venerdì 26 giugno 2015

Gli uccelli noi li chiamiamo così


Che cosa ha ispirato generazioni di cremonesi e di lombardi ad attribuire nomi vernacolari a 283 specie di uccelli, che da soli rappresentano quasi il 60% dell'avifauna nazionale, individuandone con freschezza e spontaneità le caratteristiche più salienti, ed inserendo ogni specie nell'habitat che le era più consono? E' quando cerca di spiegare il nuovo libro di Riccardo Groppali “Uccelli e dialetti. La natura osservata dal popolo” edito da Cremonabooks, analizzando oltre 5000 nomi vernacolari di dei territori provinciali. Sono stati nella maggioranza dei casi la voce, i canti e i richiami ad esercitare la fantasia dei nostri progenitori, con nomi sia strettamente onomatopeici oppure che si ricollegavano a rumori già ben noti nella vita del passato, come è il caso, ad esempio, del Porciglione che, per il suo richiamo simile al grugnito di un maiale, viene in cremonese chiamato Grügnet. Altre volte sono state le dimensioni degli uccelli, verificate dopo la loro cattura, a suggerirne il nome, come nel caso della Beccaccia e del Beccaccino, chiamati indifferentemente Becàcia. 
Un gabbiano
Oppure ancora l'habitat naturale nel quale erano stati osservati, con definizioni scientificamente ineccepibili, come è nel caso del Canareccione, che vive nei canneti, chiamato dai cremonesi Canaröla, o per il Passero d'Italia, che nidifica sotto i tetti, detto Bèca-cop. L'attenta osservazione in natura degli elementi più vistosi della corporatura o del piumaggio ha fatto sì che venisse chiamato Bucàsa il Succiacapre, per la sua ampia bocca, altre volte è stata la somiglianza con gli uccelli domestici e più conosciuti, come i polli, che ha suggerito di chiamare la Gallinella d'acqua Galinèta, oppure la convinzione che specie diverse preferissero un cibo specifico che in determinate zone fosse più disponibile, nel caso di insettivori come il Forapaglie che i cremonesi,
convinti si cibasse di miglio, chiamavano Bèca-mèi. In pratica tutti gli uccelli erano oggetto di caccia, con metodi che oggi definiremmo di “bracconaggio” e quindi solo ciò che si presentava come inconsueto, poteva meritarsi un nome particolare. Analizzando le singole specie, come ha fatto Riccardo Groppali, è interessante vedere quando è stato applicato un criterio piuttosto che l'altro. Prendiamo ad esempio, la Strolaga, un uccello nuotatore che nidifica nell'Europa settentrionale ed è presente nelle nostre zone solo d'inverno durante le migrazioni: per definire il tipo minore i cremonesi si sono rifatti al suo richiamo gracchiante e l'hanno chiamata Gir, senza prendere in considerazione il suo vero nome. Lo svasso maggiore, prima presente solo durante le migrazioni ed ora invece abitante consueto delle paludi ferme, e il Tuffetto, sedentario, più di altri hanno sollecitato con le loro abitudini la fantasia dei cremonesi: dal momento che nuotano vengono chiamati Nudéen e Nudée gros lo svasso maggiore; vanno sottacqua, e dunque diventano Sotaquìi; si immergono con una specie di tuffo e possono raggiungere il fondo, cosicchè diventano Fundéen, ma frequentano anche piccole pozze d'acqua, per cui nel cremonese orientale il Tuffetto è Puciaröl da pùcia, pozzanghera. Il verso Piuu dello svasso piccolo e quello uit-uit del Tuffetto avrebbero originato il cremonese Fisòl, anche se Valerio Ferrari, preferirebbe una derivazione dal latino fusulus, cioè piccolo fuso, per la forma affusolata che questi uccelli assumono durante il volo. 
Il martin pescatore
Dal latino aspergere potrebbe derivare anche il nomignolo Pèrtga attribuito nel cremonese orientale al Tuffetto, a ricordare che l'immersione di questi uccelli è talmente rapida da provocare schizzi d'acqua. Smàrga chiamano invece i cremonesi la Nitticora o Garzetta: deriverebbe dal greco smarageo, che significa rumoreggio, riferito allo strepito emesso dalle colonie di aironi durante la nidificazione. Ma la presenza nei riproduttori di piume sottili e allungate, utilizzate nella confezione di cappellini nel secolo scorso, ha dato origine anche da un'altra serie di denominazioni derivanti dal latino medievale garza, cioè lana cardata, oppure gaxia e gasum, canapa di ottima qualità, per la somiglianza di questi materiali con il piumaggio ornamentale di questi uccelli, che nel cremonese hanno spinto a chiamare Sgarzèta bianca la Garzetta, Sgàrs rùs l'airone rosso, Sgàrsitì il tarabusino.
Il suono gracchiante uach emesso dalla Nitticora durante la notte ha dato Quach nel cremonese, e i chech acuto del tarabusino che ricorda il belato di una capretta, ha originato il cremonese cavrèta, ma anche Centòs, per la poca carne rispetto alla quantità delle ossa. L'alzavola è una verità di anatra molto comune ma in cremonese viene chiamata Gàaver, un termine derivante probabilmente dal latino gavia, utilizzato per indicare i gabbiani o altri uccelli acquatici, oppure dalla base prelatina gaba o gavia percorso d'acqua o letto di fiume. In ogni caso gàaver è un termine che viene utilizzato
anche per indicare le persone rozze e maleducate. Resta da capire se questo sia dovuto all'abitudine di questi uccelli di alzarsi in voli improvvisi e verticali dall'acqua per allontanarsi da una minaccia, e questo sia stato interpretato dai cacciatori come un gesto di maleducazione!
Il porciglione
Il suo particolarerichiamo “chich crich” potrebbe invece averla fatta chiamare Grilét nel cremonese orientale. La conformazione della coda del maschio del Codone gli ha valso nel cremonese il nome di Cùa lùnga, ma anche Fourbesòon e Còl Lònch, mentre Cüciaròon è detto il Mestolone, per la conformazione dei becco simile a un grande cucchiao. Còo vèrt è invece il germano reale, mentre il fischione, dal suo fischio “ui-uuu” è detto Pìu e il maschio della marzaiola, sempre a causa del suo raspante “prrt” origina a Cremna l'onomatopeico ruchèt e, per la sua somiglianza al rumore di una sega, reseghèt. Rasegòt, per la seghettatura del becco, è chiamato lo smergo minore, ma anche pescarett e pesèra, ma anche Gàavera pusadùura la più piccola pesciaiola, che si tuffa in verticale come se si dovesse immergere in un pozzo. Anche i rapaci diurni hanno goduto di una particolare fortuna, anche se poi la poiana ha finito per prevalere su tutti gli altri, con una certa confusione, per cui Pujanòn è stato chiamato il nibbio bruno, il falco di palude, Pujàana de làch o falchetòn. Sgrifòn, dal dialettale sgrìfa, era chiamato il grifone, poi completamente estinto, ma un tempo presente al punto che il consumo della carne di avvoltoio veniva consigliato per combattere l’emicrania e l’epilessia, e i suoi escrementi venivano fatti annusare alle partorienti per accelerare il travaglio. Il consumo di carne di nibbio era suggerito, invece, anche contro la gotta, l’applicazione del suo fegato serviva a guarire alcune malattie degli occhi e quella del suo grasso contro i dolori muscolari. Il grasso di falco, oltre che nella cura degli occhi, veniva utilizzato per combattere alcuni tumori e la sua carne contro malattie cerebrali, mentre l’assunzione dello sterco favoriva la sudorazione. L’abitudine del gheppio a nidificare nelle cavità degli edifici urbani monumentali è all’origine nel cremonese della denominazione di falchèt da tur. Tra i galliformi, ancora oggi molto apprezzati dai cacciatori per la loro carne, ricordiamo la starna, detta nel cremonese Cutùrn, dal latino coturnix, cioè quaglia.
Il rampichino
Nomi curiosi si hanno anche tra i limicoli, gli uccelli che vivono tendenzialmente nelle paludi, caratterizzati da zampe allungate, ma con richiami e conformazione del becco spesso molti differenti. Ad esempio la voce lamentosa della pavoncella “pii-ui” viene ricordata a Cremona con Suìga. Il chiurlo maggiore viene chiamato invece cïu-cïu, ma anche cürlèt, dalla somiglianza tra il suo richiamo e il cigolio del verricello del pozzo, con lo stesso nome vernacolare. Anche l'avocetta viene chiamata in due differenti modi: vocéta, con riferimento al dialetto gùcia, per il becco sottile da ricordare un ago, oppure bechinsö per la curvatura verso l'alto estremamente caratteristica. La provenienza lontana durante le migrazioni di uccelli che ricordano piccoli tacchini ha dato il nome a Cremona ai chiurli maggiori, chiamati pulina de màar e minori, pulinèta de màar, ma un uccello così comune con il gabbiano, ha invece generato il nome di cucài per il suo verso, mentre il più scuro mignattino viene designato megnanèen, richiamando gli abiti scuri da lavoro dei calderai. Interessante il termine dialettale utilizzato per indicare la colombella, pertezaròol, che avrebbe origine nel rumore prodotto da uno stormo di colombelle affamate che si posa su una quercia, privandola in breve tempo di tutte le ghiande come se fosse battuta dalle pertiche di chi staccava i frutti dagli alberi, chiamati pertegaròi. Riccardo Groppali ricorda che il sangue del colombaccio, applicato caldo veniva usato contro le piaghe agli occhi, era un ingrediente di cataplasmi contro le ustioni, mentre per uso interno, se estratto da un esemplare nutrito con fave, era utilizzato contro i calcoli renali e le infiammazioni della vescica, e cotto in aceto, contro la dissenteria. Interessante è anche la vicenda del succiacapre, che si è ipotizzato usasse la grande bocca per succhiare il latte alla capre, da cui il cremonese Ciöcia càvre, o della vacche, da cui Tetavàch. Il termine deriva dal fatto che in effetti la specie volava spesso nei pascoli per approfittare degli insetti che vi erano abbondanti, sfiorando in questo modo il bestiame e inducendo il sospetto che si cibasse del latte. La sua grande apertura boccale ha suggerito ai cremonesi anche la definizione di Saatòn, cioè grande ciabatta.
Lo storno
Ma vi sono altre centinaia di nomi per identificare anche gli uccelli più piccoli e comuni, che dimostrano la grande attenzione riservata all'ambiente ed ai suoi abitanti da parte dei nostri progenitori. Un patrimonio, anche linguistico, che rischia di essere dimenticato, anche a causa delle profonde alterazioni subite in questi ultimi anni dalla campagna. Scrive infatti Groppali: “Il modello monocolturale basato sul mais, oppure le risaie con acqua molto bassa e frequentemente asciutte, l'eccesso di fertilizzanti che contaminano le acque superficiali e i fossi che le contengono solo per un breve periodo dell'anno, l'impiego crescente di sostanze biocide che danneggiano l'avifauna direttamente o indirettamente (privandola del cibo), l'eliminazione dei margini dei coltivi e delle siepi o filari, la cancellazione dei prati e delle marcite, l'espansione edilizia (con digestori e nuovi insediamenti) e delle infrastrutture, hanno contribuito alla banalizzazione dell'ambiente e alla rarefazione di gran parte delle specie che erano tipiche della campagna fino a non molti anni fa. Per tutti questi motivi in Europa l'avifauna è danneggiata per il 42% del suo patrimonio complessivo proprio dall'intensificazione delle pratiche agricole. Una delle trasformazioni recenti e di maggior importanza nell'agricoltura di pianura è la cancellazione progressiva della dotazione arborea e arbustiva al margine dei coltivi: così in gran parte della Marca Trevigiana tra 1960 e 1990 sarebbe stato eliminato dal 70 al 90% del sistema d'alberature tra i campi, e nel Parco Cremonese del Po (ampio 2.430 ettari e collocato tra città e fiume) tra 198 e 2002 l'eliminazione di siepi e filari ha superato il 45%. Le conseguenze sull'avifauna di questa formidabile banalizzazione ambientale sono state estremamente negative: confrontando nella Valpadana interna aree a coltivazione intensiva ampie e con differenti quantità d'alberi e arbusti lungo i bordi dei campi, studiate ogni mese per un anno, in quella più ricca di tali elementi sono state censite 52 specie con 2.456 individui, e in quella priva di vegetazione legnosa al margine dei campi rispettivamente 13 e 182. Un paragone che non richiede commenti”.
Non hanno mai goduto invece di grande simpatia i rapaci notturni, in quanto si credeva che il loro canto portasse sfortuna. In particolare era ritenuta portatrice di morte la civetta per l’attrazione esercitata dalla luce sugli insetti notturni e, di conseguenza, anche sul loro predatore. In passato, essendo scarsa l’illuminazione e molta la miseria, la luce veniva mantenuta accesa solo in caso di grave necessità, come può essere quello della stanza in cui accudire un malato grave. Questo faceva affluire numerosi insetti che si affollavano presso la finestra, ben presto seguiti dalla civetta che se ne cibava, e dal momento che spesso le cure precarie erano infruttuose, la credenza popolare volle che il verso dell’uccello costituisse un funesto presagio. La civetta, però, era anche utilizzata per la cattura di altri uccelli, spinti dal fatto che il rapace notturno individuato come dormiente possa essere facilmente scacciato dal proprio territorio. Questo ha favorito indubbiamente la loro conoscenza originando nomi in vernacolo che identificano questa funzione, come Uzelòon a Cremona per il gufo comune, per ricordare le sue grandi dimensioni. Secondo la diceria popolare la cenere degli occhi di gufo era l’ingrediente di un collirio usato per migliorare la vista e il cervello veniva impiegato esternamente per curare le piaghe e contro la scabbia.


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