Il convento di San Domenico |
Nel
primo anno della sua direzione padre Marcellino si trova ad
affrontare la spinosa questione della demolizione di San Domenico. E
si accorge subito di come sia difficile passare dalle letture
d’intrattenimento spirituale all’esercizio del diritto di
cronaca. Nell’aprile del 1869 Il direttore si vede costretto a
rinunciare a una rubrica inaugurata solo quattro numeri prima,
“L’Osservatore della Provvidenza”, dove, fingendo conversazioni
serali tra amici, si affrontavano temi di attualità cittadina.
E’
con ogni probabilità uno dei primi esempi di censura alla libertà
d’informazione che padre Marcellino, pur obbedendo, denuncia sulle
stesse pagine della rivista di cui è direttore con estrema dignità
e consapevolezza del proprio ruolo di giornalista: “La Cronaca
s’era mostrata, incominciava appena: né messo ancora innanzi il
capo, ma appena il piè, per tentare il terreno. Veniva innanzi, un
po’ seria, nella sua ingenuità, a seconda dei momenti; ma neppure
ancor aveva dato la sua Prefazione per dichiararsi qual’era, una
quasi fotografa d’uomini, di parlari e di avvenimenti: scritta da
uno che guarda le cose persuaso assai della Provvidenza di Dio nel
minuto governo e nel succedersi di tutte le cose. Ora la cronaca è
condannata in parte al silenzio? Prenderemo di lei quello che ci si
lascia e dove ella poteva contare come in più facili acque; e
sempre devoti Osservatori della Provvidenza quali ci professiamo,
siano o no i contemporanei per tollerarci, verremo innanzi nelle
svariate e native e forme che mano mano daranno alle cose le
circostanze”.
A
un anno esatto di vita del giornale padre Marcellino rassegna le
proprie dimissioni in seguito alle polemiche seguite alla decisione
di demolire l’antico tempio dei Domenicani, con la denuncia del
giornale e del suo direttore da parte della massoneria liberale
cremonese.
Ma
padre Marcellino è anche in difficoltà di fronte all’incalzare
degli eventi e indeciso sulla linea editoriale che avrebbe dovuto
assumere il giornale, stretto fra i propositi originari di farne un
periodico di letture popolari e la necessità, probabilmente
avvertita dagli stessi ambienti curiali, di una più marcata
contrapposizione politica. Il suo canto del cigno è proprio la
cronaca esatta della demolizione, ricostruita sulla base delle
testimonianze dirette e dei verbali della commissione mista del genio
civile e del genio militare. Un documento eccezionale di cronaca
giornalistica.
“Scriviamo
in luglio questa memoria – scrive padre Marcellino nel numero del
15 agosto 1869 ‐ e già dal principio del mese, giorni di
altissima e lungamente ricordabile vergogna ai Cremonesi in faccia a
quanti capitarono visitatori della città, e di profondo e non
sanabile cordoglio per tutti i buoni, la barbara demolizione scende
sul maestoso tempio e sulla torre colossale e severa, murata sì
forte a disdidare tempi e congiungere tra loro lontanissimi secoli e
lontanissime generazioni. Tetro avvenimento!”
Tutto
ha inizio la notte del 13 febbraio 1862 quando i soldati ospiti della
caserma sentono scricchiolare i muri della chiesa. Il 24 la chiesa
viene chiusa ed il 26 avviene il sopralluogo della commissione mista
che rileva i segni di una rovina imminente, al punto da chiudere
parte della caserma facendo ritirare i soldati nel chiostro più
interno con uscita sul vicolo Cantoncino. Aggiunge malignamente padre
Marcellino: “Il Bortolo Soresini, già custode della chiesa, mi
raccontò più volte la cosa. Egli mi disse che la chiesa dopo aver
servito di magazzino ai Francesi nel ’59, veniva riufficiata dopo
la loro partenza, e vi era stata la Visita Pastorale nel Marzo 59,
né alcuno segnò mai che la Chiesa fosse in pericolo. Incominciò
il Capomastro Conti, a far qualche romore, in occasione che gli
venivano affidate le riparazioni al tetto della crocera e del coro.
Se da lui sia saltata al Corriere la cosa, o se vi si tramezzi il
gran dimenarsi che fe’ l’ingegnere del Genio Civile, Carlo Porro,
passato presto di vita, e molto immaturamente, e l’inconsideratezza
d’uno altro che s’era messo ad odiare la maestosa casa di Dio,
perché gli stringeva la strada ed egli vagheggiava il guadagno alle
finestre di casa sua della vista d’una piazza, è problema da
sciogliere”.
Un gruppo di operai |
Prosegue
padre Marcellino: “Al 12 gennajo 1863 una controvisita della
Commissione composta d’un Architetto e due Ingegneri, mandata dalla
Fabbriceria della Cattedrale, constatava invece, con suo Rapporto 5
Febbrajo, i limiti ai quali estendevasi il vero bisogno di
riparazioni, e chiariva le menzogne dell’altra. Perciò, e con
lentezza da meravigliare in chi non sia nemico delle divine cose, si
incominciava a consultare dei mezzi: ai 15 novembre Monsignor Vescovo
domandava al Ministero delle Finanze un lasso di sei mesi per
raccogliere”.
“In
Aprile 1864 il Ministero interrogò il Vescovo che esponesse oramai
i mezzi disponibili per la riparazione: il Prelato rispose che dava
quindicimila lire del proprio. Quasi contemporaneamente la
Fabbriceria insinuata da Chi non sappiamo, scriveva al Ministero
d’essere pronta ad assumere i restauri, purchè il Ministero
volesse dichiarare emancipata per l’avvenire la chiesa di S.
Domenico da servitù in caso di guerra. Ai 12 Maggio venne la
risposta, e cioè un’altra Commissione mista di civile e militare,
ad una nuova visita, per riconfermare le asserzioni della prima,
esagerare l’imminenza del pericolo sino a far credere che la
facciata del tempio stava per cadere sulla piazza; e addì 5 giugno
1864 un Decreto della Direzione Generale del Demanio ordina la
demolizione, incaricando l’ufficio del Genio Civile di Cremona per
la Perizia e suo capitolato, e dà facoltà al R. Prefetto di far
eseguire la demolizione anche subito, in caso di vero imminente
pericolo. In 20 giorni l’ingegnere del Genio Civile signor Carlo
Porro, che poi morì, eseguì la perizia. Allora si vide nei buoni
un po’ di fremito. Ma chi s’è mosso davvero? Spontaneo un uomo
fuori di carica, un illustre Ecclesiastico; e andava a Torino per
isventare il Decreto. Fece parlare la verità agli orecchi del
Direttore Generale del Demanio, Commendatore Sacchi, poi gliela
parlava egli stesso. Il Direttore Generale promise ritirare il
Decreto, sopra voto autorevole che gli venisse presentato di non
esistente pericolo. L’Ecclesiastico propose il voto della Consulta
Archeologica di Milano, e piacque”.
La
cronaca di Padre Marcellino prosegue con il racconto del sopralluogo
effettuato dalla Commissione archeologica, contraria all’abbattimento
dell’edificio sacro: “Quindi ai 20 di giugno, l’Ecclesiastico
portò a Milano alla Presidenza della Consulta Archeologica la
necessaria istanza, firmata da ragguardevoli persone, perché la
Presidenza ottenesse dal Mini‐stero autorizzazione alla visita;
quattro giorni dopo, colla domanda della Consulta, rivedeva Torino;
il 28 e 29 Giugno, la Commissione della Consulta, composta da due
architetti e due archeologi, eseguiva in S. Domenico la visita. Il
suo rapporto presentato al Ministero con data 5 luglio 1864, lodava
la maestà e la bellezza dell’edificio, ne raccomandava la
conservazione, smentiva il vociferato pericolo di rovina, dichiarava
la riparazione, quand’anche si fosse verificata opportuna la
normale, limitarsi ad un pilone della crocera, e non difficile da
eseguire. Del resto, mentre non taceva le sopraggiunte del tempo e i
veri bisogni, francamente asseriva destituito di ragione, anzi
contrario al decoro nazionale, alla civiltà crescente ed alla savia
economia il proposito dell’atterramento”.
Accanto
alla perizia della Consulta Archeologica viene presentata una
controperizia da parte della commissione composta da due Ispettori
del Genio addetti al Ministero, l’Ingegnere signor Oberti e un
certo Falconieri che accerti le prove dell’incombente rovina. Il
giornale “la Buona Famiglia” riporta integralmente il rapporto
della Commissione della Consulta archeologica, che conclude: “Da
più parti occorrono certamente sollecite riparazioni, come ai tetti
delle navate del piè di croce ed al pilone in angolo della crociera
della navata maggiore, le fenditure del quale non potrebbesi provare
essere effetto di un recente squilibrio del soprapposto peso,
stantechè gli archi di corrispondenza non manifestano correlative
lacerazioni, siccome lo attesta l’intonaco non screpolato negli
intradossi dei due archi succennati. Inoltre dallo stato di fatto del
pilone e delle screpolature in esso esistenti non si può dedurre
con certezza che la fenditura penetri nel nucleo della costruzione, e
qualora la rottura fosse limitata al rivestimento, la riparazione
sarebbe di lieve momento. “Ma dato pure che questo fonda‐
mentale sostegno della crociera richiedesse una riparazione normale,
cionullameno presenterebbe pur sempre una difficoltà costruttiva di
comune contingenza, e quindi non potrebbe a buon senso essere
bastante ragione per atterrare un monumento grandioso, un vasto
locale, del quale ben presto si rimpiangerebbe la demolizione”.
La
controperizia presentata dalla commissione del Genio arriva invece a
conclusione opposte, anche se sulla base di elementi abbastanza
discutibili. Le prove erano 17 ostie di 32 che s’erano applicate
sulle screpolature del pilone, le quali essiccando nel corso di otto
giorni si divisero sulla screpolatura: le altre 15 tenevano fermo
ancora e bastavano contro l’imminente rovina”.
Padre
Marcellino continua così il suo racconto: “Contro la impudenza
dello ingegnere così e corbellarsi de’ proprii cittadini fu
pubblicato il 15 luglio uno scritto intitolato: ‘La chiesa di San
Domenico e il Corriere Cremonese’, dove si rimproverava urbanamente
al Giornalista l’abuso della stampa, e si faceva conoscere ai
cittadini lo stato vero delle cose secondo il giudizio spassionato
della Commissione Milanese. Erano parole gittate su un foglio di
carta. I buoni Cremonesi lessero, sorrisero, lasciarono fare,
confidenti, al loro solito, che basti a sé stessa la verità nelle
condizioni impersonali contro ogni insolenza. Ond’è che apparve
una volta di più nella città nostra potersi le gaglioffaggini;
né mentire il vecchio proverbio che invita a Cremona chi vuol
misfare a talento. “Dopo la data 5 luglio della Relazione al
Ministero incominciò una commedia di sedute alla Direzione Generale
del Demanio in confronto del sullodato Ecclesiastico per concertare i
modi della ammessa riparazione della chiesa senza l’intervento del
Genio Civile di Cremona apertamente avverso del conservare. Credè
l’Ecclesiastico più ad altrui che a se stesso quando, per chiusa
delle sedute, gli dissero colà: essersi deciso di affidare alla
Consulta Milanese la direzione dei lavori ed il collaudo, e che
l’indomani partivano le lettere ai tre Uffici, la Consulta, la R.
Prefettura e il Genio Civile. E l’indomani Egli, tornato,
s’affrettava di prevenire annunziando quelle lettere a Cremona. Ma
indarno aspettatele, rivolò a Torino e là si agitò ancora dal
17 al 30, nulla risparmiando né d’opere né di lamenti. Anche il
Vescovo in quel tempo si agitava per Torino, itovi a celebrare la
santa Messa l’anniversario della morte di Re Carlo Alberto: fece
presentare dal proprio Segretario una lettera al Ministro delle
Finanze, domandando di poter eseguire a proprie spese le riparazioni.
Ebbe dal Ministro un reciso No; del qual no i motivi indegni conosce
e narrerà forse un Cavaliere pensionato nostro. Il Conte Guido
Borromeo Segretario generale del Ministero potrà confutarli esposti
che siano. Così dunque restava condannato ad essere raso da terra
il maestoso tempio, e d’allora nessuno più s’arrischiò
moversi d’un dito, sì svilita al bene è tutta quanta la
generazione e disformi dalle venerate immagini de’ maggiori sì
enormemente apparvero i reggenti succeduti”.
Il destino del povero San Dominico fu evidentemente deciso "in alto loco" senza che reali motivazioni tecniche lo consigliassero ma per evidente pregiudizio ideologico. probabilmente rafforzato da chi, proprietario di case sul contorno della basilica, contava di vedere valorizzato il pregio delle stesse. Per certi aspetti, la "manfrina" delle perizie contrapposte e la conseguente decisione finale, ricorda la vicenda, avvenuta più di un secolo dopo, della ordinanza di far smontare la copertura in piombo del pregevole teatro Politeama Verdi, vicenda che pareva indirizzata a tutelare l'interesse pubblico, ma in realtà preordinata anch'essa, sulla base di un odio viscerale per le antiche preesistenze, ad agevolare soprattutto concreti interessi privati.
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