sabato 13 luglio 2019

C'era una volta la fiera di San Pietro - seconda parte

(2ª parte) È con l’introduzione dell’energia elettrica che avviene la grande trasformazione, pur se lenta e graduale. Gli impianti a gas esistenti prima dell’elettricità, infatti, mal si adattavano a installazioni precarie e temporanee come un parco giochi. Non solo, le prime lampade elettriche permettono la fruizione del parco anche di notte, con conseguente prolungamento dell’orario di apertura. Iniziano a modificarsi anche le decorazioni: dagli intagli e gli specchietti adottati fino a quel momento, si passa a giochi di luce e colori vivaci. Resta però sempre netta la distinzione tra i due mondi: uno quello della fiera, povero ed emarginato, di origine nomadica, e l’altro più ricco, frutto di investimento di capitali. Prova ne sia che accanto alle ultime novità tecnologiche permangono le attività più tradizionali del “Tiro all'anatra”, i vari bersagli, il “labirinto orientale a specchi”, “il padiglione delle bestie feroci”, il circo equestre, il serraglio e via dicendo.
Nel 1929 Renzo Bacchetta, con lo pseudonimo di Remba, ci fornisce un vivace racconto di quale fosse l'offerta merceologica della Fiera di San Pietro sulle pagine del “Regime Fascista”: «Da piazza Cavour fino in fondo a Corso Vittorio Emanuele nulla di straordinario. La solita interminabile processione di gente che si pigerà sui marciapiedi di sinistra, parallelamente al quale s'allineano l'un dopo l'altro banchettini e carrettini di ogni genere: dai gelati ai paralumi, dai bastoni alle scarpe, dalle cravatte alla tiramola, dalle stringhe ai fiori artificiali, dai cestini di vimini ai bicchieri di vino...infrangibili ,dai gemelli per polsini alle calze a un franco il paio, dai dolciumi a due soldi l'etto alle ochine dal collo mobile, dal bussolano alle cornici, dai tegami a prezzi di fallimento ai pizzi d'ogni qualità, dai tappeti ai giocattoli d due soldi, dai cuscini disegnati alle oleografie di Garibaldi, dalle pesche benefiche al palloncino di guttaperca, e che più me ha più ne metta perchè v'è di tutto perfino i libri a quattro soldi. Poveri scrittori! Niente di notevole fin qui, dunque, perchè è tutta roba che a prezzi su per giù uguali, si può acquistare in qualsiasi giorno dell'anno in uno dei tanti negozi cittadini, si può vincere o perdere a seconda se la sorte ti arride o meno in una delle pesche o lotterie che di quando in quando si tengono a scopo benefico. Però v'è questo di buono: che spendi del denaro ma hai della merce. Magari, se vuoi, merce di scarto che dura...fin che dura, ma qualcosa hai. Non si può negare.
Dove comincia il sensazionale, l'eclatant, il pugno nell'occhio alla gente, il soprannaturale, ciò che colpisce la fantasia di chi è ancora disposto a bere grosso, è più oltre, proprio sul piazzale di porta Po». Lo sguardo smaliziato di Bacchetta si posa sui baracconi assiepati nel piazzale, cogliendone l'aspetto anacronistico di spettacolo occasionale, ricco di invenzioni e cialtronerie, in cui il pubblico viene sommerso da richiami, attrazioni, lusinghe e meraviglie: «Oltrepassata la giostra delle automobili e il solito tiro al bersaglio, bambocci e pipe di gesso, ecco il primo baraccone delle meraviglie: la donna fulmine. Due uomini gonfian le gote soffiando l'uno in una trombettina da lattaio l'altro in una cornette dalla quale le note escono così armoniose da straziare anche le orecchie meno sensibili alle melodie degli strumenti a fiato. Poi un imbonitore dalla facile loquela pronuncierà il suo sproloquio che meriterebbe la nobile fatica d'uno stenografo e che qui riproduciamo quasi fedelmente: “Colto e spettabile pubblico – egli comincia senza aggiungere, come si usava una volta, “ed inclita guarnigione” - Qui in uqesto modesto padiglione voi vedrete due fenomeni viventi: la donna fulmine e Kaly la schiava degli indiani.La donna fulmine che qui vedete – ed in così dire indica una giovane bruna, ammantata in una specie di cappa giallo oro che tiene nella mano alzata due lampadine elettriche – ha ottenuto il più strepitoso successo in tutti i teatri di varietà del mondo. (uno del pubblico: Bum!; ma l'imbonitore dalla facile loquela, imperterrito, continua). Il suo corpo andrà ad essere caricato nell'interno da alte correnti elettriche da 125 a 700 volts che potrebbero causare la morte della fanciulla. Ma anche più sorprendente sarà la catena umana da dieci a venti persone che formeranno il cerchio della morte giachè ad esse questa fanciulla trasmetterà la corrente elettrica di cui è carico il suo corpo provocando l'accensione di queste lampadine”. Il professore – come lo ha chiamato colui che sembra il direttore della baracca pomposamente chiamata padiglione scientifico – ha finito. Il direttore stesso narra allora la dolente istoria di Kaly la schiava degli indiani. E' costei una figura di donna che s'intravede formosa sotto un ampio manto, per esso giallo-oro e che nasconde il volto sotto un fitto velo bianco come usano le donne orientali. “Kaly – spiega il secondo imbonitore dallo scilinguagnolo anche più sciolto del “professore” - fu fatta schiava dagli indiani ed il suo corpo tatuato dalla gola ai piedi. Sono di così grande valore i suoi tatuaggi che il suo corpo fu comperato dal Museo di Londra. Signori, lo spettacolo va a cominciare. Avanti, si paga la misera e vergognosa moneta di una lira. Una sola lira per mezz'ora di spettacolo scientifico che a Milano, Torino, Napoli, Roma, costava quattro o cinque lire. Avanti, avanti, signori. Numerosi altri spettatori attendono nell'interno. (Alza il lembo della portiera e dentro non si vede anima viva; allora la cala in fretta e furia e poiche nessuno del pubblico si muove,scende in mezzo a loro a distribuire mezzo decimetro quadrato di carta sul quale sono esaltati i due mirabolanti fenomeni viventi). Molti tiran via, altri entrano. Quando s'è fatto un gruppo d'una ventina di persone, lo spettacolo meraviglioso ha cominciamento. Il corpo della donna fulmine accende le lampadine elettriche, naturalmente con una corrente che anche un innocuo sorcetto casalingo tollererebbe; Kaly è tatuata...con le calcomanie. Ecco i fenomeni viventi. Tutto qui? Sì, e un franchino è un po' troppo. Ma v'è l'arte dell'imbonitore nel darla a bere e il fiato suo vale pur qualcosa anche se elargisce con troppa facilità l'appellativo di ignorante a chi a chi non entra perchè non è né gonzo né tonto e perchè pensa che una liretta non è una moneta vergognosa, ma rappresenta bensì venti soldi, cento centesimi e ci vuol tempo e fatica a guadagnarli. E tiriamo avanti. Un qualche cosa che vorrebbe parere la tolda d'una nave, un puzzo nauseabondo di salsedine, un giovanotto in candida tenuta di marinaio e stivaloni di gomma, un uomo in maniche di camicia che urla a perdifiato in un portavoce di latta: il cane marino ammaestrato, lo spettacolo va a cominciare. Su ampi cartelloni si vedono riprodotte belve feroci d'ogni regione della terra. Anche qui un franchino per entrare. Ma bisogna riconoscere che se altre belve non vi sono da vedere all'infuori di un orsacchiotto, quattro scimmiette ed un serpente, quella povera foca che guizza come un pesce in una vaschetta di qualche metro quadrato e si rizza poggiandosi alla ringhiera con le zampe, strepitando come un'ossessa, ben si guadagna la liretta coi numerosi esercizi che il suo domatore le fa eseguire.
Lasciamo andare il teatro meccanico col ciabattino, il materassaio ed il maniscalco che ci meravigliarono bambini, trent'anni fa; sorvoliamo sul globo della morte perchè ornai è da maggio che Cremona lo conosce; né ci interessala predizione dell'avvenire che si può ottenere con un ventino da da uno dei tanti – oh, quanti! - meccanismi a forma di cuore, disseminati in ogni canto del piazzale, meccanismi i quali, se tu chiedi “Sarò felice?”, ti rispondono “domani piove”; né ci indugeremo a parlare del palazzo misterioso perchè tutti i “morosi” sanno cos'è, e nemmeno della donna cannone perchè di moli come la sua ne vediamo passeggiare alcuni esemplari anche per Cremona, senza meravigliarci; non ci cureremo neppure del museo anatomico, antico quanto le fiere, e nemmeno dei baracconi degli specchi che deformano le nostre immagini, per correre direttamente a vedere Ramayana. Qui l'imbonitore è in camice bianco come l'infermiere di una qualunque guardia medica; ma un uomo in camice bianco, sul palco di una baracca da fiera, è un'attrazione. Ramayana è un nome sonoro, ricorda una canzone in voga, “Ramona”, ed una chitarra da caffè concerto; un pizzico di esotismo che basta a far lavorare di fantasia anche che non ne ha voglia. La gente si accalca li dinanzi e spera di vedere forse una ballerina selvaggia con gli anelloni d'argento al naso ed alle orecchie e invece...brrrr: un fenomeno vivente ma di quelli che fanno raccapricciare; nientemeno che una donna senza testa.
-Senza testa?
-Sì, senza testa...visibile. Cioè la testa ce l'ha ma non si vede: fuori è coperta da un pezzo di tela bianca (chissà come deve respirare male, povera donna!, e dentro la baracca è dietro a due specchi messi ad angolo che, riflettendo le pareti tutte di egual colore della cabina nella quale sta seduta, danno l'illusione ottica che la poveretta sia senza testa.
-Ci son tanti uomini senza testa in giro – diceva iersera una signora arguta -, che non vale proprio la pena di spendere una lira per vedere una donna.
Risa generali di quelli ch'eran vicini e squagliamento generale. Ma l'imbonitore in camice bianco, dopo aver levato gran rumore sbatacchiando ripetutamente un gong di nuovo genere, accarezza e batte le sue mani su quelle della sventurata ragazza per persuadere il pubblico dell'autenticità di esse e quindi comincia la dolorosa istoria dell'unico fenomeno del genere. E il pubblico ascolta incuriosito. “Spettabile pubblico – e anche lui dimentica l'inclita guarnigione. Che si sian tutti passata la parola? - questa giovane ragazza ha 20 anni e 4 mesi, è figlia del celebre esploratore Williams Persyl che nel settembre 1926 seguì il padre in una esplorazione nelle Indie: una notte i componenti la spedizione furono catturati da un gruppo di indiani. Il capo dei quali, dopo aver tentato di sedurre questa disgraziata ragazza, la fece torturare e poi le fece tagliare la testa. Faceva parte della spedizione il celebre chirurgico tedesco Beckmann di Berlino, il quale avrete certamente sentito parlare sui vostri giornali. Questo scienziato volle studiare e sperimentare il corpo di questa povera ragazza per farla vivere senza testa. E vi riuscì perchè da oltre due anni questa disgraziata vive senza testa come voi vedete, nutrendosi per mezzo di un tubo di gomma di uova, brodo e latte. Signori, questo fenomeno della scienza è stato visitato da medici, chirurgici, autorità per avere i nostri permessi; potete vederlo anche voi entrando nel padiglione, ma non sdraiata come è adesso, ma seduta sulla sedia a muoversi. Noi siamo reduci da Parigi, la Spagna, Londra, Berlino, premiati con medaglia d'oro all'esposizione di Roma e Milano, ora siamo in questa nobile città di Cremona. Avanti, avanti, con una lira venite a vedere la donna senza testa per tre giorni soltanto, (oggi dirà due), fenomeno vivente a Cremona”. Meno male che l'imbonitore è sincero: senza testa per tre giorni soltanto. Dopo la riavrà, poveretta!, anche in pubblico e non solamente in privato come ora. Ma il baraccone fa affari d'oro. Nessuno crede al fenomeno vivente, neanche il più candido ingenuo, ma tutti entrano a vedere seduta sulla sedia la povera ragazza senza testa, e la più parte escono domandandosi con profondo convincimento: ma non l'avrà proprio, la testa?».
Decisamente movimentata l'edizione del 1931, con la fuga di un leone dal serraglio. La sera del 30 giugno i posti sono gremiti per assistere all'attrazione annunciata: il parrucchiere di porta Po Attilio Pernice deve entrare nella grande gabbia circolare posizionata al centro del padiglione per radere il domatore mentre tiene a bada tre leoni, un maschio maestoso, una femmina e quello che tutti ritengono essere un leoncino, ma che in realtà è un leone adulto nano. Il programma si svolge regolarmente: gli esercizi degli orsi bianchi, le acrobazie di un puma, le iene che saltano il cerchio, gli stessi leoni. Tranne uno, proprio quel leoncino che si rifiuta di eseguire gli esercizi, rispondendo con ringhi furiosi agli scocchi di frusta del domatore e rifugiandosi sotto gli sgabelli, al punto che il domatore decide di interrompere il numero per passare al seguito, con una gara di lotta greco romana tra un lottatore di una settantina di chili ed un gigantesco orso bruno che, ovviamente, si conclude con la vittoria del primo, dopo un ultimo assalto furioso dell'animale respinto a colpi di frusta. Il pubblico è eccitato ed anche intimorito dalla piega che ha preso la spettacolo, quando, accolto dagli applausi, entra nella gabbia il parrucchiere Pernice sedendosi su uno sgabello collocato nel centro, brandendo il suo lucente rasoio con una mano e con l'altra fumando una sigaretta. Con sorriso sprezzante, vestito di tutto punto nella sua giacca bianca da lavoro, osserva il “leoncino” percorrere il corridoio in ferro che conduce alla gabbia, lanciandogli la sua sfida. Ma l'animale ruggisce e torna sui suoi passi. Il circo in cui si svolge lo spettacolo è costituito da un rettangolo lungo una ventina di metri e largo la metà, lungo il lato principale di accesso corre una balconata, mentre sul fronte opposto sono posizionate le gabbie degli animali collegate l'una all'altra da un passaggio costituito da sbarre di ferro a forma di U rovesciata. Le belve, uscendo dalle gabbie entrano nel corridoio che consente di raggiungere la grande gabbia centrale, il corridoio ha due cancelli: uno immette alla gabbia e l'altro, sul fronte opposto, verso il lato estremo del serraglio. I posti principali per il pubblico sono dislocati sui due lati brevi del rettangolo della pista. Per una disattenzione non viene chiusa bene quest'ultima uscita e proprio da questo varco insperato esce il leoncino che si era rifiutato di entrare nella grande gabbia centrale e con un balzo compare ruggendo in mezzo al pubblico. Gli spettatori delle prime file lanciano urla di terrore, si alzano e cercano di guadagnare l'unica uscita, pigiandosi gli uni sugli altri, le madri afferrano disperate i bambini, le balaustre cedono sotto il peso, altri si accalcano in uno stretto pertugio tra le gabbie cercando di sollevare il tendone e guadagnare la salvezza all'esterno. Nel trambusto generale, il leone, impaurito, si è nel frattempo rifugiato sotto le gabbie che racchiudono il puma, l'orso bruno ed un esemplare di leopardo. Ma nessuno si è curato di lui, tutti cercano urlando di mettersi in salvo. Molti cercano rifugio nella stessa gabbia centrale, dove i guardiani hanno chiuso il corridoio delle belve per lasciare entrare dai cancelli gli spettatori impauriti. Ad evitare conseguenze peggiori contribuisce il tempestivo intervento di cinque agenti di Ps e di alcuni carabinieri della vicina stazione di porta Po, che riescono a riportare un po' di ordine tra i fuggitivi. Molti hanno trovato rifugio nelle vicine osterie, ed altri negozianti sono corsi ad armarsi di pistole. Il leone, dal canto suo, impaurito non abbandona il suo rifugio, braccato da militari e agenti giunti a dar man forte ai loro colleghi. Gli addetti del circo collocano una gabbia portatile accanto alla gabbia dove il leone è nascosto, costringendo l'animale ad entrarvi a forza di punzecchiature di forcone. Verso mezzanotte il trambusto è finito,ma il circo è stato distrutto dalla folla terrorizzata. E non è neppure la prima volta. Cinque anni prima, proprio il 30 giugno 1926, quattro leoni erano fuggiti da un circo equestre che aveva piantato le tende a porta Venezia e per più di un'ora avevano scorrazzato per la città, divorando un gatto, azzannando il cavallo di un vetturino e concludendo infine la fuga nella chiesa dei frati Cappuccini di via Brescia.
Terminata la guerra, nel 1948 la fiera di San Pietro torna in gran parte rinnovata. Arriva il “Wall of death”, il muro della morte, che presenta una troupe esclusivamente femminile: quattro donne che girano vorticosamente in moto e bicicletta sulla pista realizzata in un cilindro verticale in legno, inventa in America agli inizi del Novecento e diffusa in Europa dal 1937 quando un pilota marciano, Bob Carew, ne costruì una in Olanda per iniziare una lunga tournèe che lo portò fino in Russia. L'attrazione è curata da Gustavo Cottino, conosciuto come “il re degli imbonitori”, uno dei maggiori impresari del “Wall of death”. In via Ruggero Manna c'è il padiglione “Dalla terra alla luna”, una specie di castello incantato da cui entrano ed escono le solite carrozzelle e il “bob canadian” a cui si sale con un tappeto girevole per poi scendere attraverso un canale che compie evoluzioni vorticose. Dopo vent'anni di assenza torna anche la ruota panoramica. Nel 1952 arrivano i piccoli aeroplani, comandati da volante ed agganciati ad un braccio snodabile di ferro: sono una vera novità, in quanto la giostra è stata brevettata solo un anno prima dal suo inventore, Albino Protti, un geniale meccanico con la passione del volo che, assemblando residuati bellici come i serbatoi degli aeromobili o le ralle dei carriarmati, aveva creato nel 1939 la prima giostra aerea. Ma le dimensioni delle nuove giostre, a causa della ridotta disponibilità di spazi del piazzale di porta Po, impongono ormai la necessità di ripensare la dislocazione delle attrazioni della fiera di San Pietro in un'altra sede più adatta.
Nel 1956 i padiglioni delle giostre dal piazzale di porta Po si trasferiscono nell'attuale ubicazione in largo Marinai d'Italia: l'area, dislocata su una superficie di circa 12 mila metri quadrati raggiungibile con due rampe in terra battuta, è stata ricavata abbattendo una boschina che ora costituisce una sorta di recinto attorno al Luna Park. I banchi dei venditori ambulanti, nonostante le riserve manifestate in un primo tempo, dall'originaria dislocazione lungo corso Vittorio Emanuele, compresa tra piazza del Comune e piazza Cadorna, e le vie limitrofe, vengono allineati lungo il lato destro di viale Po, dal ponte del Morbasco fino alla barriera daziaria. Per l'occasione viene allargata la sede stradale raddoppiando la pista ciclabile già esistente sul lato destro e, a livello sperimentale, vengono installate le prime panchine di marmo. Nelle operazioni preliminari al trasferimento vengono segnati 307 posteggi, in gran parte assegnati a sorteggio. Da un punto di vista merceologico 51 banchi vendono tessuti, 43 bancarelle offrono calzature e bigiotteria, 33 sono i banchi di mercerie, 11 vendono ceramiche, 5 espongono quadri artistici, 12 sono di giocattoli, 28 vendono dolciumi, 3 pizzi e merletti fiorentini ed infine 10 bancarelle offrono gioielleria. Conclude la sfilata il banco di torrone di Antonio Zucchelli, il decano degli ambulanti cremonesi.
Per la prima volta la fiera gode anche di un accompagnamento sonoro, affidato alla ditta Walter Gorno: lungo il viale viene installato un gigantesco impianto di amplificazione con venti altoparlanti ed una cabina centrale di trasmissione collegata telefonicamente con due punti della fiera che, all'occorrenza può servire per eventuali segnalazioni di smarrimenti o necessità di soccorsi urgenti.
Da qualche anno si parlava della necessità di trasferire la fiera di San Pietro in altra zona, sia perchè la dislocazione dei banchi merceologici lungo corso Vittorio Emanuele era causa di notevoli disagi per il traffico urbano, sia in quanto le dimensioni del piazzale di porta Po, oggetto di ristrutturazione con l'inserimento della fontana e lo spostamento delle linee aree dei filobus, limitavano pesantemente le esigenze del Luna Park per le dimensioni raggiunte dalle moderne attrazioni. Nell'edizione del 1954 l'ottovolante era stato confinato in fondo allo slargo di via Bissolati ed i padiglioni si addossavano completamente alle abitazioni. Altri padiglioni erano stati innalzati in via Ruggero Manna e via Porta Po vecchia , tra le proteste dei residenti, mentre il Prefetto, per ragioni di decoro, aveva vietato lo stazionamento delle bancarelle davanti al palazzo del Governo. Nel 1955 le bancarelle erano tornate a disporsi in corso Vittorio Emanuele, e per la prima volta dal 1915, quando erano state spostate per installare la linea tranviaria, in doppia fila. Tuttavia la fiera di San Pietro rischiava un notevole ridimensionamento ed all'amministrazione comunale si erano prospettate due soluzioni alternative: l'area a destra della via del Porto, di proprietà della Società Canottieri Baldesio, utilizzata dalla Società ippica, e l'area a sinistra della stessa via, di proprietà demaniale. Il Comune aveva optato per quest'ultima ed iniziato le relative pratiche con l'Intendenza di Finanza, che ha ceduto l'area solo nel giugno 1968.


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