sabato 13 luglio 2019

C'era una volta la fiera di San Pietro - seconda parte

(2ª parte) È con l’introduzione dell’energia elettrica che avviene la grande trasformazione, pur se lenta e graduale. Gli impianti a gas esistenti prima dell’elettricità, infatti, mal si adattavano a installazioni precarie e temporanee come un parco giochi. Non solo, le prime lampade elettriche permettono la fruizione del parco anche di notte, con conseguente prolungamento dell’orario di apertura. Iniziano a modificarsi anche le decorazioni: dagli intagli e gli specchietti adottati fino a quel momento, si passa a giochi di luce e colori vivaci. Resta però sempre netta la distinzione tra i due mondi: uno quello della fiera, povero ed emarginato, di origine nomadica, e l’altro più ricco, frutto di investimento di capitali. Prova ne sia che accanto alle ultime novità tecnologiche permangono le attività più tradizionali del “Tiro all'anatra”, i vari bersagli, il “labirinto orientale a specchi”, “il padiglione delle bestie feroci”, il circo equestre, il serraglio e via dicendo.
Nel 1929 Renzo Bacchetta, con lo pseudonimo di Remba, ci fornisce un vivace racconto di quale fosse l'offerta merceologica della Fiera di San Pietro sulle pagine del “Regime Fascista”: «Da piazza Cavour fino in fondo a Corso Vittorio Emanuele nulla di straordinario. La solita interminabile processione di gente che si pigerà sui marciapiedi di sinistra, parallelamente al quale s'allineano l'un dopo l'altro banchettini e carrettini di ogni genere: dai gelati ai paralumi, dai bastoni alle scarpe, dalle cravatte alla tiramola, dalle stringhe ai fiori artificiali, dai cestini di vimini ai bicchieri di vino...infrangibili ,dai gemelli per polsini alle calze a un franco il paio, dai dolciumi a due soldi l'etto alle ochine dal collo mobile, dal bussolano alle cornici, dai tegami a prezzi di fallimento ai pizzi d'ogni qualità, dai tappeti ai giocattoli d due soldi, dai cuscini disegnati alle oleografie di Garibaldi, dalle pesche benefiche al palloncino di guttaperca, e che più me ha più ne metta perchè v'è di tutto perfino i libri a quattro soldi. Poveri scrittori! Niente di notevole fin qui, dunque, perchè è tutta roba che a prezzi su per giù uguali, si può acquistare in qualsiasi giorno dell'anno in uno dei tanti negozi cittadini, si può vincere o perdere a seconda se la sorte ti arride o meno in una delle pesche o lotterie che di quando in quando si tengono a scopo benefico. Però v'è questo di buono: che spendi del denaro ma hai della merce. Magari, se vuoi, merce di scarto che dura...fin che dura, ma qualcosa hai. Non si può negare.
Dove comincia il sensazionale, l'eclatant, il pugno nell'occhio alla gente, il soprannaturale, ciò che colpisce la fantasia di chi è ancora disposto a bere grosso, è più oltre, proprio sul piazzale di porta Po». Lo sguardo smaliziato di Bacchetta si posa sui baracconi assiepati nel piazzale, cogliendone l'aspetto anacronistico di spettacolo occasionale, ricco di invenzioni e cialtronerie, in cui il pubblico viene sommerso da richiami, attrazioni, lusinghe e meraviglie: «Oltrepassata la giostra delle automobili e il solito tiro al bersaglio, bambocci e pipe di gesso, ecco il primo baraccone delle meraviglie: la donna fulmine. Due uomini gonfian le gote soffiando l'uno in una trombettina da lattaio l'altro in una cornette dalla quale le note escono così armoniose da straziare anche le orecchie meno sensibili alle melodie degli strumenti a fiato. Poi un imbonitore dalla facile loquela pronuncierà il suo sproloquio che meriterebbe la nobile fatica d'uno stenografo e che qui riproduciamo quasi fedelmente: “Colto e spettabile pubblico – egli comincia senza aggiungere, come si usava una volta, “ed inclita guarnigione” - Qui in uqesto modesto padiglione voi vedrete due fenomeni viventi: la donna fulmine e Kaly la schiava degli indiani.La donna fulmine che qui vedete – ed in così dire indica una giovane bruna, ammantata in una specie di cappa giallo oro che tiene nella mano alzata due lampadine elettriche – ha ottenuto il più strepitoso successo in tutti i teatri di varietà del mondo. (uno del pubblico: Bum!; ma l'imbonitore dalla facile loquela, imperterrito, continua). Il suo corpo andrà ad essere caricato nell'interno da alte correnti elettriche da 125 a 700 volts che potrebbero causare la morte della fanciulla. Ma anche più sorprendente sarà la catena umana da dieci a venti persone che formeranno il cerchio della morte giachè ad esse questa fanciulla trasmetterà la corrente elettrica di cui è carico il suo corpo provocando l'accensione di queste lampadine”. Il professore – come lo ha chiamato colui che sembra il direttore della baracca pomposamente chiamata padiglione scientifico – ha finito. Il direttore stesso narra allora la dolente istoria di Kaly la schiava degli indiani. E' costei una figura di donna che s'intravede formosa sotto un ampio manto, per esso giallo-oro e che nasconde il volto sotto un fitto velo bianco come usano le donne orientali. “Kaly – spiega il secondo imbonitore dallo scilinguagnolo anche più sciolto del “professore” - fu fatta schiava dagli indiani ed il suo corpo tatuato dalla gola ai piedi. Sono di così grande valore i suoi tatuaggi che il suo corpo fu comperato dal Museo di Londra. Signori, lo spettacolo va a cominciare. Avanti, si paga la misera e vergognosa moneta di una lira. Una sola lira per mezz'ora di spettacolo scientifico che a Milano, Torino, Napoli, Roma, costava quattro o cinque lire. Avanti, avanti, signori. Numerosi altri spettatori attendono nell'interno. (Alza il lembo della portiera e dentro non si vede anima viva; allora la cala in fretta e furia e poiche nessuno del pubblico si muove,scende in mezzo a loro a distribuire mezzo decimetro quadrato di carta sul quale sono esaltati i due mirabolanti fenomeni viventi). Molti tiran via, altri entrano. Quando s'è fatto un gruppo d'una ventina di persone, lo spettacolo meraviglioso ha cominciamento. Il corpo della donna fulmine accende le lampadine elettriche, naturalmente con una corrente che anche un innocuo sorcetto casalingo tollererebbe; Kaly è tatuata...con le calcomanie. Ecco i fenomeni viventi. Tutto qui? Sì, e un franchino è un po' troppo. Ma v'è l'arte dell'imbonitore nel darla a bere e il fiato suo vale pur qualcosa anche se elargisce con troppa facilità l'appellativo di ignorante a chi a chi non entra perchè non è né gonzo né tonto e perchè pensa che una liretta non è una moneta vergognosa, ma rappresenta bensì venti soldi, cento centesimi e ci vuol tempo e fatica a guadagnarli. E tiriamo avanti. Un qualche cosa che vorrebbe parere la tolda d'una nave, un puzzo nauseabondo di salsedine, un giovanotto in candida tenuta di marinaio e stivaloni di gomma, un uomo in maniche di camicia che urla a perdifiato in un portavoce di latta: il cane marino ammaestrato, lo spettacolo va a cominciare. Su ampi cartelloni si vedono riprodotte belve feroci d'ogni regione della terra. Anche qui un franchino per entrare. Ma bisogna riconoscere che se altre belve non vi sono da vedere all'infuori di un orsacchiotto, quattro scimmiette ed un serpente, quella povera foca che guizza come un pesce in una vaschetta di qualche metro quadrato e si rizza poggiandosi alla ringhiera con le zampe, strepitando come un'ossessa, ben si guadagna la liretta coi numerosi esercizi che il suo domatore le fa eseguire.
Lasciamo andare il teatro meccanico col ciabattino, il materassaio ed il maniscalco che ci meravigliarono bambini, trent'anni fa; sorvoliamo sul globo della morte perchè ornai è da maggio che Cremona lo conosce; né ci interessala predizione dell'avvenire che si può ottenere con un ventino da da uno dei tanti – oh, quanti! - meccanismi a forma di cuore, disseminati in ogni canto del piazzale, meccanismi i quali, se tu chiedi “Sarò felice?”, ti rispondono “domani piove”; né ci indugeremo a parlare del palazzo misterioso perchè tutti i “morosi” sanno cos'è, e nemmeno della donna cannone perchè di moli come la sua ne vediamo passeggiare alcuni esemplari anche per Cremona, senza meravigliarci; non ci cureremo neppure del museo anatomico, antico quanto le fiere, e nemmeno dei baracconi degli specchi che deformano le nostre immagini, per correre direttamente a vedere Ramayana. Qui l'imbonitore è in camice bianco come l'infermiere di una qualunque guardia medica; ma un uomo in camice bianco, sul palco di una baracca da fiera, è un'attrazione. Ramayana è un nome sonoro, ricorda una canzone in voga, “Ramona”, ed una chitarra da caffè concerto; un pizzico di esotismo che basta a far lavorare di fantasia anche che non ne ha voglia. La gente si accalca li dinanzi e spera di vedere forse una ballerina selvaggia con gli anelloni d'argento al naso ed alle orecchie e invece...brrrr: un fenomeno vivente ma di quelli che fanno raccapricciare; nientemeno che una donna senza testa.
-Senza testa?
-Sì, senza testa...visibile. Cioè la testa ce l'ha ma non si vede: fuori è coperta da un pezzo di tela bianca (chissà come deve respirare male, povera donna!, e dentro la baracca è dietro a due specchi messi ad angolo che, riflettendo le pareti tutte di egual colore della cabina nella quale sta seduta, danno l'illusione ottica che la poveretta sia senza testa.
-Ci son tanti uomini senza testa in giro – diceva iersera una signora arguta -, che non vale proprio la pena di spendere una lira per vedere una donna.
Risa generali di quelli ch'eran vicini e squagliamento generale. Ma l'imbonitore in camice bianco, dopo aver levato gran rumore sbatacchiando ripetutamente un gong di nuovo genere, accarezza e batte le sue mani su quelle della sventurata ragazza per persuadere il pubblico dell'autenticità di esse e quindi comincia la dolorosa istoria dell'unico fenomeno del genere. E il pubblico ascolta incuriosito. “Spettabile pubblico – e anche lui dimentica l'inclita guarnigione. Che si sian tutti passata la parola? - questa giovane ragazza ha 20 anni e 4 mesi, è figlia del celebre esploratore Williams Persyl che nel settembre 1926 seguì il padre in una esplorazione nelle Indie: una notte i componenti la spedizione furono catturati da un gruppo di indiani. Il capo dei quali, dopo aver tentato di sedurre questa disgraziata ragazza, la fece torturare e poi le fece tagliare la testa. Faceva parte della spedizione il celebre chirurgico tedesco Beckmann di Berlino, il quale avrete certamente sentito parlare sui vostri giornali. Questo scienziato volle studiare e sperimentare il corpo di questa povera ragazza per farla vivere senza testa. E vi riuscì perchè da oltre due anni questa disgraziata vive senza testa come voi vedete, nutrendosi per mezzo di un tubo di gomma di uova, brodo e latte. Signori, questo fenomeno della scienza è stato visitato da medici, chirurgici, autorità per avere i nostri permessi; potete vederlo anche voi entrando nel padiglione, ma non sdraiata come è adesso, ma seduta sulla sedia a muoversi. Noi siamo reduci da Parigi, la Spagna, Londra, Berlino, premiati con medaglia d'oro all'esposizione di Roma e Milano, ora siamo in questa nobile città di Cremona. Avanti, avanti, con una lira venite a vedere la donna senza testa per tre giorni soltanto, (oggi dirà due), fenomeno vivente a Cremona”. Meno male che l'imbonitore è sincero: senza testa per tre giorni soltanto. Dopo la riavrà, poveretta!, anche in pubblico e non solamente in privato come ora. Ma il baraccone fa affari d'oro. Nessuno crede al fenomeno vivente, neanche il più candido ingenuo, ma tutti entrano a vedere seduta sulla sedia la povera ragazza senza testa, e la più parte escono domandandosi con profondo convincimento: ma non l'avrà proprio, la testa?».
Decisamente movimentata l'edizione del 1931, con la fuga di un leone dal serraglio. La sera del 30 giugno i posti sono gremiti per assistere all'attrazione annunciata: il parrucchiere di porta Po Attilio Pernice deve entrare nella grande gabbia circolare posizionata al centro del padiglione per radere il domatore mentre tiene a bada tre leoni, un maschio maestoso, una femmina e quello che tutti ritengono essere un leoncino, ma che in realtà è un leone adulto nano. Il programma si svolge regolarmente: gli esercizi degli orsi bianchi, le acrobazie di un puma, le iene che saltano il cerchio, gli stessi leoni. Tranne uno, proprio quel leoncino che si rifiuta di eseguire gli esercizi, rispondendo con ringhi furiosi agli scocchi di frusta del domatore e rifugiandosi sotto gli sgabelli, al punto che il domatore decide di interrompere il numero per passare al seguito, con una gara di lotta greco romana tra un lottatore di una settantina di chili ed un gigantesco orso bruno che, ovviamente, si conclude con la vittoria del primo, dopo un ultimo assalto furioso dell'animale respinto a colpi di frusta. Il pubblico è eccitato ed anche intimorito dalla piega che ha preso la spettacolo, quando, accolto dagli applausi, entra nella gabbia il parrucchiere Pernice sedendosi su uno sgabello collocato nel centro, brandendo il suo lucente rasoio con una mano e con l'altra fumando una sigaretta. Con sorriso sprezzante, vestito di tutto punto nella sua giacca bianca da lavoro, osserva il “leoncino” percorrere il corridoio in ferro che conduce alla gabbia, lanciandogli la sua sfida. Ma l'animale ruggisce e torna sui suoi passi. Il circo in cui si svolge lo spettacolo è costituito da un rettangolo lungo una ventina di metri e largo la metà, lungo il lato principale di accesso corre una balconata, mentre sul fronte opposto sono posizionate le gabbie degli animali collegate l'una all'altra da un passaggio costituito da sbarre di ferro a forma di U rovesciata. Le belve, uscendo dalle gabbie entrano nel corridoio che consente di raggiungere la grande gabbia centrale, il corridoio ha due cancelli: uno immette alla gabbia e l'altro, sul fronte opposto, verso il lato estremo del serraglio. I posti principali per il pubblico sono dislocati sui due lati brevi del rettangolo della pista. Per una disattenzione non viene chiusa bene quest'ultima uscita e proprio da questo varco insperato esce il leoncino che si era rifiutato di entrare nella grande gabbia centrale e con un balzo compare ruggendo in mezzo al pubblico. Gli spettatori delle prime file lanciano urla di terrore, si alzano e cercano di guadagnare l'unica uscita, pigiandosi gli uni sugli altri, le madri afferrano disperate i bambini, le balaustre cedono sotto il peso, altri si accalcano in uno stretto pertugio tra le gabbie cercando di sollevare il tendone e guadagnare la salvezza all'esterno. Nel trambusto generale, il leone, impaurito, si è nel frattempo rifugiato sotto le gabbie che racchiudono il puma, l'orso bruno ed un esemplare di leopardo. Ma nessuno si è curato di lui, tutti cercano urlando di mettersi in salvo. Molti cercano rifugio nella stessa gabbia centrale, dove i guardiani hanno chiuso il corridoio delle belve per lasciare entrare dai cancelli gli spettatori impauriti. Ad evitare conseguenze peggiori contribuisce il tempestivo intervento di cinque agenti di Ps e di alcuni carabinieri della vicina stazione di porta Po, che riescono a riportare un po' di ordine tra i fuggitivi. Molti hanno trovato rifugio nelle vicine osterie, ed altri negozianti sono corsi ad armarsi di pistole. Il leone, dal canto suo, impaurito non abbandona il suo rifugio, braccato da militari e agenti giunti a dar man forte ai loro colleghi. Gli addetti del circo collocano una gabbia portatile accanto alla gabbia dove il leone è nascosto, costringendo l'animale ad entrarvi a forza di punzecchiature di forcone. Verso mezzanotte il trambusto è finito,ma il circo è stato distrutto dalla folla terrorizzata. E non è neppure la prima volta. Cinque anni prima, proprio il 30 giugno 1926, quattro leoni erano fuggiti da un circo equestre che aveva piantato le tende a porta Venezia e per più di un'ora avevano scorrazzato per la città, divorando un gatto, azzannando il cavallo di un vetturino e concludendo infine la fuga nella chiesa dei frati Cappuccini di via Brescia.
Terminata la guerra, nel 1948 la fiera di San Pietro torna in gran parte rinnovata. Arriva il “Wall of death”, il muro della morte, che presenta una troupe esclusivamente femminile: quattro donne che girano vorticosamente in moto e bicicletta sulla pista realizzata in un cilindro verticale in legno, inventa in America agli inizi del Novecento e diffusa in Europa dal 1937 quando un pilota marciano, Bob Carew, ne costruì una in Olanda per iniziare una lunga tournèe che lo portò fino in Russia. L'attrazione è curata da Gustavo Cottino, conosciuto come “il re degli imbonitori”, uno dei maggiori impresari del “Wall of death”. In via Ruggero Manna c'è il padiglione “Dalla terra alla luna”, una specie di castello incantato da cui entrano ed escono le solite carrozzelle e il “bob canadian” a cui si sale con un tappeto girevole per poi scendere attraverso un canale che compie evoluzioni vorticose. Dopo vent'anni di assenza torna anche la ruota panoramica. Nel 1952 arrivano i piccoli aeroplani, comandati da volante ed agganciati ad un braccio snodabile di ferro: sono una vera novità, in quanto la giostra è stata brevettata solo un anno prima dal suo inventore, Albino Protti, un geniale meccanico con la passione del volo che, assemblando residuati bellici come i serbatoi degli aeromobili o le ralle dei carriarmati, aveva creato nel 1939 la prima giostra aerea. Ma le dimensioni delle nuove giostre, a causa della ridotta disponibilità di spazi del piazzale di porta Po, impongono ormai la necessità di ripensare la dislocazione delle attrazioni della fiera di San Pietro in un'altra sede più adatta.
Nel 1956 i padiglioni delle giostre dal piazzale di porta Po si trasferiscono nell'attuale ubicazione in largo Marinai d'Italia: l'area, dislocata su una superficie di circa 12 mila metri quadrati raggiungibile con due rampe in terra battuta, è stata ricavata abbattendo una boschina che ora costituisce una sorta di recinto attorno al Luna Park. I banchi dei venditori ambulanti, nonostante le riserve manifestate in un primo tempo, dall'originaria dislocazione lungo corso Vittorio Emanuele, compresa tra piazza del Comune e piazza Cadorna, e le vie limitrofe, vengono allineati lungo il lato destro di viale Po, dal ponte del Morbasco fino alla barriera daziaria. Per l'occasione viene allargata la sede stradale raddoppiando la pista ciclabile già esistente sul lato destro e, a livello sperimentale, vengono installate le prime panchine di marmo. Nelle operazioni preliminari al trasferimento vengono segnati 307 posteggi, in gran parte assegnati a sorteggio. Da un punto di vista merceologico 51 banchi vendono tessuti, 43 bancarelle offrono calzature e bigiotteria, 33 sono i banchi di mercerie, 11 vendono ceramiche, 5 espongono quadri artistici, 12 sono di giocattoli, 28 vendono dolciumi, 3 pizzi e merletti fiorentini ed infine 10 bancarelle offrono gioielleria. Conclude la sfilata il banco di torrone di Antonio Zucchelli, il decano degli ambulanti cremonesi.
Per la prima volta la fiera gode anche di un accompagnamento sonoro, affidato alla ditta Walter Gorno: lungo il viale viene installato un gigantesco impianto di amplificazione con venti altoparlanti ed una cabina centrale di trasmissione collegata telefonicamente con due punti della fiera che, all'occorrenza può servire per eventuali segnalazioni di smarrimenti o necessità di soccorsi urgenti.
Da qualche anno si parlava della necessità di trasferire la fiera di San Pietro in altra zona, sia perchè la dislocazione dei banchi merceologici lungo corso Vittorio Emanuele era causa di notevoli disagi per il traffico urbano, sia in quanto le dimensioni del piazzale di porta Po, oggetto di ristrutturazione con l'inserimento della fontana e lo spostamento delle linee aree dei filobus, limitavano pesantemente le esigenze del Luna Park per le dimensioni raggiunte dalle moderne attrazioni. Nell'edizione del 1954 l'ottovolante era stato confinato in fondo allo slargo di via Bissolati ed i padiglioni si addossavano completamente alle abitazioni. Altri padiglioni erano stati innalzati in via Ruggero Manna e via Porta Po vecchia , tra le proteste dei residenti, mentre il Prefetto, per ragioni di decoro, aveva vietato lo stazionamento delle bancarelle davanti al palazzo del Governo. Nel 1955 le bancarelle erano tornate a disporsi in corso Vittorio Emanuele, e per la prima volta dal 1915, quando erano state spostate per installare la linea tranviaria, in doppia fila. Tuttavia la fiera di San Pietro rischiava un notevole ridimensionamento ed all'amministrazione comunale si erano prospettate due soluzioni alternative: l'area a destra della via del Porto, di proprietà della Società Canottieri Baldesio, utilizzata dalla Società ippica, e l'area a sinistra della stessa via, di proprietà demaniale. Il Comune aveva optato per quest'ultima ed iniziato le relative pratiche con l'Intendenza di Finanza, che ha ceduto l'area solo nel giugno 1968.


C'era una volta la fiera di San Pietro - prima parte

La fiera di San Pietro nel 1901
Tradizionalmente si fa risalire l'origine della fiera di San Pietro alla battaglia delle Bodesine. combattuta tra milanesi e cremonesi presso Castelleone il 2 giugno 1213, festa dei santi Marcellino e Pietro esorcista, che coincideva quell'anno con la ricorrenza della Pentecoste. Secondo la leggenda a favorire le sorti dei cremonesi sarebbe stata la comparsa miracolosa dei due santi patroni a cavallo, che si posero alla guida dell'esercito quando ormai era in rotta. I cremonesi riportarono una grande vittoria, sottraendo ai milanesi il Carrocci,che da quel giorno sarebbe stata ricordata con una fiera che, non si sa esattamente per quale motivo, si tenne tradizionalmente il 29 giugno, festa dei santi Pietro e Paolo. Forse alla base di questo slittamento sta la confusione sul nome del santo, identificato con San Pietro apostolo. E' più probabile, invece, che la fiera abbia un'origine mercantile, legata al commercio dei bozzoli, che normalmente giungono a maturazione tra la fine di maggio ed i primi di luglio. Lo storico Giuseppe Bresciani accenna semplicemente ad una cerimonia seicentesca a cui prendevano parte la nobiltà, il popolo, l'autorità municipale e tutto il clero. I Patrimoniali della città si muovevano collegialmente preceduti da quattro servitori municipali e si recavano alla chiesa di San Pietro per rendere omaggio al Principe della Chiesa e ricevere in cambio un paio di guanti candidi del valore di un ducatone, secondo un legato così espresso dal nobile Fogliata, risalente al 1615.
Ufficialmente a Cremona il mercato pubblico dei bozzoli si teneva sotto un tendone installato in piazza del Duomo nel 1882. Dai dati statistici riportati in giunta dal sindaco Giuliano Sacchi il 31 agosto 1888, quando si pensava di realizzare un nuovo mercato coperto in piazza Cavour, si ricava che nel 1888 si erano prodotti 81.920 chilogrammi di bozzoli, non molto in verità, rispetto a quanto prodotto nel 1882, ad esempio, quando i chili furono 113.848, ma comunque una discreta quantità. E probabile, però, che prima di giungere al luogo deputato alla contrattazione vera e propria tra produttori e filangieri la produzione contadina di bozzoli freschi venisse incettata dai mercanti, secondo una prassi diffusa ma scarsamente documentata, già alle porte della città.
Il mercato dei bozzoli si chiudeva tradizionalmente il giorno di San Pietro, il 29 giugno, ed è probabile che in tale ricorrenza i contadini, avendo a disposizione più denaro del solito, si recassero in città a far compere, sostando nei pressi di porta Po, a poca distanza dall'attracco fluviale, approfittando della ricorrenza festiva. Henri Pirenne ha descritto il processo per cui dalle piazze delle città medievali, luoghi tradizionalmente deputati allo scambio di merci specifiche, con lo sviluppo dell'attività mercantile e l'ingresso di nuovi venuti, gli scambi commerciali si siano progressivamente trasferiti all'esterno degli spazi consueti, fuori dalle mura, nei sobborghi. In questo contesto nascono le fiere, che inizialmente radunano i venditori e gli acquirenti solo in occasione di particolari feste religiose, una o due volte all'anno, nei pressi delle chiese ed in un secondo tempo, pur conservando i loro carattere fondamentalmente ludico, si trasformano in manifestazioni continuative, inserite nel quadro dell'economia agraria, come punti fissi di un circuito mercantile con cadenze fisse. I mercati cittadini restano nella loro funzione di approvvigionamento di beni per gli abitanti, mentre le fiere vengono a costituire il primo canale di collegamento tra la città e la campagna, tra le zone di produzione e quelle di commercializzazione dei prodotti. (H. Pirenne, Storia economica e sociale del Medioevo, Roma 1997, p. 68)
Prima che nel gennaio 1748 il Consiglio dei Decurioni della città di Cremona iniziasse ad affrontare il progetto di una fiera, con particolare riferimento alla produzione tessile sulla base delle istanze dell'Università dei mercanti, la fiera di San Pietro era con ogni probabilità l'unica occasione di scambio ed incontro annuale per un mercato povero come quello contadino, basato prevalentemente sullo scambio in natura, legato alla stagionalità ed alla sua origine ludica e sacrale.
Nel 1828 si parla esplicitamente per la prima volta di “baracche della fiera” in un documento dell'ingegnere del Comune Giovanni Battista Tarozzi che, facendo seguito ad una rimostranza dell'Imperiale Regia Intendenza provinciale delle Finanze, suggerisce l'utilizzo di una di queste strutture per riparo provvisorio degli agenti doganali che, con la realizzazione della nuova strada diretta al porto, non avrebbero goduto più dalla loro Ricevitoria della visuale idonea ad osservare il flusso delle merci. Questa soluzione sarebbe già stata adottata in occasione della costruzione della nuova porta Po nel 1825. Evidentemente la Congregazione municipale aveva a disposizione un certo numero di questi padiglioni, utilizzati in occasione della fiera sul piazzale esterno della porta, divenuta ormai un appuntamento tradizionale. Prima di tale data l'unica traccia della Fiera di San Pietro è nel primo sipario del Teatro Filodrammatici dipinto da Giovanni Motta verso la fine del XVIII secolo, di cui resta testimonianza nell'inventario dei beni posseduti nel 1864 dalla Società Filodrammatica, che rappresenta “La Fiera detta di S.to Pietro”. L'originale, conservato al Museo civico Ala Ponzone, è stato ricostruito dal pittore Sereno Cordani per incarico dell'Associazione provinciale degli Ambulanti presieduta da Giuseppe Poli in occasione della fiera del 1969. Il sipario, originariamente steso ed inchiodato su un'intelaiatura in legno, venne ritrovato arrotolato nelle soffitte del museo in precario stato di conservazione, in quanto la polvere aveva completamente impregnato la tela, strappata in corrispondenza dei chiodi che la tenevano legata al telaio e la pittura, in seguito all'arrotolamento, era quasi completamente scrostata. Una successiva ripulitura, inoltre, aveva finito con il danneggiare ulteriormente le scaglie superstiti dei colori originari, rendendone quasi impossibile la lettura. Nella ricostruzione offerta da Cordani compaiono a destra la facciata della chiesa di San Pietro, dove in passato si sarebbe tenuta la fiera, le case di via Cesari digradanti verso corso Vittorio Emanuele e nella parte sinistra una folla di popolani e nobili raccolta intorno alle bancarelle ed agli spettacoli dei giocolieri. I bambini reggono in mano il tradizionale “castello”: un bastone lungo fino a due metri ed avvolto in carta colorata sul quale, ad una distanza di una ventina di centimetri l'uno dall'altro, erano fissati dei cerchi concentrici di cartone colorato a cui erano appesi dolci tradizionali e piccoli doni. Una tradizione che si estingue intorno al 1914.
La giostra onde marine del 1901
Dal 1826 si tiene a porta Po il mercato delle gabbie in vimini, del pollame e soprattutto dell'uva, proveniente dal piacentino, il piazzale esterno alla porta viene completato nel 1838, tra il 1854 ed il 1855 viene realizzato il nuovo ponte sul colatore Morbasco e nel giugno 1857 viene collaudata la nuova strada Passeggio che, però, viene pesantemente danneggiata nell'ottobre da una disastrosa piena del Po che impone un generale riordino di tutti gli argini per eliminare i fenomeni di corrosione, operazione che viene completata nel 1861.Tuttavia fino al 1868, anche in occasione della festività di San Pietro, vengono concessi indifferentemente spazi diversi della città per installarvi baracconi e divertimenti di spettacoli viaggianti, senza alcun riferimento ad un evento particolare. Così avviene per piazza San Luca fin dal 1864, per il piazzale esterno di porta Milano, piazza San Domenico, piazza San Tommaso e piazza Lodi. Spesso si tratta non di comuni girovaghi, ma di compagnie affermate, come quella del “Teatro meccanico” di Antonio Cardinali che, il 20 giugno 1868, chiede di installare il proprio padiglione “messo elegantemente adobbato luminato a gas, tapeti per terra senza sciamassi di sorta” specificando che “il piazzale adatto per noi sarebbe quel medesimo che abiamo avuto circa 18. fà in un piazzale credo vicino alla Questora”. Il “teatro meccanico” è l'antesignano del cinema moderno, una sorta di varieté azionato da mezzi tecnici utilizzati nella scenotecnica teatrale e nelle illusioni ottiche che si stanno sperimentando in quegli anni: nel buio della sala lo spettatore segue il passaggio, talvolta animato, di uomini, animali, veicoli mentre nell'ambiente circostante avvengono mutamenti come il passaggio dalla notte al giorno, il mare che da calmo diventa burrascoso ottenuti dall'associazione di due o più lanterne magiche e da lastre di vetro che, sovrapponendosi o scorrendo le une sulle altre mediante un congegno meccanico, danno l'illusione del movimento o di fenomeni naturali, come la caduta della neve, il sorgere del sole o il calare della notte. Il tutto accompagnato da effetti sonori adeguati che suscitano meraviglia e rendono la rappresentazione più efficace. A questo tipo di spettacoli complessi e tecnologicamente avanzati continuerà ad essere riservato spazio adeguato nell'edizione della fiera settembrina, mentre la dimensione più popolare resterà prerogativa della fiera di San Pietro sul piazzale di Porta Po. Qui già negli anni precedenti era stata concessa un'area a Vincenzo Valanzasca per installarvi un tiro al bersaglio e nel settembre 1868 la sezione edile viene incaricata di limitarne esattamente lo spazio, stabilendo in 5 lire l'affitto per un periodo di quindici giorni in occasione della fiera di settembre.
Il carattere popolare della fiera è confermato dalla prima richiesta di plateatico per posizionare una giostra ed un organetto sul piazzale di porta Po di Annunciata Ferrari “illetterata” di Paderno Cremonese ed è datata 19 giugno 1869, un recinto “destinato ad esporre al Pubblico una raccolta di belve” della ditta Faimali di Milano è documentato nel 1873 e sempre in quest'anno si registra anche il primo incidente, con protagonista una scimmia del serraglio che morde alla mano sinistra il girovago Faustino Lapelli di Annicco, a sua volta titolare di una giostra, che viene visitato in Ospedale dal capo medico Ciniselli, per scongiurare il pericolo che l'animale sia idrofobo. Nel 1874 si aggiunge una compagnia equestre e l'anno successivo la giostra acrobatica di Antonio Ruffini. Nel 1876 è la volta dell'esposizione di “fenomeni”, proposti da Faustino Loschi di Annicco, uno dei più assidui frequentatori della Fiera di San Pietro: in realtà si tratta della macabra esposizione di due feti, figli di due abitanti di Annicco, che Loschi ha già esposto a Bergamo, con l'autorizzazione della Commissione municipale di sanità. Compare anche il tiro al bersaglio con armi ad aria compressa di Vincenzo Vallanzasca. Nel 1881 è la volta della “donna atleta”, della “donna albina” e dell'immancabile donna cannone, attrazione inventata solo qualche anno prima nel 1877, esposte in un unico padiglione, affiancato da un altro con un coccodrillo vero ed alcuni serpenti. Non mancano i prestigiatori, il primo che fa richiesta nel 1887 è un certo De Lorenzo, che possiede anche un “gabbinetto pittorico”. In quell'anno la presenza di spettacoli viaggianti doveva essere già consistente, se Maria Alberici chiede di poter installare eccezionalmente il suo teatro di varietà in “quella piazzetta apena dentro della porta a sinistra di fianco proprio al Macello”, in quanto sono “già occupati tutti i posti fuori di porta”.
Accanto alle giostre più semplici, manovrate da cavalli, compaiono anche le celebrità circensi della Belle Epoque. La prima è nel 1876 la grande “Ménagerie des Indes” di Joseph Pianet, serraglio attivo fin dal 1834 il cui titolare comprava animali in Algeria. Ma la più celebre è Nouma Hawa, giunta a Cremona con il suo circo nel 1895: originaria di Costantinopoli, Nouma Hawa, il cui nome significa Rosa della sera, aveva rilevato il circo dal marito, il celebre domatore Pernet, morto a Roma nel 1883 in seguito al morso di un leone, e lei stessa era stata attaccata più volte nel 1883 alle "Folies Bergères" dalla sua leonessa, da un'altra leonessa, a cui aveva cercato di sottrarre i cuccioli, nel 1886, ed infine nel 1888 da un orso bianco, che a Bruxelles le aveva lacerato un seno. Nel 1915, dopo fortunate tournèe in Italia e Svizzera, vendette il circo ritirandosi sul lago di Ginevra.
Nel 1889 Hugo Haase porta a Cremona la novità della giostra elettrica: un tapis roulant su cui sono sistemate delle barche, mosso da macchine installate in tendoni nascosti al pubblico.
La fine dell’Ottocento vede la nascita del fenomeno delle fiere industriali, il cui fine era quello di presentare al pubblico i nuovi ritrovati tecnologici, intrattenendo al contempo i visitatori. Ecco quindi che, accanto alle attrazioni fantastiche degli ambulanti, fanno la loro comparsa giochi meccanici, altalene, giostre. Avviene così che la fiera, che fino a quel momento aveva offerto un divertimento basato esclusivamente sulla fantasia o sulle doti fisiche e intellettuali dell’uomo, lascia gradualmente spazio alle macchine, che si rivelano ben presto più remunerative delle attività ambulanti nelle piazze. Con l’introduzione dei parchi divertimento, cambia anche il ruolo del pubblico, non più spettatore passivo, ma parte attiva dell’attrazione stessa. Inizialmente è infatti proprio l’uomo la forza motrice di molti mezzi: si pensi alle prime altalene che si muovevano grazie ai muscoli di forzuti individui ai seggiolini agganciati a lunghe catene, quelli ancora oggi noti come calci, i cui primi esemplari erano mossi dalle braccia dell’uomo. È il periodo anche delle giostre a cavalli di legno, che dovevano il proprio movimento circolare ad un cavallo bendato che veniva fatto girare in tondo. Seguono infine quelle che venivano chiamate onde di mare per il loro movimento rotatorio e ondulatorio: primordiali giostre a saliscendi di produzione straniera, come quella portata alla fiera di San Pietro da Diomede Manfredi nel 1901.
Fino al 1915 i banchi dei venditori ambulanti si allineavano su due file lungo corso Vittorio Emanuele fino al piazzale di porta Po, dove trovavano posto i baracconi delle attrazioni. Nel 1916, sia in conseguenza della realizzazione della linea tranviaria che per lo scoppio del conflitto mondiale, vennero eliminati i banchi sul lato sinistro della strada. Altre giostre trovavano posto in piazza della Libertà, mentre, in occasione della fiera settembrina, si utilizzavano anche gli spazi di piazza Risorgimento, il sagrato della chiesa di San Luca, piazza Agamennone Vecchi ed in altre occasioni piazza Marconi, porta Romana, porta Mosa.
Nel 1926, tra gli imbonitori che sistemano i loro baracconi sul piazza di porta Po, davanti a casa Foletti staziona Giovanni Paneroni, di professione gelataio specializzato nella fabbricazione del “tiramolla”, ma divenuto con successo sostenitore della teoria della terra piatta e ferma, che spiega con l'ausilio di un giroscopio. Tra le due guerre Paneroni gode di un certo successo e produce una copiosa mole di scritti e disegni sull'argomento, diventando famoso per il suo motto “La Terra non gira, o bestie). Pochi i baracconi in piazza Libertà: due giostre, due serragli, un museo anatomico vietato ai minori di 18 anni, un circo equestre e qualche tiro a segno. Nel 1927 tra la folla viene notata la presenza di uno dei più grandi ciarlatani del tempo, che ormai si dedica al commercio di quadri: si tratta di Arturo Frizzi, nato a Mantova, ma cresciuto nell'orfanotrofio cremonese “Casa Archetta”, venditore girovago di opuscoli, almanacchi, cartoline illustrate, prestigiatore, venditore di chincaglierie, suonatore ambulante e strillone, con un trascorso di attivista politico nel Partito Socialista ma noto soprattutto per aver dato alle stampe “Il ciarlatano”, un racconto autobiografico in cui dispensa anche consigli bizzarri per vivere di espedienti.

I banchetti sfilano da via Baldesio a piazza della Pace dove su due file sono stati installati anche alcuni baracconi: un “gigante”, le foche, il castello incantato, il palazzo misterioso, un padiglione di “attrattive moderne” ed un baraccone anonimo. Vera attrazione della fiera è la pista delle auto elettriche, probabilmente una delle prime giunte in Italia. A portarla a Cremona è forse Felice Piccaluga, anche se la richiesta iniziale di posteggio in piazza dell'anno precedente è per un padiglione sportivo. La cosa è particolarmente interessante perchè tradizionalmente si attribuisce l'introduzione della prima pista elettrica a due meccanici di biciclette veneti, nonché venditori di dolci casalinghi alle fiere, Umberto Favalli e Umberto Bacchiega di Bergantino in provincia di Rovigo, che il 24 aprile 1929 erano in grado di presentare sulla piazza di Bergantino, per la Fiera di San Giorgio, la prima autopista interamente italiana e tutta in legno, mutuando l'idea dall'americana Dodgem Corporation, capace già nel 1922 di sfornare ben 800 vetturette. La trovata si basava ovviamente sull’elettricità e soprattutto sulla sua tecnica di distribuzione, attraverso una rete sospesa alla quale attingere con un trolley tipo quello dei tram, idea brevettata sempre negli Stati Uniti addirittura nel 1890.
(1. continua)

lunedì 17 giugno 2019

L'affare dei raggi X

Una radiografia nel 1910
Cremona vanta un primato, forse poco conosciuto, ma di fondamentale importanza nella ricerca scientifica e nella diagnostica: quello di essere stata una delle prime città italiane, seconda in Lombardia dopo Milano e Pavia, e ben prima di Brescia e Parma, a dotarsi di un'attrezzatura radiologica all'avanguardia. E' infatti il 1908 quando l'ospedale Ugolani Dati realizza un laboratorio Röntgenterapico per scopi diagnostici e terapeutici, affidandone la cura al primario chirurgo Tommaso Busachi. Pochi anni prima, l'8 novembre 1895, il fisico tedesco Wilhelm Conrad Röntgen nel corso di esperienze con tubi a raggi catodici, aveva scoperto che dall'anodo di questi tubi venivano emesse radiazioni, di natura misteriosa, capaci di impressionare le lastre fotografiche, che per questo motivo aveva chiamato raggi X. Aveva poi approfondito lo studio delle proprietà dei raggi, dimostrando che essi non vengono deviati da campi elettrici e magnetici, che sono capaci di ionizzare i gas e di suscitare la fluorescenza di particolari sostanze e che sono dotati di un elevato potere penetrante. Ma quel che più aveva colpito, sin dall'inizio, nella scoperta di Röntgen, che nel 1901 gli era valsa il premio Nobel per la fisica, era la possibilità di ottenere per mezzo dei raggi X, in virtù del loro diverso assorbimento da parte dei tessuti organici, "fotografie" per trasparenza dell'interno del corpo umano, aprendo alla medicina orizzonti del tutto nuovi.
Ovviamente la tecnologia dei materiali utilizzati non consentiva un utilizzo capillare della nuova metodologia medica e diagnostica, per cui i cosiddetti laboratori elettrologistici roentgenologi si diffusero molto lentamente e quasi sempre a seguito di iniziative private. Vi erano difficoltà obiettive: la mancanza di una rete pubblica di distribuzione della corrente elettrica, macchine ancora primitive, lastre costituite da sali d'argento allo stato colloidale, tubi radianti ricavati in grandi ampolle di vetri, con tempi di esposizione che, per una radiografia approssimativa di parti anatomiche di spessore modesto, richiedevano decine di minuti.
Effettuazione di una radiografia nel 1918
Eppure Cremona aveva intuito immediatamente le grandi potenzialità della nuova tecnica medica e diagnostica, tant'è che l'anno prima proprio un giovane cremonese, Massimiliano Fiorini, si era laureato in medicina all'università di Bologna ed aveva aperto un gabinetto roentgenologico privato in via Robolotti. Proprio il giovane Fiorini, che poi nel 1924 sarebbe diventato il primario di radiologia dell'ospedale maggiore e della casa di cura San Camillo, fondata nel 1904, è all'origine di un'aspra polemica scoppiata nell'autunno del 1909 che costituisce forse il primo esempio del conflitto tra assistenza pubblica e laboratori privati. Tutto nasce da un articolo pubblicato sul giornale “La Democrazia” in cui un certo “Già”, sigla dietro cui si nasconde Giovanni Arrivabene, aveva criticato aspramente il direttore del gabinetto röntgenologico dell'Ospedale Ugolani Dati. La paternità dell'articolo fu però attribuita al dottor Fiorini, titolare, appunto, dell'unico laboratorio privato. L'unico torto che aveva avuto il professor Busachi era quello di essersi rifiutato di utilizzare il laboratorio dell'Ugolani Dati per curare Arrivabene il quale, consigliato dall'Università di Bologna, si era rivolto alle cure del dottor Fiorini e, solo in un secondo tempo, in seguito alla chiusura dell'ambulatorio di quest'ultimo, all'ospedale. Ma, al di là del fatto personale, la polemica offre un interessante spaccato di quale sviluppo avesse avuto la nuova tecnica diagnostica e terapica a pochissimi anni dalla sua scoperta. Fiorini che entrò nel dibattito a piè pari, denunciò il fatto che all'Ugolani Dati non vi fosse personale specializzato che facesse funzionare la nuova attrezzatura, destinata a rimanere ferma o sottoutilizzata, per le terapie. “Così, senza scendere a troppi particolari - scrive Fiorini un articolo del 17 novembre 1909 – io ho sempre sostenuto che un Gabinetto Röntgenologico non può reggersi senza la direzione di una persona profondamente cognita della specialità che si occupi «esclusivamente» di questa branca della fisica medica. Di questo mio stesso parere io reputo, senza tema di smentita, tutti i medici cremonesi e gli eminenti professionisti di Bologna, Brescia, Lucca, Torino che Ella cita, i quali tutti avranno potuto con molta ragione approvare «soltanto» ed elogiare il magnifico, sontuoso impianto del Gabinetto ch'Ella ha la fortuna di dirigere, ma non il suo funzionamento. Di fatto, in tutte le città ch'ella s'è limitato di enumerare, esistono uno o più «specialisti» della materia, che esclusivamente si curano di radiologia. Anche qui Cremona del resto il bisogno di uno specialista era risentito, giacchè sta di fatto che io venni ripetutamente incaricato, ad es. dagli egregi primari Dalla Rosa e Conti, di interpretare le negative che Lei fornisce all'Ospedale Maggiore. Questo sta a provare che gli esimii colleghi trovano necessario che l'interpretazione delle negative venga data da un cultore della materia, perchè sono consci «della grave responsabilità» che un röntgenologo assume allora che ha da leggere una negativa.
Laboratorio radiologico del 1918
Nello stesso articolo Fiorini sottolineava che l'attrezzatura radiologica dell'Ugolani Dati era perfetta, ma non era mai entrata in funzione, “e ciò è dovuto al fatto che ben difficilmente un professionista può moltiplicare tanto la propria operosità da poter esercitare contemporaneamente le funzioni di primario di chirurgia, direttore di un ospedale ed annesso ambulatorio, nonché esercitare un Gabinetto Röntgenologico, che deve servire a due ospedali, che complessivamente sommano la bellezza di circa 900 letti”. La risposta risentita di Busachi non si fece attendere: nella replica spiegò che proprio al Gabinetto dell'Ugolani Dati era stata inviata da eminenti specialisti una paziente per effettuare una diagnosi con la nuova apparecchiatura, che il successivo intervento operatorio aveva confermato nella sua esattezza. Nella polemica si inserisce anche un altro misterioso dottor “Alfa” che, tra il serio ed il faceto, delinea in modo efficace quale fosse la situazione determinata in città dalla nuova tecnica diagnostica: “In questo momento – scrive su “Interessi cremonesi” del 6 dicembre 1909 - ballano la furlana i raggi röntgen, tanto sui giornali come nelle lezioni di cultura popolare, e Cremona va riempiendosi si radiografie, radioscopie, radioterapie e via discorrendo. Tutta una baraonda röntgenologica che fa raddrizzare i capelli, per permettere poi più facilmente possa compiersi una completa e fulminea depilazione elettrica eliminatrice di abbondanti degenze nei comparti dell'Ospedale maggiore”. Sì, perchè nel fervore generale verso la nuova tecnologia si era inserito anche l'Ospedale maggiore, che avrebbe voluto un'attrezzatura analoga a quella dell'Ugolani Dati, economicamente insostenibile e del tutto superflua: “Ce n'è d'avanzo dei gabinetti già esistenti – insiste il dottor “Alfa” - uno in ambiente spedaliero e l'altro impiantato da un privato professionista. Necessità per un nuovo impianto, non esistono affatto: a meno che possano ritenersi necessità i bisticci pettegoli che da un po' di tempo si accumulano intorno a questo nuovo servizio”. Le difficoltà tecniche nell'ottenere buone radiografie ed i costi spropositati rispetto ai risultati sconsigliano la moltiplicazione dei nuovi apparecchi: “Il consumo enorme delle lastre, i tubi che si rovinano, il personale che occorre, di fronte al limitato richiamo d'infelici al gabinetto ed ai guasti frequenti, la conseguente favorita chiusura del laboratorio per mesi e mesi, importano sacrifici enormi che il bilancio dell'Ugolani Dati non può in via assoluta sopportare ulteriormente”. In realtà la disputa non è solo su una questione di sostenibilità economica, ma su un diritto di primogenitura. Il dottor Massimiliano Fiorini, il primo medico ad essersi interessato alla nuova tecnologia diagnostica e terapeutica con i raggi X, avrebbe legittimamente desiderato assumere la direzione del laboratorio dell'Ugolani Dati, mentre l'Ospedale maggiore, privo di una attrezzatura, avrebbe voluto possederne per far concorrenza all'altro nosocomio. Il “dottor Alfa” mostra di conoscere molto bene queste dinamiche e spiega: “Se si fossero appagati i desideri del dottor Fiorini, non si avrebbe in città un doppio gabinetto Röntgen: e all'ospedale maggiore, pensionata la causale, reclamante per semplice supremazia, che parallelamente all'impianto dell'Ugolani Dati si procedesse almeno a consimile impianto nello Spedale Maggiore nessuno avrebbe più pensato a dispendiosi impianti per produrre bene o male dei raggi x o y”. Per cui “potrebbe essere fatta benissimo una fraterna – non cainesca – combinazione che permettesse allo Spedale Maggiore di avere co una spesa insignificante il gabinetto tanto utile pei tignosi, che non possono sopportare lunghi viaggi dal loro comparto nello Spedale Civico, la gabinetto dell'Ugolani”. Il laboratorio del dottor Fiorini non sarebbe costato più di otto mila lire, quindi “non potendosi concludere l'accordo tra i due Spedali cittadini, si avrebbe terreno libero e quindi nessun intralcio per concretare, col dottor Fiorini la cessione del suo gabinetto allo Spedale maggiore per detto prezzo”.
Una radioscopia nel 1918
Ma, aldilà delle valutazione economiche, il “dottor Alfa”, ci offre con una certa irriverente vis comica, che di lì a qualche giorno provocherà la risentita replica del dottor Fiorini, convinto assertore della validità diagnostica e terapeutica del laboratorio röntgenologico, quale fosse il contesto, fatto di grandi attese e ingenue speranze, in cui la polemica sui raggi X si inserisse: “Come al gabinetto Röntgen dell'Ugolani Dati non si è mai fatta o si è fatta male la radioterapia, perchè vi manca la persona che ne abbia la capacità, la quale si riscontra soltanto in chi abbia fatto tutti gli studi necessari ed abbia compiuti non brevi corsi pratici indispensabili; in una parola, in chi siasi specializzato nella materia; così anche nel ramo delle amministrazioni provinciali, aventi soprattutto l'incarico di curare bene la viabilità, occorrerebbero degli specializzati nelle costruzioni stradali. Questi specialisti, sarebbero capaci, scommetto, di applicare i raggi X – oggi che si producono in gabinetti economici – anche alla buona conservazione delle massicciate stradali. Come si spazzolano e si sottopongono a delicati e speciali massaggi i tessuti, le arterie, molte superfici del nostro corpo e si arriva perfino alla depilazione, senza bisogno del barbaro strappamento con pinze, possono così spazzolarsi elettricamente e sottoporsi a massaggi utili le superfici delle strade provinciali e ottenere la loro rasura da tutte le erbe tignose che le infestano nonché la perfetta loro uniformità di piano, con vera compiacenza di coloro che, dovendo percorrerle in vetture, da un po' d'anni, vanno soggetti a disturbi intestinali per gli sballottamenti che offrono. I pesanti compressori che si muovono con tanta difficoltà sulle nostre strade e, si capisce, costano troppo, potrebbero benissimo essere più utilmente sostituiti da opportuni ed economici gabinetti di...radiostradalogia, capaci di rimediare ai danni che le...diminuite carreggiature, per la aumentata diffusione dei trasporti per vie ferrate, producono alle più importanti arterie stradali. Siamo in materia anche qui di arterie ed il massaggio elettrico fatto d aspecialisti può essere indicatissimo, almeno ciò indicava un abitante della luna al dottor Alfa”.
Ma Fiorini non si lascia per nulla impressionale e, forte delle sue convinzioni, ribatte che nel 1908 all'Ospedale maggiore erano stati inviati in cura 26 tignosi, che avevano comportato 1989 giorni di degenza con una spesa, calcolata in media 1,50 lire al giorno, di ben 2983,50 lire quando, con una radiologica, si sarebbero spese soltanto 600 lire. “Allorchè un giorno gli amministratori dell'Ospedale Maggiore saranno convinti della necessità di esaudire un giusto desiderio di tutti i sigg. Primari dell'Ospedale, si vedrà allora, dopo qualche tempo di esercizio, che quanto ho più sopra esposto risponde alla più assoluta verità. Ed io mi auguro per il ben di molti ammalati che un tal giorno non sia troppo lontano”.

Quel giorno sarebbe arrivato qualche anno più tardi quando, nel 1916, all'Ospedale Maggiore sarebbe stato aggregato l'Ospedale Ugolani Dati dopo oltre tre secoli di autonomia e nel 1924 il Dottor Fiorini sarebbe diventato primario di radiologia.

venerdì 31 maggio 2019

Quando Cremona respinse Ugo Tognazzi

Tra i film che avrebbero dovuto girarsi a Cremona e che finirono invece altrove vi è il primo che il protagonista, Ugo Tognazzi, avrebbe voluto ambientare interamente nella sua città. A lungo l'attore cremonese cullò questo sogno, ma dovette rinunciarvi proprio a causa dei suoi concittadini, che temettero di essere additati al pubblico ludibrio. Ed è il film in cui Tognazzi, in vero stato di grazia, fornisce una delle prove più alte del suo indiscutibile talento comico, unito ad una rara capacità di introspezione psicologica del personaggio che interpreta, l'industriale bresciano del cappello Andrea Artusi, affiancato da una splendida Claudia Cardinale. Il film, diretto da Antonio Pientrangeli è “Il magnifico cornuto” e il solo titolo spinse l'ipocrita Cremona degli anni Sessanta a rifiutarlo, dirottandolo, con grande dispiacere di Tognazzi, su Brescia. Tuttavia, prendendo tutti in contropiede, il grande Ugo, con uno sberleffo degno dei suoi, riuscì ugualmente a dar prova del suo amore per la città che lo aveva respinto, in una scena in cui arriva al cantiere della nuova villa con una spider targata Cremona e qualche minuto dopo se ne va con la moglie sulla stessa spider targata Brescia. Eppure fino a quando il titolo, derivato dalla commedia "Le Cocu Magnifique" di Fernand Crommelynck, si mantenne nel vago, sul tipo di “Il matrimonio moderno”, tutto filò liscio. Evidentemente qualcuno non aveva capito.
L'annuncio lo aveva dato qualche mese prima lo stesso Ugo, e sabato 24 aprile 1964 arriva la conferma ufficiale: il film, diretto da Antonio Pietrangeli, si girerà interamente a Cremona tra giugno e luglio. A confermare la notizia è lo stesso organizzatore della casa produttrice Sancro Film, Colonna, che prende alloggio all'hotel Continental, giunto appositamente da Roma per individuare gli ambienti adatti alla vicenda raccontata dal film. Da qualche giorno Tognazzi ha ricevuto “Il Nastro d'argento” della critica come migliore attore protagonista ne “L'ape regina”, prima opera italiana di Marco Ferreri. E' in un momento particolarmente felice della sua carriera e proprio nella cerimonia di consegna del “Nastro” all'Eurocine non ha mancato di ricordare la sua città, facendo addirittura pronunciare alcune frasi in dialetto al suo personaggio, così come fanno gli attori romani o napoletani. Sembra sia stato proprio lui ad imporre alla produzione e al regista la scelta di Cremona come sfondo a “Matrimonio moderno”, un film che dovrebbe trarre proprio dall'ambiente circostante un suo carattere fortemente “padano”. Tuttavia si è consapevoli delle difficoltà che la produzione comporta in una città dove sono già falliti vari tentativi al riguardo, si conta ora sulla celebrità conseguita dal protagonista, sulla bellezza di Claudia Cardinale, sullo spessore di Salvo Randone e Gabriele Ferzetti, sulla disponibilità dei cremonesi a soddisfare le esigenze della troupe quando si presenteranno. D'altronde è la prima volta che la città viene presa in seria considerazione da un regista di fama, che ha affidato a Diego Fabbri la stesura di tutti i dialoghi della pellicola. Gli organizzatori iniziano a battere la città per reperire gli esterni e, soprattutto, alcuni interni, come ville, appartamenti o ritrovi pubblici. Poi passeranno al setaccio anche la provincia, assecondando le richieste di Tognazzi che si è impegnato personalmente nell'impresa.
Il regista Pietrangeli cerca a Cremona l'ambiente tipico di una città lombarda perchè la vicenda dell'umile cappellaio che diventa un magnate dell'industria acquisterebbe maggiore significato se ambientata proprio in una città di provincia come questa. E' attesa anche la visita di Ugo Tognazzi, prima della partenza per Cannes dove dovrà presenziare proprio alla proiezione de “L'ape regina”. “Cremona vivrà, così, la sua prima avventura cinematografica – scrive il giornale “La Provincia” dimenticando la precedente esperienza di “Redenzione” solo poco più di vent'anni prima – Sarà un'esperienza interessante per tutti. Cineasti ed attori passeggeranno per le nostre strade, riflettori e macchine da presa si installeranno in piazza del Duomo, sul Po, nella zona industriale; ovunque saranno scelti i luoghi adatti per inserirvi una vicenda divertente con l'interpretazione del nostro concittadino Ugo Tognazzi. Un avvenimento che registriamo con il più vivo interesse e con il massimo compiacimento perchè servirà anche attraverso il cinema a togliere Cremona dal tanto deplorato isolamento”. Parole fatali.
Domenica 3 maggio il regista si presenta in città accompagnato dall'architetto Chiari ed insieme percorrono a piedi in lungo e in largo la città, visitando i i luoghi più caratteristici, bussando alle porte di case private, incontrando il sindaco Vincenzo Vernaschi che offre alla troupe la massima disponibilità nell'affrontare tutte le difficoltà che dovessero presentarsi alla produzione, compresa la possibilità di bloccare il traffico qualora fosse necessario. Tuttavia Pietrangeli non nasconde che si dovrebbero affrontare e superare grosse difficoltà per dare al film quel carattere squisitamente lombardo che si vorrebbe.
Pietrangeli spiega che la vicenda ruota tutta intorno alla figura di un modesto cappellaio, interpretato da Ugo Tognazzi, che eredita dal padre una fabbrichetta con la relativa abitazione, ma ben presto il piccolo artigiano si ingrandisce e la piccola bottega paterna si trasforma in una vera e propria industria. Intorno a questa ossatura fioriscono altre situazione divertenti e drammatiche che sarà la vis comica di Tognazzi a colorare con la dovuta maestria a cui ormai l'attore cremonese ha abituato il pubblico. Sono due le principali difficoltà che gli organizzatori devono affrontare e per le quali chiedono suggerimenti alla città per trovare la soluzione. Perchè il film possa essere girato a Cremona occorre la disponibilità di almeno due ambientazioni interne: la vecchia casa in cui vive e lavora l'artigiano, e la nuova abitazione dell'industriale.
Per quanti palazzi abbia visitato il regista in questi giorni non ha ancora trovato la location ideale. La nuova casa dell'industriale Tognazzi dovrebbe essere di recente costruzione, ma arredata con mobili antichi ed un certo gusto, in quanto in questa ambientazione dovrebbero girarsi le scene più importanti del film recitate da Ugo con Claudia Cardinale. Per il resto Pietrangeli è entusiasta della città che conserva ancora, come non manca di osservare, “una sua pacata e sobria caratteristica, e Cremona potrebbe costituire, sia come atmosfera che ambientazione architettonica, la soluzione ideale, ma i due interni che si stanno affannosamente cercando ovunque, sono troppo importanti ed irrinunciabili.
La lavorazione del film che inizialmente era stata prevista per gli inizi di giugno viene forzatamente anticipata al 25 maggio, per gli impegni assunti in America della Cardinale e per gli altri dello stesso Tognazzi, per cui è urgente trovare una soluzione nel più breve tempo possibile perchè, se dovessero permanere queste difficoltà, la produzione sarebbe costretta a cambiare città od orientarsi verso altre soluzioni. Per cui Pietrangeli lancia un appello ai cittadini perchè lo aiutino nella ricerca, “e noi rendendoci interpreti delle sue difficoltà - aggiunge il giornale “La Provincia” - preghiamo i cremonesi a suggerire delle idee o a segnalare delle abitazioni che rispondano ai requisiti richiesti”:
Nel generale entusiasmo che coinvolge la città il pasticcere Vittorio Ganda lancia per primo l'idea di aggiungere una quarta T alle classiche tre già esistenti, in onore del grande Ugo: “Io proporrei di aggiungere un quarto «T» - scrive il 7 maggio 1964 – ai tre già esistenti (i famosi simboli, in chiave faceta, di Cremona) per rendere un doveroso omaggio a un attore tutto nostro che, oltre ad esser il miglior comico attuale, si è sempre dimostrato orgoglioso di dichiararsi cremonese. Come artigiano del dolce, ogni qualvolta nella mia pasticceria mi vengono richieste le specialità di Cremona non manco mai di far notare che adesso esse sono quattro: turoon, turass, te set en bel curiuus, Tugnass”:
Il 29 maggio il primo colpo di ciak viene dato a Grottaferrata per girare le più importanti scene d'interni, la troupe poi, secondo il programma, dovrebbe spostarsi a Cremona dopo due settimane di lavorazione, per la ripresa degli esterni e di alcuni interni già scelti da Pietrangeli nelle settimane precedenti, dal momento che sono rimasti insoluti alcuni dei problemi che si erano già affacciati in precedenza. Si decide, pertanto, che a Cremona saranno girate sono le scene esterne. Viene anche definito il cast: oltre alla Cardinale, che nel frattempo è a Parigi per scegliere gli abiti che indosserà, nel film figureranno Bernard Blier, Paul Guers, Michele Girardon e Philippe Nicaud. Il 15 luglio Tognazzi, intervistato a margine della consegna delle annuali “Anfore d'oro” a Chianciano Terme, conferma l'impegno a Cremona, dove la troupe, terminate le riprese in interni, girerà tutti gli esterni: vi è un ritardo di una decina di giorni sulla tabella di marcia, ma in ogni caso il ciak cremonese sarà il 20 luglio. Claudia Cardinale, che negli stessi giorni è impegnata nel festival cinematografico di Karlovy Vary in Cecoslovacchia, raggiungerà direttamente il resto della troupe sotto il Torrazzo, dove, si dice, girerà “molte scene”.
Ma trascorrono i giorni e non succede niente, fino a quando, martedì 28 luglio arriva la doccia fredda: si viene a sapere che dalla domenica precedente la troupe ha preso sede a Brescia per girare gli esterni sul viale Oberdan e davanti al Broletto e non come era stato detto da qualcuno, solo per gli sfondi montani. Da delusione è cocente e palpabile. Non ci si aspettava da Ugo Tognazzi un “tradimento” del genere. Cosa non ha funzionato? Forse la spiegazione è nella frase un po' sibillina, dell'articolo che, su “La Provincia” del 28 luglio1964, annuncia il forfait di Pietrangeli, dove si lascia intuire l'esistenza di una polemica sotto traccia che deve aver accompagnato il film fin dall'inizio, quando il testo francese del “Cocu Magnifique” era stato un po' sbrigativamente ed ingenuamente tradotto ed interpretato come un innocuo “Matrimonio moderno”. “Vennero scelte piazze, palazzi, strade – ricorda il giornale – Tutto sembrava avviato nel migliore dei modi. I tre partirono per Roma e da allora si fece un lungo silenzio. Le voci di agenzie davano per certo che gli esterni del film si sarebbero effettuati a Parma (che Pietrangeli aveva visitato lasciando Cremona) ma la stessa produzione smentiva con l'invio ai giornali di fotografie della Cardinale che si era recata a Parigi per la scelta del guardaroba che avrebbe indossato «per un film i cui esterni dovevano essere girati a Cremona fin dal 10 luglio». La produzione, invece, si era trasferita a Grottaferrata per gli interni soggiornandovi dieci giorni in più del previsto”.
Il resto lo sappiamo, ma è quella frase, buttata lì, che lascia perplessi: “Antonio Pietrangeli da molto tempo ha preso d'occhio l'ambiente provinciale (vedi tra gli ultimi film «La visita» e «La parmigiana»ı) e, secondo lui, anche «Le cocu», opportunamente adattato e ammodernato, si inseriva in questo suo problema di costume, senza pretese di fare la critica all'ambiente nel quale il racconto si innestava”.

Ed invece è stato proprio questo soggetto a convincere la sonnacchiosa Cremona che forse era meglio lasciar perdere ed attribuire ad altri questo racconto dell'infedeltà di provincia. Un racconto dove Andrea Artusi, constatata la facilità con la quale una moglie può tradire il marito, comincia ad essere assillato dal dubbio che anche Maria Grazia, la sua bella e giovane moglie, possa essergli infedele. Il dubbio si tramuta ben presto in una vera e propria ossessione che lo spinge a comportarsi in modo tanto assurdo nei confronti di Maria Grazia (in realtà fedelissima) da costringerla a rivelargli il nome di un presunto amante. Andrea, al colmo del suo furore, si precipita alla ricerca dell'adultero e rimane ferito in un incidente d'auto. Ricondotto a casa, Andrea ha superato la sua ossessione ed è ormai convinto della fedeltà di Maria Grazia. Ma proprio allora la moglie comincia a tradirlo, intrecciando una relazione con il medico accorso al capezzale del ferito...

sabato 16 marzo 2019

Giuseppe Guarneri del Gesù, il film mancato

Un sogno a lungo accarezzato che fu sul punto di realizzarsi nella primavera del 1951: un grande film su Giuseppe Guarneri del Gesù con i migliori attori della stagione neorealista italiana. Poi, non sappiamo esattamente per quale motivo, non se ne fece nulla. Era il terzo tentativo nel giro di tre lustri di dedicare un lungometraggio ai maestri della liuteria cremonese, che si sarebbe però concretizzato solo molti anni dopo nel 1988 con lo Stradivari di Giacomo Battiato, interpretato da Anthony Quinn, e, nel 1998, con “Il violino rosso” di Francois Girard. Nel 1936, in previsione delle celebrazioni del bicentenario stradivariano che si sarebbero tenute l'anno successivo, il comitato che si era appositamente costituito, tra le altre iniziative, aveva proposto anche l'idea di realizzare un film su Antonio Stradivari, che si sarebbe dovuto girare interamente tra le vie di Cremona. La proposta era stata fatta propria anche dall'Ente provinciale del Turismo, appena costituito sotto la presidenza di Tullo Bellomi. Se ne discusse nell'ultima seduta di quell'anno, ma poi non se ne fece nulla. L'idea, tuttavia, non era per nulla originale. I cremonesi erano stati bruciati sul tempo dai tedeschi che, il 25 agosto 1935, avevano distribuito nelle sale cinematografiche “Stradivari” il primo film dedicato al grande liutaio, affidato al regista Géza von Bolvàry, con un cast che annoverava i migliori attori del momento. Una produzione franco-tedesca realizzata con grande dispendio di mezzi, cui era seguita in ottobre, la versione francese intitolata “Stradivarius”. Un vero film, di oltre un'ora e mezza, con protagonista Stradivari ed i suoi violini, con una trama che, per alcuni versi, anticipava i contenuti del celebre “Violino rosso”, girato effettivamente nelle strade e nelle piazze di Cremona poco più di sessant'anni dopo.
Paola Gagnatelli negli anni '50
Quando dunque quella sera del 31 marzo 1951 Enzo Borromeo si presentò nel piccolo teatro del Gruppo Artistico Leonardo allestito nel palazzo dell'arte per assistere a due rappresentazioni de “L'uomo dal fiore in bocca” diretto da Adriano Vercelli, tutti lo notarono. Il regista era giunto espressamente da Roma accompagnato dalla sua segretaria Paola Gagnatelli, già attrice del Teatro Stabile diretto da Gemma D'Amora, che l'anno prima aveva lasciato Cremona per stabilirsi definitamente a San Felice Circeo. Di origini anconetane, Paola, scomparsa nel novembre del 2013 dopo aver insegnato per 32 anni nelle scuole elementari di Borgo Montenero, durante la guerra era sfollata a Cremona con la madre e si era dedicata con passione al teatro. Nel 2008 le è stato conferito dal presidente Napolitano il Cavalierato della Repubblica, dopo la pubblicazione di un libro “La lunga favola di nonna”, che si apre appunto con il racconto della sua vita cremonese. Ebbene il giovane regista teatrale romano era giunto a Cremona con il preciso intento di girare un film su Giuseppe Guarneri del Gesù, ed aveva fornito tutti i dettagli del progetto. Si sarebbe trattato di una coproduzione italo austriaca, tra la casa di produzione italiana Italmetrofilm e la Helios film austriaca. Le trattative erano durate parecchi mesi ed in quei giorni si stava stendendo il piano di lavorazione per le riprese, che si sarebbero dovute girare in buona parte nelle strade cittadine, nei palazzi e nella Cattedrale. Alcune scene si sarebbero girate a Parma ed altre a Bologna, mentre per gli interni la troupe si sarebbe trasferita a Vienna. Il soggetto era stato scritto da un autore austriaco mentre sarebbe stato lo stesso Borromeo a scrivere la sceneggiatura, in quei mesi in fase di ultimazione, avvalendosi di una serie di specialisti in materia di liuteria. La pellicola sarebbe stata girata interamente a colori con il sistema Agfacolor. Introdotto nel 1939, l'Agfacolor fu il primo processo negativo/positivo con sviluppo cromogeno di pellicole cinematografiche multistrato. Durante la Seconda guerra mondiale il procedimento fu usato per 13 film a colori. Dopo il 1945 dall'Agfacolor furono derivate altre pellicole a colori tra cui la Ferraniacolor. Lo sviluppo e l'introduzione dell'Agfacolor erano stati promossi dal governo tedesco e in particolare dal Ministro della propaganda del Terzo Reich Joseph Goebbels, il quale era convinto che i film a colori tedeschi avrebbero presto potuto competere con le produzioni di Hollywood. 
Otto Wernicke
Ma quello che avrebbe dovuto stupire era il cast stellare coinvolto nella produzione, formato dai più noti artisti italiani ed austriaci del periodo. Ad iniziare da Paula Wessely, una delle attrici di punta del cinema austriaco e dell'UFA, nel panorama cinematografico dell'anteguerra, vincitrice nel 1935 della Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile alla Mostra Internazionale d'arte cinematografica in “Episodio”, un film di Walter Reisch. Nel 1950 la Wessely aveva creato una propria casa di produzione che in nove anni avrebbe prodotto undici pellicole. C'era poi Otto Wernicke, noto per aver interpretato in due film di Fritz Lang il ruolo del commissario Karl Lohmann, il primo ispettore di polizia pragmatico e razionale della storia del Cinema. Fu, anche, il primo a rappresentare il capitano Smith nel primo film "ufficiale" sul Titanic nel 1943. Nel 1951 era impegnato in Italia in “Amore sangue”, un film di Marino Girolami con Andrea Checchi. Nel cast figurava il ballerino e attore teatrale austriaco Harry Feist, che nel 1942 aveva iniziato a lavorare in varie produzioni cinematografiche italiane di cui rimarrà storica quella in cui interpreta il maggiore Fritz Bergman in “Roma città aperta” di Roberto Rossellini. Will Quadflieg, uno dei più noti attori teatrali tedeschi del dopoguerra, considerato uno dei massimi declamatori di poesie in lingua tedesca, aveva recitato in opere di Schiller, Shakespeare, Ibsen e Schnitzler e lavorato anche in qualità di dialoghista e direttore di doppiaggio per il cinema, e come adattatore e rielaboratore di testi teatrali per il teatro di prosa e per quello musicale.
Silvana Pampanini
Tra le attrici italiane c'era Silvana Pampanini, la prima vera diva cinematografica italiana ad essere conosciuta in tutto il globo, dall'India al Giappone, dagli Stati Uniti all'Egitto, così come nella vecchia Europa.  Nei primi anni '50 Silvana Pampanini, che nel 1946 era stata eletta a fuor di popolo Miss Italiana ex aequo con Rossana Martini, è l'attrice italiana più pagata e richiesta. Nel 1951 avrebbe poi girato “Bellezze in bicicletta” in cui canta anche l'omonima canzone, e “Ok Nerone”, suo primo successo internazionale, parodia di "Quo vadis". E poi Vittorio Duse, che nel 1943 aveva recitato in “Redenzione” di Marcello Albani e “Ossessione” di Luchino Visconti e tanti anni dopo, nel 1990, avrebbe interpretato la parte dell'anziano don Tommasino, nel film “Il padrino, parte III” di Coppola. Tra gli uomini nel cast figurano anche Mario Ferrari, attore e doppiatore che avrà poi una carriera lunghissima, diretto tra gli anni trenta e quaranta da registi come Blasetti, Alessandrini e Brignone, prototipo dell'italiano fiero ed irriducibile, mai disposto a scendere a compromessi, ruoli che lo obbligano a non sfuggire al cliché di uomo granitico, integerrimo, rigoroso e a tratti severo che lo obbligano spesso ad interpretare il ruolo di ufficiale, ma che nell'Italia fascista ha rappresentato  l'immagine dell'eroe positivo, senza macchia e senza paura, a cui ispirarsi; Ugo Sasso, che nel 1970 interpreterà la parte dello sceriffo zoppo nel film “Lo chiamavano Trinità...”; Armando Guarneri , che negli anni quaranta aveva interpretato molti film, tra cui “Amanti in fuga” del 1946 con Gino Bechi, “I fratelli Karamazoff” del 1947 con Fosco Giachetti e Mariella Lotti, entrambi diretti da Giacomo Gentilomo e “L'isola di Montecristo” di Mario Sequi del 1949 con Carlo Ninchi e Claudio Gora nel ruolo di Esposito che negli anni cinquanta e sessanta prenderà parte sempre in ruoli di caratterista a molti altri film tra cui “Guardie e ladri” di Mario Monicelli e Steno del 1951 con Totò e Aldo Fabrizi nel ruolo del barbiere e in tanti altri. Ed infine Enzo Stajola, che all'età di sette anni, era stato scelto per il ruolo di Bruno Ricci da Vittorio De Sica nel film "Ladri di biciclette" del 1948. Viene scelto per via della sua caratteristica camminata. Lasciatosi dirigere dal grande maestro con estrema bravura, l'immagine dello Staiola bambino divene una specie di "manifesto" vivente del neorealismo italiano, per la sua profonda e spontanea umanità. Tuttavia, la sua successiva carriera di attore non gli ha mai permesso di approfondire il personaggio che l'aveva reso famoso né di ripetere il miracolo del suo debutto; benché qualcuna fra le sue interpretazioni sia apparsa degna di nota, come quella in "Cuori senza frontiere" (1950) di Luigi Zampa in cui sostiene un ruolo di rilievo.
Enzo Staiola in "Ladri di biciclette"
Questo per quanto riguarda gli attori. La colonna sonora sarebbe stata composta dalle musiche originali di Paganini eseguite dall'Orchestra Filarmonica di Vienna. Il regista Borromeo avrebbe voluto anche che partecipassero alle riprese i diversi attori delle compagnie filodrammatiche locali, con cui aveva già preso contatti. Ma in realtà il film, che avrebbe dovuto essere distribuito in Italia, Austria e Svizzera, non fu mai girato. Dello stesso regista Enzo Borromeo si persero le tracce e non si parlò più, fino agli anni ottanta, di altre pellicole a tema liutario.

Tuttavia il “Cannone”, lo strumento più celebre costruito da Giuseppe Guarneri nel 1743, suonato da Niccolò Paganini, è stato indirettamente protagonista di un film: nel “Violinista del diavolo” di Bernard Rose, sono le mani virtuose di David Garrett a rendere giustizia alle evoluzioni strumentistiche del suo rivoluzionario predecessore italiano, dando corpo al Paganini più credibile dello schermo. Ed il “Cannone” è diventato anche un fumetto: nel graphic novel 'Paganini' edito da De Ferrari in concomitanza con il 'Genova Festival Paganini' e la mostra a Palazzo Ducale 'Paganini rockstar” lo scorso ottobre, una comitiva osserva i due preziosi strumenti di Paganini a palazzo Tursi: il Cannone, e la sua copia, il Villaume. Quando tutti escono lasciando sola una giovane violinista, il Cannone si anima e racconta la storia del suo padrone. I quattro autori, Roberto Iovino e Nicole Olivieri (soggetto e testi delle schede), Gino Andrea Carosini (sceneggiatura e i disegni delle schede), Marco Mastroianni (disegni con alcune tavole fanno rivivere le avventure della tournée europea (dal 1828 al 1834), le case di Paganini fra Genova e Parma, Cremona e la liuteria con i Guarneri e gli Stradivari, i guadagni calcolati in rapporto al nostro tempo, le testimonianze dei grandi del tempo, la sua eredità artistica raccolta da Beatles, Hendricks, Michael Jackson, Madonna.