque ancora all’insegnamento, sicuramente presso lo Studium domenicano di Bologna, dove è ricordato quale lettore l’anno prima della morte, che lo colse nel 1259.
Non stupisce dunque che il temperamento battagliero di Rolando si rifletta nell’opera principale. La Summa a lui ascrivibile contiene una breve questione de zizania, che bene sintetizza il suo pensiero. Seguendo una tradizione esegetica già consolidata nei padri la zizzania della parabola neo-testamentaria allude agli eretici: zizania sunt specialiter heretici. Ora, alcuni, che non posseggono una retta fede (quidam qui non sunt recte fidei), sono soliti affermare che gli eretici non debbono essere uccisi. Bisogna lasciar crescere la zizzania fino alla mietitura (che avverrà con il giudizio finale). Quindi Dio, secondo costoro, non vuole che gli eretici siano bruciati (Dominus non vult ut heretici comburantur). Se fossero uccisi non avrebbero la possibilità di pentirsi, suggerisce inoltre una glossa di Agostino.
Non sono pure speculazioni astratte. È qui registrato un orientamento che merita di essere discusso e confutato. A sostenerlo sono individui concreti (quidam qui non sunt recte fidei) e le obiezioni di costoro paiono di una certa serietà e non occasionali, lasciano pensare a tesi usuali e ripetute nel tempo (solent dicere, “sono soliti dire”). Ma è anche chiaro che a sostenerle si è ormai fuori dal solco della Chiesa (non sunt recte fidei). Il Concilio Laterano IV ha scavato un fossato non più colmabile. Con argomenti simili a quelli qui menzionati un’esegesi “tollerante” della parabola evangelica era rimasta viva fino al declinare del XII secolo. Rolando risponde con durezza ai suoi oppositori. La glossa, ci dice, va interpretata e Agostino, oltretutto, ha in seguito cambiato opinione. Se anche non l’avesse fatto bisogna credere alle scritture e alla chiesa più che ad Agostino (magis credo novo et veteri Testamento et toti ecclesie quam Augustino). L’importante è capire bene, senza precipitazione, cosa sia zizzania e cosa frumento. Quando ciò sia manifesto nulla impedisce che gli eretici siano tolti dal mondo “con la falce della sentenza giudiziaria”. La possibilità di pentirsi va data a chi è ancora nel dubbio, ma l’eretico ostinato deve essere ucciso. Può solo essere causa di corruzione: il frumento muta in zizzania, ma non accade il contrario. E nemmeno si deve aspettare la fine dei tempi: i mietitori della parabola sono gli angeli, è vero, però anche i vescovi e i poteri secolari sono “angeli di Dio”, in quanto suoi nunzii e ministri. L’angelo vescovo deve tagliare la zizzania con la falce della sua sentenza di scomunica, mentre l’angelo potere secolare fornisce l’appoggio del gladio materiale. Certo, bisogna procedere con cautela, evitando forme dannose di eradicazione. Ad esempio, la scomunica dei prìncipi, i quali potrebbero trarre con sé molti seguaci, e in genere delle moltitudini, rischia di risolversi in un danno per la chiesa. Richiede dunque una speciale licenza papale. Ma un consiglio cittadino può bene essere scomunicato. Ancora una volta siamo proiettati sul terreno dei concretissimi conflitti italiani. L’insegnamento del maestro, lungi dall’isolarsi nell’empireo della teoresi, offre indicazioni pratiche e operative su come affrontare i casi quotidiani del tempo: le lotte dei partiti e le resistenze delle autorità civili.

Rolando, il domenicano inquisitore, frequenta la stessa corte di Federico animata da altri personaggi decisamente fuori dal comune. Tra questi un ruolo da protagonista ebbe certamente Michele Scoto. Lo stesso Dante lo definisce “mago”, anche se probabilmente le arti magiche erano utilizzate da Michele per allietare la vita del re di Sicilia. Walter Scott, l’autore di Ivanhoe, riporta che Michele Scoto era in grado con una bacchetta magica di far suonare le campane di Notre-Dame dalle grotte di Salamanca e le sue abilità di mago sono ricordate anche nella letteratura italiana da Boccaccio, Fazio degli Uberti e Teofilo Folengo. L'immagine di un Federico che, servendosi di maghi e astrologi, controlla gli eventi della storia fu utilizzata per sottolineare il carattere diabolico della sua corte anche se poi i suoi collaboratori, nonostante le loro arti divinatorie, non riuscirono ad impedire la sconfitta di Parma del 1247. Allo stesso Michele si attribuisce quella profezia secondo cui Federico II sarebbe morto sub flore, per cui l'imperatore non entrò mai a Firenze; tuttavia il sovrano svevo morì effettivamente sub flore, ma a Castelfiorentino in Puglia il 13 dicembre 1250.
A Michele Scoto succedette nel 1238 nel ruolo di astrologo di corte Teodoro di Antiochia, approdato presso Federico un decennio prima forse durante un’ambasciata in Armenia, forse per i legami con il sultano d'Egitto. Ottenne dall'imperatore favori e benefici, fra cui un feudo in Sicilia, ma desiderava disperatamente di tornare a casa e morì suicida dopo aver tentato di fuggire oltremare, disobbedendo ai voleri del suo signore. Teodoro è designato, nei documenti imperiali, oltre che con il titolo generico di magister, con quello di philosophus: il suo ruolo era quello di filosofo dell'imperatore (imperialis philosophus), che non aveva precedenti nelle corti occidentali ma trovava paralleli nella società islamica. A corte si faceva uso, innanzi tutto, della sua conoscenza dell'arabo: nel 1240 egli scrisse per conto dell'imperatore una lettera in arabo all'emiro di Tunisi; nello stesso anno o poco prima tradusse dall'arabo in latino un trattato di falconeria, o meglio di medicina dei rapaci, conosciuto con il nome di Moamin e destinato a un largo successo in Europa. A Teodoro, in quanto medico, si richiese di preparare uno sciroppo per l'imperatore e il suo entourage (1240); egli mandò una scatola di zucchero di viola a Pier della Vigna, insieme a una lettera con cui ne raccomandava l'uso; redasse per l'imperatore un Regimen sanitatis in forma epistolare, che si aggiungeva a quelli indirizzatigli da Adamo da Cremona e da Pietro Ispano. Sono noti inoltre i suoi scambi di problemi matematici con Leonardo Fibonacci da Pisa e di problemi geometrici con Judah ben Salomon ha-Cohen : con il primo la corrispondenza avvenne in latino, con il secondo in arabo.

sabato 15 marzo 2014

Le profezie di Fulvio Cazzaniga, moderno Nostradamus

Corso Campi agli inizi del Novecento

Quanti errori urbanistici si sarebbero potuti evitare se i nostri amministratori avessero prestato maggiore attenzione a quanto profetizzava quasi centocinquant'anni fa Fulvio Cazzaniga! Senza aver bisogno di piani regolatori o grandi alchimie urbanistiche, il direttore del “Corriere cremonese” nell'assolato agosto del 1871 disegnava il futuro della città fino al duemila con un'intelligenza e una lungimiranza senza precedenti. La città per lui non aveva segreti: con una perspicacia ed un intuito che ancora adesso lasciano stupefatti Cazzaniga, tra il serio e il faceto, in una serie di articoli intitolati “Una bizzarria, cronologia anticipata dell'edilizia cremonese”, pubblicati sui numeri 66 e 67, stendeva le linee generali dello sviluppo urbanistico futuro. Un po' per gioco ed un poco per provocazione, quello spirito libero ed audace immaginò come sarebbe stata la sua Cremona dopo la sua morte. Date, ricostruzioni e nuovi assetti, periodici storici perfettamente delineati, un chiara visione dello sviluppo urbanistico e delle sue direttrici, lo sventramento del centro storico, lo spostamento delle funzioni direzionali. Tutto è presente in quelle poche colonne scritte strettissime, senza fotografie, ma estremamente chiare e profetiche. Come abbia fatto Cazzaniga è un mistero. Sta di fatto che quella che lui stesso definì una “bizzarria” e che probabilmente come tale voleva venisse considerata, è quanto di più attuale esista oggi in fatto di pianificazione urbanistica. La sua lunga carrellata sulla cronologia anticipata dell'edilizia cremonese procede di vent'anni in vent'anni. Si inizia con il 1880: in quell'anno Cazzaniga ipotizza l'ultimazione dei giardini pubblici di piazza Roma, dopo la demolizione del complesso di San Domenico. “Ora che le sue piantagioni sono cresciute – scrive – lo si riconosce il più bel ornamento di Cremona, ed è oggetto di invidia in tutte le città vicine. A poco a poco tutte le case prospicienti sul giardino si sono alzate d'uno o più piani, ed abbellite. In parecchie di esse si aprirono alberghi, caffè grandiosi, birrerie e fondaci sontuosi. Un speculatore ha comprate le case Anselmi e Pagliari, e vi ha fabbricato un teatro di mezzana capacità per la Commedia e l'Opera buffa”. I giardini pubblici vennero inaugurati effettivamente nel 1878 e il teatro Ricci, edificato una prima volta nel 1859 venne ripristinato dopo il furioso incendio del 1896, prendendo il nome di Politeama Verdi. Sempre negli stessi anni si ipotizza la sistemazione dell'ufficio postale (avvenuta realmente nel 1885), la copertura dei due canali Cremonella e Marchionis e la sistemazione definitiva del selciato delle vie e delle piazze della città: “Finalmente per ogni dove si vada si cammina bene, e la pulizia è ovunque”, esclama soddisfatto Cazzaniga, destinato ad essere esaudito solo nel 1902, con due anni di ritardo sulla previsione, con il primo tratto di superficie stradale bitumata in piazza Roma.
Via Solferino

Della localizzazione del nuovo palazzo delle Poste si iniziò invece a parlare nel 1913, mentre la prima decisione in materia per piazza Filodrammatici, ipotizzando il nuovo ufficio in casa Grasselli, fu del 1920. La decisione definitiva per corso Campi fu adottata nel 1925, prevedendovi di fronte una grande piazza di contorno. Una delle preoccupazioni maggiori del nostro direttore era l'accesso alla stazione ferroviaria: Cazzaniga ipotizzava che verso il 1900 l Comune decidesse di demolire parte dell'albergo San Giorgio e del vicino mulino, rimangiandosi in seguito tutto quanto nel giro di pochi anni: “Riconosciuto lo sproposito dell'accesso alla stazione ferroviaria – annotava il giornalista per il ventennio 1900-1920 – vi si rimedia con l'adozione dell'altro progetto, quello di aprire nelle mura del Passeggio una barriera, che prospetti la stazione e serva di sbocco alla via Diritta, per la quale si penetra nel cuore della città più presto e senza tante svolte? Visto che il livello stradale sul crocicchio di via Affaitati coincideva perfettamente con quello della stazione ferroviaria, si coordinarono insieme mediante un alzamento della strada e con opportuno e graduale abbassamento del piano del Passeggio. Un vasto piazzale abbellito da piantagioni con costruzioni simmetriche ai lati della barriera prospetta la stazione; e praticato un lieve rettifilo al locale delle Orsoline, la via Diritta, fiancheggiata da palazzi, e una delle prime arterie della città, viene per così dire restituita al comodo ed al pubblico decoro”. Diabolico Cazzaniga, degno emulo padano di Jules Verne: il giardino della stazione fu realizzato nel 1987, sedici anni dopo, e nel 1906 iniziò il dibattito sull'abbattimento del pubblico Passeggio. Due anni dopo fu spostato nei giardini della stazione il monumento a Garibaldi, fino allora davanti a palazzo Cittanova, e nello stesso periodo venne realizzato il prolungamento di via Palestro. Non pensiamo che Cazzaniga, spirito polemico per eccellenza, possedesse doti paranormali. Certamente, oltre ad avere una profonda conoscenza della città e dei suoi problemi, aveva dalla sua il desiderio di cambiarne in qualche modo l'evoluzione, migliorandola, venendo incontro a quello che era il buonsenso comune.
Un esempio è quello del rettifilo di corso Vittorio Emanuele, ipotizzato dal nostro Cazzaniga a cavallo tra il 1900 ed il 1920. Si cancella finalmente quello monumentale sproposito degli uomini pratici ed economici che reggevano il Comune nel 1840 o lì per lì; togliendo la mostruosa sporgenza delle case, dopo il Teatro in via Po; e si spende dieci volte di più di quanto sarebbe costata l'opera eseguita suo tempo”.
Si sbagliò, invece, Cazzaniga sui tempi di abbattimento della cinta muraria che individuò nel ventennio, mentre invece i lavori ebbero inizio nel 1908 con la soppressione di porta Po e porta Venezia, seguita nel 1910 da quelal di porta Romana; per piazza Lodi, che avrebbe dovuto diventare un elegante “square”, si pensava che prima o poi qualcuno avrebbe richiesto di farvi un mercato, mentre in realtà, in tempi non sospetti, vi sorse un supermercato. Il giornalista individuò anche cn incredibile perspicacia la necessità di costruire una galleria coperta, m ne sbagliò, seppur non di molto, la collocazione. Dai giardini di piazza Roma una tettoia coperta a vetro avrebbe dovuto condurre attraverso l'attuale via Solferino fino in piazza del Duomo.
La galleria, come sappiamo, venne edificata sul lato opposto dei guardini tra il 1932 e il 1934. Incredibile invece la “profezia” su piazza Stradivari, che Cazzaniga progettava di allargare per fare spazio al mercato. Siamo tra il 1920 e il 1940. Sentite un po' cosa scriveva: “Si rende indispensabile di allargare piazza Cavour. A quest'uopo da un lato si prolunga il portico del caffè Soresini fino al Giardino Centrale, e dall'altro si abbatte casa Rossi. Il Comune si riserva in avvenire, se il bisogno lo esigerà, di demolire anche l'isolato fra piazza del Lino e piazza Cavour. Intanto i Cremonesi, oltre la Galleria di Becchiere Vecchie, hanno un porticato, ove passeggiare al coperto dalal pioggia, dal vento e dalla neve”. Palazzo Galizioli venne abbattuto nel 1935 e l'anno successivo venne presentato il progetto per la grande Piazza Littorio, dopo che venne abrogato il vincolo monumentale; nel 1938 vennero abbattuti i portici orientali di piazza Cavour per la costruzione della sede delle Corporazioni, mentre l'anno successivo vennero espropriate le case sul lato ovest. Insomma farinacci, che conoscesse o meno le indicazioni del suo illustre concittadino, arrivò alle stesse conclusioni nel tempo programmato, ed a distanza di 125 da quelle profezie, nel 1996 il Comune pensò ad una nuova sistemazione della piazza, conclusa un paio d'anni dopo.
E veniamo al 1940: per quella data Cazzaniga pensa venuto il momento di isolare il Duomo. In effetti il piano regolatore che lo prevede è del 1914 e nel 1926 per l'isolamento completo mancava solamente l'abbattimento del fabbricato della Canonica, la sistemazione del Camposanto e il taglio rispetto al palazzo vescovile, ultimati nel 1933. Ma forse è più interessante annotare quanto il nostro scriveva al proposito dello sviluppo urbanistico del villaggio Po: “Un argine di prim'ordine, largo, alto e robusto, si costruisce lungo la sponda sinistra del Po da Cava Tigozzi fino allo stradone passeggio. Il sobborgo ed i quartiere interni di porta Po sono così solidamente garantiti. La sicurezza crea la fiducia, e sorgono dappertutto fra il Po e la città fabbricati e ville. Il Morbasco esso pure fortemente arginato, si adorna di pubblici passeggi, di stabilimenti di bagni e di lieti ritrovi”. Forse era un po' troppo ottimista riguardo al Morbasco, che pure è stato depurato e inserito nell'ambito del parco sovracomunale, ma non si sbagliava nel successo del villaggio Po: la prima licenza edilizia a scopo residenziale è infatti del 1902 e negli anni Cinquanta e Sessanta il villaggio ha conosciuto quella forte crescita che Cazzaniga proprio per quegli anni antecedenti il 1970 aveva auspicato. E sempre in quegli anni si sarebbe dovuto avverare uno dei tanti sogni nel cassetto del giornalista: la sistemazione definitiva di palazzo Ala Ponzone, “adattato a sede dei corpi scientifici, letterarj ed artistici della provincia; giacchè si è riconosciuto che il sapere è una potenza civile, la quale in ciascuna provincia dello Stato ha il diritto di un'alta rappresentanza. Quivi si allogano gli uffici dell'Istituto Politecnico, dell'accademia di Belle Arti, del Museo Civico, ecc. e si collocano le doviziose collezioni delle scienze e delle arti”. Un sogno, abbiamo detto, ma non lontano dall'essersi realizzato: il museo in palazzo Ala Ponzone fu inaugurato effettivamente nel 1888, anche se il progetto della città studi interessò poi invece palazzo Fraganeschi con la costruzione della scuola industriale e quello del polo culturale di palazzo Affaitati, acquistato nel 1924, dove nel 1938 si inaugurò la Biblioteca Governativa.
Il libro dei sogni si chiude con il Duemila: dal 1970 la Banca Popolare ha sede “in un grande e maestoso fabbricato” posto su uno dei lati dei giardini pubblici (in realtà è poco lontano, in via Cesare Battisti), “la quale per lo sviluppo colossale di questa istituzione non poteva più capire in casa Schizzj, ove stette per più di un secolo, e che ha ceduto alla Società degli Operaj, essa pure assai prospera per il suo governo e per varie vistose eredità conseguite”.
Viale Regina Margherita, oggi viale Po
Le ex caserme austroungariche sono diventate sede di scuole e musei: “Il vasto locale del Corpus Domini viene trascelto per la sede del Museo industriale cremonese e a tal uopo lo si adatta decorandolo anche al di fuori di una facciata maestosa e conveniente. Quivi sono insediate le scuole professionali delle arti dei mestieri; e si raccolgono le collezioni di tutti gli strumenti inservienti alle industrie, dai più antichi ai più recenti. V'ha altresì la raccolta storiche dei campioni e quella dei modelli di tutte le macchine più utili e più usate in qualsiasi manifattura. Si approfitta dei cortili e delle ortaglie attigue per costruirvi il locale delle esposizioni industriali...”. Come non pensare al parco dei monasteri?
La città degli anni Settanta presenta, ovviamente, problemi di traffico ignoti al nostro direttore che, con lungimiranza davvero eccezionale riesce però a prefigurarsi un quadro non del tutto privo di verosimiglianza. “La maggior parte delle sue case – scrive – si sono alzate di uno o più piani; e la sua arteria principale, il Corso, riesce in molti punti troppo angusto, e quindi d'impaccio e pericoloso alal circolazione. Corretto qua e là a piazza Garibaldi, dove già furono l'albergo del Sole, casa Finzi ecc. dove maggiore è il bisogno e il lavoro è nella stretta che incomincia di fronte all'oreficeria Isacchi e prosegue. Si trova quindi indispensabile di fare il relativo rettifilo sulla linea dell'Albergo Italia fino alla via Ariberti o del Teatro. E così si ha la compiacenza e il vantaggio di possedere l'arteria principale della città quasi diritta; la quale principia dalla stazione ferroviaria e con poche deviazioni termina in piazza Cavour. La spesa sarebbe stata minore se anche qui non si avesse dovuto correggere e scontare uno sproposito dei nostri maggiori, uomini pratici ed economi, i quali per poche migliaja di lire nel 1820 o lì per lì si lasciarono sfuggire l'occasione di comperare e demolire lo stabile degli Orfanotrofi che ingombrava il Corso”. Al rettifilo di corso Campi si iniziò a pensare nel 1924 con l'acquisto di alcune case da parte del Comune sui lato ovest. Il piano regolatore vero e proprio venne elaborato nel 1926, quando venne edificata dall'architetto Ranzi la facciata del palazzo della Cooperativa dei Sarti. Un anno dopo veniva edificato il palazzo Pizzamiglio sull'angolo di via Guarneri, poi sede delle Assicurazioni Generali. Un nuovo acquisto di case, questa volta sul lato est venne deciso nel 1929, mentre nel 1930 si abbatteva una casa posta in piazza Cavour sempre sul lato orientale di corso Campi. Nel 1931 si iniziavano le demolizioni per far posto alla galleria XXV Aprile, con il primo progetto a T dell'ingegner Mori che risparmiava le case verso il giardino pubblico. Nel 1933 si completarono i lavori per il primo lotto della Galleria, iniziando nel frattempo le demolizioni per la realizzazione del secondo. La Galleria veniva definitivamente inaugurata l'anno successivo.
Su una cosa, però, Cazzaniga, si sbagliò: non previde due guerre mondiali, che tanto abbondano invece nelle profezie di Nostradamus. Dai suoi tempi al 1970, quando la sua cronologia si ferma, il nostro giornalista calcolò ottant'anni ininterrotti di pace, portatrici di benessere e prosperità. Come non riuscì a calcolare esattamente, e questo è più comprensibile, il reale andamento demografico della città che, secondo le sue stime, nel 1971 avrebbe toccato le sessantamila unità. Sbagliò, ma non di molto: una decina di migliaia di anime, o poco più.



venerdì 7 marzo 2014

La vera storia della demolizione di San Domenico

Il convento di San Domenico
Padre Marcellino da Agnadello, al secolo Vincenzo Moroni, è stato il primo sacerdote cremonese ad aver esercitato, in modo pressochè esclusivo, l’attività di giornalista, in qualità di direttore del primo periodico religioso cremonese “La Buona Famiglia”, antesignano dell’attuale settimanale “La Vita Cattolica”, ed uno dei primi giornali cattolici della Lombardia. Ed è stato anche il primo giornalista ad averci rimesso il posto per aver esercitato fino in fondo il diritto di cronaca. Pubblicato tra il 1868 ed il 1880 “La Buona Famiglia”, fortemente voluto dal vescovo Antonio Novasconi, diventa con gli anni la voce dei cattolici moderati e del clero conciliatorista in una provincia, come quella di Cremona, dove particolarmente forte è la componente radicale, massonica e anticlericale ereditata dal Risorgimento.
Nel primo anno della sua direzione padre Marcellino si trova ad affrontare la spinosa questione della demolizione di San Domenico. E si accorge subito di come sia difficile passare dalle letture d’intrattenimento spirituale all’esercizio del diritto di cronaca. Nell’aprile del 1869 Il direttore si vede costretto a rinunciare a una rubrica inaugurata solo quattro numeri prima, “L’Osservatore della Provvidenza”, dove, fingendo conversazioni serali tra amici, si affrontavano temi di attualità cittadina.
E’ con ogni probabilità uno dei primi esempi di censura alla libertà d’informazione che padre Marcellino, pur obbedendo, denuncia sulle stesse pagine della rivista di cui è direttore con estrema dignità e consapevolezza del proprio ruolo di giornalista: “La Cronaca s’era mostrata, incominciava appena: né messo ancora innanzi il capo, ma appena il piè, per tentare il terreno. Veniva innanzi, un po’ seria, nella sua ingenuità, a seconda dei momenti; ma neppure ancor aveva dato la sua Prefazione per dichiararsi qual’era, una quasi fotografa d’uomini, di parlari e di avvenimenti: scritta da uno che guarda le cose persuaso assai della Provvidenza di Dio nel minuto governo e nel succedersi di tutte le cose. Ora la cronaca è condannata in parte al silenzio? Prenderemo di lei quello che ci si lascia e dove ella poteva contare come in più facili acque; e sempre devoti Osservatori della Provvidenza quali ci professiamo, siano o no i contemporanei per tollerarci, verremo innanzi nelle svariate e native e forme che mano mano daranno alle cose le circostanze”.
A un anno esatto di vita del giornale padre Marcellino rassegna le proprie dimissioni in seguito alle polemiche seguite alla decisione di demolire l’antico tempio dei Domenicani, con la denuncia del giornale e del suo direttore da parte della massoneria liberale cremonese.
Ma padre Marcellino è anche in difficoltà di fronte all’incalzare degli eventi e indeciso sulla linea editoriale che avrebbe dovuto assumere il giornale, stretto fra i propositi originari di farne un periodico di letture popolari e la necessità, probabilmente avvertita dagli stessi ambienti curiali, di una più marcata contrapposizione politica. Il suo canto del cigno è proprio la cronaca esatta della demolizione, ricostruita sulla base delle testimonianze dirette e dei verbali della commissione mista del genio civile e del genio militare. Un documento eccezionale di cronaca giornalistica.
Scriviamo in luglio questa memoria – scrive padre Marcellino nel numero del 15 agosto 1869 ‐ e già dal principio del mese, giorni di altissima e lungamente ricordabile vergogna ai Cremonesi in faccia a quanti capitarono visitatori della città, e di profondo e non sanabile cordoglio per tutti i buoni, la barbara demolizione scende sul maestoso tempio e sulla torre colossale e severa, murata sì forte a disdidare tempi e congiungere tra loro lontanissimi secoli e lontanissime generazioni. Tetro avvenimento!”
Tutto ha inizio la notte del 13 febbraio 1862 quando i soldati ospiti della caserma sentono scricchiolare i muri della chiesa. Il 24 la chiesa viene chiusa ed il 26 avviene il sopralluogo della commissione mista che rileva i segni di una rovina imminente, al punto da chiudere parte della caserma facendo ritirare i soldati nel chiostro più interno con uscita sul vicolo Cantoncino. Aggiunge malignamente padre Marcellino: “Il Bortolo Soresini, già custode della chiesa, mi raccontò più volte la cosa. Egli mi disse che la chiesa dopo aver servito di magazzino ai Francesi nel ’59, veniva riufficiata dopo la loro partenza, e vi era stata la Visita Pastorale nel Marzo 59, né alcuno segnò mai che la Chiesa fosse in pericolo. Incominciò il Capomastro Conti, a far qualche romore, in occasione che gli venivano affidate le riparazioni al tetto della crocera e del coro. Se da lui sia saltata al Corriere la cosa, o se vi si tramezzi il gran dimenarsi che fe’ l’ingegnere del Genio Civile, Carlo Porro, passato presto di vita, e molto immaturamente, e l’inconsideratezza d’uno altro che s’era messo ad odiare la maestosa casa di Dio, perché gli stringeva la strada ed egli vagheggiava il guadagno alle finestre di casa sua della vista d’una piazza, è problema da sciogliere”.
Un gruppo di operai 
Prosegue padre Marcellino: “Al 12 gennajo 1863 una controvisita della Commissione composta d’un Architetto e due Ingegneri, mandata dalla Fabbriceria della Cattedrale, constatava invece, con suo Rapporto 5 Febbrajo, i limiti ai quali estendevasi il vero bisogno di riparazioni, e chiariva le menzogne dell’altra. Perciò, e con lentezza da meravigliare in chi non sia nemico delle divine cose, si incominciava a consultare dei mezzi: ai 15 novembre Monsignor Vescovo domandava al Ministero delle Finanze un lasso di sei mesi per raccogliere”.
In Aprile 1864 il Ministero interrogò il Vescovo che esponesse oramai i mezzi disponibili per la riparazione: il Prelato rispose che dava quindicimila lire del proprio. Quasi contemporaneamente la Fabbriceria insinuata da Chi non sappiamo, scriveva al Ministero d’essere pronta ad assumere i restauri, purchè il Ministero volesse dichiarare emancipata per l’avvenire la chiesa di S. Domenico da servitù in caso di guerra. Ai 12 Maggio venne la risposta, e cioè un’altra Commissione mista di civile e militare, ad una nuova visita, per riconfermare le asserzioni della prima, esagerare l’imminenza del pericolo sino a far credere che la facciata del tempio stava per cadere sulla piazza; e addì 5 giugno 1864 un Decreto della Direzione Generale del Demanio ordina la demolizione, incaricando l’ufficio del Genio Civile di Cremona per la Perizia e suo capitolato, e dà facoltà al R. Prefetto di far eseguire la demolizione anche subito, in caso di vero imminente pericolo. In 20 giorni l’ingegnere del Genio Civile signor Carlo Porro, che poi morì, eseguì la perizia. Allora si vide nei buoni un po’ di fremito. Ma chi s’è mosso davvero? Spontaneo un uomo fuori di carica, un illustre Ecclesiastico; e andava a Torino per isventare il Decreto. Fece parlare la verità agli orecchi del Direttore Generale del Demanio, Commendatore Sacchi, poi gliela parlava egli stesso. Il Direttore Generale promise ritirare il Decreto, sopra voto autorevole che gli venisse presentato di non esistente pericolo. L’Ecclesiastico propose il voto della Consulta Archeologica di Milano, e piacque”.
La cronaca di Padre Marcellino prosegue con il racconto del sopralluogo effettuato dalla Commissione archeologica, contraria all’abbattimento dell’edificio sacro: “Quindi ai 20 di giugno, l’Ecclesiastico portò a Milano alla Presidenza della Consulta Archeologica la necessaria istanza, firmata da ragguardevoli persone, perché la Presidenza ottenesse dal Mini‐stero autorizzazione alla visita; quattro giorni dopo, colla domanda della Consulta, rivedeva Torino; il 28 e 29 Giugno, la Commissione della Consulta, composta da due architetti e due archeologi, eseguiva in S. Domenico la visita. Il suo rapporto presentato al Ministero con data 5 luglio 1864, lodava la maestà e la bellezza dell’edificio, ne raccomandava la conservazione, smentiva il vociferato pericolo di rovina, dichiarava la riparazione, quand’anche si fosse verificata opportuna la normale, limitarsi ad un pilone della crocera, e non difficile da eseguire. Del resto, mentre non taceva le sopraggiunte del tempo e i veri bisogni, francamente asseriva destituito di ragione, anzi contrario al decoro nazionale, alla civiltà crescente ed alla savia economia il proposito dell’atterramento”.
Accanto alla perizia della Consulta Archeologica viene presentata una controperizia da parte della commissione composta da due Ispettori del Genio addetti al Ministero, l’Ingegnere signor Oberti e un certo Falconieri che accerti le prove dell’incombente rovina. Il giornale “la Buona Famiglia” riporta integralmente il rapporto della Commissione della Consulta archeologica, che conclude: “Da più parti occorrono certamente sollecite riparazioni, come ai tetti delle navate del piè di croce ed al pilone in angolo della crociera della navata maggiore, le fenditure del quale non potrebbesi provare essere effetto di un recente squilibrio del soprapposto peso, stantechè gli archi di corrispondenza non manifestano correlative lacerazioni, siccome lo attesta l’intonaco non screpolato negli intradossi dei due archi succennati. Inoltre dallo stato di fatto del pilone e delle screpolature in esso esistenti non si può dedurre con certezza che la fenditura penetri nel nucleo della costruzione, e qualora la rottura fosse limitata al rivestimento, la riparazione sarebbe di lieve momento. “Ma dato pure che questo fonda‐ mentale sostegno della crociera richiedesse una riparazione normale, cionullameno presenterebbe pur sempre una difficoltà costruttiva di comune contingenza, e quindi non potrebbe a buon senso essere bastante ragione per atterrare un monumento grandioso, un vasto locale, del quale ben presto si rimpiangerebbe la demolizione”.
La controperizia presentata dalla commissione del Genio arriva invece a conclusione opposte, anche se sulla base di elementi abbastanza discutibili. Le prove erano 17 ostie di 32 che s’erano applicate sulle screpolature del pilone, le quali essiccando nel corso di otto giorni si divisero sulla screpolatura: le altre 15 tenevano fermo ancora e bastavano contro l’imminente rovina”.
Padre Marcellino continua così il suo racconto: “Contro la impudenza dello ingegnere così e corbellarsi de’ proprii cittadini fu pubblicato il 15 luglio uno scritto intitolato: ‘La chiesa di San Domenico e il Corriere Cremonese’, dove si rimproverava urbanamente al Giornalista l’abuso della stampa, e si faceva conoscere ai cittadini lo stato vero delle cose secondo il giudizio spassionato della Commissione Milanese. Erano parole gittate su un foglio di carta. I buoni Cremonesi lessero, sorrisero, lasciarono fare, confidenti, al loro solito, che basti a sé stessa la verità nelle condizioni impersonali contro ogni insolenza. Ond’è che apparve una volta di più nella città nostra potersi le gaglioffaggini; né mentire il vecchio proverbio che invita a Cremona chi vuol misfare a talento. “Dopo la data 5 luglio della Relazione al Ministero incominciò una commedia di sedute alla Direzione Generale del Demanio in confronto del sullodato Ecclesiastico per concertare i modi della ammessa riparazione della chiesa senza l’intervento del Genio Civile di Cremona apertamente avverso del conservare. Credè l’Ecclesiastico più ad altrui che a se stesso quando, per chiusa delle sedute, gli dissero colà: essersi deciso di affidare alla Consulta Milanese la direzione dei lavori ed il collaudo, e che l’indomani partivano le lettere ai tre Uffici, la Consulta, la R. Prefettura e il Genio Civile. E l’indomani Egli, tornato, s’affrettava di prevenire annunziando quelle lettere a Cremona. Ma indarno aspettatele, rivolò a Torino e là si agitò ancora dal 17 al 30, nulla risparmiando né d’opere né di lamenti. Anche il Vescovo in quel tempo si agitava per Torino, itovi a celebrare la santa Messa l’anniversario della morte di Re Carlo Alberto: fece presentare dal proprio Segretario una lettera al Ministro delle Finanze, domandando di poter eseguire a proprie spese le riparazioni. Ebbe dal Ministro un reciso No; del qual no i motivi indegni conosce e narrerà forse un Cavaliere pensionato nostro. Il Conte Guido Borromeo Segretario generale del Ministero potrà confutarli esposti che siano. Così dunque restava condannato ad essere raso da terra il maestoso tempio, e d’allora nessuno più s’arrischiò moversi d’un dito, sì svilita al bene è tutta quanta la generazione e disformi dalle venerate immagini de’ maggiori sì enormemente apparvero i reggenti succeduti”.