venerdì 27 aprile 2018

Pietro Anelli, il signore del pianoforte


Una vecchia pubblicità di Anelli
Una bella storia cremonese che compie un secolo quest'anno e che ha segnato, fino al 1968, cinquant'anni di primato indiscusso nell'industria musicale. Una storia che sarebbe andata irrimediabilmente perduta se la caparbietà del musicologo Fabio Perrone, unita alla determinazione dimostrata dall'amministrazione comunale di Crema, dalla Fondazione San Domenico e dall'Istituto Musicale Folcioni non l'avessero salvata. E la mostra dedicata alla “Società Anonima Anelli, Pianoforti Cremona (1918-1968)” che si sta allestendo a Crema nell'aula magna di palazzo Verdelli, sede della fondazione San Domenico e dell'Istituto musicale Folcioni, con la presentazione, oggi, del bel catalogo curato da Fabio Perrone, è il coronamento di un sogno, iniziato nella bottega di Ferdinando Giordano all'ombra del Torrazzo, che ha preso forma, però in riva al Serio, per il protrarsi del silenzio, durato dal 2014 al 2017, degli amministratori cremonesi a cui era stata proposta. Ma tutto questo è stato reso possibile grazie a Luciano Nazzari e Marco Tamagni, eredi della grande tradizione cremonese della costruzione di pianoforti che hanno messo a disposizione della città il materiale posseduto perchè fosse adeguatamente valorizzato. La condizione era che venisse creato uno spazio espositivo adeguato aperto al pubblico, che ricordasse e documentasse questa straordinaria attività, prima artigianale e poi industriale, che ha fatto di Cremona la capitale indiscussa del pianoforte “made in Italy”. E non è un fatto da poco, perchè in quegli anni le prodigiose scatole musicali prodotte all’ombra del Torrazzo, furono in grado di rivaleggiare con i mitici strumenti tedeschi, vero oggetto di culto per tutti gli esecutori europei.
All’origine della dinastia Anelli c’è Antonio, detto “El pitturin”, era un artigiano assai versatile: scolpiva statue di santi in legno, faceva il pittore, decorava ed indorava candelabri e cornici. Vi sono chiese nel Piacentino e nel Lodigiano interamente rifinite da lui, dall’organo ai quadri, ai candelabri. Nel 1836 da Santo Stefano Lodigiano dove era nato nel 1795, trasferì la sua attività a Codogno. Antonio ebbe un figlio, Gualtiero, qui nato nel 1838. Fin dalla più tenera età Gualtiero aveva seguito il padre ed a vent’anni era già un valente restauratore e costruttore di organi, ma scomparve nel 1880 a soli 42 anni lasciando il figlio Pietro, diciassettenne, alla custodia del nonno Antonio, da cui ereditò la volontà e la grande tenacia. Nel 1882, però, morì anche il nonno e Pietro, anche per sostenere la numerosa famiglia e i fratelli più piccoli di cui era tutore si adoperò per cercare nuovi lavori, aiutato in questo dal padre Emilio del convento dell'Osservanza dei Frati minori riformati di Faenza, che gli procurò i primi incarichi, tra cui l'organo della chiesa di Santa Maria in Regola di Imola, la prima opera interamente realizzata da Pietro Anelli nel 1886. Nel 1887 andò a lavorare a Genova con l’organaro inglese George Trice, che era impegnato nella fabbricazione dell’organo monumentale della Concezione di quella città, di cui successivamente, in seguito allo scioglimento e alla messa in liquidazione della società originaria, nel 1893 divenne socio e la ditta prese la ragione sociale “Trice, Anelli & C”. Uno di questi organi, il primo costruito da Anelli avvalendosi del sistema Trice, fu visto ed acquistato dal cavalier Pacifico Inzoli di Crema, desideroso di avere uno strumento costruito sul nuovo modello. Ma la ruota della fortuna gira e la società lavora in perdita, per cui Anelli, che nel frattempo per il suo lavoro riceve anche i complimenti di Lorenzo Perosi, chiede agli azionisti londinesi la possibilità di cedere la ditta ad un prezzo conveniente. La ditta, che nel frattempo si è trasferita a Quarto, vicino a Genova, su pressioni degli investitori inglesi viene invece venduta all’organaro Vegezzi‐Bossi di Torino. Con la cessione della ditta cessa anche la produzione degli organi e Antonio se ne torna a Codogno dove continua a dedicarsi alla manutenzione degli organi e dei pianoforti. Ma i tempi sono oramai maturi: il settore organistico è ormai inflazionato per la presenza di Giuseppe, Angelo e Gaetano Cavalli, Luigi Riccardi, Pacifico Inzoli e Giovanni Tamburini, che proprio nella bottega Anelli aveva svolto il suo apprendistato, e Pietro decide di dedicarsi alla costruzione di pianoforti, aprendo nel 1896 una succursale a Cremona, prima in corso Venezia 13, poi in corso Umberto I. Prima di iniziare l'attività vera e propria in una nuova bottega inaugurata il 17 giugno 1909 in piazza Filodrammatici, e poi in corso Garibaldi 10, Pietro Anelli viaggia molto: a Berlino, Stoccarda, Parigi, Braunschweig per conoscere le più grandi fabbriche del settore. Pietro Anelli ha il culto della tradizione liutaria cremonese e la sera suona il violino, che aveva studiato fin da ragazzo. Intuisce che la tavola armonica dello strumento può avere qualche affinità con quella del pianoforte e si appassiona a questa ricerca.
Mascagni suona un pianoforte Anelli
Un'altra attività legata al nome di Pietro Anelli è la “Fabbrica rulli musicali traforati Anelli e C.”; che nel 1908 diventa First (Fabbrica Italiana Rulli Sonori Traforati). La fabbrica, fondata da Pietro Anelli, ha sede in via Cesari presso l’ex Istituto Ciechi, dove oggi è il Centro di formazione professionale CRForma ed è diretta da maestro Michele D’Alessandro, compositore e direttore della Banda cittadina. Ne fanno parte anche la Ricordi, l'editore Edoardo Sonzogno, l'industriale Ugo Finzi, il banchiere Giuseppe Sullam, il duca Uberto Scotti, ha un capitale iniziale di 200.000 lire e, già tra il marzo 1907 e l'ottobre 1908 riesce a pubblicare un migliaio di rulli. La First rappresenta per quegli anni una novità assoluta nel settore della produzione industriale di strumenti musicali, con una quindicina di operaie che realizzano tra il 1910 ed il 1912 ben 3767 rulli. Nel 1921 intanto entra nell’azienda un altro grande personaggio destinato in futuro a far parlare di sé: è Luigi Nazzari, che per il momento viene assegnato proprio al reparto “autopiani”.

Finita la guerra, che aveva visto un calo della produzione, avviene la definitiva consacrazione dell'azienda. Pietro aveva registrato il suo primo brevetto nel 1887, con il pianoforte a corista registrabile, e nel 1918 la società è già in grado di realizzare cinque pianoforti al giorno. Dopo la prima guerra mondiale esplodono le fabbriche artigiane che si dedicano alla costruzione di pianoforti verticali, magari storpiando i marchi stranieri ed Anelli decide di far chiarezza dando alla luce un libretto, stampato in quindicimila copie, dove si elencano uno per uno tutti i nomi utilizzati per perpetrare gli imbrogli. Mentre scoppia la polemica Pietro, dopo anni di studi e sacrifici, realizza uno strumento eccezionale, il pianoforte “Apollo”, che regge il confronto con i migliori prodotti tedeschi. In quel periodo lo stabilimento conta ben quattrocento dipendenti, molti dei quali giunti da varie parti d’Italia per imparare a Cremona i segreti della costruzione. L’incremento raggiunto da questa impresa è tale che nel 1918 egli costituisce la Società Anonima Anelli accrescendone non soltanto la produzione, ma soprattutto la fama. Ne fanno parte gli azionisti avvocato Ferdinando Piva, Pietro Anelli, l'avvocato Giacinto Cremonesi, e Oreste Mainardi e in cinque anni decuplica il capitale. L’anno dopo si rende necessario trasferirsi in un locale più ampio e l’attività finisce nei locali dell’ex cinema Eden, dove oggi è la caserma della Guardia di Finanza.
Una giovanissima Mina seduta su un pianoforte Anelli
Nel 1912 ottiene il brevetto per la tastiera a leva registrabile, un sistema, che permetteva di regolare di regolare la tastiera rendendo più leggeri o più pesanti i tasti a seconda delle necessità del pianista, nel 1922 quello per il processo produttivo metalpiano, che consisteva nella produzione in serie dei telai fusi in ematite ai quali veniva applicata la tavola armonica precedentemente preparata e successivamente il sorniere, armata la piastra o griglia, prima di inserire la meccanica nell'apposito alloggiamento del mobile, consentendo grande rapidità nelle operazioni senza inficiare la qualità del prodotto finito. Nel 1926 viene depositato un altro brevetto relativo alla cassa armonica con triplice archetto, per porre rimedio alla povertà di suono e alla minore durata dei suoni del settore centrale-acuto rispetto a quelli del settore centrale-grave. Dopo un tentativo di realizzare pianoforti verticali integrati con altoparlanti applicati direttamente sula tavola armonica, in modo da avere un suono più puro, profondo, potente e vibrante, in alternativa ai pianoforti tedeschi Bechstein, rispondendo alle nuove esigenze sonore determinate dalla diffusione della radio, Pietro Anelli decide di sospendere per il 1931 la produzione di pianoforti ma, dopo aver ottenuto l'appoggio dello stesso Benito Mussolini che per villa Torlonia acquista un pianoforte Anelli dove si esibivano Alfredo casella e Ildebrando Pizzetti, nel 1935 viene depositato il brevetto per la meccanica a ripetizione, un sistema che consentiva nell'applicazione di una speciale molla che, opportunamente registrata, permetteva la rapida ripercussione del tasto e quindi la ripetizione rapida di notte per ottenere ribattuto, trilli e tremoli.
Pietro Anelli scompare il 27 gennaio 1939, non senza aver portato a termine, nel 1930, un'altra grande impresa: l'acquisizione dei cimeli stradivariani posseduti dal liutaio bolognese Luigi Fiorini, di cui era divenuto amico dopo che questi, nel 1925, aveva visitato la fabbrica di pianoforti di via Montello e si era detto disponibile a donarli a Cremona a patto che venisse creata una scuola di liuteria. Le redini della società vengono prese dal figlio Gualtiero che, in via Garibotti, apre una linea produttiva di fisarmoniche, destinate soprattutto al mercato americano. Nel frattempo, per fare fronte alla richiesta ed ottimizzare la produzione, concentra la realizzazione delle parti meccaniche dei pianoforti nella sede di via Montello e decentra la costruzione e la verniciatura dei mobili presso la Cavalli e Poli, l'altra storica industria musicale cremonese, specializzata anche nelle aste dorate, fondata qualche anno prima da Aristide Cavalli ed ora condotta dal figlio Lelio. Nel dopoguerra dalla Anelli esce un altro fortunato modello, il verticoda, una pianoforte più profondo e più sonoro di un tradizionale pianoforte verticale, che combinava le necessità acustiche di un mezzacoda con quelle di compattezza di uno strumento verticale.
La fabbrica Anelli in via Montello
Negli anni Sessanta iniziano le prime difficoltà finanziarie: la società Anelli viene acquistata dalla Safem di Milano e Gualtiero resta nel nuovo gruppo in qualità di amministratore delegato, mentre la produzione si allarga ai mobili per televisori, ma questo non basta per salvare la società che nel 1964 viene dichiarata fallita, restando in amministrazione controllata fino al 1967. In settembre viene costituita la “Fabbrica Italiana Pianoforti e Strumenti musicali, FIP-Spa – Cremona” con sede in via Montello per la costruzione e vendita di pianoforti, che però cessa d'esistere qualche mese dopo quando il 21 giugno 1968 viene costituita, sempre nella stessa sede, la “Fabbrica Pianoforti Cremona Spa” che non ha migliore fortuna dei precedenti tentativi e viene sciolta e messa in liquidazione dopo appena un anno di vita. Nel 1970 il marchio “Anelli” viene venduto alla Farfisa, con una ripresa della produzione per un altro decennio.
Ecco dunque- commenta Fabio Perrone a conclusione dell'avventura davvero unica di Pietro Anelli - la necessità di raccontare, per onor di storia e per rendere omaggio a quanto hanno lavorato per elevare l'industria nazionale del pianoforte ai livelli europei, la vicenda della 'Casa Anelli' e l'evoluzione di un certo modo di produrre strumenti musicali nel Novecento. Oggi, con l'avanzare della nuova economia globalizzata, la 'Anelli' appartiene a tutti gli effetti ad un mondo che abbiamo definitivamente perduto ma che ha caratterizzato, per molti decenni, la storia d'Italia”.

Le strade del 25 aprile


La giunta Calatroni
Nei giorni dell'insurrezione del 25 aprile vi fu un'altra rivoluzione, certamente meno drammatica per il contributo di sangue richiesto, ma non meno significativa per i protagonisti di quegli eventi. Uno dei primi atti della Cremona liberata, di cui si fece interprete la prima giunta repubblicana presieduta dal sindaco del CLN Bruno Calatroni, fu la rivoluzione toponomastica con cui vennero modificati i nomi delle vie che ricordavano gli avvenimenti ed i protagonisti di quel ventennio di dittatura ormai alle spalle. Il 28 aprile 1945 Calatroni aveva inviato al prefetto un rapporto sulla dinamica della Liberazione: “Si può calcolare che le forze partigiane clandestine che hanno partecipato alla liberazione della città assommassero a circa tremila uomini…trenta i caduti dalla parte dei patrioti”. Il 5 maggio, solo una settimana dopo, con la presenza, oltre al sindaco, dei vice Leggeri e Marabotti, e degli assessori Agosti, Bodini, Granata, Lambertini e Zanotti venne approvata all'unanimità la delibera con cui veniva modificata l'intitolazione di alcune vie “intitolate a nomi che ricordano specialmente il periodo più funesto e più tragico imposto all'Italia e alla nostra Città, dalla dittatura fascista, o comunque possono essere sostituiti da nomi più cari alla Città di Cremona”. Ma già dal 30 aprile Calatroni aveva richiesto che si sostituisse immediatamente l'intitolazione di Martiri fascisti con Attilio Boldori e di via Malta con quella di Felice Cavallotti, ed aveva sollecitato l'ufficio tecnico a fornire i nomi di tutte le vie che dovevano essere rinominate. Già nel corso della giornata le intitolazioni incriminate erano state rimosse e il sindaco chiedeva al Prefetto indicazioni sulle nuove intitolazioni Queste sono le attuali vie Attilio Boldori, Felice Cavallotti, Giacomo Matteotti, Ala Ponzone, Ferruccio Ghinaglia, Amedeo Tonani, don Minzoni, corso Vittorio Emanuele II, Piazza della Pace e galleria 25 Aprile. In realtà non mancò qualche inconveniente, dovuto alla fretta del momento. Via Giuseppina, ad esempio, finì per oltre un anno col chiamarsi interamente via Tonani, contrariamente a quanto avrebbe voluto il sindaco Calatroni. In una nota inviata al segretario, con la data del 20 gennaio 1946, lo stesso sindaco puntualizzava: “La delibera con cui veniva imposto il nome di Tonani alla via Giuseppina riguardava solo il tratto compreso dalla via Pippia all'osteria del Gelsomino, invece è accaduto che tutta la via Giuseppina ha preso il nome di Tonani, mentre invece dal Gelsomino in su doveva restare Giuseppina, Provveda far fare l'opportuna rettifica e poi mi riferisca”. Ma si provvide alla correzione solo a novembre.
Mussolini alla lapide dei Martiri fascisti nel 1923 (foto Fazioli)
Ma fu soprattutto su via Martiri Fascisti che si concentrò la prima attenzione della giunta, per l'alto significato simbolico che rivestiva, sottolineato anche dalla presenza di una lapide a ricordo incastonata su via Balbo, che sarebbe in seguito divenuta via Ala Ponzone. L'intitolazione, infatti, ricordava il tentativo dei fascisti di impadronirsi della città un giorno prima della Marcia su Roma. Farinacci era rientrato a Cremona la mattina del 26 ottobre 1922, dopo essere stato a Roma e Napoli, e con in suoi più stretti collaboratori aveva preparato meticolosamente l'azione che poi avrebbe avuto luogo la sera del giorno successivo. Il piano era quello di dare l'assalto ed occupare la Prefettura. Paolo Pantaleo descrive l'episodio minuziosamente (Paolo Pantaleo, Il Fascismo cremonese, Cremona, Cremona Nuova 1931): “Il prefetto eleva formale protesta, dichiara che compirà intero il proprio dovere. Convoca immediatamente il questore, il maggiore dei carabinieri, il comandante del presidio. Dopo una breve discussione dichiara, secondo gli ordini ricevuti da Roma, di rimettere i poteri civili all'autorità militare. Questa immediatamente dispone perchè siano fortemente sbarrate le vie d'accesso alla prefettura. Intanto arrivano a frotte i fascisti dalla provincia: una parte tenta di forzare il portone della prefettura, un altro si addensa in via Bissolati. I carabinieri si distendono lungo attraverso via Vittorio Emanuele e roteando i moschetti tentano respingere le camicie nere che aumentano continuamente di numero, decise ad affrontare ogni rischio. In prefettura guardie regie e carabinieri afferrano i fascisti, che vi erano penetrati e vi si erano installati, e riescono a metterne parecchi alla porta. Mentre si sta studiando il modo di impadronirsi delle prefettura giunge un inviato da Perugia, il quale è latore dell'ordine di sospendere per 24 ore l'azione, in previsione di una nuova situazione che andava delineandosi a Roma. I ministri, infatti, avevano rassegnato all'on. Facta le loro dimissioni e si divulgava la notizia che il presidente del consiglio avesse in animo di chiamare l'on. Mussolini a far parte del governo. Non era possibile attenersi all'ordine venuto da Perugia. Cerano già dei morti, la provincia era tutta in mao dei fascisti: rimandare l'azione equivaleva ad una ritirata in piena regola, senza speranza di una ripresa fortunata e vittoriosa. L'on. Farinacci corre al telefono e chiama il Duce a Milano. Unadramamtico dialogo si svolse. “Ho l'ordine di sospendere l'azione – dice Farinacci – ma ormai è troppo tardi, orami il dado è tratto; fermarsi sarebbe danno irreparabile. Il nostro piano, ormai conosciuto e diffuso, non potrebbe attuarsi più tardi”, “Avete delle vittime tra i fascisti?”. “Tre morti a San Giovanni in Croce e parecchi fascisti feriti in provincia. Abbiamo assediato la prefettura a attendiamo il momento propizio per conquistarla”. “Di fronte a questi fatti”, conclude Mussolini, non resta che continuare”. “Benissimo noi ci rimettiamo ai tuoi ordini, pronti anche ad inviare rinforzi a Milano se occorressero”. E l'azione continua”. In realtà la Prefettura si difese sparando sui fascisti al punto che Farinacci dovette ritirarsi, rimandando l'azione al giorno dopo, ma di fronte all'arrivo di nuovi fascisti dalla provincia al comandante della guarnigione non rimase altro che arrendersi per evitare una carneficina. Alla fine restarono sul terreno dieci morti e si contarono quaranta feriti tra i fascisti.

Il sacrario dei Martiri fascisti in via Balbo nel 1939
Attilio Boldori, a cui fu dedicata via Martiri Fascisti, era stato proprio una vittima di quelli, ucciso a bastonate l'11 dicembre 1921 nei pressi della Cascina Marasca di San Vito di Casalbuttano, per l'unica colpa di essere stato  rappresentante socialista in Amministrazione provinciale, di cui era stato vice-presidente, ed al Comune di Due Miglia, di cui era stato Sindaco. Via Felice Cavallotti tornava invece alla sua denominazione originaria, che aveva avuto fin dal marzo del 1898, quattro giorni dopo la sua drammatica morte, avvenuta nel corso di un duello con il monarchico Ferruccio Macola, interrotta solo nel 1940 quando la via venne denominata via Malta. Via Ala Ponzone dal 1943 era stata intitolata a Italo Balbo.
Ma vi erano anche altre strade che con il fascismo avevano modificato la loro intitolazione: viale Regina Margherita il 10 febbraio 1944 era stata rinominata via Fratelli Bandiera e tale rimase fino al 13 marzo 1951 quando venne ripristinata la vecchia denominazione di “viale Po”. Via Bassa era divenuta nel 1940 via cardinal Guglielmo Massaia, un cappuccino che peraltro non ebbe mai rapporti con Cremona, e tale è rimasta fino ai nostri giorni. Via San Lorenzo fu dedicata alla poetessa Rachele Botti Binda, per poi tornare nel 1955 alla denominazione originaria; via Martiri di Sclemo era divenuta nel 1940 via Fanny Brambati, insegnante all'Istituto Tecnico e prima fiduciaria provinciale del Fascio femminile, scomparsa nel 1939 e la denominazione di Martiri di Sclemo era passata ad un tratto di via S. Antonio del Fuoco; via Carlo Alberto nel 1931 era stata intitolata ai fratelli Cairoli, via Villa Glori al medico Gaspare Cerioli, piazza della Pace a Costanzo Ciano, su determinazione, nel 1939, dello stesso podestà Francesco Gambazzi con i ringraziamenti personali del figlio Galeazzo; piazza S. Angelo era divenuta piazza Guglielmo Marconi: vicolo del Teatro era stata intitolato a Tito Minniti, aviatore  decorato con la medaglia d’oro al valor militare, morto nel 1935, e considerato eroe della guerra d’Etiopia. Nel giugno del 1945 su proposta del repubblicano Vittorio Dotti la strada definitivamente intitolata a Gaetano Cesari; via Concordia, allora la quarta a destra di corso Vittorio Emanuele che sbocca di fianco alla chiesa di Santa Lucia, era stata dedicata alla medaglia d'oro al valor militare Angelo Morsenti; corso Vittorio Emanuele ad Ettore Muti, segretario nazionale del partito fascista per un solo anno dal 1939 al 1940 e morto in circostanze oscure un mese dopo la caduta del regime il 25 luglio 1943; via porta Po Vecchia era stata dedicata ad un seniore della Milizia fascista che aveva partecipato alla marcia su Roma nel 1922, Luigi Valcarenghi, medaglia d'oro, caduto nel 1936 in Africa orientale; via Diritta (nome dato allora a via Arcangelo Ghisleri) era divenuta fin dal 11 ottobre 1927 via 28 Ottobre, in ricordo della marcia su Roma, e solo con il 15 maggio 1945 sarebbe stata dedicata al Ghisleri, anche se si pensava in un primo tempo ad una intitolazione ai fratelli Alfredo ed Antonio di Dio, attribuita invece poi al primo tratto di Ala Ponzone tra corso Vittorio Emanuele e via Astegiano, e sei anni dopo ad un strada all'inizio di via Castelleome. Si lasciò stare invece via Gonzaga, divenuta nel 1930 via XI Febbraio in ricordo dei Patti Lateranensi dell'anno precedente.
La galleria 23 marzo, poi 25 aprile
Con il 7 maggio, oltre quelle che abbiamo detto, mutarono nome anche via della Repubblica, che divenne via Giacomo Matteotti, via Balbo che mutò in via Ala Ponzoni, tranne, come abbiamo visto il primo tratto; via Fratelli Cairoli divenne via Ferruccio Ghinaglia, un giovane di Polengo ucciso a Pavia, in borgo Ticino, da una squadra di picchiatori fascisti il 21 aprile 1921, in occasione della festa del Natale di Roma, a cui nel nostro cimitero è dedicato un monumento dello scultore Adamo Anselmi. L'originaria via Giuseppina, come visto, divenne per oltre un anno via Amedeo Tonani, denominazione poi restata solo al tratto che, da via Postumia conduce appunto a via Giuseppina, dove aveva abitato il ragazzo ventunenne che aveva deciso di seguire i partigiani, per poi venire ucciso a Favello in val di Susa un mese prima della Liberazione, medaglia d'argento al valor militare. Via Fanny Brambati divenne via don Giovanni Minzoni (prima a sinistra di via Stenico), via Muti tornò ad essere corso Vittorio Emanuele II, piazza Ciano tornò piazza della Pace, come era dal 1919 e la galleria 23 marzo, che doveva ricordare la nascita dei fasci italiani di combattimento nel 1919 in piazza San Sepolcro a Milano, diventò galleria 25 Aprile. Il primo lavoro della nuova commissione toponomastica poteva dirsi, almeno per il momento, concluso.

martedì 3 aprile 2018

La Grande Guerra raccontata ai bambini

In guerra muoiono così i poveri come i ricchi. La carestia, conseguenza della guerra, è sentita specialmente dai poveri. Ma anche i ricchi soffrono molti danni che derivano dalla guerra. E' perciò impossibile che la guerra l'abbiano voluta i ricchi”. Era il marzo del 1918, l'esercito tedesco aveva scatenato l'offensiva di primavera sul fronte occidentale, mentre su quello italiano, dopo il grande sforzo militare e logistico di Caporetto, che non aveva prodotto un completo crollo dell'esercito italiano, gli austriaci erano ridotti allo stremo. Per far fronte alla riorganizzazione dell'esercito italiano, i ranghi imperiali erano stati rimpolpati con reclute diciassettenni e veterani, ma scarseggiavano le armi ed il cibo e la propaganda degli alleati aveva finito con lo sfiancare anche l'ostinata pervicacia degli austroungarici. Proprio in quei giorni, in attesa dell'attacco finale sul Grappa e alle foci del Piave, agli italiani veniva richiesto un ultimo sforzo. Non solo ai soldati al fronte, ma anche alle donne ed ai bambini rimasti nelle città e nei villaggi. Tutti potevano e dovevano essere utili alla patria. Anche la scuola durante la Grande Guerra si trasformò in una macchina per il sostegno patriottico. A cambiare furono in particolare le materie che, dopo un'attenta revisione, proposero programmi pedagogici legati al tema del conflitto e discussioni legate all'attualità. L'obiettivo era far capire anche ai bambini cosa fossero la Patria, la guerra per Trento e Trieste, l'eroismo militare e farli familiarizzare anche con gli aspetti più tragici della guerra come le violenze quotidiane e la morte.
L'opuscolo stampato a Cremona nel 1918
(Museo del Risorgimento di Bologna)

Fu così che proprio nel marzo di cent'anni fa, per iniziativa del Segretariato Provinciale di Cremona delle Opere federate d'assistenza e Propaganda Nazionale venne pubblicato un opuscolo “Pro resistenza interna. Dettati per le scuole elementari” dove i dettati, divisi per classi 2a e 3a, 4a, 5a, 6a affrontavano i temi della crudeltà del nemico, dell’impegno alla resistenza interna da parte della popolazione, delle misere condizioni di vita dei profughi delle terre invase, degli eroi italiani (da Dante a Garibaldi) e non mancavano per le ultimi classi, lettere di figli ai padri in guerra, in cui i bambini raccontavano i loro sacrifici per aiutare la mamma e il loro impegno per la vittoria dell’Italia.
La necessità di avvicinare la scuola e la trincea finiva con il coinvolgere tutte le materie di insegnamento: per la lingua italiana erano previste letture di giornali e periodici che narravano episodi della guerra, l’esame e la descrizione di vignette, quadri, cartoline illustrate rappresentanti i più significativi momenti ed episodi di guerra e specialmente atti d'eroismo del nostro esercito; per la geografia si proponevano tra l’altro, la configurazione del Carso e l’elenco dei comuni conquistati, ed i problemi logistici che affrontava in questo senso l'esercito italiano. Snel programma di scienze venne dato grande spazio alle novità tecnologiche in campo militare. I bambini scoprivano così le armi utilizzate al fronte, gli esplosivi, la crudeltà dei gas asfissianti, gli affascinanti aeroplani. Non mancavano poi riferimenti alle tecniche di costruzione delle trincee, dei camminamenti, dei reticolati e l'organizzazione delle retrovie. Infine, venne suggerito agli insegnanti di educazione fisica di sostituire le ore di ginnastica e sport con visite agli ospedali militari, alle fabbriche riconvertite alla produzione militare e ai campi di prigionia
Gli insegnanti avevano anche il compito di sorvegliare e segnalare i casi di bambini che si dimostrassero poco inclini a sostenere la guerra e lo sforzo patriottico. Antonio Gibelli ("La Grande Guerra degli italiani", BUR, Milano, 2009, p. 235), racconta ad esempio di una bambina che in un tema, scrisse: "Chi fa la guerra sono tutti poveretti perché di signori non ce n'erano lì in terra" riportando delle considerazioni sentite dal padre, ricoverato in un ospedale dopo essere stato ferito al fronte. La maestra, dopo aver chiesto dove avesse sentito queste cose, strappò il compito e diede un ceffone alla piccola. Nulla doveva turbare il crescente patriottismo dei bambini. 
Non a caso l'opuscolo cremonese si apre con il testo che abbiamo riportato all'inizio. E' un dettato per bambini di 2ª e 3ª elementare. Altri affrontavano il tema del nemico tedesco. Infatti fino alla fine del XIX secolo, i bambini erano stati poco considerati all'interno delle società e del nascente mercato di massa. Al contrario, all'inizio del Novecento iniziarono ad essere visti come dei potenziali lettori e consumatori di beni, nella consapevolezza che la loro nazionalizzazione avrebbe costituito per molti versi la premessa all’opera di statalizzazione dell’infanzia condotta successivamente dal fascismo. “I Tedeschi. Recita un altro dettato – si credono destinati da Dio a governare il mondo e perciò fanno la guerra per dominare tutti gli altri popoli. Siccome poi la Germania è molto popolata e possiede tanto ferro e tanto carbone, così con la prepotenza, cerca, fuori dai suoi confini, nuove terre per dare sfogo alle sue produzioni. Per queste ragioni la Germania fa la guerra con grave danno di tutti gli altri Stati”. Come i soldati al fronte, anche ai bambini si chiedeva obbedienza, senza la pretesa di sapere i perchè ed i per come della guerra. Un dettato per la 2ª e 3ª: “Noi fanciulli non dobbiamo prestar fede ai cattivi e agli ignorante che vogliono i tedeschi in Italia. Dobbiamo ascoltare le parole dei nostri maestri e ripetere in casa e fuori che questa guerra è stata voluta dalla Germania, la quale mira a diventare a ogni costo la padrona del mondo”. Ed ancora un richiamo nazionalista: “Gli uomini più grandi del mondo sono: gli scienziati Archimede, Galileo, Volta e Marconi; il poeta Dante Alighieri; lo scopritore Cristoforo Colombo; i pittori Raffaello, Tiziano e Michelangelo; i musicisti Rossini e Verdi; i condottieri Giulio Cesare, Napoleone e Garibaldi. Questi grandi sono nati in Italia e, per essi, tutti gli uomini ebbero la civiltà ed il progresso. Gli italiani non lo devono dimenticare; gli italiani hanno diritto, come ogni altro popolo, di avere la propria libertà, perchè la propria civiltà continui a trionfare”.
Foto del Museo dell'Educazione-Università di Padova
Se la condizione dei bambini nel periodo di guerra mutava in relazione alla loro appartenenza sociale, è comunque possibile rilevare alcuni elementi che accomunavano le esperienze dei più piccoli. A partire dalla diffusione dell'ideologia della parsimonia e dei sacrifici che divenne un imperativo economico e morale che riguardava tutti i cittadini, indistintamente, inclusi i più piccoli. Nei giornalini a loro destinati, nelle cartoline illustrate, nei manifesti murali, i bambini diventavano destinatari di ammonimenti precisi: non consumare troppo le scarpe saltando alla corda, non sprecare carta facendo macchie sui fogli, consumare solo lo stretto necessario per l'alimentazione, magari rinunciando allo zucchero che scarseggiava. Ai più piccoli si consigliava questo dettato: “La carestia, conseguenza della guerra, comincia a farsi sentire. È dovere di tutti sopportare le privazioni di questi difficili momenti senza lamento alcuno, serenamente e silenziosamente. Tutto ciò che risparmieremo nelle nostre case tornerà a beneficio dei soldati che, altrimenti, ai gravi disagi della trincea dovrebbero aggiungere anche quello più grave della fame”. Ed ancora: “I nostri bravi soldati resistono, combattono da leoni, perhè il crudele nemico non avanzi, Essi vogliono vincere e vinceranno. Ma alla volontà loro la nostra si aggiunga forte, risoluta. Il ricco, il povero, il letterato, l'operaio, il sacerdote, si uniscano fraternamente in un solo pensiero: la vittoria. Grandi e piccoli, uomini e donne con animo virile sopportino dolori e privazioni. Bisogna resistere, bisogna vincere”. Un dettato per i più grandicelli ammoniva: “E' tempo di sacrifici, fanciulli miei, delle generose rinuncie, che ognuno impone a sé stesso, sull'unica legge del cuore, quando la Patria è nel pericolo e nel dolore. L'aula è poco riscaldata: ebbene, ci riscalderemo noi con la ginnastica che fa l'animo lieto e rinvigorisce il corpo; occorre tanto legno lassù per nuove trincee; nessuno qui senta il freddo. Il pane è oscuro: ma ai nostri prodi combattenti non mancheranno le buone pagnotte; nessuno si lagni. Gli abitini sono un po' logori, ma di grigio verdi ce ne saran sempre di nuovi; non pensiamo a inutili capricci. E non più leccornie, non più cinematografi, non più sollazzi, finchè lo straniero calpesti il suolo d'Italia”. Un altro dettato cerca di giustificare la mancanza di derrate alimentari. mettendo all'indice i disfattisti: “Alcuni dicono ancora oggi: «Si poteva restare neutrali e non vi sarebbe stata carestia». Ebbene guardiamo le azioni neutrali p.e. la Svizzera e la Spagna. Esse sono in condizioni quasi peggiori di noi per quantità di generi alimentari. Ciò perchè gli Stati in guerra han proibito l'esportazione di molti generi e han rincarato tutto. I neutrali, per aver ciò che loro manca, devono pagarlo ad altissimo prezzo. E' aumentato anche incredibilmente il costo dei trasporti di merci, per i danni dei sottomarini. I negozianti nei paesi neutrali hanno comperato ad ogni prezzo i viveri, per rivenderli ai paesi belligeranti, e tutto questo ha portato la carestia anche ai neutrali, carestia forse più grave di quella che sentiamo noi”.
Disegni di un bambino (Museo dell'Educazione-Università di Padova)
Non mancavano parole anche per le martoriate popolazioni che si trovarono nei territori invasi dalle truppe austriache e tedesche all’indomani di Caporetto; qui i bambini e le bambine conobbero anche la paura e la fame, la prepotenza degli uomini in armi, il precoce contatto con la violenza e con la morte. Inoltre i bisogni della popolazione finirono in se- condo piano rispetto alle priorità dell’esercito occupante: i generi alimentari destinati ai civili vennero drasticamente razionati; le produzioni manifatturiere e agricole vennero requisite e si procedette allo smantellamento di ciò che ri- maneva dell’apparato produttivo; foraggi, animali, derrate alimentari e persino suppellettili domestiche e biancheria dovettero essere consegnate. “Abbi pietà di tutti gli infelici; ma, oggi, il tuo cuore sia specialmente rivolto ai profughi delle terre invase: ai miseri che abbandonarono la casa, le cose più care, per isfuggire alla cattiveria del nemico, per essere liberi e Italiani. Per loro risparmia il soldino destinato alla gola”.

La necessità di fornire un sostegno patriottico ai soldati impegnati al fronte, vede in prima linea anche i bambini. Il nostro opuscolo si conclude con l'indicazioni di due dettati dal forte contenuto emotivo: “Scrivete al vostro babbo, suggerite alla mamma, che con voi gli scriva: ditegli che lo vedete con gli occhi del cuore e della mente, e ve lo figurate attento e fiero, pronto all'attacco per la vittoria nostra, per la sconfitta di quel nemico che mira con ansia feroce a rendersi padrone delle nostre case, delle nostre belle campagne, delle nostre industri città, che vuol calpestare le tombe dei nostri avi che l'avevano scacciato, che vuol soffocare in noi ogni palpito di libertà, che vuol renderci schiavi una seconda volta”. Ed infine: “Questo grido: La Patria è in pericolo! Questo grido che vuole chiamare in soccorso tutte le forze di tutti gli italiani, viene persino dalle madri, che hanno già perduto un figlio e che scrivono all'altro che è in trincea: «Figlio mio, fai il tuo dovere; combatti e vendica il fratello ucciso; combatti e sii degno della libertà che vogliamo, della giustizia che dobbiamo amare!» Vi sarà ancora oggi un insensato che osi dire: «Ben vengano i Tedeschi!»? Ricordatevi: Tedesco significa bastone, catene, forza, miseria, avvilimento, distruzione di tutto ciò che è bello, santo, di tutto ciò che amiamo. Di tutto ciò che è nostro”. La guerra non risparmiava nessuno, tutti venivano chiamati. Anche i bambini.

martedì 27 marzo 2018

Quando le case erano chiuse

Casa di tolleranza negli anni Venti
Il 20 febbraio 1958, sessant'anni fa, il Parlamento approvò la legge n.75, più nota con il nome della sua creatrice, la senatrice socialista Lina Merlin. La legge aboliva la regolamentazione della prostituzione in Italia e, di conseguenza, portava alla chiusura delle “case chiuse”, che avvenne nel giro dei sei mesi successivi, il 20 settembre 1958. L’intento era quello di contrastare lo sfruttamento delle prostitute. L’iter della legge Merlin era stato molto lungo (la prima bozza risaliva al 1948) e contrastato: la proposta creava, infatti, una spaccatura trasversale nell’opinione pubblica italiana. Fra gli oppositori, Indro Montanelli pubblicò nel 1956 un pamphlet polemico intitolato “Addio, Wanda!”, che, in un certo senso, rispondeva al libro pubblicato l’anno precedente da Carla Voltolina, moglie del futuro Presidente Pertini, e dalla stessa Lina Merlin, intitolato “Lettere dalle case chiuse”, che raccoglieva 70 lettere ricevute dalle ragazze delle case di tolleranza e dal personale di servizio. Alcune favorevoli, altre contrarie alla chiusura. La senatrice Angelina Merlin, detta Lina, era stata maestra elementare della provincia di Padova, classe 1887, partigiana.
Durante il periodo fascista Angelina era stata spedita al confino in Sardegna perché aveva rifiutato di aderire al regime. Dopo la proclamazione della Repubblica, è stata l'unica donna nella prima legislatura repubblicana, eletta con il partito socialista. Si racconta che quando la sua discussa proposta di legge arrivò in Parlamento Lina invitò Pietro Nenni ad ordinare al partito di votare a favore. «Altrimenti – disse – farò i nomi dei compagni che sono proprietari di casini». E lui: «Dio mio, Lina, e come faccio ad avvertirli tutti?».
Dal 1958 ad oggi, il tema della prostituzione continua a rimanere al centro del dibattito politico e innumerevoli sono state le proposte, anche recentemente, di variazione e di revisione della legge n.75. Al momento dell'approvazione della legge le "case chiuse" erano 560 e ospitavano circa 2.700 prostitute.
Quando, con l'applicazione della legge Merlin, il 20 settembre 1958 vennero chiusi i bordelli, a Cremona erano presenti una settantina di prostituite distribuite in sette case di tolleranza. Bordelli esistevano però anche a Crema, in via Vico Sala 9 e a Casalmaggiore, in via Centauro 23. Le case chiuse cremonesi erano in via Bardellona, in via De Stauris, in via dei Dossi, in via Cavitelli, in via Fogarole e in via Castore Polluce. I peggiori lupanari si trovavano in via Bardellona, all’angolo con via Aselli, e in via Vacchina, una laterale di via Bissolati. Il “Vacchina” era uno dei noti casini che esistevano nella zona di porta Po, l’altro era in vicolo Dei Dossi. Il “Vacchina” era diretto dalla signora Maria, una corpulenta matrona sulla cinquantina dalle labbra rosso corallo. Anche l’altro bordello di via Dei Dossi era abbastanza declassato. Il tenutario era chiamato “el padròon de le vache” e disponeva di un nugolo di scugnizzi che durante la presenza delle truppe americane in città, andavano alla ricerca dei “boys” da portare al casino. Ed in cambio, quale ricompensa, ricevevano la possibilità di dare una sbirciatina a qualcuna delle signorine del casino, quando riuscivano a racimolare almeno quattro clienti. In via Bardellona i casini erano due: il primo era situato verso la curva di via Aselli, il secondo un po’ più all’interno. Quello verso via Aselli era squallidissimo e frequentato da nugoli di militari. Le prostitute vestivano sottovesti nere lerce, mentre i clienti aspettavano il loro turno su panche in legno in condizioni peggiori di quelle delle stazioni ferroviarie. Il secondo bordello di via Bardellona era invece un po’ più dignitoso: la tenutaria si chiamava Carlina, era un donnone con un grembiule nero che inforcava occhiali cerchiati in metallo che la facevano sembrare più un’oblata che una maitresse. Il personaggio più noto del mondo del piacere nostrano era però la Egle, tenutaria del casino di via Fogarole. Tarchiata, dai capelli giallo polenta, la voce rauca per le molte sigarette. Un giorno nei pressi del suo bordello avvenne un fatto di sangue: uno spazzino uccise l’amante a colpi di pistola. Quando fu celebrato il processo la Egle venne chiamata in qualità di testimone e i cremonesi che affollavano l’aula per il clamore suscitato dall’omicidio passionale, manifestarono un certo imbarazzo non sapendo se salutarla o meno. Un altro noto casino era il “Belfiore” di via Cavitelli, molto trascurato: la casa era buia, i divani su cui sedevano i clienti in attesa erano ormai sfondati con le molle che uscivano dal fondo, ma il bordello era frequentatissimo per la bellezza di alcune delle ragazze che periodicamente vi lavoravano. Il bordello più elegante era in ogni caso il Polluce di via Castore Polluce, una laterale di via Milazzo, nei pressi della chiesa protestante. Era il ritrovo più caro di Cremona, dove ogni consumazione superava di 150 lire le tariffe fissate per le altre case di tolleranza cremonesi. L’interno era grazioso e l’arredamento di buongusto. La tenutaria era una certa Mimma, milanese, esile, intelligente, di buona cultura, che contrastava con la portinaia, un donnone di 120 chili che incuteva terrore. Il Polluce era frequentato dalla Cremona “bene” e vi si usava il “libero”: in buona sostanza il cliente di rispetto aveva facoltà di scegliere la ragazza da solo. Per quanto riguarda l’origine, le ragazze che esercitavano a Cremona erano principalmente venete. Vi erano anche alcune milanesi, qualche meridionale e molte emiliane.
Le case di tolleranza cremonesi furono anche spesso al centro di episodi di cronaca nera, a causa dei loro frequentatori. Non erano rari i sequestri di armi e di droga, soprattutto cocaina. Per questo motivo, ad esempio, fu chiusa nel novembre 1928 la casa di tolleranza di via Villa Glori 14 e la sua tenutaria Annita Bellotto condannata a sette mesi di carcere e 3500 lire di multa. Ad altri sei mesi di carcere e mille lire di ammenda fu condannato nell'aprile 1929 un certo Emilio Medica per aver mantenuto aperto un bordello non autorizzato. Altre volte le condanne riguardavano l'adescamento all'esterno della casa, come nel caso di due prostitute che sostavano davanti all'ingresso di vicolo Traverso 10 “richiamando in tal modo l'attenzione dei passanti”, e della tenutaria del bordello, che si presero un mese di carcere sempre nel giugno del 1929. Nel giugno del 1951 venne arrestato un giovane macellaio per aver colpito al volto una ragazza di una “casa chiusa” rompendole il setto nasale.

In epoca storica la presenza di case di tolleranza organizzate è documentata fin dal XIV secolo, come ha dimostrato la giovane studiosa Barbara Venturini nella sua tesi di laurea “La prostituzione a Cremona nella prima età moderna” presentata presso l'università degli studi di Pavia nell'anno accademico 2009/2010. La normativa del Trecento prevedeva l'allontanamento delle meretrici dalla Cattedrale, dove probabilmente si recavano per adescare clienti, dalle maggiori piazze e dalle vie, dove era loro proibito di transitare durante il giorno. Le prostitute erano, quindi, obbligate a risiedere all'interno del postribolo, dal quale non potevano allontanarsi per più di dodici metri.
Un'ulteriore norma prevedeva la presenza di un postribolo solo all'interno dei confini della piazza, forse spiegabile con il mutato atteggiamento dei governi che avevano intuito l'utilità sociale e soprattutto economica della prostituzione. Anche i documenti d'archivio confermano l'esistenza di un postribolo nella città negli anni precedenti al 1559. Nonostante questa attenzione alle meretrici erano imposti particolari vincoli: anche a Cremona erano costrette a portare un mantello di fustagno bianco di riconoscimento e non potevano circolare all'interno della città se non nei giorni e negli orari consentiti. Le meretrici, secondo gli “Ordini fatti sopra il vestire” del 1572, non potevano portare oro, argento, capi di seta, gioielli e perle, erano obbligate ad indossare una berretta senza alcun tipo di ornamento, e una “cintola” o banda rossa che pendesse per tutta la lunghezza del vestito. Non potevano abitare nelle vicinanze della città e dei sobborghi cremonesi, se non nei
luoghi destinati ai postriboli, in caso contrario avrebbero dovuto pagare una pena di venticinque lire imperiali. Le stesse meretrici, ma anche terzi, non potevano gestire un postribolo all'interno dell'area della Cittadella, compresa tra piazza del Duomo, piazza Stradivari e piazza della Pace, pena una multa e la cacciata dal luogo. A loro era consentito uscire dal postribolo solo il sabato per effettuare la spesa, mentre in tutti gli altri giorni della settimana non potevano muoversi in città, a meno che indossassero il mantello di riconoscimento lungo fino ai gomiti. Quelle che contravvenivano agli ordini potevano essere spogliate pubblicamente degli indumenti indossati
da parte delle milizie del Podestà.
La prostituzione veniva permessa, ma nessuna persona, però, poteva fermarsi nel postribolo dopo il terzo suono della campana serale, né abitare con le donne né cercare ricovero nelle taverne vicine, pena una multa di cinque libbre imperiali. Gli stessi proprietari delle locande, dove i lenoni erano soliti condurre le donne protette durante la notte, non potevano dare alloggio oltre il terzo suono
della campana né a una prostituta né a un protettore. Lo stesso valeva per le maitresse che erano obbligate inoltre a denunciare la presenza di eventuali lenoni che le prostitute tenevano in casa. La severità dei regolamenti, tuttavia, non impedì che in città sorgessero problemi di convivenza con
il vicinato. Dopo la chiusura del postribolo pubblico nel 1559 le donne venivano ospitate da un certo Tommaso Nuvolone e dalla moglie, detta la Barzotta, nella propria casa nella vicinia di San Sebastiano, fuori le mura della città. Lamentando il disagio causato dalla situazione, i vicini
decisero di chiedere al Senato di Milano di espellerle, ma Tommaso, appellandosi alla mancanza oggettiva di un postribolo, invitò il governo spagnolo a concedergli il permesso di ospitare legalmente le donne pubbliche nella propria abitazione. Con ogni probabilità il permesso non fu accordato, se nel 1576 alcune donne, probabilmente prostitute, vengono censite in una zona diversa della città, dove vivevano da sole in affitto in case situate nella vicina di San Paolo, nella contrada di Santa Tecla che, lontana da luoghi sacri e vicina alle mura, poteva costituire il luogo più adatto
per esercitare il mestiere più antico del mondo. Nel 1592 nella zona di San Bassano, a ridosso delle mura e limitrofa alla vicinia di S. Paolo, le donne che vi vivevano da sole o con figli a carico
erano 59 e, non essendovi l'indicazione della professione, erano quasi sicuramente prostitute.
Di fronte alla presenza del fenomeno della prostituzione dilagantele risposte della città di Cremona furono molteplici. Nel 1587 i membri della Compagnia della Carità istituirono la Casa del Soccorso, nota anche come conservatorio di San Raffaele, nella vicina di Santa Lucia, zona marginale abitata in prevalenza dai ceti popolari e dagli indigenti, per fronteggiare il fatto che “molte giovinette, per non haver parenti, ne altri che buona cura di loro tenessero, facilmente perdevano l'honestà, et la salute insieme, con offesa di Dio, et ruina dell'anime”. Per “rimediare a tali disordini col divino aiuto, et col favore, et auttorità dell'Illustrissimo, et Reverendissimo monsignor Nicolò Sfondrato Cardinale, et Vescovo di detta Città, fondarono, et eressero un luogo pio, comperato à proprie spese da essa Compagnia, chiamato il Soccorso...e dove sotto il reggimento di honeste, et prudenti
persone si riducessero le figlie senza recapito, et pericolose di cader in peccato, et ivi fossero provedute di vivere, et vestire, e amaestrate nella christiana disciplina, et esercitate nelle sante virtù, et honesti costumi. Et poi a suo tempo si procurasse di consegnarle à parenti loro, se pur n'havessero de' buoni, ò di dar loro altro onesto ricapito”. Le giovani che potevano essere ospitate nella casa dovevano avere un'età anagrafica compresa tra i dieci e i trent'anni e un'origine espressamente cremonese. Era assolutamente vietato l'ingresso a “quelle che haveranno perduta la verginità..., le stropiate, ò mal sane, et inferme; non le ispiritate...nè le pazze, purchè l'accesso avvenisse secondo le volontà delle giovani e non su costrizione del padre o della famiglia. Sempre grazie all'azione
della Compagnia della Carità venne fondato nel 1595 il conservatorio di S. Maria Maddalena, che accolse le malmaritate, cioè le donne sposate che si trovavano in difficili situazioni coniugali, le donne in pericolo di perdere la propria honestà e quelle che, dopo averla perduta, desideravano
la redenzione”.

L'altra pensilina di piazza Stradivari (1908)

Vi ricordate la pensilina di piazza Cavour, realizzata vent'anni fa, nel 1998, e smantellata dieci anni dopo? E le infinite polemiche che precedettero la sua definitiva eliminazione in vista di un concorso di idee che prevedesse l'intera riqualificazione della piazza, rimasto dal 2009 lettere morta? Nulla di nuovo. Dalle carte dell'Archivio storico comunale, depositato presso l'Archivio di Stato, spunta il progetto per coprire con una pensilina piazza Cavour ben cent'anni prima della giunta Bodini, finito nel nulla, ma sicuramente dalle linee architettoniche molto più eleganti, sensibili al gusto liberty del tempo.
Il disegno per la centina della pensilina
Il progetto fu realizzato dall'Ufficio tecnico del Comune su incarico della giunta guidata da Giuliano Sacchi, sollecitata dalla Camera di Commercio di Cremona. Era da tempo che si dibatteva sulla necessità di dotare il centro storico della città di un mercato coperto, destinato soprattutto ad ospitare il mercato dei bozzoli, ma anche altre necessità mercantili. Si era pensato anche di coprire con una tettoia in vetro il cortiletto Federico II del palazzo municipale, ma l'idea venne scartata a favore di piazza Cavour, trovando unanimi consensi. A provocarne il definitivo abbandono fu con ogni probabilità il continuo valzer di sindaci che caratterizzò quello scorcio di secolo con l'alternarsi di Giuliano Sacchi, Giuseppe Puerari, Luciano Ferragni, Andrea Armanni, Osvaldo Archinti, Giuseppe Lava, Pietro Rizzi, Ferdinando Bolza ed ancora Luciano Ferragni nel giro di dieci anni tra il 1888 ed il 1898. Di certo se ne parlava ancora, come vedremo, nel 1908, anche se, abbastanza caustico, nel 1918 Giuseppe Garibotti, che aveva presentato un progetto di riordino generale dei mercati in un unico edificio coperto, osservava: “I mercati coperti da crearsi in piazza Cavour, a porta Po, od a Porta Romana, entravano nei programmi elettorali, oppure venivano soltanto esaltati in qualche adunanza di nuovi eletti, senza raggiungere mai un qualsiasi concretamento”. E ribadiva il severo giudizio sulle precedenti amministrazioni: “Se non fossero stati illuminati e lodevolissimi interventi della Banca popolare e del Comizio Agrario, il Mercato bestiami in Cremona sarebbe ancora – con tutta probabilità – una vasta area con poche tettoie. Avessero almeno i nostri predecessori dimostrato di voler, prima o dopo curare la creazione di moderni mercati pel grano, verdure frutta, polleria, pesce, dove ogni giorno devono raggrupparsi numerosi venditori ed acquirenti! Ma pur troppo, mai venne concretato ed attuato ciò che ripetutamente era invocato dagli interessati” (Il nuovo ordinamento dei Mercati per generi di alimentazione. Relazione al Consiglio comunale dell'assessore G. Garibotti, Cremona, Interessi Cremonesi, 1918). Parole profetiche quelle di Garibotti, talmente profetiche che anche il suo ambizioso progetto di demolire palazzo Galizioli per realizzare sull'area il mercato coperto in un nuovo edificio, rimase lettera morta.
Ma vediamo invece la storia della nostra pensilina di fine Ottocento. A proporla fu il sindaco Giuliano Sacchi nella riunione di giunta del 31 agosto 1888, che diede incarico all'Ufficio tecnico di progettare “una tettoia stabile per coprire l'intera piazza Cavour lasciando libere le strade che la fiancheggiano e che l'attraversano tenendo tale tettoja distante non meno di 4 metri dalle linee dei colonnati dei portici e metri 5 dalla fronte della casa Rossi”. La necessità nasceva dal fatto di dover trovare una nuova sistemazione del mercato dei bozzoli, che allora si teneva in piazza del Duomo sotto un tendone: “Il padiglione – informava il sindaco - che per la sua estensione è insufficiente di spazio, di rilevante spesa per le sua conservazione, non presenta quella sicurezza dal riparo delle acque di pioggia che un tale edificio deve nel modo il più assoluto accertare. Questo padiglione che venne attivato ora sono sei anni si è già ridotto allo stato da richiedere una radicale riforma. Essendosi ripetuto anche quest'anno il fatto in misura molto maggiore di quanto sia sucesso nei passati anni 1886 e 1887, che durante un acquazzone, sotto il padiglione pioveva come se non vi fosse stata la copertura in loco. Fortunatamente il mercato in quel giorno era poco popolato e i mercanti colla loro merce ripararono sotto i portici del municipio, ma se la pioggia fosse caduta in una giornata di popolato mercato, la merce si sarebbe sciupata d'acqua”. Dai dati statistici che lo stesso sindaco aveva portato in giunta, si ricavava che nel 1888 si erano prodotti 81.920 chilogrammi di bozzoli, non molto in verità, rispetto a quanto prodotto nel 1882, ad esempio, quando i chili furono 113.848, ma comunque una discreta quantità tale da far dire al sindaco: “Avete l'esempio del mercato dei bestiami. Prima che in forze quel bellissimo piazzale fuori di porte Venezia sul quale vien tenuto, avrà una mostra di mercato. Ora per la comodità del luogo ha centuplicato di frequenza, ed ha acquistato la fama di uno dei migliori mercati della Lombardia, Veneto, Emilia, Piemonte e da qualche anno è frequentato da negozianti napoletani. Se l'amministrazione comunale, per lesineria di denaro, non avesse avuto il coraggio di apprestare le comodità che presenta il luogo destinato al mercato, Cremona non avrebbe acquistato quel grado di movimento commerciale che la fa continuamente prosperare e notare anche che il solo ponteggio della piazza rende l'interesse del capitale occorso per la sua costruzione.
Egual sorte avrà il mercato dei bozzoli se sapremo predisporre un piazzale sufficientemente ampio e con copertura sicura della piazza. Non è a discutersi se convenga al Comune abbandonare o tenere con cura il mercato bozzoli. E' un cespite di somma pertiene al commercio cittadino e tornerà di non lieve ristoro alle finanze del Comune. Nessuna amministrazione cittadina potrebbe ideare la sopresione del mercato bozzoli, anzi il suo obbiettivo sarà sempre quello di sostenere, protegge, fare fiorire nel miglior modo questo mercato”. 
La planimetria del mercato dei bozzoli
Ragion per cui diventava indispensabile recuperare nuovi spazi attrezzati. “Dall'esperienza è risultato che la superficie necessaria al mercato non deve essere minore di metri 1261. La piazza del Comune devesi a priori escludere perchè è una piazza da tenersi sgombra per non deturpare la sua bellezza monumentale. La piazza Pescheria e del Lino è troppo piccola perchè non ha di spazio utile che metri quadrati 800. Scegliendo, o non si può altrimenti, la piazza Cavour, bisogna provvedere per il trasporto in altra località della statua di Vittorio Emanuele, e la nuova località la troverei opportuna nel luogo dove ora trovasi la colonna della Pace, destinandosi questa a altro spazio. Il monumento di Vittorio Emanuele si troverebbe meglio colocato in questo muovo posto perchè acquisterebbe un punto prospettico di molto effetto, ciò che le manca del tutto dove ora trovasi. Il trasporto dei due monumenti importerà la spesa di L. 3500. L'edificio proprio a coprire il piazzale del mercato non può essere che una tettoia stabile a colonne di ghisa con davanti una copertura in ferro a parfetta tenuta d'acqua con pavimentazione di granito, di stile ed altezza e non di lusso soddisfacente al decoro cittadino. Il costo di quest'opera ammonterà a L. 65.000 alle quali aggiunte le L. 3500 per il trasporto dei monumenti si ha un totale di L.68.500”.
Lo stesso sindaco Sacchi non si nascondeva le difficoltà che il progetto avrebbe potuto incontrare e concludeva la sua presentazione dicendo: “Questo progetto potrà incontrare degli ostacoli, specialmente per la occupazione della piazza e forse anche nelle spese per chi non volesse riflettere alle spese che abbiamo attualmente col padiglione mobile. Forse potrà essere respinto per la prima volta dal Consiglio comunale, ma non per ciò dobbiamo arrenderci dallo studio e presentare le nostre proposte. Avremo scaricato il peso delle responsabilità, avremo fatto il debito nostro chiamando l'attenzione pubblica sopra tanto grave oggetto, e non dubitate che il tempo e non a lungo ci darà ragione. Ciò che sarà stato a noi negato verrà imposto ad altra amministrazione comunale”.
Passò qualche settimana e fu la stessa Camera di Commercio con una lettera del 5 novembre a sollecitare la Giunta a prendere in considerazione l'idea di realizzare il mercato coperto in piazza Cavour, destinandolo non solo ai bozzoli, ma anche alla frutta ed al pollame, tanto che la giunta, guidata da Giuseppe Puerari, facente funzioni di sindaco, il 4 gennaio 1889 discusse ed approvò la .proposta camerale. Ma passarono altri due anni e solo il 26 aprile 1891, quando era sindaco ancora per pochi giorni Luciano Ferragni, il progetto predisposto dall'Ufficio Tecnico venne esaminato ed approvato prima di una nuova crisi con la successiva nomina del regio commissario straordinario Andrea Armanni. Il verbale della giunta recita: “La giunta avuta contezza del progetto di mercato coperto allestito dall'Ufficio Tecnico secondo le dategli istruzioni, e trovatolo soddisfacente così del riguardo della scelta della località, come per quanto alla ideata struttura ed al disegno della tettoia, ne prende atto, augurandosi che la giunta che sarà chiamata a succederle nell'amministrazione del Comune lo prenda nella dovuta considerazione e ne spinga la esecuzione avuto riguardo in particolar modo al bisogno urgente di provvedere al mercato pei bozzoli, essendo divenuto inservibile il padiglione mobile destinato a quello scopo”. A questo punto, però, del progetto si perdono le tracce ed è ancora la Camera di Commercio a rispolverare la questione molti anni dopo, nel 1905, confidando nel nuovo sindaco Francesco Piazza, a cui il presidente Meneghini scrive il 29 settembre: “Nell'adunanza 25 u.m. Il signor consigliere Robbiani proponeva (ed il consiglio camerale ammetteva) di rinnovare pratiche col Comune di Cremona per una migliore sistemazione del mercato civico locale usufruendo all'uopo del cortile del palazzo municipale opportunamente coperto. Ora, ricordando da nota municipale 8 gennaio 1889 n. 11100, questa camera confida che codest'onorevole Amministrazione possa raggiungere lo scopo desiderato dal commercio – o con l'accenata copertura del cortile del Municipio o con altri più pratici e migliori progetti. Gradirà il sottoscritto di avere un cenno di riscontro in argomento, e di conoscere le vedute di codest'onorevole Giunta in proposito per darne analoga comunicazione a questo consiglio camerale”.
Il progetto di Giuseppe Garibotti
Ma, ahimè, anche Piazza non ebbe migliore fortuna dei suoi predecessori e si dimise il 2 luglio 1906. Probabilmente la questione del mercato coperto venne finalmente ripresa dal nuovo sindaco Dario Ferrari, dal momento che tra le carte della pratica si trova, unica traccia della fantomatica copertura, la proposta della ditta Pasqualin e Vienna per installare una tettoia a Cremona al prezzo di 31.100 lire. Alla lettera, datata 16 aprile 1908, sono allegati due disegni dell'installazione, che riprendono il progetto presentato a suo tempo dall'Ufficio tecnico comunale, di cui esistono, allegati alla prima pratica del 1891, i disegni delle centine metalliche di un piacevole gusto liberty.

Dieci anni dopo concludeva, dunque, amaramente Garibotti: “Le amministrazioni passate del nostro Comune, per quanto sollecitate ripetutamente, non si sono mai curate seriamente di riorganizzare con criteri moderni, i pubblici Mercati, dotandolo di speciali edifici. Trascurando di rilevare le vicissitudini del Mercato coperto dei bozzoli, possiamo notare che prima ancora di provvedere al mercato coperto dove si concretano operazioni immense di riprodotti del suolo e di generi di alimentazione, si cercò dimettere al coperto e bem riparati i bovini e gli equini”. Purtroppo, però a rendere testimonianza del grandioso progetto di Garibotti sono rimasti solo i disegni dei prospetti delle facciate di quello che sarebbe dovuto diventare il grande mercato coperto di Cremona, mai realizzato: vent'anni dopo, sulle macerie di palazzo Galizioli sorse invece la grandiosa sede della Ras.

domenica 4 marzo 2018

La terribile spagnola

Compie un secolo la più terribile delle pandemie di influenza, la Spagnola, che all’inizio del 1918 fece la sua comparsa provocando milioni di morti nel mondo: tra il 1918 e il 1920 sterminò tra 25 e 50 milioni di persone, dopo averne contagiate circa un miliardo. Recenti stime parlano addirittura di 100 milioni di morti, cinque volte di più di quanti ne uccise la famigerata peste nera del 1348. Il nome “spagnola” deriva dal fatto che quando iniziò a diffondersi ne parlarono principalmente i giornali del paese iberico, questo perché la Spagna non era coinvolta nel primo conflitto mondiale e dunque la libertà di stampa non era soggetta ai limiti della censura di guerra. Del resto, annunciare che una misteriosa epidemia stava falcidiando popolazione e soldati non poteva avere un impatto positivo sul morale delle truppe, già logore da anni di durissima guerra di trincea. Per questo i giornali del tempo enfatizzavano i fatti della guerra, soprattutto in Italia dove si stava combattendo la battaglia del Piave, definendo l'epidemia “influenza dei tre giorni” e indicandola semplicemente come uno strano morbo. Fino a quando nell'estate del 1918 l'influenza esplose in tutta la sua virulenza, accompagnandosi con gravissime complicazioni a livello polmonare che furono responsabili della maggior parte dei decessi. Si ritiene che in Europa fu introdotta dai soldati americani, sbarcati in Francia nell'aprile del 1917 per partecipare al conflitto, perchè il primo focolaio fu un forte in Kansas o un altro in Texas, dove vennero colpiti 1.100 soldati.
Il nostro paese fu uno di quelli più colpiti dall'influenza spagnola; il tasso di mortalità è stato secondo solo a quello russo, dove le condizioni climatiche estreme aggravarono ulteriormente la situazione. Si stima che in Italia il morbo colpì oltre 4 milioni e mezzo di persone, uccidendone tra le 375mila e le 650mila. Un numero impressionante, se si considera che all'epoca la popolazione italiana era composta da 36 milioni di cittadini. A Cremona, secondo Mario Levi, sarebbero morte 1621 persone ma, per il silenzio che per mesi circondò la misteriosa malattia, potrebbero essere state molte di più.
Un primo accenno indiretto del morbo si ha, però, solo in un'inserzione pubblicitaria dal titolo “Tifo e 'grippe' spagnola” su “La Provincia” del 25 settembre dove si consiglia l'acquisto di un “Assorbi polvere” sulla scorta di un articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 19 firmato dal medico capo municipale di Milano sulle norme igieniche da adottarsi per evitare le malattie: “Tutte le nostre Signore ne faranno certamente tesoro e si provvederanno, senza indugio, di un Assorbi Polvere Ideale, perchè questo è l'unico apparecchio che nella sua semplicità e praticità riunisce tutti i requisiti necessari allo scopo. Difatti esso disinfetta gli ambienti, assorbendo istantaneamente polvere e microbi senza diffonderli nell'aria, e non solo pulisce rapidamente ed in modo perfetto pavimenti, mobili plafoni e pareti lucide ecc. ecc. ma, in virtù del preparato speciale di cui è imbevuto, conserva e rende più brillanti tutte le superfici lucide; è quindi non solo igienico, ma anche pratico, utile ed economico”. Il prezzo di un tale portento? 15,50 lire con bastone e 14,75 per l'apparecchio a forma di spazzola per i mobili. Il 1 ottobre, mentre si registravano già i primi morti, usciva un trafiletto dove si diceva semplicemente che, date le “eccezionali condizioni del momento” era stato varato un decreto legge che concedeva ai prefetti la facoltà di fissare i prezzi massimi “dei medicinali di maggior uso”, “allo scopo di ovviare ai gravi danni derivati alla pubblica salute dai prezzi eccessivamente elevati dei medicinali”.
Ma la spagnola uccideva. Lo sapeva bene un povero prete di campagna, don Gioachino Bonvicini, parroco del piccolo borgo di Ognissanti, trecento anime, quasi tutti contadini, che in questo lembo di pianura assiste attonito alla repentina scomparsa dei suoi parrocchiani. A tal punto spaventato da scriverlo nel suo “Diario”. Le poche notizie che si hanno dell'influenza sono frutto in un passaparola e, stante il silenzio degli organi competenti, acquistano quasi la dimensione di un misterioso flagello biblico che si accompagna alla guerra ed all'annata agricola compromessa dalla pioggia, che continua a cadere copiosa.
30 settembre 1918 - annota don Bonvicini - Alcuni giorni or sono Priori Caterina maritata Genevini Liderico è andata ad assistere l'ammalata sua sorella Luigina a Vighizzolo che era in casa della maestra Amalia Priori altra sua sorella, tutte e tre native d'Ognissanti, ma mentre assisteva la sorella, si ammalò essa pure, e così si ammalò anche la maestra Amalia, tre sorelle in casa ammalate, le quali sono ora assistite alla parente Giuseppina maritata Farina, pure di Ognissanti. La notte di venerdì 28 del mese. Mentre si faceva la santa comunione per viatico alla Luigina, l'hanno fatto anche le altre due sorelle. Ieri sera circa alle 11 di notte la Luigina è morta da polmonia secca e tifo, e anche del male che si dice la febbre spagnola, malattia della quale non ho mai sentito il nome e che ora è diffusa in tante città d'Italia e altri luoghi. La morte Luigina arrivata a casa da Milano circa otto giorni fa si è subito ammalata, e nella notte passata è morta. A Milano la malattia è assai diffusa, e mi diceva il parroco di Gazzo alla Pieve, dove stamattina si è tenuta la congregazione foranea, che egli ha parlato con uno che veniva da Milano che là in uno stabilimento di quattro mila operai circa ve ne erano di più di mille ottocento ammalati, e ve ne sono molti, tanto nei borghesi, quanto nei militari. A Parma si dice che il male diminuisce. Qui ad Ognissanti vi sono varie donne e giovani con tifo e condotte all'ospitale, e anche a casa a moglie del maestro Pederneschi Vittorio alla quale in questa mattina ho fatto la santa comunione. Di Dramagni vi sono all'ospitale per tifo tre donne, e a casa alcuni uomini. Non basta adunque il grande flagello della guerra, vi è anche quello di malattie contagiose. L'ospitale di Cremona ha proibito l'entrata agli estranei. Quindi non si può più visitare gli ammalati se non in caso estremo dal padre e dalla madre, ma anche in questi casi si esigono tante prescrizioni. Ha detto poi ancora il parroco di Gazzo che i medici per preventivo della malattia prescrivono di bere vino e fumare”.

In presenza di una tale confusione, mentre l'epidemia infuria, la giunta comunale il 4 ottobre
si decide ad emanare un comunicato ufficiale in cui minimizza la portata dell'epidemia che “ha avuto e mantiene sinora tra la popolazione civile di Cremona, in complesso, un carattere assai mite. Infatti nella maggior parte dei casi si presentano fenomeni morbosi tali per cui gli ammalati vengono obbligati al letto soltanto per tre o quattro giorni”. E mentre altrove la mortalità si presentava con una percentuale del 4-5%, stando alla giunta, “in base alle chiamate ai medici condotti” la mortalità sarebbe stata inferiore all'%. Tuttavia “a profitto di tali ammalati riferibili alla popolazione povera, l'amministrazione comunale avrebbe preferito poter tornare a usufruire dell'Ospedale Ugolani Dati, ma siccome detto istituto nelle attuali contingenze non può essere ceduto, si sta altrimenti provvedendo a cura dell'Ospedale Maggiore occupando, se sarà il caso, locali di pertinenza del Comune. Frattanto, a profitto di tutti, in genere, gli ammalati, la Giunta sta dando ultime disposizioni per attuare un venditorio-permanente di latte ad uso esclusivo degli infermi”. L'amministrazione comunale non volle chiudere le scuole che “non fanno viceversa che arrecare inutili cospicui danni ad altri vitali interessi della collettività”. “Se poi si tien conto che certe misure di carattere sensazionale, ma destituite di qualsiasi fondamento scientifico, contribuiscono più che altro a diffondere il panico che agisce come un debilitante fisico e quindi come una causa di predisposizione a contrarre il morbo, la Giunta confida che, da parte della stampa, dei medici e di tutti i cittadini di buonsenso si vorrà, anziché invocare provvedimenti draconiani, fare piuttosto opera per mantenere la calma fra la popolazione, e per diffondere quei precetti di ben intesa profilassi individuale che già sono apparsi su quasi tutti i giornali dei grandi e piccoli centri”.
Di quale fosse, in realtà, la situazione, ci informa sempre, dalle pagine del suo diario, don Gioachino Bonvicini: “21 ottobre 1918. In questi giorni in questi paesi molti sono ammalati specialmente donne giovani ed anche uomini; vi sono giovani ammalate da tifo ed altre da febbri dette spagnole, che è influenza come è avvenuto in altri anni, morti fino a quest'ora non ve ne sono. Alla Pieve S. Giacomo moltissimi sono gli ammalati tra i quali il medico Tedoldi Amilcare il quale ha la condotta di Sospiro e del ricovero, e lo stesso speziale, si dice che il medico è ammalato gravemente. Andati alcuni in Comune per domandare un medico pei suoi malati hanno risposto che non ne trovano, hanno scritto anche a Mantova e non fu data risposta. Mi diceva uno di Cremona ieri che là moltissimi sono i malati, e vi sono colpite intere famiglie; nei giorni passati all'ospitale ne morivano dai 60 ai 70 al giorno, ora sembra alquanto diminuito il numero dai 25 ai 30. Mancano anche le medicine, e quelle che si danno sono carissime, basti il dire che per un'oncia di olio d'origine (ricino) ci vuole una lira, e a trovarne.
Oltre la malattia i giorni passati sono stati con grandi piogge, il melicotto sulle aie marcisce, ne hanno ancora nei campi da raccogliere e le pannocchie che sono in terra, che sono ancora molte ancora, queste vanno a male. I poveri vedono tutta la loro speranza che consiste nella raccolta del melicotto andar fallita. Sono stati fortunati quelli che l'hanno raccolto in tempo. La semina del frumento non è ancora cominciata, ed è passato San Luca che il proverbio dice: chi non ha seminato balucca. Anche questa semina la si teme infelice, perchè mi hanno detto che la semina fatta sul tardo non dà quella rendita che dovrebbe dare”.

“La calma è il segreto di ogni successo”, ammoniva ancora il giornale il 5 ottobre, assicurando l'andamento benigno dell'epidemia, che però, contrastava di fatto con le precauzioni adottate in tutta la provincia per evitare il contagio, “data la natura dell'infezione, la quale, rapida nel diffondersi, si trasmette anche a mezzo di individui apparentemente sani”. A complicare il quadro l'impossibilità di utilizzare al massimo l'ospedale Ugolani Dati, già impegnato nel soccorso dei soldati ammalati, e la mancanza di medicinali e disinfettanti, di cui si inizia a parlare dopo una decina di giorni dall'insorgenza dell'epidemia, quando la farmacia dell'Ospedale si trova sprovvista del chinino necessario a fronteggiare l'emergenza. E' proprio verso la metà del mese che iniziano ad affiorare i primi dubbi in merito alle dichiarazioni rassicuranti fornite dal medico provinciale Alessandro Prati, secondo cui in alcuni comuni colpi per primi la spagnola “è già in via di decrescenza, mostrando tendenza a presentare, abbastanza breve, il periodo di massimo sviluppo”. La polemica infuria e l'Ospedale Maggiore è costretto ad ammettere di avere quasi esaurito i 7,155 chili di chinino a disposizione il 1 ottobre, e di avere scorte di “sali di chinina” fino al 31 dicembre, residuo degli acquisti fatti nell'anno precedente, ma di aver già dato avvìo alle pratiche per le nuove forniture. Ed un anonimo funzionario di un ufficio pubblico denunciava: “E' bene si sappia che se non fosse stato per l'opera intelligente e soccorritrice dei sanitari che tutto hanno sacrificato e sacrificano per combattere l'influenza, l'ufficio locale d'igiene ben poco o nulla ha fatto e fa per evitare la diffusione dell'epidemia specialmente nelle case popolari. Nientemeno detto ufficio ha anche negato al disinfezione di alcuni uffici governativi dove, per l'affollamento di persone che lavorano in locali ristretti, giornalmente si registrano casi di malattie epidemiche con decessi. E che cosa vogliono aspettare questi signori che ne muoiano degli altri prima di provvedere ad una curata disinfezione dei locali medesimi?”. Il 17 ottobre l'ennesima pubblicazione di “precetti igienici contro l'epidemia influenzale” suona quasi una resa: “La diffusione generale di questa malattia dominante, e la impotenza della autorità sanitarie ad isolarne i focolai oramai troppo numerosi, debbono convincere la cittadinanza che solo la osservanza spontanea, diligentissima dei singoli cittadini e delle singole famiglie a precetti igienici ed alle disposizioni profilattiche possa affrettare la fine dell'epidemia conciliando nel modo più efficace l'interesse privato e quello della pubblica salute”, Ma ormai l'interesse di tutti è concentrato altrove, alla battaglia di Vittorio Veneto iniziata il 24 ottobre con l'avanzata delle truppe italiane che porterà alla vittoria. Anche don Bonvicini dal suo piccolo osservatorio non parla più della moderna pestilenza. Ne fa solo un accenno qualche giorno dopo, in occasione della festa di Sant'Omobono, quando si accorge di non avere a disposizione cantori ed organista. Ma ormai il peggio è alle spalle.

“13 novembre. Già aveva fatto conoscere la mia intenzione, ma in questo giorno è venuto il sole dopo tanti giorni piovosi. Tutti avevano il melicotto sull'aia già guasto per le lunghe piogge e tutti sono corsi per far asciugare il frutto delle loro fatiche di tutta l'estate, ma conoscevano che era andato alla malora. In paese quattro canterine erano ammalate della così detta spagnola ed obbligate al letto; il maestro Paderneschi Vittorio è stato colto da questo male e quindi non poteva venire a suonare l'organo. Venute le 10 vado fuori con la messa, 7 o 8 donne soltanto. Cosa doveva fare? Ho dovuto dir messa bassa”.