martedì 5 aprile 2016

L'ultimo degli Stradivari


Joseph Wechsberg musicista cecoslovacco, avvocato, gastronomo, scrittore ma soprattutto giornalista del prestigioso “New Yorker”, dopo aver ottenuto la cittadinanza americana nel 1944, nel settembre del 1950 fu inviato dal settimanale “Epoca” a Cremona sulle tracce degli ultimi eredi di Stradivari. Ne uscì un reportage di straordinaria efficacia e l’umanissimo ritratto di due grandi appassionati di musica e liuteria, l’avvocato Mario Stradivari e lo studioso Renzo Bacchetta, sue guide in uno straordinario visita notturna al teatro Ponchielli e nelle vie deserte della città, fino alla lapide del grande liutaio. Ma anche la critica disincantata ad una città inconsapevole ed ingrata, il racconto malinconico ed appassionato di un grande giornalista che si confronta con quanto è rimasto del mito.

di Joseph Wechsberg
Mario Stradivari e Renzo Bacchetta
Era alto e massiccio, aveva un volto scavato con un gran naso aquilino e la fronte altissima: camminava lievemente curvo in avanti, a passi lunghi e lenti. Portava un abito troppo largo e un cappello dalle falde amplissime.
«Au revoir, au revoir!» mi gridò improvvisamente, con voce profonda di basso, togliendosi il cappello con spagnolesca grandezza. «Mi scusi» disse poi, «ma io mi confondo sempre quando parlo francese. A ogni modo bienvenu, bienvenu! Ho incontrato Maddalena e mi ha detto di lei. Quella sciocca avrebbe anche potuto farla attendere nel mio studio. Venga, si accomodi e sia benvenuto nella casa di Stradivari». Spiegai con una certa esitazione lo scopo puramente sentimentale della mia visita. Stradivari mi guardò sbalordito e poi, alzatosi, m’afferrò la mano con estremo calore. «Accidenti a Maddalena! Ma perchè non mi ha detto che lei non era un cliente? Non mi entusiasma ricevere clienti dopo le sei di sera. Ecco perchè le lancette del mio orologio segnano sempre le sei: per ricordare a tutti che rappresentano la fine della mia giornata di lavoro. Ma non accade spesso che venga a trovarmi un ammiratore di Antonio Stradivari. Prima della guerra, sì, qualcuno c’era sempre, ma ormai nessuno più se ne cura.
Stradivari aprì un cassetto enorme, frugò tra un mucchio di carabattole, e alla fine portò alla luce una statuetta in bronzo, che raffigurava un uomo seduto su una sedia con un violino tra le mani. Sulla base era scritto: Antonio Stradivari. «Eccolo qua», disse Mario Stradivari, dando un colpetto sulla spalla della statua. «La gente dice che ho ereditato il suo nasone, la fronte, la bocca piegata all’ingiù e le dita molto lunghe. Ridicolo!». E gettò la statua sulla scrivania, dove essa giunse con un gran tonfo. «Un tipico caso illusorio», riprese agitando le braccia. «Quella stupida statuetta fu fatta da Miccheri, uno scultore cremonese, che si regolò, per modellare la figura, sul celebre quadro di Hamman, quadro che, come lei saprà, è opera di pura fantasia. Non esiste nessun quadro di Antonio Stradivari e quindi nessuno può veramente dire che faccia avesse il nostro amico.
Stradivari si alzò e indicò la fotografia ovale, in cornice, di un vecchio signore dignitosissimo, dagli stessi occhi ridenti e dallo stesso sorriso comprensivo del mio ospite. «Mio padre» disse. «Si chiamava Libero ed era il miglior avvocato di Cremona. Il suo studio era questo stesso studio. Lui pure era un grande oratore. Lo chiamavano la Sirena del Foro di Cremona per la sua voce, che sembrava quella di un vapore che ululi nella nebbia. Papà faceva parte della Giunta Municipale e quando pronunciò un discorso al Palazzo del Comune i giornalisti non si presero il disturbo di salire le scale del palazzo per andarlo a sentire. Si erano solo accertati che le finestre del salone fossero aperte e così poterono sentire comodamente il discorso dal caffè sottostante, prendendo appunti tra un bicchiere di vino e l’altro».
Stradivari mi mostrò un’altra fotografia del padre in età più giovanile, in compagnia di tre signori. Dedussi dagli abiti che i quattro portavano che la foto risaliva agli inizi del secolo. La dedica sotto la foto diceva: «Al mio sempre grande amico Libero Stradivari il suo Giacomo Puccini».
«Papà e Puccini erano intimi amici»; spiegò Mario Stradivari. «Gli altri due sono Giacosa e Illica, Illica volta la faccia dall’altra parte. E sa perchè? Gli mancava un orecchio e non voleva che si vedesse. L’aveva perduto in un duello. Era un tipo formidabile, Illica. Credo che abbia avuto trentadue duelli nella sua vita, il che è qualcosa anche per il librettista della Tosca. Lui, con Giacosa e Puccini avevano l’abitudine di venire qui ogni tanto, a bere, a fare della musica e cantare con papà, e con papà trascorrevano quasi tutta la notte girando per Cremona e facendo un tale baccano da svegliare la città».
Stradivari sospirò. «A quei tempi», disse, la gente spendeva tempo e ingegno per divertirsi. Su ora, venga nel mio appartamento a bere un bicchiere di vino. Aspetto un amico questa sera. Le parlerà di Antonio Stradivari, molto di più e molto meglio di quanto possa fare io».
Stradivariri con i ritratti di Rossini
L’appartamento di Stradivari è al secondo piano. La sua governante, una contadina dal viso aperto e un grembiule bianco, ci venne incontro in anticamera. Stradivari le disse di portarci qualcosa da bere e da mangiare, e presto. La donna assunse di colpo un’espressione infelice e protestò che l’avvocato le aveva per ben due volte assicurato che quella sera non sarebbe venuto a casa per cena. Stradivari, a questo, sollevò un baccano tremendo, e la governante corse via facendosi il segno della croce e mormorando che forse in casa si trovava un po’ di formaggio e di vino. L’avvocato mi condusse in un salotto spazioso e accogliente. Il ritratto di una donna, dipinto nello stile di Monna Lisa del Leonardo, dominava una parete. «Mia nonna, Lavinia Maini», disse Stradivari, indicando il quadro. «Doveva essere stata una gran bella donna. E questa», continuò volgendosi verso una fotografia, «è mia moglie. Era molto bella. Noi Stradivari sposiamo sempre delle belle donne». Stradivari sedette davanti a un grande piano a coda presso una finestra. Disseminati sopra, sotto e tutto intorno al piano, c’erano spartiti di opere e operette e montagne di canzonette, insieme con fogli da musica, alcuni bianchi, altri ricoperti di note scribacchiate a matita. Sulla parete presso il pianoforte, una fotografia con firma autografa di Verdi. Sull’altro lato della sala si vedevano due foto, entrambe, a quanto sembrava, di Rossini. Stradivari mi disse che una sola, in realtà, era di Rossini e m’invitò a capire quale fosse. Tentai, ma lui si mise a ridere, dicendo che m’ero sbagliato, come capitava a tutti. «Ecco, ora le mostro chi è l’altro», concluse. Si trasse un pettine di tasca e si acconciò i capelli in avanti fino a farli ricadere quasi sugli occhi, si allargò il nodo della cravatta e rialzato il bavero della giacca e assunta la stessa posa della foto, divenne l’immagine perfetta dell’autore del barbiere. Stradivari era chiaro, si divertiva un mondo.
Picchiarono alla porta e un ometto dallo sguardo intenso e penetrante, gli occhiali cerchiati d’osso e l’aria affannata, entrò col fiato grosso e una gran borsa rigonfia. Stradivari lo accolse con esuberante cordialità, e me lo presentò come il suo amico Renzo Bacchetta, professore alla Scuola Internazionale di Liuteria, oltre che giornalista noto e specialista cittadino di Stradivari. Quest’ultima prerogativa ebbe il potere di rattristare profondamente Bacchetta. «Oh, non creda che questo m’abbia reso popolare presso i Cremonesi!», disse. «Non sanno niente di niente, quanto a violini, e gliene importa ancora meno, tutto quello che conta, qui, è che il prezzo del formaggio resti alto..». Stradivari lo scosse energicamente per le spalle. «Niente piagnistei questa sera, Bacchetta», urlò. «Questo mio amico è venuto fin dall’America per sentire qualche gustoso scandalo sulla famiglia Stradivari».
L’ometto annuì. «Gli hai detto quello che è il vero scandalo?», domandò con voce amareggiata. «Che nessuno a Cremona possiede un solo violino creato da Stradivari, Amati o Guarneri? Sì, caro signore»; continuò in tono drammatico, «Cremona ha tradito la sua tradizione migliore. Formaggiai, setaioli, locandieri sembra che si vergognino di Antonio Stradivari. Hanno la coscienza sporca. Dicono di non poter spendere qualche milione di lire per erigere un monumento a Stradivari. Hanno dato il suo nome a una strada, come se fosse stato un membro della Giunta municipale, ma non saprebbero ricomperare uno dei suoi violini. Se un cremonese vuole vedere uno Stradivari deve prendere il treno e spingersi fino a Parigi, o Amsterdam, o New York». La voce di Bacchetta si spense, e l’uomo si lasciò andare malinconicamente su una sedia. La governante entrò con un vassoio su cui aveva disposto parecchie bottiglie di vino, piatti e bicchieri e alcuni grossi pezzi di gorgonzola. Stradivari la redarguì dolcemente per essersi fatta tanto aspettare. «Su, prendiamo un po’ di vino e formaggio»; disse Stradivari. Bacchetta inghiottì la saliva e lo guardò di sbieco. «Formaggio, ancora e sempre formaggio», disse. Ovunque io vada, non faccio altro che vedere, non faccio che sentire formaggio. Anche in casa di Stradivari!». Mario riempì i bicchieri con un liquido color ambra. «Provi questo», mi disse. «E’ fatto con le arance della mia tenuta. E’ molto forte. Su, allegro, Bacchetta. Le cose potrebbero andare molto peggio. Dopo tutto, c’è un autentico Stradivari in questa casa». Indicò se stesso e noi tutti alzammo i bicchieri.
Due ore e tre bottiglie più tardi, Stradivari tornò davanti al pianoforte e si chinò a pescare alcuni fogli di musica dal mucchio che aveva accanto a sé sul pavimento. Era lo spartito di un’opera intitolata “Le Nozze in Turenna”.
Le carte di Mario Stradivari
Fui sorpreso di vedere che il nome del compositore era Mario Stradivari. Bacchetta mi disse che Mario è noto e apprezzato compositore, «in tutta Italia, meno che che nella sua città».
Ha scritto due opere, tra cui “La Leggenda del Gatto con gli Stivali” e un gran numero di composizioni minori e molte canzoni popolari, che spesso anche la radio trasmette.
«La Leggenda», mi disse Mario, «fu presentata nel 1935 e “Le Nozze in Turenna” ebbero la loro prima due anni dopo...e anche la loro ultima, si potrebbe dire. Il libretto è tolto da un testo di Balzac. Ora vi canto il duetto d’amore».
Stradivari, dopo aver sonato il preludio, cominciò a cantare. La sua voce, sebbene non educata, indicava tutto il genio italiano per il canto: ritmo e intonazione erano perfetti.
Stradivari stava per ricominciare, quando qualcuno si mise a picchiare dall’altra parte del muro.
Mario non se ne dette per inteso e riprese a sonare, senza più badare ai colpi, che continuavano a intervalli. Era il direttore del museo locale, che abitava alla porta accanto, un uomo non molto amante né della musica né dei violini.
«Il museo ha tre grandi sale piene di monete medievali», disse Bacchetta rabbiosamente, «ma non c’è che una saletta per i ricordi di Stradivari e degli altri liutai. Pensare che quelli del museo non hanno nemmeno voluto imprestarmi il diario di Cozio di Salabue, che sono stato io a pubblicare». Commisi l’errore di chiedere chi fosse Cozio di Salabue.
Bacchetta si eccitò tutto, aprì la sua borsa e ne trasse un grosso manoscritto. «Duemila pagine»; disse. «Mi ci sono voluti nove mesi, sedici ore al giorno, due lenti d’ingrandimento e tre segretari per pubblicare questo diario, dato che esso contiene gli elementi più sensazionali che mai si abbiano avuti su Antonio Stradivari».
Chiuse un occhio, strinse le labbra e alzò solennemente la mano destra. «Nessuno può intimidire o corrompere Bacchetta», disse. «Il diario verrà pubblicato l’anno prossimo, e desterà una impressione enorme, le assicuro. Innanzi tutto, proverà che Antonio Stradivari non nacque nel 1644, come sostengono alcuni, ma nel 1684. Il Conte Alessandro Cozio di Salabue, sul cui diario Bacchetta basa le sue convinzioni, era un nobile piemontese che viveva a Casale Monferrato agli inizi del diciannovesimo secolo e possedeva una grande collezione di cimeli di Stradivari: strumenti, lettere, disegni, utensili, e formule per fare la sua famosa vernice. Aveva comperato tutto ciò dal figlio più giovane di Antonio Stradivari, Paolo, mercante di stoffe che non sembrava avere il minimo interesse per la liuteria. Le biblioteche musicali hanno il pedigree scritto di quasi ogni stradivarius accreditato, coi nomi di tutti i suoi successivi proprietari e il periodo in cui fu in loro possesso, onde la storia d’ogni volino può, o così generalmente si crede, essere ricostruita fino a quando esso lasciò il laboratorio del suo creatore.
Ma Bacchetta non la pensa così. «Cozio non era soltanto un collezionista, ma anche un abile uomo d’affari», mi disse. «Alcuni fra i più notevoli stradivari sono quelli che portano la data degli ultimi anni del Maestro: il 1736 e il 1737. Cozio ammette nel suo diario di avere alterato l’anno sulle etichette di parecchi stradivari trasformando il 1727 in 1737, e il 1730 in 1736. E’ abbastanza facile cambiare il 2 in 3 e lo 0 in 6, e Cozio probabilmente accumulò un bel patrimonio col suo piccolo falso. Sarà un gran brutto giorno per i possessori di qualche stradivario di tarda fattura quando verrà pubblicato il diario». Mario era chiaramente stanco delle chiacchiere di Bacchetta e tornato allo strumento si mise a sonare, cantando, alcune arie della Traviata. I picchi sulla parte ricominciarono e Bacchetta dovette alzare la voce per essere udito.
«Nei suoi ultimi anni Stradivari soleva talvolta scrivere la sua età sull’etichetta d’un violino che aveva appena terminato», disse. «Su un ben noto Stradivari si legge Stradivarius faciebat anno 1736 d’anni 92».
La musica e il canto di Mario aumentarono e i pugni sul muro divennero ancora più frenetici. Bacchetta dovette mettersi letteralmente a urlare.
«Ciò porrebbe l’anno della nascita di Stradivari nel 1644», annunciò venendomi accanto a afferrandomi per il bavero della giacca. «Ma e se si trattasse d’uno dei violini a cui Cozio cambiò data?».
Squillò il campanello e la governante entrò per urlare non so cosa a Stradivari, che ora stava cantando Wagner. Egli non le badò minimamente. La donna uscì dalla stanza per tornare dopo qualche istante annunciando che i vicini intendevano chiamare la polizia se il fracasso non avesse avuto fine.
Stradivari le ordinò di andarsene ma smise di sonare e ci propose di andare al Ponchielli, dove avremmo potuto sonare e cantar a piacimento.
«Sono le undici passate», disse Bacchetta, «e il teatro sarà chiuso». Stradivari disse ch’era quello che ci voleva: almeno nessuno ci avrebbe disturbato. Si mise in tasca una bottiglia di vino, ne porse un’altra a me e una terza a Bacchetta. Questi ripose con la massima cura il manoscritto nella borsa, con l’aria di un uomo che ha la responsabilità di un segreto atomico.
«Forza, amici, cantiamo!», s’interruppe per urlare. «Sempre si canta in casa Stradivari!».
Fuori tutto era tranquillo e avvolto nella nebbia. L’aria fredda parve avere un effetto calmante su Stradivari. Cessò di cantare e, mentre camminavano, si mise a parlare delle reazioni dei suoi compatrioti sul suo nome. Il teatro era buio e deserto. Girammo dietro l’edificio fino alla porta del palcoscenico, dove Stradivari, attaccatosi al campanello, cominciò a urlare. Dopo un po’ il custode, un vecchio decrepito, fece la sua comparsa, portando una giubba macchiata su tutto un assortimento di biancheria intima. Cominciò a maledire noi e i nostri avi, ma il volto gli si illuminò tutto quando riconobbe Stradivari e i due cominciarono a darsi delle gran manate sulle spalle. Ciabattando davanti a noi e accendendo le luci a mano a mano che si procedeva, il custode ci portò nel suo sgabuzzino dove tutti bevemmo vino dalla bottiglia di Stradivari. Il sipario era alzato e la scena quella del quarto atto del Rigoletto, ch’era stato dato quella sera. Mario Stradivari si spinse fin presso le luci della ribalta, con gli occhi spazianti sulla vasta e buia platea, e cominciò a cantare. Cantò quasi tutte le arie celebri del Rigoletto, e, infine si dichiarò assetato e il custode corse a prendere dei bicchieri. Giunti alla terza bottiglia, Stradivari, il custode, Bacchetta e io stavamo cantando il bel quartetto del quarto atto dell’opera, con Bacchetta e il sottoscritto che facevano le parti da donna. Dopo ogni numero, il custode accendeva tutte le luci della platea, Bacchetta faceva scendere il sipario, e tutti e quattro avanzavamo fino alla ribalta, inchinandoci ai frenetici applausi di un invisibile pubblico in delirio. «Che straordinario cantante sarebbe stato l’avvocato!», disse Bacchetta con profonda ammirazione. «Che forza! Che personalità! E invece perde il suo tempo a salvare la vita alla gente. E una vergogna!».
Stradivari, Bacchetta e io lasciammo il teatro alle due. «Ora è il momento giusto di fare una visita ufficiale alla casa di Antonio Stradivari», disse Mario, guidandoci verso piazza Roma, ch’era nel centro della città. Anche a quell’ora la piazza era ben illuminata. Su di un lato c’erano i giardini pubblici e sull’altro uno di quei palazzoni per uffici in stile neoclassico, con facciata marmorea e ingressi grandiosi che Mussolini aveva fatto erigere in tutta Italia per dar lavoro ai seguaci del fascismo. Stradivari indicò un piccolo pannello di marmo proprio sopra una delle vetrate. «Ecco!», disse. Guardai e lessi: “Qui sorgeva la casa dove Antonio Stradivari recando a mirabile perfezione il liuto levava alla sua Cremona nome imperituro di artefice sommo”. «Ecco tutto quello ch’è rimasto a ricordare ai cremonesi che la casa di Stradivari un tempo sorgeva qui» , disse Mario. «Il Governo l’abbatté nel 1928, perchè aveva bisogno di questo terreno per il nuovo palazzo. Mio fratello e io abbiamo cercato invano d’impedire al Governo di farlo». Bacchetta sospirò. «Immagini!», fece. «Proprio qui davanti a noi si trovava una volta il laboratorio di Antonio Stradivari. Era una casa di tre piani. Mi ricordo che c’era una sartoria e una sala da biliardo a pianterreno. Fu probabilmente in quella casa che Antonio Stradivari costruì la maggior parte dei suoi violini. La casa aveva il tetto piatto e Antonio poneva i suoi strumenti verniciati di fresco ad asciugare su quel tetto».
Tornammo sui nostri passi e attraversammo i giardini pubblici. Eravamo quasi giunti all’altra estremità quando Mario si fermò di colpo e indicò dietro una panchina un blocco di pietra alto cira un metro, che sembrava essere stato lasciato là per errore.
La lapide di Stradivari in piazza Roma
«Si chini», mi disse, accedendo il suo accendisigari per aiutarmi a vedere meglio. Proprio sopra il terreno, sulla parte più bassa del blocco, lessi il nome di Stradivari. Mario si tolse il cappello. «Signore», mi disse solennemente, ma con gli occhi che ridevano. «Lei si trova di fronte a tutto ciò che resta della tomba di Antonio Stradivari. Su, Bacchetta», soggiunse, «raccontaci quello che è successo». «Non c’è molto da dire. Ma è la pagina più triste della storia di Cremona. Nessuno sa esattamente cosa sia accaduto. Dicono oggi che il terreno servisse per farne non so che campo sportivo, ma la verità è che nel 1869 un impresario edile di Milano pagò ai maggioraschi di Cremona, un gruppetto di politicanti corrotti, quarantaduemila lire per il privilegio di demolire la chiesa di San Domenico, che si levava là, presso la piazza. Trasportò via i materiali e li vendette. La tomba di famiglia di Stradivari era proprio qui, nella Cappella del Rosario della Chiesa. Antonio morì il 18 dicembre 1737...questa è una data certa, a ogni modo...e fu sepolto il giorno successivo, e in seguito quasi tutti i suoi figli vennero sepolti accanto a lui. Durante la demolizione della chiesa la tomba venne aperta e le ossa ne furono rimosse. Che ne fu poi? Forse gli operai le portarono al cimitero e le gettarono nella fossa comune. O forse, stanchi, si limitarono a gettarle nel Po, che scorre a pochi minuti di distanza di qua. Comunque sia, questa è la definitiva e crudele ironia del fato di un uomo di cui non sappiamo quasi nulla e che ci ha dato tanto.
Due carabinieri, che facevano il giro lentamente della Piazza Roma, si fermarono sul lato opposto dei giardini per osservarci con sospetto.
«Scommetterei i miei manoscritti del diario di Cozio che non sanno neppure che cosa rappresenta questa pietra», disse Bacchetta, guardando con occhi di fuoco in direzione dei tutori dell’ordine. «Ben poche persone lo sanno a Cremona. E’ qui che vorremmo erigere un monumento come si deve ad Antonio, ma come le ho detto, i formaggiai continuano a dire che non possono spendere tanti quattrini». Stradivari cominciò a canticchiare un’aria. «Ho scritto le parole e la musica di una canzone chiamata “Addio mia vecchia Cremona”», disse. Prese a cantare, strimpellando una chitarra immaginaria. «E’ in dialetto cremonese », spiegò poi, dopo aver cantato alcune strofe dal suono strano. «E significa: “Si dice che la notte il vecchio Stradivari venga nei giardini a vedere il suo monumento. Ma, purtroppo, tutto quello che trova sono due mascalzoni che usano la pietra funeraria per i loro bisogni». Si mise a ridere e ripetè il ritornello. Bacchetta gli si accompagnò, cantando a gran voce in tono di sfida, gli sguardi fissi sui carabinieri, che seguitavano a osservarci esattamente dal punto dove un tempo doveva essersi trovato il laboratorio di Stradivari. Mario e Bacchetta continuarono così per un bel pezzo, le voci alte e beffarde, finchè i due carabinieri si voltarono e scomparvero lentamente tra le vecchie case di Cremona.

lunedì 4 aprile 2016

La grande nevicata dell'85

E' stata la “grande nevicata del 1985, ricordata anche in una famosa canzone dei “Bluevertigo”, il gruppo di Morgan, ed immortalata nelle splendide immagini di Giuseppe Muchetti. La mattina del 16 gennaio era già caduta una quarantina di centimetri di neve e la situazione iniziava a farsi critica. Era mercoledì, giorno di mercato, e le condizioni atmosferiche non promettevano nulla di buono. Sarebbe stata un’altra giornata di nevicate. I commercianti di via Mercatello avevano realizzato un pupazzo per protestare contro l’isola pedonale che impediva l’accesso dei mezzi spazzaneve. Gelava l’acqua nelle canne ed il gasolio nei serbatoi delle auto. A ruba pale, badili, stufe elettriche.
Davanti ai cancelli dei magazzini comunali in via Del Macello la fila degli aspiranti spalatori: ne erano già stati assunti 160 suddivisi in undici squadre che sarebbero diventati 250 entro sera. Bastava entrare nei magazzini, fornire le proprie generalità e poi si veniva fatti uscire dalla finestra per l’impossibilità di fendere la folla che si era accalcata alle spalle. Il Centro di coordinamento della Protezione civile aveva d’altronde già avvertito che le basse temperature e le forti nevicate previste fra domenica 13 e mercoledì 16 gennaio avrebbero richiesto grande attenzione, soprattutto nell’approvvigionamento di sale, che iniziò ben presto a scarseggiare. Dal 10 gennaio, all’arrivo della prima gelata notturna, per lo scoppio di due radiatori dei gruppi elettronici diesel che alimentavano la rete di sicurezza, era stata fermata la centrale nucleare di Caorso. Il consumo eccezionale di metano costringeva l’Aem ad aumentare i prelievi dalla rete Snam, superando il fondo scala contrattuale con il risultato di dover spendere qualche centinaio di milioni di lire di sovrapprezzo. La municipalizzata era stata costretta a richiamare in servizio il personale in ferie per far fronte alle prime rotture di condotte dell’acqua potabile a Picenengo, in corso XX Settembre e in via Bissolati, con turni di lavoro di 12-13 ore consecutive. Anche gli autobus e i filobus in servizio in città avevano registrato le prime rotture ai sistemi frenanti e ai meccanismi di apertura e chiusura delle porte. Ritardi di due o tre ore anche sulle linee ferroviarie, a causa della neve che si accumulava sui binari senza il tempo di poter essere rimossa. 
La mattina di giovedì la neve aveva già raggiunto i 60 centimetri ed erano iniziati i primi crolli. I vigili del fuoco intervenivano ripetutamente in una cascina di via Giuseppina, in via Ceccopieri, via Aselli, corso Garbaldi e via XI Febbraio, per mettere in sicurezza gli alberi in via San Bernardo: «La situazione già oggi è stata caotica – spiegava il comandante ingegner Denaro – abbiamo richiamato tutti i vigili, anche quelli che dovevano godere dei turni di riposo, per far fronte alle decine e decine di chiamate. Lo strato di neve ha provocato crolli dappertutto e se dovesse piovere temiamo che possa succedere qualcosa di ancor più grave. Speriamo di no. La gente ha paura, ora ha davvero paura anche se bisogna calcolare che i tetti, per essere collaudati, dovrebbero essere in grado di sopportare anche due metri e mezzo di neve!»
La circolazione è paralizzata, un paio di tir restano bloccati in via Zaist, le linee telefoniche sovraccariche vanno in tilt. A Crema l’Olivetti decide di mettere in ferie per una settimana i 750 dipendenti ed anche la Feraboli, a Cremona, sta pensando ad una riduzione dell’orario di lavoro, mentre la Harden di Sospiro annuncia la chiusura a seguito del crollo dell’intera copertura.
Chiudono gli istituti scolastici superiori, mentre continuano a funzionare regolarmente medie ed elementari. “La città è nel completo caos” titola il quotidiano “La Provincia”: parcheggi bloccati, marciapiedi impraticabili. La Guardia di Finanza prende vanghe e badili e libera provvisoriamente dalla neve piazza Castello e via Zara, mentre una cinquantina di militari intervengono a liberare i binari e gli scambi della stazione di Cavatigozzi. Sale a 320 il numero degli spalatori impegnati a cui si aggiungono 130 militari della Col di Lana che il Prefetto Beatrice ha ottenuto dal Comiliter di Torino perchè si presentino ai magazzini comunali per essere inviati nelle zone cittadine di particolare interesse pubblico, ospedali e cliniche private. Vengono impegnati anche i mezzi dello Snum, che interrompono il normale servizio di raccolta dei rifiuti. Camion e camion scaricano la neve nel Morbasco, dal piazzale di via Boscone all’angolo con via Del Sale, si ripulisce piazza Marconi ma gli ambulanti non arrivano. Resta bloccato lo stadio Zini, stracolmo di neve, ma si decide di affrontare prima l’emergenza sulle strade, visto che l’intervento si presenta particolarmente lungo e complesso.
“Caos nel traffico, paura per i crolli – scrive il cronista il 18 gennaio – Ormai siamo allo stato di emergenza completa anche se ancora si cerca di non riconoscere la gravità della situazione. E’ anche questo un motivo per tentare di fronteggiare lo stato di calamità senza allarmismi. Ma non si possono dimenticare i numerosi crolli; capannoni che hanno provocato danni alle industrie, stalle e silos danneggiati in modo anche grave, numerosi capi di bestiame morti sotto le macerie”. “L’auto sobbalza sui crostoni di ghiaccio: si circola peggio di mercoledì, però sono arrivati trecento quintali di sale e la macchina è uscita di prima mattina a spargerlo. «Il sale serve a sciogliere i crostoni, poi interverremo con le lame spartineve», dice un funzionario comunale...Ma c’è anche chi spala la neve e non è in divisa: continua infatti a crescere il numero di coloro che si presentano ai magazzini comunali. Ieri erano circa quattrocento e tra di essi c’era pure qualche donna. La paga è poco più di diecimila lire all’ora e i conti sono presto fatti, se si pensa che l lavoro li impegna per una decina di ore al giorno. Ma hanno sgobbato anche quei volontari, circa una trentina, che hanno cominciato a spalare la neve allo stadio Zini. L’operazione continuerà anche oggi e nella notte con i riflettori accesi”. Quattro giorni di nevicata ininterrotta, 105 centimetri di manto sulle strade. Quasi come nel 1911. Per un attimo, giovedì 17 gennaio, la neve cessa di cadere, e si può iniziare una prima stima dei danni. In provincia la situazione è drammatica: crolli in cascine a Corte de’ Cortesi e Cella Dati, Vicomoscano, Persico Dosimo, Isola Dovarese, Pieve San Gacomo e all’Aipm di Cà d’Andrea, dove la neve ha sfondato i coperchi di sette silos. Il cremasco è in ginocchio: la Galbani non riesce a raccogliere il latte munto, che resta nelle stalle.
Si arriva a sabato, 19 gennaio, ma la situazione non migliora: “Siamo ormai al limite della sopportazione; la circolazione stradale è impossibile e l’intera città è quasi paralizzata. Sembra incredibile, la gente non riesce a capacitarsi come mai in cinque giorni non sia stato possibile rimuovere la neve dalle strade. D’accordo, l’evento è di portata eccezionale, non poteva essere preventivato. E tanto meno Cremona e provincia possono sopportare spese annuali per garantire un servizio di efficienza, proprio in considerazione del fatto che mezzi ed anche uomini si renderebbero utili soltanto ogni decennio. Tuttavia abbiamo avuto l’impressione che non fosse pronto alcun piano di coordinamento, che ci si sia affidati un po’ troppo all’arte italiana di arrangiarsi, Oppure si è sperato in un mutamento delle condizioni atmosferiche? Sta di fatto che in città e provincia sono ferme ed inutilizzate un centinaio di lame, quindi anche trattori e ruspe; inoltre i dipendenti delle imprese edili sarebbero disponibili perchè in questo periodo sono senza lavoro”. Ma a soffrire sono anche le attività produttive: “Disastroso l’attuale momento delle industrie; non arrivano i materiali da lavorare sempre a causa delle strade impraticabili. Industriali, piccoli industriali, artigiani e commercianti sono ormai senza lavoro o quasi; il 50 per cento delle industrie hanno chiuso sino a lunedì; fra questi anche l’Acciaieria Arvedi. I piccoli industriali hanno fatto pervenire una lettera di protesta ai parlamentari cremonesi. La stessa cosa si deve dire delle aziende agricole; alcune sono senza rifornimenti di mangime. Eppure la nostra è una provincia piatta...”. Vengono richiesti dalla Prefettura altri 60 soldati per lo sgombero della neve alla stazione ferroviaria e nelle principali vie di comunicazione. Un camion si blocca sul passaggio a livello di via Rosario, mentre dalla stazione di Cremona sta arrivando un treno, i due autisti si buttano nella neve pochi istanti prima che il convoglio investa l’automezzo ad una velocità di circa 80 chilometri all’ora. Solo per un miracolo nessuno resta ferito. Solo con domenica la situazione migliora, il lunedì successivo riaprono tutte le scuole ed i ritardi dei treni si mantengono accettabili. Tocca al prefetto Giulio Beatrice, una volta cessata l’emergenza, stilare il bilancio dei danni: “Per quanto riguarda la zone maggiormente colpite e la valutazione dei danni devo dire che nel periodo interessato dalle precipitazioni era già possibile valutare in alcune decine di miliardi i danni subiti. Le numerose e ripetute constatazioni eseguite consentivano di valutare le categorie di danno: 1) scoperchiamento e crollo di un centinaio di edifici privati o pubblici; 2) gravi lesioni e danneggiamenti a tettoie o coperture di fabbricati industriali, ad aziende agricole, a imprese artigiane e commerciali. In particolare per le aziende agricole i crolli ed in danneggiamenti sono risultati quasi sempre accompagnati dalla perdita di ragguardevoli scorte; 3) grave danneggiamento di intere coltivazioni, distruzione per congelamento di vaste colture, distruzione e grave danneggiamento di impianti e strutture zootecniche; 4) lesioni e danneggiamenti a strade statali, provinciali e comunali, nonché alle reti di acquedotto e di fogne; 5) notevoli danneggiamenti ad impianti elettrici e telefonici. Durante il periodo delle nevicate e nei giorni seguenti le autorità centrali venivano costantemente ragguagliate sulle rilevazioni dei danni, facendo presente l’urgenza della declaratoria di pubblica calamità, previo il parere della Regione Lombardia, nell’intento di assicurare per l’intera area coinvolta dalle precipitazioni nevose la concessione delle provvidenze previste dalle leggi”.

Sono passati 30 anni, ma è uno di quegli eventi che chi ha vissuto si ricorderà sempre. Erano i primi giorni di gennaio del 1985. Tutto il nord Italia venne investito da quella che ancora oggi è ricordata come la grande nevicata dell’85. Tre giorni di neve caduta incessantemente anche in città, preceduti da un’ondata di freddo gelido e nelle campagne della bassa pianura padana, si toccarono anche i 22 gradi sottozero.  
A partire dal 4 gennaio, una massiccia ondata di gelo proveniente dall’artico russo (più precisamente dal mare di Kara) raggiunse il mar Mediterraneo, avanzando con estrema velocità. Non si trattò quindi di aria polare continentale di origine siberiana, come ancora pensano molti.
L’ondata di gelo, in un primo momento, provocò estese nevicate su Toscana, Umbria, Marche, Lazio (Roma compresa), Campania e anche, in misura minore, in Pianura Padana (sebbene non si trattasse di fenomeni eccezionali per il clima dell’Italia Settentrionale). A causa dell’inversione termica e dell’effetto albedo, le temperature minime in Toscana ed Emilia-Romagna scesero anche al di sotto di -20 °C.
Successivamente, tra il 13 ed il 17 gennaio 1985, una depressione centrata sul mar di Corsica provocò quella che (assieme alle altre che seguirono nei giorni successivi) è ancor oggi ricordata a Milano e in tutta la Lombardia come la nevicata del secolo o la nevicata dell’85, costituendo la nevicata più forte registrata nella regione nel XX secolo.
In una sola nevicata, che durò oltre 72 ore, caddero tra i 70 ed i 90 cm di neve. Il totale dei centimetri di neve caduti raggiunse livelli record: 20 centimetri a Genova, 30 a Venezia, 40 a Padova e Treviso, 50 a Udine e Vicenza, 60 a Biella, 80 a Bologna, 110 a Como, 122 a Varese, da 130 a 150 cm a Trento. A Milano, dopo 4 giorni e 3 notti di nevicata, il manto nevoso arrivava fino a 90 cm. Nevicò addirittura a Cagliari e in tutta la Sardegna.
L’inizio fu il 13 gennaio. Un giorno freddo, in cui il termometro scese oltre 10 gradi sotto lo zero. La sera dovettero chiudere per il maltempo gli aeroporti di Malpensa e Linate. Il giorno dopo tutta la Lombardia si risvegliò con oltre 30 centimetri già caduti e dal cielo i fiocchi continuavano incessantemente a cadere. Strade completamente coperte da un manto bianco. Un silenzio surreale. Mezzi spalaneve insufficienti. Il tutto durò per tre lunghissimi giorni. Tre giorni in cui sembrava di essere stati catapultati in un altra realtà. Scuole chiuse, uffici con metà dei dipendenti e l’altra metà bloccata in viaggio. Non mancarono i danni provocati dalla perturbazione: tetti sfondati, incidenti, cadute. A Milano crollarono i tetti del Palazzetto dello sport e del Vigorelli. L’eccezionalità del fenomeno provocò caos e problemi in tutto il Nord Italia, impreparato ad una simile situazione. Inoltre, parte delle attrezzature antineve della metropoli lombarda erano state precedentemente inviate a Roma, dal momento che la Capitale era già stata bloccata, il 6 gennaio, da una nevicata di dimensioni anomale per il luogo.

Così scrisse Stradivari


Un genio, certamente, ma anche un grande imprenditore di se stesso: preciso fin nelle minime cose, con grandi capacità tecniche unite ad un'unica sensibilità artistica. Come d'altronde, denotano alcune caratteristiche della sua scrittura. Un'impresa in cui si è cimentato il paleografo Marco D'Agostino, coadiuvato negli aspetti più scientifici della ricerca, dal laboratorio di analisi dei materiali del Museo del Violino, diretto da Marco Malagodi. Un lavoro difficile ed unico nel suo genere, dove alla chimica è riservato il compito di analizzare gli inchiostri utilizzati nelle varie annotazioni che Antonio Stradivari lasciava sia sugli strumenti, che sui disegni preparatori che accompagnavano le varie fasi della lavorazione, e alla paleografia il compito di individuarne l'autenticità. Perchè questo? Nonostante il principe dei liutai sia stato ampiamente studiato, non è mai stato individuato in modo inequivocabile il corpus direttamente riconducibile a lui e le caratteristiche del modo in cui lavorava la sua bottega, con la partecipazione dei figli Omobono e Francesco, prima che il figlio Paolo cedesse tutto quanto in blocco al conte Cozio di Salabue. E' proprio questa figura di commerciante e collezionista a complicare un po' tutto quanto: le sue annotazione compaiono spesso accanto a quelle del maestro, spesso ne ripetono le frasi e il tono. Dopo la morte di Antonio gli eredi vendettero a Cozio di Salabue oltre ad un certo numero di violini trovato in bottega, anche forme, disegni e vari attrezzi. La collezione del conte, passata poi in eredità alla famiglia Dalla Valle nel 1840, fu poi venduta nel 1920 al liutaio Giuseppe Fiorini che a sua volta la donò al Comune di Cremona nel 1930. Un grande numero dei reperti stradivariani conservato al museo è provvisto di scrittura vergata non di rado anche da due o più mani: si tratta di 125 pezzi su 710. Le annotazioni erano state tutte attribuite a Antonio, ma già verso la fine degli anni Ottanta il conservatore Andrea Mosconi era convinto che ci fosse anche dell'altro. Ed aveva ragione: solo il 30% di quelle scritte sono autografe, mentre la parte restante non lo era ed è forte il dubbio che, in realtà, sia stato proprio il conte Cozio a metterci del suo. E forse anche qualcuno dei due figli. Ci sono pervenute tre preziose testimonianze manoscritte di Antonio Stradivari sicuramente di sua mano: una lettera datata 12 agosto 1708, una seconda lettera non datata, e il testamento del 24 gennaio 1729. I tre autografi sono conservati a Cremona, il primo al Museo stradivariano, il secondo all'Archivio di Stato e il terzo presso la famiglia Sacchi. Il progetto, ora alla fase iniziali, prevede di esaminare la scrittura dei tre documenti sia nel suo aspetto generale che in modo analitico, prendendo in considerazione le singole lettere e i legamenti più significativi. Sulla base di questa dettagliata descrizione paleografica verranno analizzati, attraverso il confronto delle grafie, tutti i reperti stradivariani provvisti di scrittura, con lo scopo di individuare i reperti le cui scritte possano essere attribuite con certezza alla mano di Antonio Stradivari. Quella di Stradivari è una scrittura del suo tempo: una corsiva cancelleresca della seconda metà del Seicento molto inclinata a destra, di forme poco regolari, con un ductus rapido e fluido e le lettere caratterizzate da uno sviluppo pronunciato delle aste in alto e in basso. La grafia con cui viene vergato invece il testamento, pur presentando il medesimo tratteggio delle lettere, si presenta più inclinata, con un andamento meno regolare e uniforme e complessivamente di un aspetto più disordinato rispetto alla lettera del 1708. Ma bisogna ricordare che Antonio a quell'epoca era già novantenne! 
Per analizzare le caratteristiche di ogni scrittura esistono delle “lettere guida” particolari: nel caso di Antonio Stradivari questa è la “q”, che risulta tale e quale una “g”. Un tratto di notevole eleganza che non trova riscontro in altre scritture contemporanee: la lettera è costituita da un tratto curvo che forma un occhiello con l'asta, la quale si prolunga incurvandosi al di sotto del rigo e ripiegandosi indietro a formale un occhiello schiacciato. L'altra lettera è la “l”, molto sinuosa e particolare: è caratterizzata da una peculiare asta, sottile e lunga che si piega a metà verso destra incurvandosi alla fine per formare un occhiello stretto ed oblungo, l'estremità inferiore è munita in fondo di un trattino orizzontale più o meno lungo. Nella maiuscole sono invece caratteristiche le lettere D e G Tra i reperti lignei, lo strumento più completo in tutte le sue fasi di lavorazione è la viola tenore, conservata oggi al museo dell'Accademia di Firenze. Si tratta del materiale utilizzato per la realizzazione, richiesta dal marchese Ariberti il 19 settembre 1690. Scrive il marchese: «Ho fatto
pochi giorni sono il presente de' due violini e violoncello al Serenissimo Principe diToscana ed assicurare alla S.V. Che gli ha graditi...Cominciar subito due viole cioè il tenore, e il contralto che mancano per compimento del concerto intiero».. Antonio si mise subito al lavoro, dato che il materiale utilizzato per la costruzione dello strumento è datato 4 ottobre 1690.
Come per la viola contralto, ogni singolo reperto che costituisce il corredo è contraddistinto da due lettere maiuscole, la T e la V (cioè tenore viola) ed è stato ritenuto sicuramente della mano di Stradivari. Il primo elemento su cui si è soffermata la ricerca è la forma in legno in legno di noce,
usata appunto per costruire la famosa viola medicea, nella cui parte superiore si legge la scritta apposta dal liutaio: “1690/ Forma nova per il contralto Fatta Ha posta/per il ser.mo Gran Principe di Fiorenza”. Il tratteggio dell'H e della D maiuscole e delle lettere minuscole l e p, dimostra secondo
D'Agostino, l'autografia stradivariana dell'annotazione. Di mano di Antonio sono anche le lettere minuscole TV, vergate verso il centro il centro della forma, come conferma anche l'utilizzo dello stesso inchiostro usato per la scritta precedente e per le medesime lettere poste sui modelli per il
taglio dei blocchi di testa, di fondo, delle punte superiori e inferiori della forma. Al contrario è sicuramente una mano più tarda di oltre due secoli quella che ricopia e corregge la scritta di Stradivari nella parte inferiore della forma e che riscrive inoltre maiuscole le lettere TV. Il
discorso, poi, si addentra in altre analisi da esperti in un minuzioso lavoro di ricerca. Perchè tutto questo affannarsi sulla scrittura di Stradivari?
«I reperti sono passati di mano in mano nel corso del tempo - spiega il professor Marco Malagodi - uno dei lavori fondamentali del laboratorio è capire quali siano quelli originali attribuibili direttamente a Stradivari, quelli dei figli e dei collezionisti successivi. Lo studio che abbiamo
messo a punto è di tipo multidisciplinare. Il professor D'Agostino, esperto di paleografia e di tecniche calligrafiche, con le strumentazioni scientifiche del laboratorio ha avuto la possibilità di studiare le comparazioni tra inchiostro e materiali per stabilirne la datazione. Il confronto tra le
scritte dubbie e quelle certe consente di ottenere una certa attendibilità degli elementi presenti nell'inchiostro e cercare di sostenere maggiormente l'ipotesi calligrafica: l'unione di tecniche e competenze con capacità diverse consente dunque di fare attribuzioni che siano le più certe possibili. Adesso vogliamo selezionare una serie di reperti stradivariani caratterizzati da interventi regolari nel tempo, dalla nascita alla morte, che dovrebbero costituire una sorta di griglia con la composizione chimica utilizzata per gli inchiostri. La stessa cosa vale per quanto scritto da Cozio di
Salabue, in modo da creare un riferimento che permetta di capire quale composizione chimica dell'inchiostro sia attribuibile al 1690 piuttosto che ad un latro secolo». Questo lavoro, in buona sostanza, a cosa è finalizzato?
«Serve per classificare le forme utilizzate per gli strumenti che utilizzino delle lettere, per capire se queste siano di Stradivari piuttosto che successive, ma anche per capire quale fosse l'organizzazione del lavoro all'interno della bottega: Antonio sapeva disegnare, utilizzare il compasso, aveva una formazione da umanista e questo apre una prospettiva del tutto differenze rispetto alla sua personalità». Uno Stradivari, insomma, forse un po' meno romantico, ma decisamente più manageriale. «In Stradivari c'era una tecnica ed una conoscenza assoluta dell'arte, come si può rilevare dalle annotazioni tecniche utilizzate per costruire strumenti perfetti - spiega il professor
Marco D'Agostino - i documenti dimostrano un grande intuito unito ad una profonda conoscenza ed una grande genialità, ormai del tutto individuata».

venerdì 1 aprile 2016

Addio a falce e martello


Il congresso al Cittanova
Fu condizionato più dalla Guerra del Golfo che dal dibattito interno il 22° congresso della federazione cremonese del Pci, venticinque anni fa, il 22 gennaio 1991, l'ultimo in vista del congresso nazionale della Bolognina che avrebbe sancito, di lì a una settimana la fine del Partito Comunista e la nascita del nuovo Partito democratico della sinistra. Sette i delegati cremonesi che sarebbero andati a Rimini il 29 gennaio: Marco Pezzoni, Luciano Pizzetti, Sergio Cofferati, Anna Riccardi e Claudio Rebessi per la mozione Occhetto, Evelino Abeni e Giorgio Bergonzi per la mozione Ingrao e Cossutta. L'ultimo segretario del partito falce e martello, Marco Pezzoni, tracciando un bilancio del congresso con un occhio a Rimini, diceva: «Io sono convinto che l'identità comunista da sola non può farcela a cambiare la società italiana, ha bisogno del contributo di altre identità non comuniste da porre sullo stesso piano e con uguale dignità. Una sorta di sfida alla società civile italiana che ha tutte le ragioni per lamentarsi della partitocrazia ma che nel contempo deve anch'essa impegnarsi nel cambiamento attraverso lo strumento offerto dalla politica». Molte le speranze ma anche le riserve nei confronti del nuovo soggetto politico che avrebbe raccolto il testimone del vecchio Pci. Giorgio Bergonzi aveva sottolineato come il progetto politico di “Rifondazione comunista” non potesse rimanere una semplice testimonianza all'interno del futuro Pds o in posizione di arroccamento all'esterno della nuova formazione, ma avesse dovuto conquistarsi un'autonomia di elaborazione culturale. Evelino Abeni temeva la “scissione silenziosa” che sarebbe derivata se il pluralismo del Pds, non garantito da precise regole, si fosse limitato solo ad una spartizione del potere; Pippo Superti, esponente della mozione Occhetto, sperava che il nuovo partito fosse in grado di assumere decisioni senza forme di veto, mentre Cesare Mainardi, per la mozione Bassolino, vedeva che le mozioni, in realtà, si erano già cristallizzate in correnti.
Al congresso di Rimini il primo no venne da Giorgio Bergonzi che, con un gruppo di delegati cremonesi, aveva preferito abbandonare l'aula mentre Occhetto pronunciava orgogliosamente il suo discorso.
I delegati cremonesi al congresso di Rimini
«Sono entrato nel Pci sull'onda del sessantotto – raccontava – in una posizione di contestazione nei confronti della maggioranza del partito, e ho dato molto. Mi sono commosso quando ho sentito dire che non c'è più il Pci. Ho avuto subito la sensazione che bisognava ricominciare tutto da capo; poi, durante la conferenza stampa che è seguita ho provato come una grande liberazione, una grande voglia di ricominciare, con la consapevolezza delle grandi difficoltà che ci attendono e la mancanza di certezze per riuscire a farcela. Nei compagni del Pci c'è una grande aspettativa: dopo il no, cercano adesso un punto di riferimento. Dobbiamo ritornare ad avere forza propositiva. Tanti compagni, per tanto tempo, non hanno visto una proposta obiettiva. Adesso c'è, e apre possibilità che non siamo nemmeno noi ancora in grado di valutare. La nostra proposta può costituire il punto di riferimento per i compagni che hanno lasciato il partito in questi ultimi anni. A Cremona siamo passati da circa diecimila a ottomila iscritti in pochi anni. Sono tante le persone perse per strada a cui dobbiamo dare una possibilità». Altri cremonesi, invece, solidarizzavano con Occhetto, esautorato momentaneamente dalla carica di segretario con un colpo di mano: “Condividiamo la sua amarezza- scrivevano – ma non si deve ritirare. Quale futuro potrà avere il Partito democratico della sinistra se a dirigerlo non ci sarà colui che con più determinazione si è battuto per la sua nascita? Noi vogliamo che il Consiglio nazionale elegga Achille Occhetto segretario del Pds. A tutti i consiglieri nazionali chiediamo senso di responsabilità, trasparenza, chiarezza nella linea e nelle scelte politiche“.
Non bastò l'elezione di Occhetto alla segreteria per lenire le ferite, e se da un lato Evelino Abeni, ex assessore provinciale all'ecologia, annunciava di non volere aderire alla nuova formazione, dall'altro pur critici nei confronti del Pds, altri diciotto firmatari dell'ex mozione 2 decidevano di condurre la loro battaglia dall'interno per preservare l'identità comunista. Erano Rosolino Amidani, Giovanni Carboni, Giorgio Castagnetti, Aurelio Cavalli, Mimmo Dolci, Sante Gerelli, Camillo Gizzi, Ely Lazzari, Attilio Marchini, Gianfranco Piseri, Gigi Rossetti, Guido Sanfilippo, Walter Tacchinardi, Claudio Turati, Giorgio Canesi, Valerio Lazzari, Santina de Micheli e Marco Turati. “Il nostro è un razionale progetto politico per costruire un processo di rifondazione comunista dentro il Partito democratico della sinistra – comunicavano - che è e resta la più grande forza della sinistra italiana. Lavoriamo dunque oggi per promuovere un'area politico-culturale di comunisti democratici dentro il Pds, capace di analisi, ricerca, iniziativa ed espressione ad un tempo unitaria ed autonoma, dentro e fuori il partito, nella società, che punta a spostare a sinistra l'identità futura del Pds per aprire nuovi orizzonti di liberazione. Dal Golfo ai contratti, dalla questione democratica alla questione sociale, vogliamo riempire di idee e di lotte, di cultura e di movimento, le grandi zone d'ombra, sia sul terreno della politica che su quello delle regole, aperte nel nuovo partito. Per questo non condividiamo la scelta di quella parte di compagni che sono usciti dal partito. Non ci pare che oggi di questo ci sia bisogno in Italia. Rispettiamo una scelta, che ci pare però improduttiva per il futuro e lontana dal progetto di rifondazione comunista, «tutto il contratio di una separazione», che abbiamo sostenuto nella mozione congressuale...Rivolgiamo dunque una proposta forte a tutti i compagni ed a tutte le compagne: costruire un'area di comunisti democratici mel Partito democratico della sinistra, perchè non venga disperso il patrimonio di cui i comunisti italiani sono portatori, perchè centrali siano le lotte in difesa della pace, dell'ambiente, dei bisogni dei lavoratori, dei diritti dei cittadini, per un'alternativa sociale e politica in Italia e nel mondo”.
Mentre veniva annunciato per domenica 24 febbraio il primo congresso della nuova formazione politica, che si sarebbe tenuto in realtà il 2 marzo, il Movimento per la rifondazione comunista, costituito il 10 febbraio, bruciava le tappe e si presentava ufficialmente la domenica precedente in sala Rodi col dirigente Lucio Libertini, rendendo per la prima pubblici i nomi degli aderenti: Giorgio Bergonzi, Stefano Bozzetti,Vanni Brignani, Angelo Bruschi, Gian Paolo Dusi, Giulio Filippazzi, Gianni Gaboardi, Bruno Gaburri, Leonardo Galli, Francesco Gerevini, Bruno Ginelli, Lorenzo Girelli, Franca Grisoli, Antonio Maestrelli, Mario Maffina, Gian Luca Magnani, Gian Carlo Manara, Antonio Miglio, Claudio Morini, Maria Oneda, Pier Carlo Ottoni, Enzo Poli, Ivana Piazza, Daniela Polenghi, Aldo Puerari, Giuseppe Rebessi, Felice Rosimi e Eros Siboni. Costante era nel manifesto il richiamo a Gramsci e quello alle contraddizioni che avevano caratterizzato il vecchio Pci negli anni '60 e '80. Bandiere rosse con falce e martello disposte lungo le pareti laterali di sala Rodi, all'ombra di un grande striscione bianco su cui campeggiava a sinistra un grande “no alla guerra” e a destra i ritratti simbolo di Marx in primo piano e dietro, in una continuità fisica ed ideale, quelli di Lenin, Gramsci e Togliatti. Poco più di trecento gli aderenti al nuovo movimento.
I delegati al congresso al Cittanova
Qualche giorno dopo anche altri leader storici del Pci annunciavano la loro scelta: al termine di un percorso travagliato, decidevano di aderire al Pds anche Evelino Abeni, Camillo Fervari, Sante Gerelli della sezione di Gussola e Gianantonio Nardi, segretario della Camera del lavoro di Casalmaggiore. Le probabilità che Abeni, soprattutto, non entrasse nel Pds erano in realtà molto alte e d'altronde lo stesso aveva sottolineato nel corso di una conferenza stampa che si era trattato di una “scelta molto sofferta”. «Non abbiamo sottoscritto il documento presentato giorni fa da alcuni nostri compagni perchè questo atto non avrebbe tradotto i travagli personali di ciascuno di noi. Abbiamo sentito l'esigenza di riflettere un po' di più per comprendere quali spazi reali avremmo avuto all'interno del Pds. Una scelta scaturita dalla convinzione che nel Pds esistano comunque spazi perchè si possa connotare in maniera fattiva la presenza degli aderenti all'area dei comunisti democratici, tenendo conto delle possibilità offerte dallo statuto del partito. Rimane la simpatia per i compagni che non sono entrati nella nuova formazione, senza nessun attaccamento vetero-nostalgico ad una simbologia da salvare ma convinti che rimanga il problema dell'identità storica dei comunisti”. E parole di apprezzamento andavano anche per l'ultimo segretario Marco Pezzoni, che con la sua posizione al congresso di Rimini, astenendosi sulla mozione Ingrao per la guerra del Golfo, si sarebbe giocato l'ingresso nel consiglio nazionale del Pds.

Sabato 2 marzo l'ex Pci chiudeva definitivamente con il passato scegliendo a Cà de' Somenzi i 66 componenti del nuovo comitato federale del Pds, con l'ingresso, per la prima volta, degli esterni negli organi del partito. Nel documento politico conclusivo, approvato con venti astenuti, si sottolineava la validità dell'esperienza amministrativa in corso, aprendo al confronto con le opposizioni, rappresentate da repubblicani e socialisti: «Le alleanze politiche con DC e Verdi – sottolineava il documento – non sono nate solo da una situazione di necessità. Il Pds considera queste alleanze come passaggi importanti, pur senza attribuire loro alcun valore strategico, nati da processi politici autentici che hanno attraversato l'opinione pubblica, alla cui base vi è una condivisione di obiettivi programmatici, di risposte possibili alla crisi delle istituzioni localie alla loro scarsa incidenza sul governo dei processi reali. Questo è il patto che abbiamo assunto con gli elettori: rimpere un sistema di potere che aveva determinato un uso distorto delle istituzioni e riformare la politica». Ricordiamo gli organismi dirigenti di quella prima formazione del Pds. Il comitato federale era costituito da Evelino Abeni, Franco Albertoni, Giovanni Amidani, Renzo Antoniazzi, Paolo Arisi, Rosalba Azzali, Giuseppe Azzoni, Gianfranco Barbieri, Mario Bardelli, Ersilia Baruffini, Adriano Bellandi, Aldo Boccaccia, Ilde Bottoli, Rosa Botturi, Adriano Bruneri, Giorgio Canesi, Alida Canova, Alberto Cappellini, Bruno Casarini, Giorgio Castegnetti, Bruno Cavagnoli, Aurelio Cavalli, Cristina Cavalli, Adriana Cilento, Filippo Colace, Palmiro Donelli, Carlo Duca, Giorgio Ferrari, Deo Fogliazza, Adriano Galli, Lucia Genzini, Giorgio Gerelli, Sante Gerelli, Daniele Cigni, Camillo Gizzi, Fiorenzo Gorni, Eli Lazzari, Fiorella Lazzari, Rosanna Lugli, Ferruccio Maffezzoni, Cesare Mainardi, Cristina Manfredini, Stefana Mariotti, Silvia Mineri, Luigina Oppi, Margherita Pedraccini, Marco Pezzoni, Luciano Pizzetti, Antonella Poli, Elisa Refolli, Paolo Renzi, Anna Riccardi, Antonio Romani, Gigi Rossetti, Maura Ruggeri, Guido Sanfilippo, Pippo Superti, Giuseppe Tadioli, Enrico Tavoni, Giuseppe Tiranti, Silvia Toninelli, Claudio Turati, Marco Turati, Lucio Vangi ed Emilio Zelioli. La commissione federale di garanzia era formata da Oriana Barcellari, Angela Curtareli, Santina De Micheli, Stefano Dossena, Gianni Fervari, Mario Gennari, Giacomo Guindani, Atilio Marchini, Terez Marosi, Iva Moretti, Massimo Moroni, Alessio Picarelli, Gianfranco Piseri, Loredana Rancati, Giovanni Sguaita. I delegati al congresso provinciale erano Evelino Abeni, Giuseppe Azzoni, Oriana Barcellari, Basilio Boeghi, Liliana Cavalli, Camillo Fervari, Giovanni Gagliardi, Sante Gerelli, Camillo Gizzi, Giacomo Guindani, Attilio Marchini, Roberto Moroni, Stefana Mariotti, Siliva Mineri, Marco Pezzoni, Luciano Pizzetti, Pierluigi Rossetti, Fabrizio Ruggeri, Pier Sttilio Superti, Giorgio Toscani.

L'affaire Caracosa


Ebrei in un quadro di Jan van Aick
I rapporti tra le comunità ebraiche e i cristiani furono sempre abbastanza tesi, nonostante che il duca di Milano Francesco Sforza nutrisse per gli ebrei una particolare predilezione. Già nel 1387 Gian Galeazzo Visconti aveva concesso ad alcuni di essi di vivere entro i confini del ducato, purchè risiedessero separati dai cristiani. Da Pavia, dove si insediò una nutrita comunità, i mercanti ebrei si trasferirono nel cremonese e a Soncino, dove peraltro erano già stati diffidati dal rimanere fin dal 1393, fondarono una tipografia dalla quale uscì, nel 1488, una superba edizione della Bibbia. Qualche anno prima, nel 1456, il duca aveva emesso dei capitoli nei quali concedendo ospitalità alla popolazione ebraica, fissava anche alcune norme di convivenza con gli abitanti cristiani. Tra queste norme una, in particolare, faceva obbligo agli ebrei di portare un distintivo e condannava nella maniera più categorica i matrimoni con i fedeli dell'altra religione. La vicenda che raccontiamo, tratta dai documenti conservati all'Archivio di Stato di Milano, interessa proprio quest'ultimo punto e, nella sua crudezza, ci offre uno spaccato vivo e drammatico di quell'epoca.
Caracosa, la giovane ebrea figlia di David di Castelnuovo Scrivia, nei pressi di Tortona, e moglie di Salomon, banchiere di Viadana, era sicuramente molto bella. I documenti e le lettere ducali che permettono di ricostruire la sua storia non ne parlano, ma di lei si era perdutamente invaghito un certo Filippo Gallina, cristiano che bandito da Pavia, aveva trovato rifugio nel paese di Sale, in provincia di Alessandria.
Non sappiamo quando Filippo vide la giovane ebrea per la prima volta. Certamente la conosceva, ma, viste le proibizioni in vigore, nutriva la sua passione in segreto, da lontano, passando in rassegna le varie possibilità per scavalcare i regolamenti e far sua la ragazza. Quella mattina dell'autunno del 1468 decise di entrare in azione: il piano che lungamente aveva architettato non poteva fallire. La storia che egli aveva costruito per giustificarsi di fronte alla legge poteva benissimo reggere e la sua parola valeva quanto quella dell'ebrea, e poi si sa, i cristiani odiavano gli ebrei perchè usurai. Ne sapeva qualcosa anche il vescovo di Cremona Giovanni Stefano Bottigella, originario di Pavia, che contrasse un prestito di 8000 lire all'interesse del 30% ed inoltre anche i nuovi regolamenti del duca non confermavano forse che gli ebrei, per la loro colpa di aver crocifisso Cristo, erano condannati alla servitù nei confronti dei cristiani?
Venuto a sapere che Caracosa, dopo essersi recata a trovare il padre a Tortona, si era messa in viaggio alla volta di Viadana ed era prossima a raggiungere Sale, Filippo chiese al podestà che fosse arrestata per averlo tratto in inganno: gli aveva infatti promesso che si sarebbe convertita al cristianesimo e lo avrebbe sposato, ripudiando, insieme alla religione, anche il marito. Ma qualcosa nel piano non funzionò. Fu riconosciuta l'infondatezza delle affermazioni e la ragazza, dopo essere stata liberata, potè raggiungere il marito. Ma le peripezia di Caracosa non erano finite.
La Pasqua ebraica in una miniatura
Una volta a Viadana, Filippo tornò alla carica facendola nuovamente arrestare e conducendola prigioniera a Mantova, dove fu salvata, questa volta, dall'intervento del marchese Ludovico Gonzaga, grande protettore degli ebrei. Da una lettera spedita da Vigevano il 14 febbraio 1469, veniamo però a sapere che la rocambolesca vicenda era giunta ad un epilogo inaspettato, con l'intervento anche del vescovo di Cremona Bottigella che prestando fede alle accuse rivolte alla ragazza, l'aveva fatta rinchiudere nel convento cremonese di San Benedetto in attesa che tutta la faccenda fosse chiarita. Evidente nessuno si era sognato di credere alla parole della sventurata ragazza. Da questo momento la corrispondenza si fa fitta: da una parte l'ebreo Madius (Meir) di Castelnuovo si appella al duca, perorando i diritti di Caracosa e, poco dopo, anche il padre e il marito della ragazza gli si rivolgono esponendogli nuovamente i fatti e, tra l'altro, pregandolo di provvedere perchè riceva cibo casher, mentre è segretata in convento a Cremona. Lo stesso duca esorta il vescovo di Cremona a non forzarla alla conversione e a comportarsi conformemente alla legge. Dall'altra il vescovo sostiene di non aver in alcun modo forzato la giovane ad entrare in convento. Iniziano frattanto a diffondersi voci sul presunto battesimo della fanciulla che avrebbe preso il nome cristiano di Arcangela. Ma gli ebrei non demordono e si organizzano: contravvenendo alle disposizioni ducali che impediscono loro di mostrarsi in pubblico ed esercitare il commercio nei giorni della Passione di Cristo, il venerdì santo ed il sabato successivo inscenano una clamorosa protesta sotto le finestre del palazzo vescovile e davanti alle grate del convento di San Benedetto dove Caracosa, ormai divenuta Arcangela, è rinchiusa. Incoraggiano con grida la ragazza, la invitano a resistere e cantano anche un motivetto di vago sapore anticlericale che fa “hora che mai che fora sum, non voglio essere più monicha”. Immediata e veemente la reazione del vescovo: tutti gli ebrei cremonesi devono essere arrestati con l'accusa di voler plagiare la ragazza. Ma il rappresentante del duca a Cremona non si lascia trarre in inganno: convoca immediatamente il vescovo il 16 marzo e da questo viene a sapere che Caracosa è stata effettivamente battezzata da un laico e non con acqua benedetta, ma con semplice acqua di fonte. Il 30 marzo piovono sul tavolo del duca anche le lettere delle monache di San Benedetto che affermano che la ragazza ebrea si è convertita spontaneamente e le illazione e le proteste dei suoi parenti sono senza alcun fondamento. Ma una missiva spedita nel frattempo dall'arcivescovo di Milano ad un chierico cremonese non lascia dubbi: Caracosa è stata battezzata con la forza ed il duca vuol vedere chiaro nella faccenda. Ordina pertanto che la ragazza venga portata a Milano dove l'arcivescovo stesso ne sonderà la volontà. Il vescovo Bottigella tentenna, non ritiene giusto che si dubiti così della sua versione deo fatti quando, alla data del 13 aprile 1469 i sovversivi ebrei che avevano manifestato contro di lui girano ancora impuniti nella città!
A questo punto l'atteggiamento fermo del duca sembra vacillare. Dalle lettere traspare una certa incertezza: accontentare le richieste del vescovo o mostrarsi benevolente nei confronti degli ebrei implicati nella faccenda? E di Caracosa-Arcangela, che farne? L'affaire Caracosa sta diventando una patata bollente con cui diventa facole scottarsi.
Dai documenti d'archivio non sappiamo se la ragazza fu portata effettivamente a Milano, e tra le alternative che si presentavano al duca, questi scelse di dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Fece dunque arrestare dal podestà di Cremona gli ebrei implicati nella protesta il 29 aprile 1469, dal momento che non poteva sottrarsi avendo violato una sua disposizione, ma li liberò il 6 giugno. Lasciò che fosse il commissario da lui incaricato ad appurare il vero svolgersi dei fatti e si limitò ad ordinare al vescovo di non forzare la conversione nell'abbracciare la nuova religione.
In un'altra lettera della stessa data, lo stesso commissario affermava di aver condotto l'inchiesta con la massima meticolosità e correttezza e, di conseguenza, la pratica poteva considerarsi archiviata.
Ancora il 10 agosto l'arcivescovo milanese, probabilmente non del tutto convinto, stava ancora indagando, ma il destino di Arcangela era ormai segnato: l'11 settembre, scrivendo al commissario di Parma, il duca confermava che Caracosa era oramai diventata cristiana a tutti gli effetti, il processo si era volto regolarmente e la ragazza, in attesa che il padre pagasse una dote di 250 ducati, sarebbe stata sistemata in un convento col nome, ormai definitivo, di Arcangela. Il nuovo marito sarebbe stato un cristiano. Pertanto la vicenda si concluse con la ratificazione del battesimo di Caracosa con il nome di Arcangela avvenuto nel frattempo e del suo matrimonio con un cristiano: di conseguenza, il padre, che aveva abbandonato Castelnuovo Scrivia per stabilirsi a Parma, ricevette ordine di fornire alla figlia una dote nuziale pari a quella data alle altre figlie rimaste ebree. Il governatore di Castelnuovo, data per acquisita la conversione della ragazza, obbligò il comune a consegnarle la cifra promessa, a suo tempo, se si fosse fatta cristiana.
Un’eco dell'episodio clamoroso della controversa conversione di Caracosa di Tortona si sentì anche a Fiorenzuola d'Arda nel 1469, quando il padre della ragazza, Davide, venne obbligato a rifondere al castellano di Fiorenzuola le spese contratte in occasione delle nozze della ragazza.
Ebrei francesi in un'incisione del XVIII secolo

Nel 1387 Gian Galeazzo Visconti, signore di Milano, concesse ad alcuni ebrei di origine tedesca il privilegio di stabilirsi nelle sue terre, esercitandovi il commercio e l'attività feneratizia e godendo di uno status speciale: si veniva a creare, così, la base per il consolidarsi della presenza ebraica in varie località del ducato, tra cui Cremona], dove essa viene del resto segnalata, pur senza essere documentata, già dal 1278. I primi documenti riguardanti il nucleo ebraico cremonese sono degli atti notarili mantovani che attestano l'esistenza di un banco di prestito, tenuto da Bonaventura del fu Zanatano, Moisè del fu Giuseppe da Spira e Manuele del fu Matassia de Rocheto nel 1400. Poco più di quarant'anni dopo, nel 1441, Francesco Sforza concesse un privilegio con validità ventennale ad Isacco di Salomone de Iachar, in cui gli si permise di risiedere a Cremona esercitandovi liberamente la sua professione di medico e l'attività feneratizia, con una posizione di preminenza all'interno della Comunità ebraica locale. L'anno successivo troviamo testimonianza della sua fama come oculista, apprezzato dall'ambasciatore di Milano presso il duca d'Este. Interessante è rilevare che, pochi anni prima, era stata menzionata in alcuni atti notarili la figlia del de Iachar, in quanto convertitasi al cristianesimo, con conseguente separazione dal marito, rimasto ebreo, e situazione patrimoniale da regolare. Oltre a queste testimonianze sui singoli, troviamo, in svariati rogiti, anche notizie sull’intero gruppo ebraico residente a Cremona, di cui sono documentati il prestito su pegno e l'attività feneratizia a partire dal 1443, nonostante la decisione (peraltro di breve durata) di proibire l'usura, presa nello stesso anno da Francesco Sforza, che, nel 1448, a sua volta avrebbe tentato di regolare il proprio debito con gli ebrei a Cremona e che, nello stesso periodo, concesse ad altri ebrei di stanziarsi a C. come prestatori o agli israeliti cremonesi di spostarsi in altre città del Ducato. Contemporaneamente, sono documentate anche operazioni finanziarie di cristiani che si servivano degli ebrei per praticare l'usura, fornendo l'occasione, talvolta, a truffe da parte dei secondi. Negli anni Sessanta del XV secolo, quando l'opposizione della Chiesa alla presenza ebraica si fece sentire in tutto il Ducato, a C. troviamo il monaco Pietro che predicò contro di essa, mentre particolarmente virulento, nel 1468, fu l'atteggiamento del vescovo, che, tra l'altro, insistette per istituire l'obbligo del segno distintivo, imposto, in seguito, nel 1473, in tutto il Ducato, senza, tuttavia, essere applicato rigorosamente. Proprio dai rappresentanti della città di Cremona, poi, una cinquantina di anni dopo, partì la richiesta a Francesco II Sforza di inasprire la condizione degli ebrei imponendo loro, tra l’altro, l'obbligo del segno. Ovviamente, diversa era la condizione degli Ebrei convertiti, che coronavano gli intensi sforzi di proselitismo messi in atto dalla Chiesa: fu così che, ad esempio, nel 1480 con il denaro del legato di Bernabò Visconti in favore dei cristiani bisognosi, fu garantita una rendita mensile ad un ebreo cremonese, convertitosi con il nome di Dominicus Christiani. Quanto alle conversioni forzate, invece, va segnalata per la sua emblematicità quella di Caracosa, originaria di una località vicino a Tortona e sposa di un ebreo di Viadana, rinchiusa in convento e battezzata a forza dal vescovo di Cremona, nonostante l'opposizione del Marchese di Mantova, l'intervento del Duca di Milano e gli sforzi della famiglia per riaverla. Per protestare contro l'abuso, il Venerdì e il Sabato Santo del 1469, convennero di fronte al palazzo vescovile e al convento in cui Caracosa era stata segregata, gli ebrei locali e forestieri, ma la loro protesta non ottenne l'effetto sperato: dopo essere stati arrestati sotto l'accusa di aver tentato di far pressioni sulla convertita perché tornasse all'ebraismo, essi furono graziati dal Duca. Tuttavia, l'ostilità popolare, fomentata dalla Chiesa, portò ad una serie di moti anti-ebraici che, infine, sfociarono nell' accusa di vilipendio alla religione cristiana, mossa contro un folto gruppo, dalla quale prese le mosse, presumibilmente, Ludovico il Moro per decretare, il 3 dicembre 1490, l'espulsione di tutti gli israeliti dal Ducato. Il provvedimento, però, non venne applicato subito, ma posticipato al 1492 e, anche dopo questa data, troviamo degli ebrei residenti nelle terre ducali, tanto che, nel 1493, venne pubblicamente proibito loro di prestare ad usura e di esercitare qualsiasi altra attività, compresa la medicina. Con tutta probabilità, gli ebrei di C. seguirono la sorte degli altri correligionari del ducato: il Duca, pur opponendosi alla loro residenza nelle proprie terre, sembrò, tuttavia, propenso a concedere loro di soggiornarvi di tanto in tanto per venire incontro ai problemi finanziari della popolazione.

Campiglio, questione di feeling


Madonna di Campiglio
Un feeling che dura almeno da otto secoli quello tra i cremonesi e Madonna di Campiglio, e che ha anche una giustificazione storica. E' stato infatti un cremonese, il vescovo Sicardo a favorire, con una sua lettera, la nascita della località trentina adagiata nella bellissima conca tra il gruppo delle Dolomiti di Brenta e i ghiacciai dell'Adamello e della Presanella. Otto secoli. A tanto ammonta l'età anagrafica di Madonna di Campiglio, località la cui storia è caratterizzata da numerose singolarità, compresa la prima tra tutte, relativa alle circostanze della sua fondazione. Di Campiglio infatti possiamo dire di conoscere, con un'approssimazione di pochi anni, anche la data di nascita, ascrivibile in una finestra temporale compresa tra il 1195 e il 1205. Qualche incertezza esiste sul nome: l'attuale Madonna di Campiglio appare in alcuni documenti storici con un nome strano, privo di alcun significato e che presenta tre varianti: “Ambàno” (1188) “Ambeno” (1221) “Ambino”(1122); l'ultimo nome indicato, “Ambino” è molto simile a quello che oggi si usa per indicare una piccola conca a nord del centro di Madonna di Campiglio denominata “Nambino”. Queste varianti sono giustificate da un fattore importante: il villaggio era abitato da un numero di persone veramente esiguo, non stabile e con una parlata non propria in balìa dei viandanti che inevitabilmente, per passare da una valle all'altra, transitavano da Madonna di Campiglio. Non avendo dei riferimenti sulla parola “Ambino” una delle ipotesi più plausibili riguarda il fondamento del ruolo svolto della località: congiunzione tra la Val di Sole e la Val Rendena quindi 2 valli; la radice della parola è “ambo” che in latino significa “tutt'e due”; Madonna di Campiglio congiunge tutt'e due le valli. Ma è un documento di eccezionale valore a fugare qualsiasi dubbio: una pergamena redatta nel 1222 a Pinzolo da tal notaio Giovanni - al servizio del principe vescovo di Trento - il quale, in presenza di numerosi testimoni e del primo rettore del monastero campigliano, Oprando di Madruzzo, con il suo documento ufficiale pubblica il riassunto di quattro “lettere patenti”, privilegi di indulgenza di altrettanti principi vescovi del tempo contenenti offerte ai fedeli che avrebbero aiutato l'ancora giovane istituto in cima alle Giudicarie. Uno di questi vescovi era il nostro Sicardo. Questo documento, custodito presso l'archivio di stato di Trento, è oggi a disposizione degli studiosi ed è stato oggetto anche di una tesi di laurea (Annalaura Gilli Pedrini, facoltà di storia medievale e paleografia dell'Università di Padova, pubblicata sul periodico “Civis” anno I n.3, 1977).
La pergamena del notaio Giovanni
Fino a circa il 1195 d.C., l'attuale territorio di Campiglio era una landa desolata e inabitata, poco distante dal Passo della Moschera (oggi Passo Campo Carlo Magno) comunicante con la Val di Sole e, attraverso le Dolomiti di Brenta, con l'Anaunia (attuale Val di Non). A cavallo tra 1100 e 1200, un certo Raimondo, nell'intento di salvarsi l'anima, fonda in Campiglio un monastero dotato di ostello
ed ospizio dedicato alla Madonna: scopo della struttura, proteggere i viandanti che in zona erano spesso oppressi tanto dai predoni quanto dalle avversità della natura. La vocazione ricettiva del luogo diventa quindi essenza stessa del suo esistere: un unicum tra le stazioni turistiche, anche quelle di antica tradizione. Agli inizi, quell'istituto era un piccolo rifugio, abitato da pochi coraggiosi (abbiamo traccia di quattro conversi) che prestavano la loro opera al servizio degli avventurosi viaggiatori che si inoltravano nelle oscure selve sullo spartiacque tra Rendena e Anaunie. Di questi volonterosi, autentici pionieri di Campiglio, conosciamo anche i nomi: Copa (o Cupo), Precassio, Raimondo e Oprando. Tra questi, i due protagonisti principali furono Raimondo e Oprando; il primo, in quanto ideatore e fondatore dell'ospizio e il secondo, in quanto primo rettore e protagonista dell'avviamento dell'istituto. Oprando apparteneva all'illustre famiglia dei Madruzzo del ramo di Gumpone il quale, nel 1161, aveva ricevuto dal vescovo di Trento Adelpreto II l'investitura di quello che oggi è l'omonimo castello nei pressi di Cavedine, nella zona del basso Sarca. Gumpone aveva quattro figli: Alberto, Giordano, Udalrico e appunto Oprando; quest'ultimo aveva seguito la propria vocazione scegliendo il monastero di «Santa Maria di Campéi» e portando con sé in dote un maso situato dalle parti del maniero di famiglia. Soprattutto suo, dopo il fondatore Raimondo, fu il merito dell'iniziale, difficile avvio di quel piccolo istituto all'estrema parte delle Giudicarie. I primi anni di vita non furono certo facili, per i “padri fondatori” di Campiglio. I quali, nell'anno del Signore 1222, vissero il loro primo momento importante e memorabile.
Ci fu parecchia animazione, in quel di Pinzolo, nella giornata del 6 novembre 1222, prima domenica di quel remoto mese. Nel centro del villaggio, davanti alla casa di tal Parisi figlio del fu
Salvaterra, fu fissato un appuntamento espressamente richiesto da Oprando. All'incontro si presentarono in molti: c'era il signor Pietro, arciprete della pieve di Rendena; c'era il signor Giovanni, chierico di Caderzone, e il signor Ognibene figlio di Preottone di Mortaso. Non mancò nemmeno Buongiovanni figlio di fu Ambrogio di Pinzolo, e assieme a lui tanti altri “testimoni pregati”. Oltre, ovviamente, al converso Oprando dell'hospitale di Campiglio.
Per sancire l'ufficialità di tale evento era espressamente giunto pure il notaio Giovanni, funzionario del vescovo. Queste le sue parole: «alle richieste del signor Oprando del detto Ospizio scrissi questa
carta e la perpetuai e la ridussi in forma pubblica». «Scrissi questa carta»: il documento ufficiale su pergamena protagonista del nostro racconto che, giunto fino a noi, ci racconta oggi con dovizia di particolari quanto accadde in quella lontanissima domenica di ottocento anni or sono.
Nel corso degli anni si erano accumulate quattro “lettere patenti” (privilegi di indulgenza), scritte in momenti diversi e tutte molto importanti. In queste quattro lettere altrettanti vescovi, insigni autorità ecclesiastiche del tempo, si erano espressi con grande favore nei confronti del piccolo e giovane rifugio in cima alla Rendena, arrivando a offrire ai suoi futuri benefattori larghe indulgenze. Le parole del notaio Giovanni sono esaurienti: «Il signor Oprando converso dell'Ospizio della gloriosissima Madre di Dio Maria di Campiglio, della località di Ambeno, porse a me Giovanni sottoscritto notaio quattro lettere sigillate con diversi sigilli (...) e mi pregò, per timore di Dio e della beatissima sua Madre Maria di ridurle in forma pubblica». Con solennità Oprando consegnò al notaio Giovanni i manoscritti. I loro sigilli spiccavano con evidenza, e conferivano ancor maggiore gravità al momento. Le firme in calce erano di grande prestigio: il primo era stato scritto da Wolfkero, patriarca della sede di Aquileia in carica dal 1204 al 1218; il secondo da Sjcardo, legato del papa e vescovo di Cremona dal 1185 al 1215. Gli ultimi due documenti erano stati redatti dai due predecessori del vescovo di Trento Adelpreto, in quel momento titolare della cattedra di san Vigilio: Corrado da Beseno (principe vescovo di Trento tra il 1188 e il 1205) e Federico Wanga. Il notaio Giovanni procedette alla lettura di tutti e quattro i privilegi di indulgenza, quindi passò a trascriverne il contenuto per consentirne la pubblica affissione a Pinzolo. Un gesto che, oggi, ci permette di conoscere i dettagli della fondazione e dei primi anni di vita dell'istituto di Campiglio. In tutte le lettere troviamo brevi e preziosissimi brani dedicati alla descrizione monastero; Wolfkero definisce la conca di Campiglio «uno strettissimo monte, dove i passanti venivano oppressi dai predoni con vari pericoli (...) le (cui) facoltà proprie non sono sufficienti al sostentamento dei poveri e dei deboli che ivi confluiscono in abbondanza». Sjcardo parla di un ospizio «poverissimo da poco edificato nel vescovado di Trento ad onore di Dio e della beata Vergine Maria e ad utilità di tutti i passanti di lì nella località di Campiglio, in cima di un difficilissimo monte, dove i passanti venivano oppressi da vari pericoli, nel quale vengono ricevuti i poveri e gli infermi e ai ritornanti vengono dimostrati con cuore ilare, in molti modi ossequi di umanità». Tra tutte, le parole di Corrado da Beseno sono per noi le più preziose; in esse infatti è riassunta la vicenda della fondazione del monastero. Corrado ci dice chi fu il fondatore, Raimondo, e ci indica il periodo con la formula «intende edificare»: durante il suo mandato quindi (1188-1205) l'erezione del monastero fu quantomeno progettata, e realizzata nell'ipotesi più estrema entro il 1215, termine del mandato terreno del collega Sicardo, che definisce l'ospizio «poverissimo da poco edificato».
Il vescovo Sicardo sulla facciata della chiesa di S. Omobono
Fino al 1205 Sicardo fu impegnato come nunzio apostolico a Costantinopoli e fino al 1210 nel risolvere i conflitti interni della sua città. E' probabile che possa aver conosciuto la località trentina nel corso di qualche viaggio in Germania per perorare la causa del giovane Federico II contro i baroni tedeschi, intorno al 1212. La data precisa della sua lettera non ci è nota; per limitare ulteriormente la finestra temporale entro la quale ascrivere la fondazione dell'ospizio ci giungono in aiuto altri documenti che ci testimoniano una transazione che i frati, evidentemente già nel pieno delle loro funzioni, stipularono nel 1207. Corrado da Beseno ci spiega inoltre le motivazioni ideali che spinsero Raimondo fin lassù, in quel «locus desertus et inabitabilis» dove «i passanti venivano spogliati e uccisi»: egli, «per rimedio della sua anima» intese edificare «una chiesa e un ospizio in onore della beata madre di Dio Maria, sempre Vergine, per il sostentamento dei poveri e la difesa dei passanti nella località che si chiama Ambe, vicino al monte Campiglio».
Ma ecco cosa scriveva Sicardo: «Sjcardo, per grazia di Dio vescovo di Cremona, legato della Sede apostolica, a tutti i fedeli di Cristo, tanto chierici che laici costituiti per le province di Lombardia,
di Rovenna, di Grado, di Aquileia, ai quali arriveranno le terre infrascritte, salute eterna in Cristo. Merita di entrare in grembo all'aula celeste chi fa del bene ai poveri e agli infermi. Sappia dunque la vostra carità, che il latore delle presenti è il nunzio dell'ospizio poverissimo da poco edificato nel vescovado di Trento ad onore di Dio e della beata Vergine Maria e ad utilità di tutti i passanti di lì nella località di Campiglio, in cima di un difficilissimo monte, dove i passanti venivano oppressi da
vari pericoli, nel quale vengono ricevuti i poveri e gli infermi e ai partenti e ai ritornanti vengono dimostrati con cuore ilare, in molti modi ossequi di umanità. Mai poiché un'opera tanto pia e utile non può mantenersi senza le elemosine dei fedeli di Cristo, preghiamo, ammoniamo, ed esortiamo tutti voi nel Signore che porgiate misericordiosamente grati benefici al predetto nunzio quando verrà a voi dei beni di Dio a voi dati e conferiti; e che voi, i quali siete preposti spirituali delle chiese induciate il popolo a voi affidato a beneficiarlo con grande diligenza affinchè coll'offerta dell'elemosina consegnate il premio della letizia sempiterna. Noi poi confidando nella misericordia di Cristo e nei meriti dei suoi beati apostoli Pietro e Paolo, a tutti i veri pentiti che avranno trasmesso sussidi all'ospizio già detto, rilasciamo nel Signore 40 giorni della penitenza imposta loro
per i peccati gravi».