mercoledì 23 maggio 2018

Giovanni Beltrami, l'incisore di Napoleone


Giovanni Beltrami ritratto dal Piccio

“V'ha egli forse mestieri di lodare quando i soli fatti tessono l'encomio il più lusinghiero?”, si chiedeva nel 1839 Antonio Meneghelli, parlando di Giovanni Beltrami “onore del cielo italiano, perchè a niuno secondo fra i glittografi antichi, e forse maggiore di quanti fiorirono ne' tempi a noi più vicini. Sono chiari il Pistrucci e il Berini; questi per molto valore nello scolpire le pietre dure tanto a rilievo, quanto ad incavo; quegli per avere incisa la lira sterlina, guardata qual tipo delle monete coniate per eccellenza. Ma niuno intraprese opere di lunga lena pari a quelle del Beltrami; niuno di accinse a rivaleggiare col pennello e collo scarpello; niuno diede in un topazzo di pochi pollici, od alta pietra di simil tempra, la Cena di Leonardo da Vinci, la Tenda di Dario di Lebrun, Giove coronato dalle Ore dell'Appiani, e Bacco consegnato da Mercurio alla Ninfa dell'antro Niseo, preso da un contorno dell'immortale Canova” (Meneghelli Antonio, Insigne glittografo Giovanni Beltrami, Padova, 1839).
Giovanni Beltrami (1779-1854) nonno del matematico Eugenio, è stato uno dei più grandi incisori di pietre dure italiani, con ogni probabilità il più grande dell'Ottocento. Presso il Museo civico Ala Ponzone si conserva quello che è considerato il suo capolavoro: un cristallo di rocca, ma secondo alcuni si tratta di un topazio bianco del Brasile, con incisa la Tenda di Dario, soggetto tratto da un dipinto del 1661 di Charles Le Brun che si trova a Versailles, realizzato nel 1828 per Bartolomeo Turina e per il fratello Ferdinando. Ma tra i suoi clienti giovanili Beltrami poteva annoverare anche la famiglia Bonaparte; nella raccolta di stampe Bertarelli a Milano è conservata un'incisione all'acquaforte di Felice Zuliani che riproduce due cammei con i ritratti di Napoleone e di sua moglie Giuseppina di Beauharnais, andati in seguito perduti, come purtroppo è accaduto a gran parte della produzione dell'incisore cremonese. Potrebbe essere proprio la signora Bonaparte la figura femminile ritratta nel cammeo, inciso in agata, che l'artista cremonese regge nel ritratto che ne fece Giovanni Carnevali, detto il Piccio, conservato oggi presso la Pinacoteca Ala Ponzone. Il ritratto ha un'impostazione cinquecentesca con l'artista raffigurato di tre quarti a mezzo busto che mostra tra le mani una delle sue creazioni. 
I cammei per la famiglia Bonaparte
I due nel 1838 avevano partecipato insieme all'esposizione di Brera per la quale Beltrami aveva preparato una raffigurazione dell'Olimpo tratta dal quadro di Andrea Appiani, che il settimanale artistico “Il tiberino” di Roma del 21 settembre 1839, così descrive: “Giovanni Beltrami cremonese, il più intraprendente glittografo, ed uno de' pià valenti che si conoscano a' dì nostri. Cominciò sin da fanciullo a trattare gli strumenti prossimi all'arte sua nell'officina del padre, il quale era orefice non vulgare. Cresciuto negli anni, ha poi condotte e i n incavo e a rilievo in pietre dure moltissime opere, buon numero delle quali sono uscite d'Italia e sono salite in molto pregio. La sua opera più celebre per complicazione è la Toma di Dario; la più pregiata dagli intelligenti è il ritratto del Sommariva. Il Beltrami è sorto artista quasi di sé, singolare nell'arte sua, principalmente per sicurezza di mano e acutezza di vista. Ora egli benchè molto innanzi negli anni, compì non ha guari un topazio bianco di Russia, nel quale ha ritratto il quadretto vaghissimo di Andrea Appiani rappresentante Giove incoronato dalle Ore. Bello in codesta piccolissima traduzione è principalmente il torso di Giove. Che se non ogni parte è con perfezione disegnata, forse vorrà darsene colpa alla piccolezza delle dimensioni. E' forse per timore di ciò il valentissimo glittografo romano allievo prediletto di Pichler, il Borini, che vive in Milano da lunghi anni, ama per consueto da lavorare alquanto più in grande; e veramente le sue teste sono bellissime che si indicano a' dì nostri. Il Beltrami sotto questa copia della lunetta d'Appiani ha scolpito il ritratto di quel pittore, e gli è riuscito bello e somigliantissimo”.
Beltrami e il Piccio si conoscevano probabilmente già da qualche anno attraverso la comune frequentazione di artisti come Giuseppe Diotti e Pietro Ronzoni. I Beltrami, d'altronde, erano una famiglia di artisti: Giuseppe, fratello di Giovanni, era mercante ed antiquario che il Piccio frequentava assiduamente per conoscere e studiare le opere antiche che transitavano nella sua bottega. Il figlio Eugenio era pittore e miniatore ed aveva sposato la cantante veneziana Elisa Barozzi, che il Piccio ritrasse in un bellissimo disegno conservato sempre al museo civico Ala Ponzone. Dal matrimonio tra i due sarebbe nato il matematico Eugenio. Un altro figlio di Giovanni, Luigi, aveva sposato una pittrice padovana, Elisa Benato a cui lo stesso Piccio aveva donato una piccola tela rappresentante “La danza delle stagioni”.
La tenda di Dario (Museo Civico Ala Ponzone, Cremona)
Eppure Giovanni aveva imparato l'intaglio delle pietre dure e preziose da autodidatta. Lui, nato nel 1779, figlio di un gioielliere, Giuseppe e di Teresa Cipelli e nipote del pittore Andrea Beltrami, “Giovanni - scrive Meneghelli – sin dall'infanzia guardava con occhio di meraviglia le pietre lavorate, e una bella testa era per lui una vera delizia. Più grandicello osò porsi all'opra; e come ignorava del tutto gli strumenti usati per quella maniera di reazioni, si lusingò che, giovandosi delle punte di diamante legate in ferro, avrebbe ottenuto in qualche guisa l'intento. Era questo il metodo dei primi incisori, ma no 'l sapeva il Beltrami; come, posta mano al lavoro, conobbe che quel meccanismo era difficile e di non felici risultamenti. Amore e Dafne in un diaspro rosso, un ritratto in corniola del conte Algarotti, una Baccante, un Giulio Papirio colla madre s'ebbero i primi tributi; però non se ne stette contento. Sentì che poteva fare molto di più; ma sentì che non avrebbe aggiunta la meta desiderata, se non gli venisse di giovarsi del metodo seguito dagli altri glittografi. Chiese al genitore di andare a Milano, di accostarsi a qualche incisore di pietre dure per apparare gli opportuni artifizii, divisando nel tempo stesso di frequentare l'Accademia di belle arti per consacrarsi a tutt'uomo al disegno, a prestar forme alla creta”. Dopo un apprendistato insoddisfacente presso il glittografo milanese Giuseppe Grassi, il giovane Beltrami se ne torna a Cremona dove nella bottega del padre inizia a fabbricarsi gli attrezzi che aveva visto, ma non aveva potuto sperimentare. Inizia col realizzare un cammeo con Eraclito e Democrito inciso su topazio orientale, Giove e Venere in agata blu e poco più tardi in topazio bianco una scena con Amore Psiche. La prima commissione importante arriva con il vicerè Eugenio de Beauharnais, figlio di Giuseppina moglie di Napoleone, che “avea veduto con occhio di compiacenza qualche saggio del nostro artista. No andò guari che gli allogò una collana di sedici camei, il cui tema esser dovea la storia di Psiche. E perchè sapeva che alla più squisita perizia glittografica accoppiava molto valore nel disegnare, e molta fecondità nella invenzione, così volle che tutto uscisse dalla sua mano, e suoi fossero i pensieri, i disegni”. Beltrami sottopone il soggetto all'artista di corte Andrea Appiani e, avutane l'approvazione, esegue il lavoro. Ma “e già l'opera viaggiava per la contemplata destinazione; ma il corriere venne aggredito, e la collana pure fu preda di quelle mani rapaci che tutto aveano involato. Increbbe al Principe Eugenio il sinistro; ma nobile retribuì a larga mano il Beltrami, come se avesse ricevuto i camei, e ordinò che un'altra collana dell'intutto eguale occupasse l'ingegno dell'abile artista”. La collana era un dono del vicerè alla sua sposa, la principessa Augusta di Baviera, sposata nel 1806. Agli stessi data il ritratto su cammeo dell'imperatrice Giuseppina: “L'area dell'agata zaffirina. Sopra cui venne eseguito, era allo incirca di un pollice e mezzo; eppure ne uscì un vero prodigio dell'arte. Nè va di che stupire: quanto più piccolo era il diametro, tanto più felici vedeane i risultati”. Nel 1815, Beltrami si trova presso la corte bavarese di Massimiliano I per cui realizza diversi lavori, tra i quali un intaglio con il ritratto del sovrano, attualmente a Vienna presso il museo del tesoro imperiale (Schatzkammer) nel palazzo di Hofburg.
Circa dieci anni più tardi, Carolina Augusta di Baviera, figlia di Massimiliano e divenuta imperatrice d'Austria, gli commissiona un ritratto in onice dell'imperatore Francesco I simile a quello già eseguito per il padre. Tra i clienti privati figura Bartolomeo Turina di Cremona che gli commissiona diversi lavori:
Angelica e Medoro, la Ricchezza conquistata da Cupido, la Testa di Niobe e Rinaldo e Armida. Sempre per Bartolomeo Turina e per il fratello Ferdinando esegue un Bacco fanciullo, un Amore e Psiche (ante 1834), una corniola color acqua marina di sua invenzione e la Tenda di Dario (1828) oggi al museo civico Ala Ponzone. “Di questa Tenda – osserva il Meneghelli – si è fatto un gran cenno sin dalle prime; ma non si è detto che l'argomento è preso da un ampio dipinto; non si è detto che venne fedelmente tradotto in un topazzo di soli cinque pollici e mezzo. Tre anni interi d'incessante preoccupazione ci mostrano la lunghezza e la difficoltà dell'imprendimento, cone gli amplissimi elogi che ne fecero attestano la felicità con cui liberò la sua fede. Non v'ebbe Giornale che non magnificasse il Beltrami; e più dei Giornali va posta a calcolo la lettera tutta lodi, tutta congratulazioni, che s'ebbe dal Cicognara, giudice di molto autorevole nella provincia delle arti belle...Da oltre venti sono le figure della scena rappresentante una specie di accampamento, cui fan corona parecchi alberi indigeni: sta nel mezzo la tenda, dove il figlio di Filippo, al cui fianco vedi il fedele Efestione, accoglie le desolatissime donne di Dario. Quante volte m'ebbi sotto gli occhi l'impronto di quella incisione, tante ammirai l'ingenuo straordinario del nostro artista, che tutto tradusse, tutto espresse da vero maestro. Il volto delle supplichevoli parla il più eloquente linguaggio di un dolore giunto agli estremi; Alessandro ed Efestione nella stessa loro alterezza ti si mostrano alquanto commossi: eppure sono faccie di poche linee. Felice nel colpire gli affetti, no 'l fu meno nel presentare gli atteggiamenti svariati dei tanti che ritti o genuflessi stansi intorno al Macedone. Se mire all'armonia delle membra, non puoi desiderarla maggiore; se volgi lo sguardo ai contorni, non sapresti immaginarli più dolci; se ti arresti al piegare dei panni, lo scorgi vero e spontaneo. E' questo un vero portento dell'arte”.
Il bacio al MOMA (New York)
Nel 1834 risulta ultimata, per il conte Sola di Milano, una corniola bianca con il ritratto di Raffaello, mentre, in quello stesso anno, Beltrami è impegnato nella lavorazione dell'Olimpo di Appiani per essere presentato all'esposizione di Brera.
Altri committenti privati sono
Bartolomeo Soresina Vidoni e Giovanni Battista Sommariva. Nei primi anni Venti dell'Ottocento, il conte Giovan Battista Sommariva è impegnato in un progetto ambiziosissimo: la decorazione del salone della sua villa di Tremezzo sul lago di Como.
Per questo aveva ordinato al noto scultore danese
Bertel Thorvaldsen una serie di bassorilievi in marmo raffiguranti l'ingresso trionfale di Alessandro a Babilonia. I bassorilievi giungono da Roma tra il 1818 e il 1826, anno della morte del Sommariva che non può così vedere compiuta l'opera.
Negli stessi anni, il Sommariva decide di far incidere i soggetti dei bassorilievi su pietre preziose a affida l'incarico a
Giovanni Beltrami. Conosciamo uno di questi lavori, un topazio di Siberia datato 1825, con incisa la scena di Due palafrenieri che trattengono Bucefalo, il cavallo di Alessandro il Macedone, attraverso un disegno di Paolo Vimercati Sozzi, attualmente presso il museo Poldi Pezzoli di Milano. Dell'intaglio originale di Beltrami si sono perse le tracce, non risultando nemmeno inserito nel catalogo che accompagna la dispersione della collezione Sommariva avvenuta a Parigi nel 1839.
Sempre per Sommariva Beltrami produce numerose gemme intagliate tratte da alcuni dei dipinti della sua collezione. Di queste esiste un'agata con la
Comunione di Atala (ora in collezione privata), tratta da un dipinto di Anne-Louis Girodet che si trova a Parigi al museo del Louvre, un cristallo di rocca con Il Bacio dal dipinto di Francesco Hayez oggi al Metropolitan di New York (quello di Tremezzo realizzato nel 1823 per Sommariva, non quello più celebre di Brera che è del 1859) e un intaglio raffigurante Curzio, che si trova a Londra al British Museum. Del 1827 è un altro lavoro che desta la meraviglia dei contemporanei: un topazio del Brasile con incisa L'Ultima cena di Leonardo da Vinci “lungo qualche linea meno di un pollice”. Racconta Meghenelli che “tanto malagevole era l'assunto, ch'egli stesso in sulle prime si accusava di troppo ardimento. Fece cuore; ma osservò il più scrupoloso silenzio, onde, se per isventura la mano fosse venuta meno all'impresa vagheggiata, niuno il sapesse, e niuno quindi l'accagionasse di pretensione smodata. L'opera riuscì per eccellenza, e l'autore di mostrò maggiore di se stesso. La vide il principe Giovanni di Soresina Vidoni, la volle a tutto costo per sé, e se ne andò a Roma con quel tesoretto. Quanti lo videro, tanti l'ammirarono, tanti furon di lodi larghissimi, e ragguardevole Porporato fece le più calde istanze perchè gli fosse ceduto, offrendo il prezzo di mille scudi; al che quel Principe acconsentire non seppe, com'era a vedersi”.

sabato 19 maggio 2018

Lo sciopero dei dodici giorni


Contadine cremonesi negli anni 40 (Archivio storico CGIL)
E' una delle pagine più dure nella storia delle nostre campagne ed è stata scritta settant'anni fa, tra il maggio ed il giugno del 1948. Lo sciopero dei contadini per il nuovo patto colonico, passato alla cronaca come “lo sciopero dei dodici giorni”, fu conseguente alla rottura della trattativa tra la Federterra e le associazioni agricole sulla questione del prezzo del latte, la tredicesima mensilità e la regolamentazione delle disdette, ma avvenne nel clima teso che aveva seguito le elezioni del mese prima, con la pesante sconfitta del Fronte Popolare, tra i sequestri d'armi della cosiddetta “paramilitare” e violenze di ogni genere. Lo sciopero fu indetto il 26 maggio, ma dopo 6 giorni la Confederterra estese lo sciopero ai bergamini; a quel punto la corrente democristiana se ne dissociò pubblicamente ritenendo che esso assumeva carattere politico e ne attuò il boicottaggio, dando poi origine alla definitiva rottura dell'unità sindacale. La tensione giunse al massimo: arresti e fermi di capilega, feriti in scontri con crumiri e forze di polizia, l’uccisione da parte di un carabiniere del giovane contadino Luigi Venturini tra Spino d’Adda e Pandino e le parole di dolore di don Primo Mazzolari: “Mi stanno sul cuore il morto di Spino d’Adda, i feriti e la crescente asprezza della convivenza tra agricoltori e salariati (…) Il salariato non è un rapporto guaribile ma una struttura da abbattere”.
«I lavoratori si erano organizzati – ricorda Enrico Fogliazza - e negli anni 1947-1948, pur rivendicando più alti salari e migliori regole di lavoro, avevano messo in campo la fondamentale rivendicazione con la quale si chiedeva la regolamentazione delle disdette, per offrire un minimo di garanzie di lavoro e di casa, che assieme a libertà e dignità era il sogno di sempre. I lavoratori volevano - in attesa delle legge - che si stabilisse anche in sede contrattuale un primo riconoscimento della disdetta sulla base della giusta causa. Dal 18 maggio al 6 giugno1948 si sviluppò una fortissima azione di lotta e venne presentata alle controparti, in tutte le provincie padane, assieme alle richieste per il rinnovo dei patti colonici provinciali, la richiesta di un avvio delle trattative su questo importante argomento. Ai primi rifiuti di parte padronale, si mise in moto la strategia dello sciopero graduato fino a giungere, anche in rapporto alla resistenza padronale, alla grave decisione dello sciopero sul bestiame da latte. Si presentava la minaccia di uno scontro di gravi dimensioni. I tre segretari della Confederterra milanese, che fungevano anche da coordinamento regionale, non insistettero più di tanto e si accontentarono di "portare a casa" qualcosa sui salari. Quella decisione venne seguita anche da qualche altra provincia. Ma la battaglia data riguardava questioni di principio difficilmente negoziabili in cambio di un pugno di denari. Fu, questa, una questione che con ogni probabilità sfuggì al gruppo dirigente nazionale della CGIL, che conosceva poco i termini del contendere, che non conosceva in maniera approfondita i rapporti sociali e di classe imperanti nella cascina della Padania irrigua, che probabilmente considerava quella battaglia alla stregua di una normale lotta sindacale per il rinnovo contrattuale. La lotta rimase in piedi, dura e molto ravvicinata, nella provincia di Cremona, nella Bassa Bresciana, nell'alto Mantovano e nel Lodigiano. Il fronte si era indebolito. Mancò la decisione nazionale della CGIL di alzare il confronto all'alzarsi dell'obiettivo. Mancò la generalizzazione della lotta, mancò l'assunzione del confronto come vero e proprio "scontro politico e di potere" e mancò dunque l'appoggio generale della classe operaia organizzata, con le sue strutture e con le sue organizzazioni, a sostenere la lotta per l'applicazione di un principio costituzionale. Cremona ed una parte importante delle organizzazioni della Pianura padana rimasero isolate, a condurre una lotta molto avanzata, ardua e difficilissima».
Il 1 maggio 1948 in piazza del Comune
Le trattative si svolgevano in Prefettura tra mille difficoltà, mentre nelle campagne lo sciopero registrava un'altissima adesione. L'associazione agricoltori era rappresentata da Geremia Bellingeri, Franco Santini di Cella Dati e Gianni Ferlenghi di Cremona. Della delegazioni sindacale facevano parte Adriano Andrini (Segretario della Camera del Lavoro), Enrico Fogliazza (segretario di Confederterra), i consegretari Federterra Carlo Ricca per il Psi, Primo Bonvini per la Dc, Giuseppe Cavagnoli e Angelo Formis, consegretario della Camera del Lavoro per la Dc. La conclusione, che poteva essere a portata di mano, si allontanava, secondo quanto asserito dagli Agricoltori, “per una inutile quanto assurda intransigenza dei rappresentanti dei contadini sul prezzo del latte alimentare fornito in azienda ad ogni famiglia di salariato. Come è noto il litro di latte di ogni lavoratore giornalmente prelevato alla stalla era per il passato compensato con dieci lire: il prezzo data ancora dal lontano marzo 1946 quando il vincolo della fornitura del latte alimentare al consumatore impediva una diversa remunerazione. Oggi che il latte alimentare fa aggio sullo stesso latte ad uso industriale, è un assurdo economico pretendere la conferma dello stesso prezzo. Forse che i consumatori delle città e dei paesi acquistano oggi il latte che loro abbisogna ancora al prezzo di politico di 14-15 lire di allora? La tesi dei contadini è quindi, almeno da un punto di vista logico, peregrina: ma è tale da condurre alle più impensate conseguenze, quando ci si mette nella veste degli attuali dirigenti delle Camere del lavoro, per i quali spesse volte lo scardinamento di un elementare principio di diritto acquista il valore di un passo avanti nella lotta delle conquiste sindacali” (La Provincia del Po, 9 maggio 1948, p.4).
Diversa l'interpretazione della trattativa da parte sindacale: “La discussione verte e si trascina sul problema delle disdette – ricorda Franco Dolci (Compagni, Cgil-Spi, 2007, pp. 111-112)- E' in discussione un principio di fondo per entrambe le parti. Per gli agrari il diritto o meno di usare la mano d'opera come vogliono; diritto che si estrinseca nella libertà di disdettare come e quando vogliono. I sindacalisti rivendicano invece il principio della 'giusta causa', ossia disdetta sì, ma solo nel caso in cui vi siano fondatissimi motivi che la giustificano. L'obiettivo degli agrari – in sostanza- era quello di fare piazza pulita, usando l'arma della disdetta, di dirigenti e attivisti politici, sindacali, amministratori comunali, ecc. Nel loro animo c'era la volontà di assestare un colpo mortale all'organizzazione dei lavoratori. I sindacalisti dicono «No!»”.
Il primo congresso dei salariati e braccianti agricoli    
La sera del 25 maggio si giunse alla definitiva rottura delle trattative, con la dichiarazione dello sciopero che avrebbe avuto inizio alle 12 del giorno successivo. Tre i punti su cui non era stato possibile raggiungere un accordo: il prezzo del latte, la gratifica o tredicesima mensilità e le disdette ed i traslochi. Accanto alla notizia, il giornale riportava nella stessa pagina la condanna ad un anno, sette mesi e quindici giorni di carcere del rappresentante del Fronte Popolare di Azzanello per aver impedito la riunione elettorale dell'on. Giannino Ferrari del Blocco Nazionale, e la denuncia di Guido Percudani per istigazione a delinquere e concorso nell'occultamento di armi nell'inchiesta sulla “paramilitare comunista”, a dimostrazione del clima infuocato che accompagnava la protesta dei contadini. Lo stesso pomeriggio del 26 maggio il Prefetto tentò una nuova mediazione tra le parti, che dopo sei ore di discussione si arenò nuovamente sul problema delle disdette. Così il giornale ricostruisce l'incontro: “I rappresentanti della Federterra hanno iniziato sostenendo che il blocco delle disdette e dei traslochi si rende necessario per la mancanza di case; a questo gli agricoltori hanno risposto assicurando a tutti i lavoratori la casa. Sormontata la prima difficoltà la commissione della Federterra ne ha presentato una seconda: la necessità cioè di garantire a tutti i salariati agricoli il lavoro anche per la prossima annata. A questa seconda richiesta i rappresentanti della Associazione Agricoltori hanno risposto assicurando oltre alla casa anche il lavoro. La Federterra ha allora portato sul tappeto una terza questione: gli eccessivi spostamenti che obbligherebbero un salariato agricolo che lavora a Casalmaggiore, di spostarsi ad esempio fino a Crema. Ma anche su questo punto i rappresentanti degli agricoltori hanno risposto proponendo la delimitazione di zone nelle quali dovrebbero avvenire gli spostamenti così da superare le difficoltà fatte presenti dalla Federterra. Sorpassato anche quest'altro ostacolo, la Federterra ha sollevato allora una nuova obiezione: quella che in termine tecnico si chiama «qualifica». Anche su questo punto l'Associazione Agricoltori si è dichiarata disposta a garantire che per la prossima annata, nei limiti del normale imponibile di mano d'opera, tutti i salariati agricoli troveranno lavoro”.
Fu peraltro per la difficoltà di stabilire univocamente quale fosse la “giusta causa” indispensabile per determinare la disdetta e la composizione delle “commissioni paritetiche” che avrebbero dovuto giudicarla a troncare qualsiasi discussione. Il 30 marzo “La Provincia del Po” annunciava che “Tutti i lavori agricoli sono fermi; gli unici salariati che lavorano sono gli addetti al bestiame, per l'alimentazione del quale gli agricoltori debbono recarsi nei campi per tagliare e raccogliere l'erba”. Si segnalavano pochi episodi di tensione tra capilega e coltivatori diretti occupati nella fienagione a Torlino, Palazzo Pignano e Montodine, e si lasciavano intuire difficoltà di rapporti tra il direttore di Coldiretti Gaetano Zanotti, candidato con la Dc il 18 aprile, che invitava gli associati ad interrompere i rapporti lavoro con i dipendenti che scioperavano, e l'organo della Dc “Il Popolo” che invece aveva solidarizzato con i contadini in sciopero. E la Coldiretti chiariva il proprio pensiero in un articolo di fondo pubblicato il 1 giugno, dove si affermava: “I diritti dei lavoratori vanno tutelati e non saremo mai noi quelli che chiudono gli occhi difronte alle esigenze e alle necessità di questa categoria; ma tali diritti vanno tutelati nel quadro di un superiore interesse generale e non con una visione esclusivamente particolaristica. Soprattutto devono sempre evadere dalle questioni sindacali e ed economiche i movimenti politici e purtroppo anche in questo caso non crediamo si possa decisamente affermare che questi motivi non abbiano il loro peso”. Nel frattempo si moltiplicavano gli arresti: nove scioperanti a Soresina, venuti da Casalbuttano per aver impedito il lavoro ad alcuni contadini, e altri arresti a Drizzona e Piadena.
Cascina cremonese degli anni 40 (Archvio storico CGIL)
Ad una settimana dall'inizio dell'agitazione, mentre si affida un tentativo di mediazione all'Ispettore del Ministero dell'agricoltura Gennari, si rompe il fronte sindacale: il responsabile comunista della Camera del Lavoro Adriano Andrini, contro il parere del responsabile democristiano e di quello socialista, nel pomeriggio del 1 giugno ordina di estendere lo sciopero ai mungitori, escludendo solo le stalle che conferiscono il latte alla Centrale. La “Celere” è costretta ad intervenire all'azienda Gerre del Sole di Stagno Lombardo dove i mungitori erano stati minacciati con forconi e badili, così come alla cascina Quinzani di San Felice, altri incidenti si verificano a Genivolta, Sospiro e Piadena, dove carabinieri e polizia intervengono a disperdere gruppi di una cinquantina di attivisti che si aggirano per le campagne. Mentre fallisce una nuovo incontro in Prefettura tra il vicepresidente di Confida Arnaldo Bonisoli, Giacomo Guarneri e Geremia Bellingeri da una parte e Bosi, Pianezza e Spagnolin per Confederterra, la “Provincia del Po” rinuncia all'aplombe tenuto sino ad ora ed attacca risolutamente il Pci: “Gente che ha lavorato per tanti anni e che comprende quanto sia indispensabile curare un simile patrimonio non può rimanere indifferente in un simile momento. Ma c'è Andrini che gira per le campagne. C'è Fogliazza e ci sono tutti gli attivisti del PC (meno quelli che son finiti in galera in seguito alla scoperta della paramilitare) che vanno e vengono a bordo di automobili e che cercano di tener alto il morale degli scioperanti. Quale spontaneità in questo sciopero! Poveri contadini! Ci hanno fatto pena, vedendoli sulle porte dei cascinali ricevere l'imbeccata di qualche brutto ceffo venuto da Cremona per ordine del partito delle Poste Vecchie” (La Provincia del Po, 3 giugno 1948, p. 2).
Improvvisamente la situazione precipita, dopo il fallimento dell'ultima trattativa. A Spino d'Adda, durante tafferugli tra carabinieri e dimostranti, un carabiniere apre il fuoco “a scopo intimidatorio”, ma, aggiunge il giornale “disgraziatamente un proiettile aveva raggiunto un contadino che stava tentando di colpire con un badile un libero lavoratore”, come se non bastasse i carabinieri “nuovamente circondati da elementi facinorosi che tentavano di disarmarli”, avevano nuovamente aperto il fuoco ferendo altri due dimostranti. A Malagnino, nella cascina di Anacleto Mainardi, vengono aggrediti due mungitori improvvisati, poi gli scioperanti, dopo aver abbattuto il cancello della fattoria e sfondate le porte delle stalle, con pezzi di pietra feriscono alcuni capi di bestiame e rovesciano i secchi di latte appena munto. Ovunque si ha notizia di tafferugli, posti di blocco improvvisati, cavi del telefono tagliati, saccheggi, e poco prima della mezzanotte del 3 giugno giungeva a Cremona un contingente dei Carabinieri del Battaglione mobile di Milano, dotato di autoblinde e carrarmati leggeri per aver ragione degli insorti. A Roma il ministro Scelba riferisce al presidente del consiglio Alcide de Gasperi di quanto sta accadendo a Cremona e a Decima di Persiceto, in provincia di Bologna, dove la “Celere” aveva caricato una folla di tremila braccianti intervenuti a minacciare venti mondine accusate di crumiraggio.
Nuova giornata di tensione venerdì 4 giugno: Giacomo Bernamonti e Adriano Andrini tentano di tenere un comizio in piazza del Comune ai dimostranti venuti dalla campagna, ma vengono fermati e condotti in questura e la folla fatta sfollare dalla piazza con l'intervento di due autoblindo dei carabinieri. Nel pomeriggio, tuttavia, circa cinquecento donne riescono a manifestare in piazza chiedendo la liberazione dei sette contadini arrestati in seguito a fatti di Spino d'Adda, prima di recarsi ordinatamente davanti alla Prefettura e poi alla Camera del Lavoro in via Palestro.
E' in questa convulsa fase che si gioca l'ultima carta: il pomeriggio di sabato 5 giugno giunge da Roma il sottosegretario al Ministero del Lavoro Giorgio La Pira per trovare una soluzione. Alla sera, però, arriva anche la notizia della morte di Luigi Venturini, il contadino di 21 anni colpito da un carabiniere durante gli incidenti di Spino d'Adda. E' questa tragedia che spinge monsignor Giovanni Quaini a far incontrare nuovamente agricoltori e capilega per trovare finalmente un accordo di cui, tra le poche righe, si legge tutta la drammaticità: “I sottoscritti agricoltori e capilega di Spino d'Adda, in considerazione della incresciosa situazione creatasi e al fine di riappacificare gli animi, senza entrare nel merito allo sciopero e senza compromettere quella che sarà la composizione dello sciopero stesso e le trattative in corso tra la Confida e la Confederterra, dichiarano di accettare le richieste avanzate dalla Federterra nei termini che verranno concordati tra le due parti, relativamente ai punti di vertenza in corso. Frattanto, a partire dall'una di stanotte, il lavoro verrà ripreso nelle aziende dei firmatari per il foraggiamento e mungitura del bestiame con l'impiego di salariati”. Martedì 8 giugno 1948 “La Provincia del Po” usciva con un titolo a otto colonne in prima pagina: “I contadini hanno ripreso il lavoro. L'accordo tra Agricoltori e Federterra è stato raggiunto domenica: disdette libere, latte a 21 lire 21 mila lire la 13ª mensilità”. Lo sciopero finiva con un'ultima giornata di violenza ad Azzanello, dove i contadini avevano tagliato una quarantina di gelsi del marchese Stanga e lanciato bombe rimaste inesplose, e a Villarocca di Pessina dove era stato dato alle fiamme un carro. Finiva anche nella disillusione. “L'accordo, in materia di disdette – ricorda Franco Dolci – non rispecchiava gli obiettivi che il sindacato e i lavoratori si erano proposti; tanto meno corrispondeva ai rapporti di forza esistenti che, in quel momento, erano a favore dei sindacati. Perchè allora la firma? Sulla firma pesò la situazione del patrimonio zootecnico. I giornali diffondevano notizie allarmistiche presentando carcasse di vacche morte perchè non accudite dai bergamini; pesò la dissociazione dei sindacalisti Dc dallo sciopero dei mungitori, dissociazione che favorì il crumiraggio; infine pesò il non uniforme comportamento delle varie province in lotta, eludendo gli impegni assunti in sede di approvazione delle piattaforme rivendicative provinciali...Si consideri anche l'orientamento dell'opinione pubblica non sufficientemente sensibile sul significato umano, sociale e politico del problema. Tale significato era ben chiaro nel vertice politico-sindacale e nei lavoratori più sensibili e attivi; ma non era chiaro in tutti e men che meno nei lavoratori delle altre categorie. Non era raro udire acidi giudizi sui paisàan; «cosa vogliono ancora questi paisàan che durante la guerra han fatto la borsa nera...». Giudizi ingiusti, ma diffusi. L'antico dissenso città-campagna trovava la sua manifestazione anche in queste ingiuste espressioni polemiche”.

venerdì 27 aprile 2018

Pietro Anelli, il signore del pianoforte


Una vecchia pubblicità di Anelli
Una bella storia cremonese che compie un secolo quest'anno e che ha segnato, fino al 1968, cinquant'anni di primato indiscusso nell'industria musicale. Una storia che sarebbe andata irrimediabilmente perduta se la caparbietà del musicologo Fabio Perrone, unita alla determinazione dimostrata dall'amministrazione comunale di Crema, dalla Fondazione San Domenico e dall'Istituto Musicale Folcioni non l'avessero salvata. E la mostra dedicata alla “Società Anonima Anelli, Pianoforti Cremona (1918-1968)” che si sta allestendo a Crema nell'aula magna di palazzo Verdelli, sede della fondazione San Domenico e dell'Istituto musicale Folcioni, con la presentazione, oggi, del bel catalogo curato da Fabio Perrone, è il coronamento di un sogno, iniziato nella bottega di Ferdinando Giordano all'ombra del Torrazzo, che ha preso forma, però in riva al Serio, per il protrarsi del silenzio, durato dal 2014 al 2017, degli amministratori cremonesi a cui era stata proposta. Ma tutto questo è stato reso possibile grazie a Luciano Nazzari e Marco Tamagni, eredi della grande tradizione cremonese della costruzione di pianoforti che hanno messo a disposizione della città il materiale posseduto perchè fosse adeguatamente valorizzato. La condizione era che venisse creato uno spazio espositivo adeguato aperto al pubblico, che ricordasse e documentasse questa straordinaria attività, prima artigianale e poi industriale, che ha fatto di Cremona la capitale indiscussa del pianoforte “made in Italy”. E non è un fatto da poco, perchè in quegli anni le prodigiose scatole musicali prodotte all’ombra del Torrazzo, furono in grado di rivaleggiare con i mitici strumenti tedeschi, vero oggetto di culto per tutti gli esecutori europei.
All’origine della dinastia Anelli c’è Antonio, detto “El pitturin”, era un artigiano assai versatile: scolpiva statue di santi in legno, faceva il pittore, decorava ed indorava candelabri e cornici. Vi sono chiese nel Piacentino e nel Lodigiano interamente rifinite da lui, dall’organo ai quadri, ai candelabri. Nel 1836 da Santo Stefano Lodigiano dove era nato nel 1795, trasferì la sua attività a Codogno. Antonio ebbe un figlio, Gualtiero, qui nato nel 1838. Fin dalla più tenera età Gualtiero aveva seguito il padre ed a vent’anni era già un valente restauratore e costruttore di organi, ma scomparve nel 1880 a soli 42 anni lasciando il figlio Pietro, diciassettenne, alla custodia del nonno Antonio, da cui ereditò la volontà e la grande tenacia. Nel 1882, però, morì anche il nonno e Pietro, anche per sostenere la numerosa famiglia e i fratelli più piccoli di cui era tutore si adoperò per cercare nuovi lavori, aiutato in questo dal padre Emilio del convento dell'Osservanza dei Frati minori riformati di Faenza, che gli procurò i primi incarichi, tra cui l'organo della chiesa di Santa Maria in Regola di Imola, la prima opera interamente realizzata da Pietro Anelli nel 1886. Nel 1887 andò a lavorare a Genova con l’organaro inglese George Trice, che era impegnato nella fabbricazione dell’organo monumentale della Concezione di quella città, di cui successivamente, in seguito allo scioglimento e alla messa in liquidazione della società originaria, nel 1893 divenne socio e la ditta prese la ragione sociale “Trice, Anelli & C”. Uno di questi organi, il primo costruito da Anelli avvalendosi del sistema Trice, fu visto ed acquistato dal cavalier Pacifico Inzoli di Crema, desideroso di avere uno strumento costruito sul nuovo modello. Ma la ruota della fortuna gira e la società lavora in perdita, per cui Anelli, che nel frattempo per il suo lavoro riceve anche i complimenti di Lorenzo Perosi, chiede agli azionisti londinesi la possibilità di cedere la ditta ad un prezzo conveniente. La ditta, che nel frattempo si è trasferita a Quarto, vicino a Genova, su pressioni degli investitori inglesi viene invece venduta all’organaro Vegezzi‐Bossi di Torino. Con la cessione della ditta cessa anche la produzione degli organi e Antonio se ne torna a Codogno dove continua a dedicarsi alla manutenzione degli organi e dei pianoforti. Ma i tempi sono oramai maturi: il settore organistico è ormai inflazionato per la presenza di Giuseppe, Angelo e Gaetano Cavalli, Luigi Riccardi, Pacifico Inzoli e Giovanni Tamburini, che proprio nella bottega Anelli aveva svolto il suo apprendistato, e Pietro decide di dedicarsi alla costruzione di pianoforti, aprendo nel 1896 una succursale a Cremona, prima in corso Venezia 13, poi in corso Umberto I. Prima di iniziare l'attività vera e propria in una nuova bottega inaugurata il 17 giugno 1909 in piazza Filodrammatici, e poi in corso Garibaldi 10, Pietro Anelli viaggia molto: a Berlino, Stoccarda, Parigi, Braunschweig per conoscere le più grandi fabbriche del settore. Pietro Anelli ha il culto della tradizione liutaria cremonese e la sera suona il violino, che aveva studiato fin da ragazzo. Intuisce che la tavola armonica dello strumento può avere qualche affinità con quella del pianoforte e si appassiona a questa ricerca.
Mascagni suona un pianoforte Anelli
Un'altra attività legata al nome di Pietro Anelli è la “Fabbrica rulli musicali traforati Anelli e C.”; che nel 1908 diventa First (Fabbrica Italiana Rulli Sonori Traforati). La fabbrica, fondata da Pietro Anelli, ha sede in via Cesari presso l’ex Istituto Ciechi, dove oggi è il Centro di formazione professionale CRForma ed è diretta da maestro Michele D’Alessandro, compositore e direttore della Banda cittadina. Ne fanno parte anche la Ricordi, l'editore Edoardo Sonzogno, l'industriale Ugo Finzi, il banchiere Giuseppe Sullam, il duca Uberto Scotti, ha un capitale iniziale di 200.000 lire e, già tra il marzo 1907 e l'ottobre 1908 riesce a pubblicare un migliaio di rulli. La First rappresenta per quegli anni una novità assoluta nel settore della produzione industriale di strumenti musicali, con una quindicina di operaie che realizzano tra il 1910 ed il 1912 ben 3767 rulli. Nel 1921 intanto entra nell’azienda un altro grande personaggio destinato in futuro a far parlare di sé: è Luigi Nazzari, che per il momento viene assegnato proprio al reparto “autopiani”.

Finita la guerra, che aveva visto un calo della produzione, avviene la definitiva consacrazione dell'azienda. Pietro aveva registrato il suo primo brevetto nel 1887, con il pianoforte a corista registrabile, e nel 1918 la società è già in grado di realizzare cinque pianoforti al giorno. Dopo la prima guerra mondiale esplodono le fabbriche artigiane che si dedicano alla costruzione di pianoforti verticali, magari storpiando i marchi stranieri ed Anelli decide di far chiarezza dando alla luce un libretto, stampato in quindicimila copie, dove si elencano uno per uno tutti i nomi utilizzati per perpetrare gli imbrogli. Mentre scoppia la polemica Pietro, dopo anni di studi e sacrifici, realizza uno strumento eccezionale, il pianoforte “Apollo”, che regge il confronto con i migliori prodotti tedeschi. In quel periodo lo stabilimento conta ben quattrocento dipendenti, molti dei quali giunti da varie parti d’Italia per imparare a Cremona i segreti della costruzione. L’incremento raggiunto da questa impresa è tale che nel 1918 egli costituisce la Società Anonima Anelli accrescendone non soltanto la produzione, ma soprattutto la fama. Ne fanno parte gli azionisti avvocato Ferdinando Piva, Pietro Anelli, l'avvocato Giacinto Cremonesi, e Oreste Mainardi e in cinque anni decuplica il capitale. L’anno dopo si rende necessario trasferirsi in un locale più ampio e l’attività finisce nei locali dell’ex cinema Eden, dove oggi è la caserma della Guardia di Finanza.
Una giovanissima Mina seduta su un pianoforte Anelli
Nel 1912 ottiene il brevetto per la tastiera a leva registrabile, un sistema, che permetteva di regolare di regolare la tastiera rendendo più leggeri o più pesanti i tasti a seconda delle necessità del pianista, nel 1922 quello per il processo produttivo metalpiano, che consisteva nella produzione in serie dei telai fusi in ematite ai quali veniva applicata la tavola armonica precedentemente preparata e successivamente il sorniere, armata la piastra o griglia, prima di inserire la meccanica nell'apposito alloggiamento del mobile, consentendo grande rapidità nelle operazioni senza inficiare la qualità del prodotto finito. Nel 1926 viene depositato un altro brevetto relativo alla cassa armonica con triplice archetto, per porre rimedio alla povertà di suono e alla minore durata dei suoni del settore centrale-acuto rispetto a quelli del settore centrale-grave. Dopo un tentativo di realizzare pianoforti verticali integrati con altoparlanti applicati direttamente sula tavola armonica, in modo da avere un suono più puro, profondo, potente e vibrante, in alternativa ai pianoforti tedeschi Bechstein, rispondendo alle nuove esigenze sonore determinate dalla diffusione della radio, Pietro Anelli decide di sospendere per il 1931 la produzione di pianoforti ma, dopo aver ottenuto l'appoggio dello stesso Benito Mussolini che per villa Torlonia acquista un pianoforte Anelli dove si esibivano Alfredo casella e Ildebrando Pizzetti, nel 1935 viene depositato il brevetto per la meccanica a ripetizione, un sistema che consentiva nell'applicazione di una speciale molla che, opportunamente registrata, permetteva la rapida ripercussione del tasto e quindi la ripetizione rapida di notte per ottenere ribattuto, trilli e tremoli.
Pietro Anelli scompare il 27 gennaio 1939, non senza aver portato a termine, nel 1930, un'altra grande impresa: l'acquisizione dei cimeli stradivariani posseduti dal liutaio bolognese Luigi Fiorini, di cui era divenuto amico dopo che questi, nel 1925, aveva visitato la fabbrica di pianoforti di via Montello e si era detto disponibile a donarli a Cremona a patto che venisse creata una scuola di liuteria. Le redini della società vengono prese dal figlio Gualtiero che, in via Garibotti, apre una linea produttiva di fisarmoniche, destinate soprattutto al mercato americano. Nel frattempo, per fare fronte alla richiesta ed ottimizzare la produzione, concentra la realizzazione delle parti meccaniche dei pianoforti nella sede di via Montello e decentra la costruzione e la verniciatura dei mobili presso la Cavalli e Poli, l'altra storica industria musicale cremonese, specializzata anche nelle aste dorate, fondata qualche anno prima da Aristide Cavalli ed ora condotta dal figlio Lelio. Nel dopoguerra dalla Anelli esce un altro fortunato modello, il verticoda, una pianoforte più profondo e più sonoro di un tradizionale pianoforte verticale, che combinava le necessità acustiche di un mezzacoda con quelle di compattezza di uno strumento verticale.
La fabbrica Anelli in via Montello
Negli anni Sessanta iniziano le prime difficoltà finanziarie: la società Anelli viene acquistata dalla Safem di Milano e Gualtiero resta nel nuovo gruppo in qualità di amministratore delegato, mentre la produzione si allarga ai mobili per televisori, ma questo non basta per salvare la società che nel 1964 viene dichiarata fallita, restando in amministrazione controllata fino al 1967. In settembre viene costituita la “Fabbrica Italiana Pianoforti e Strumenti musicali, FIP-Spa – Cremona” con sede in via Montello per la costruzione e vendita di pianoforti, che però cessa d'esistere qualche mese dopo quando il 21 giugno 1968 viene costituita, sempre nella stessa sede, la “Fabbrica Pianoforti Cremona Spa” che non ha migliore fortuna dei precedenti tentativi e viene sciolta e messa in liquidazione dopo appena un anno di vita. Nel 1970 il marchio “Anelli” viene venduto alla Farfisa, con una ripresa della produzione per un altro decennio.
Ecco dunque- commenta Fabio Perrone a conclusione dell'avventura davvero unica di Pietro Anelli - la necessità di raccontare, per onor di storia e per rendere omaggio a quanto hanno lavorato per elevare l'industria nazionale del pianoforte ai livelli europei, la vicenda della 'Casa Anelli' e l'evoluzione di un certo modo di produrre strumenti musicali nel Novecento. Oggi, con l'avanzare della nuova economia globalizzata, la 'Anelli' appartiene a tutti gli effetti ad un mondo che abbiamo definitivamente perduto ma che ha caratterizzato, per molti decenni, la storia d'Italia”.

Le strade del 25 aprile


La giunta Calatroni
Nei giorni dell'insurrezione del 25 aprile vi fu un'altra rivoluzione, certamente meno drammatica per il contributo di sangue richiesto, ma non meno significativa per i protagonisti di quegli eventi. Uno dei primi atti della Cremona liberata, di cui si fece interprete la prima giunta repubblicana presieduta dal sindaco del CLN Bruno Calatroni, fu la rivoluzione toponomastica con cui vennero modificati i nomi delle vie che ricordavano gli avvenimenti ed i protagonisti di quel ventennio di dittatura ormai alle spalle. Il 28 aprile 1945 Calatroni aveva inviato al prefetto un rapporto sulla dinamica della Liberazione: “Si può calcolare che le forze partigiane clandestine che hanno partecipato alla liberazione della città assommassero a circa tremila uomini…trenta i caduti dalla parte dei patrioti”. Il 5 maggio, solo una settimana dopo, con la presenza, oltre al sindaco, dei vice Leggeri e Marabotti, e degli assessori Agosti, Bodini, Granata, Lambertini e Zanotti venne approvata all'unanimità la delibera con cui veniva modificata l'intitolazione di alcune vie “intitolate a nomi che ricordano specialmente il periodo più funesto e più tragico imposto all'Italia e alla nostra Città, dalla dittatura fascista, o comunque possono essere sostituiti da nomi più cari alla Città di Cremona”. Ma già dal 30 aprile Calatroni aveva richiesto che si sostituisse immediatamente l'intitolazione di Martiri fascisti con Attilio Boldori e di via Malta con quella di Felice Cavallotti, ed aveva sollecitato l'ufficio tecnico a fornire i nomi di tutte le vie che dovevano essere rinominate. Già nel corso della giornata le intitolazioni incriminate erano state rimosse e il sindaco chiedeva al Prefetto indicazioni sulle nuove intitolazioni Queste sono le attuali vie Attilio Boldori, Felice Cavallotti, Giacomo Matteotti, Ala Ponzone, Ferruccio Ghinaglia, Amedeo Tonani, don Minzoni, corso Vittorio Emanuele II, Piazza della Pace e galleria 25 Aprile. In realtà non mancò qualche inconveniente, dovuto alla fretta del momento. Via Giuseppina, ad esempio, finì per oltre un anno col chiamarsi interamente via Tonani, contrariamente a quanto avrebbe voluto il sindaco Calatroni. In una nota inviata al segretario, con la data del 20 gennaio 1946, lo stesso sindaco puntualizzava: “La delibera con cui veniva imposto il nome di Tonani alla via Giuseppina riguardava solo il tratto compreso dalla via Pippia all'osteria del Gelsomino, invece è accaduto che tutta la via Giuseppina ha preso il nome di Tonani, mentre invece dal Gelsomino in su doveva restare Giuseppina, Provveda far fare l'opportuna rettifica e poi mi riferisca”. Ma si provvide alla correzione solo a novembre.
Mussolini alla lapide dei Martiri fascisti nel 1923 (foto Fazioli)
Ma fu soprattutto su via Martiri Fascisti che si concentrò la prima attenzione della giunta, per l'alto significato simbolico che rivestiva, sottolineato anche dalla presenza di una lapide a ricordo incastonata su via Balbo, che sarebbe in seguito divenuta via Ala Ponzone. L'intitolazione, infatti, ricordava il tentativo dei fascisti di impadronirsi della città un giorno prima della Marcia su Roma. Farinacci era rientrato a Cremona la mattina del 26 ottobre 1922, dopo essere stato a Roma e Napoli, e con in suoi più stretti collaboratori aveva preparato meticolosamente l'azione che poi avrebbe avuto luogo la sera del giorno successivo. Il piano era quello di dare l'assalto ed occupare la Prefettura. Paolo Pantaleo descrive l'episodio minuziosamente (Paolo Pantaleo, Il Fascismo cremonese, Cremona, Cremona Nuova 1931): “Il prefetto eleva formale protesta, dichiara che compirà intero il proprio dovere. Convoca immediatamente il questore, il maggiore dei carabinieri, il comandante del presidio. Dopo una breve discussione dichiara, secondo gli ordini ricevuti da Roma, di rimettere i poteri civili all'autorità militare. Questa immediatamente dispone perchè siano fortemente sbarrate le vie d'accesso alla prefettura. Intanto arrivano a frotte i fascisti dalla provincia: una parte tenta di forzare il portone della prefettura, un altro si addensa in via Bissolati. I carabinieri si distendono lungo attraverso via Vittorio Emanuele e roteando i moschetti tentano respingere le camicie nere che aumentano continuamente di numero, decise ad affrontare ogni rischio. In prefettura guardie regie e carabinieri afferrano i fascisti, che vi erano penetrati e vi si erano installati, e riescono a metterne parecchi alla porta. Mentre si sta studiando il modo di impadronirsi delle prefettura giunge un inviato da Perugia, il quale è latore dell'ordine di sospendere per 24 ore l'azione, in previsione di una nuova situazione che andava delineandosi a Roma. I ministri, infatti, avevano rassegnato all'on. Facta le loro dimissioni e si divulgava la notizia che il presidente del consiglio avesse in animo di chiamare l'on. Mussolini a far parte del governo. Non era possibile attenersi all'ordine venuto da Perugia. Cerano già dei morti, la provincia era tutta in mao dei fascisti: rimandare l'azione equivaleva ad una ritirata in piena regola, senza speranza di una ripresa fortunata e vittoriosa. L'on. Farinacci corre al telefono e chiama il Duce a Milano. Unadramamtico dialogo si svolse. “Ho l'ordine di sospendere l'azione – dice Farinacci – ma ormai è troppo tardi, orami il dado è tratto; fermarsi sarebbe danno irreparabile. Il nostro piano, ormai conosciuto e diffuso, non potrebbe attuarsi più tardi”, “Avete delle vittime tra i fascisti?”. “Tre morti a San Giovanni in Croce e parecchi fascisti feriti in provincia. Abbiamo assediato la prefettura a attendiamo il momento propizio per conquistarla”. “Di fronte a questi fatti”, conclude Mussolini, non resta che continuare”. “Benissimo noi ci rimettiamo ai tuoi ordini, pronti anche ad inviare rinforzi a Milano se occorressero”. E l'azione continua”. In realtà la Prefettura si difese sparando sui fascisti al punto che Farinacci dovette ritirarsi, rimandando l'azione al giorno dopo, ma di fronte all'arrivo di nuovi fascisti dalla provincia al comandante della guarnigione non rimase altro che arrendersi per evitare una carneficina. Alla fine restarono sul terreno dieci morti e si contarono quaranta feriti tra i fascisti.

Il sacrario dei Martiri fascisti in via Balbo nel 1939
Attilio Boldori, a cui fu dedicata via Martiri Fascisti, era stato proprio una vittima di quelli, ucciso a bastonate l'11 dicembre 1921 nei pressi della Cascina Marasca di San Vito di Casalbuttano, per l'unica colpa di essere stato  rappresentante socialista in Amministrazione provinciale, di cui era stato vice-presidente, ed al Comune di Due Miglia, di cui era stato Sindaco. Via Felice Cavallotti tornava invece alla sua denominazione originaria, che aveva avuto fin dal marzo del 1898, quattro giorni dopo la sua drammatica morte, avvenuta nel corso di un duello con il monarchico Ferruccio Macola, interrotta solo nel 1940 quando la via venne denominata via Malta. Via Ala Ponzone dal 1943 era stata intitolata a Italo Balbo.
Ma vi erano anche altre strade che con il fascismo avevano modificato la loro intitolazione: viale Regina Margherita il 10 febbraio 1944 era stata rinominata via Fratelli Bandiera e tale rimase fino al 13 marzo 1951 quando venne ripristinata la vecchia denominazione di “viale Po”. Via Bassa era divenuta nel 1940 via cardinal Guglielmo Massaia, un cappuccino che peraltro non ebbe mai rapporti con Cremona, e tale è rimasta fino ai nostri giorni. Via San Lorenzo fu dedicata alla poetessa Rachele Botti Binda, per poi tornare nel 1955 alla denominazione originaria; via Martiri di Sclemo era divenuta nel 1940 via Fanny Brambati, insegnante all'Istituto Tecnico e prima fiduciaria provinciale del Fascio femminile, scomparsa nel 1939 e la denominazione di Martiri di Sclemo era passata ad un tratto di via S. Antonio del Fuoco; via Carlo Alberto nel 1931 era stata intitolata ai fratelli Cairoli, via Villa Glori al medico Gaspare Cerioli, piazza della Pace a Costanzo Ciano, su determinazione, nel 1939, dello stesso podestà Francesco Gambazzi con i ringraziamenti personali del figlio Galeazzo; piazza S. Angelo era divenuta piazza Guglielmo Marconi: vicolo del Teatro era stata intitolato a Tito Minniti, aviatore  decorato con la medaglia d’oro al valor militare, morto nel 1935, e considerato eroe della guerra d’Etiopia. Nel giugno del 1945 su proposta del repubblicano Vittorio Dotti la strada definitivamente intitolata a Gaetano Cesari; via Concordia, allora la quarta a destra di corso Vittorio Emanuele che sbocca di fianco alla chiesa di Santa Lucia, era stata dedicata alla medaglia d'oro al valor militare Angelo Morsenti; corso Vittorio Emanuele ad Ettore Muti, segretario nazionale del partito fascista per un solo anno dal 1939 al 1940 e morto in circostanze oscure un mese dopo la caduta del regime il 25 luglio 1943; via porta Po Vecchia era stata dedicata ad un seniore della Milizia fascista che aveva partecipato alla marcia su Roma nel 1922, Luigi Valcarenghi, medaglia d'oro, caduto nel 1936 in Africa orientale; via Diritta (nome dato allora a via Arcangelo Ghisleri) era divenuta fin dal 11 ottobre 1927 via 28 Ottobre, in ricordo della marcia su Roma, e solo con il 15 maggio 1945 sarebbe stata dedicata al Ghisleri, anche se si pensava in un primo tempo ad una intitolazione ai fratelli Alfredo ed Antonio di Dio, attribuita invece poi al primo tratto di Ala Ponzone tra corso Vittorio Emanuele e via Astegiano, e sei anni dopo ad un strada all'inizio di via Castelleome. Si lasciò stare invece via Gonzaga, divenuta nel 1930 via XI Febbraio in ricordo dei Patti Lateranensi dell'anno precedente.
La galleria 23 marzo, poi 25 aprile
Con il 7 maggio, oltre quelle che abbiamo detto, mutarono nome anche via della Repubblica, che divenne via Giacomo Matteotti, via Balbo che mutò in via Ala Ponzoni, tranne, come abbiamo visto il primo tratto; via Fratelli Cairoli divenne via Ferruccio Ghinaglia, un giovane di Polengo ucciso a Pavia, in borgo Ticino, da una squadra di picchiatori fascisti il 21 aprile 1921, in occasione della festa del Natale di Roma, a cui nel nostro cimitero è dedicato un monumento dello scultore Adamo Anselmi. L'originaria via Giuseppina, come visto, divenne per oltre un anno via Amedeo Tonani, denominazione poi restata solo al tratto che, da via Postumia conduce appunto a via Giuseppina, dove aveva abitato il ragazzo ventunenne che aveva deciso di seguire i partigiani, per poi venire ucciso a Favello in val di Susa un mese prima della Liberazione, medaglia d'argento al valor militare. Via Fanny Brambati divenne via don Giovanni Minzoni (prima a sinistra di via Stenico), via Muti tornò ad essere corso Vittorio Emanuele II, piazza Ciano tornò piazza della Pace, come era dal 1919 e la galleria 23 marzo, che doveva ricordare la nascita dei fasci italiani di combattimento nel 1919 in piazza San Sepolcro a Milano, diventò galleria 25 Aprile. Il primo lavoro della nuova commissione toponomastica poteva dirsi, almeno per il momento, concluso.

martedì 3 aprile 2018

La Grande Guerra raccontata ai bambini

In guerra muoiono così i poveri come i ricchi. La carestia, conseguenza della guerra, è sentita specialmente dai poveri. Ma anche i ricchi soffrono molti danni che derivano dalla guerra. E' perciò impossibile che la guerra l'abbiano voluta i ricchi”. Era il marzo del 1918, l'esercito tedesco aveva scatenato l'offensiva di primavera sul fronte occidentale, mentre su quello italiano, dopo il grande sforzo militare e logistico di Caporetto, che non aveva prodotto un completo crollo dell'esercito italiano, gli austriaci erano ridotti allo stremo. Per far fronte alla riorganizzazione dell'esercito italiano, i ranghi imperiali erano stati rimpolpati con reclute diciassettenni e veterani, ma scarseggiavano le armi ed il cibo e la propaganda degli alleati aveva finito con lo sfiancare anche l'ostinata pervicacia degli austroungarici. Proprio in quei giorni, in attesa dell'attacco finale sul Grappa e alle foci del Piave, agli italiani veniva richiesto un ultimo sforzo. Non solo ai soldati al fronte, ma anche alle donne ed ai bambini rimasti nelle città e nei villaggi. Tutti potevano e dovevano essere utili alla patria. Anche la scuola durante la Grande Guerra si trasformò in una macchina per il sostegno patriottico. A cambiare furono in particolare le materie che, dopo un'attenta revisione, proposero programmi pedagogici legati al tema del conflitto e discussioni legate all'attualità. L'obiettivo era far capire anche ai bambini cosa fossero la Patria, la guerra per Trento e Trieste, l'eroismo militare e farli familiarizzare anche con gli aspetti più tragici della guerra come le violenze quotidiane e la morte.
L'opuscolo stampato a Cremona nel 1918
(Museo del Risorgimento di Bologna)

Fu così che proprio nel marzo di cent'anni fa, per iniziativa del Segretariato Provinciale di Cremona delle Opere federate d'assistenza e Propaganda Nazionale venne pubblicato un opuscolo “Pro resistenza interna. Dettati per le scuole elementari” dove i dettati, divisi per classi 2a e 3a, 4a, 5a, 6a affrontavano i temi della crudeltà del nemico, dell’impegno alla resistenza interna da parte della popolazione, delle misere condizioni di vita dei profughi delle terre invase, degli eroi italiani (da Dante a Garibaldi) e non mancavano per le ultimi classi, lettere di figli ai padri in guerra, in cui i bambini raccontavano i loro sacrifici per aiutare la mamma e il loro impegno per la vittoria dell’Italia.
La necessità di avvicinare la scuola e la trincea finiva con il coinvolgere tutte le materie di insegnamento: per la lingua italiana erano previste letture di giornali e periodici che narravano episodi della guerra, l’esame e la descrizione di vignette, quadri, cartoline illustrate rappresentanti i più significativi momenti ed episodi di guerra e specialmente atti d'eroismo del nostro esercito; per la geografia si proponevano tra l’altro, la configurazione del Carso e l’elenco dei comuni conquistati, ed i problemi logistici che affrontava in questo senso l'esercito italiano. Snel programma di scienze venne dato grande spazio alle novità tecnologiche in campo militare. I bambini scoprivano così le armi utilizzate al fronte, gli esplosivi, la crudeltà dei gas asfissianti, gli affascinanti aeroplani. Non mancavano poi riferimenti alle tecniche di costruzione delle trincee, dei camminamenti, dei reticolati e l'organizzazione delle retrovie. Infine, venne suggerito agli insegnanti di educazione fisica di sostituire le ore di ginnastica e sport con visite agli ospedali militari, alle fabbriche riconvertite alla produzione militare e ai campi di prigionia
Gli insegnanti avevano anche il compito di sorvegliare e segnalare i casi di bambini che si dimostrassero poco inclini a sostenere la guerra e lo sforzo patriottico. Antonio Gibelli ("La Grande Guerra degli italiani", BUR, Milano, 2009, p. 235), racconta ad esempio di una bambina che in un tema, scrisse: "Chi fa la guerra sono tutti poveretti perché di signori non ce n'erano lì in terra" riportando delle considerazioni sentite dal padre, ricoverato in un ospedale dopo essere stato ferito al fronte. La maestra, dopo aver chiesto dove avesse sentito queste cose, strappò il compito e diede un ceffone alla piccola. Nulla doveva turbare il crescente patriottismo dei bambini. 
Non a caso l'opuscolo cremonese si apre con il testo che abbiamo riportato all'inizio. E' un dettato per bambini di 2ª e 3ª elementare. Altri affrontavano il tema del nemico tedesco. Infatti fino alla fine del XIX secolo, i bambini erano stati poco considerati all'interno delle società e del nascente mercato di massa. Al contrario, all'inizio del Novecento iniziarono ad essere visti come dei potenziali lettori e consumatori di beni, nella consapevolezza che la loro nazionalizzazione avrebbe costituito per molti versi la premessa all’opera di statalizzazione dell’infanzia condotta successivamente dal fascismo. “I Tedeschi. Recita un altro dettato – si credono destinati da Dio a governare il mondo e perciò fanno la guerra per dominare tutti gli altri popoli. Siccome poi la Germania è molto popolata e possiede tanto ferro e tanto carbone, così con la prepotenza, cerca, fuori dai suoi confini, nuove terre per dare sfogo alle sue produzioni. Per queste ragioni la Germania fa la guerra con grave danno di tutti gli altri Stati”. Come i soldati al fronte, anche ai bambini si chiedeva obbedienza, senza la pretesa di sapere i perchè ed i per come della guerra. Un dettato per la 2ª e 3ª: “Noi fanciulli non dobbiamo prestar fede ai cattivi e agli ignorante che vogliono i tedeschi in Italia. Dobbiamo ascoltare le parole dei nostri maestri e ripetere in casa e fuori che questa guerra è stata voluta dalla Germania, la quale mira a diventare a ogni costo la padrona del mondo”. Ed ancora un richiamo nazionalista: “Gli uomini più grandi del mondo sono: gli scienziati Archimede, Galileo, Volta e Marconi; il poeta Dante Alighieri; lo scopritore Cristoforo Colombo; i pittori Raffaello, Tiziano e Michelangelo; i musicisti Rossini e Verdi; i condottieri Giulio Cesare, Napoleone e Garibaldi. Questi grandi sono nati in Italia e, per essi, tutti gli uomini ebbero la civiltà ed il progresso. Gli italiani non lo devono dimenticare; gli italiani hanno diritto, come ogni altro popolo, di avere la propria libertà, perchè la propria civiltà continui a trionfare”.
Foto del Museo dell'Educazione-Università di Padova
Se la condizione dei bambini nel periodo di guerra mutava in relazione alla loro appartenenza sociale, è comunque possibile rilevare alcuni elementi che accomunavano le esperienze dei più piccoli. A partire dalla diffusione dell'ideologia della parsimonia e dei sacrifici che divenne un imperativo economico e morale che riguardava tutti i cittadini, indistintamente, inclusi i più piccoli. Nei giornalini a loro destinati, nelle cartoline illustrate, nei manifesti murali, i bambini diventavano destinatari di ammonimenti precisi: non consumare troppo le scarpe saltando alla corda, non sprecare carta facendo macchie sui fogli, consumare solo lo stretto necessario per l'alimentazione, magari rinunciando allo zucchero che scarseggiava. Ai più piccoli si consigliava questo dettato: “La carestia, conseguenza della guerra, comincia a farsi sentire. È dovere di tutti sopportare le privazioni di questi difficili momenti senza lamento alcuno, serenamente e silenziosamente. Tutto ciò che risparmieremo nelle nostre case tornerà a beneficio dei soldati che, altrimenti, ai gravi disagi della trincea dovrebbero aggiungere anche quello più grave della fame”. Ed ancora: “I nostri bravi soldati resistono, combattono da leoni, perhè il crudele nemico non avanzi, Essi vogliono vincere e vinceranno. Ma alla volontà loro la nostra si aggiunga forte, risoluta. Il ricco, il povero, il letterato, l'operaio, il sacerdote, si uniscano fraternamente in un solo pensiero: la vittoria. Grandi e piccoli, uomini e donne con animo virile sopportino dolori e privazioni. Bisogna resistere, bisogna vincere”. Un dettato per i più grandicelli ammoniva: “E' tempo di sacrifici, fanciulli miei, delle generose rinuncie, che ognuno impone a sé stesso, sull'unica legge del cuore, quando la Patria è nel pericolo e nel dolore. L'aula è poco riscaldata: ebbene, ci riscalderemo noi con la ginnastica che fa l'animo lieto e rinvigorisce il corpo; occorre tanto legno lassù per nuove trincee; nessuno qui senta il freddo. Il pane è oscuro: ma ai nostri prodi combattenti non mancheranno le buone pagnotte; nessuno si lagni. Gli abitini sono un po' logori, ma di grigio verdi ce ne saran sempre di nuovi; non pensiamo a inutili capricci. E non più leccornie, non più cinematografi, non più sollazzi, finchè lo straniero calpesti il suolo d'Italia”. Un altro dettato cerca di giustificare la mancanza di derrate alimentari. mettendo all'indice i disfattisti: “Alcuni dicono ancora oggi: «Si poteva restare neutrali e non vi sarebbe stata carestia». Ebbene guardiamo le azioni neutrali p.e. la Svizzera e la Spagna. Esse sono in condizioni quasi peggiori di noi per quantità di generi alimentari. Ciò perchè gli Stati in guerra han proibito l'esportazione di molti generi e han rincarato tutto. I neutrali, per aver ciò che loro manca, devono pagarlo ad altissimo prezzo. E' aumentato anche incredibilmente il costo dei trasporti di merci, per i danni dei sottomarini. I negozianti nei paesi neutrali hanno comperato ad ogni prezzo i viveri, per rivenderli ai paesi belligeranti, e tutto questo ha portato la carestia anche ai neutrali, carestia forse più grave di quella che sentiamo noi”.
Disegni di un bambino (Museo dell'Educazione-Università di Padova)
Non mancavano parole anche per le martoriate popolazioni che si trovarono nei territori invasi dalle truppe austriache e tedesche all’indomani di Caporetto; qui i bambini e le bambine conobbero anche la paura e la fame, la prepotenza degli uomini in armi, il precoce contatto con la violenza e con la morte. Inoltre i bisogni della popolazione finirono in se- condo piano rispetto alle priorità dell’esercito occupante: i generi alimentari destinati ai civili vennero drasticamente razionati; le produzioni manifatturiere e agricole vennero requisite e si procedette allo smantellamento di ciò che ri- maneva dell’apparato produttivo; foraggi, animali, derrate alimentari e persino suppellettili domestiche e biancheria dovettero essere consegnate. “Abbi pietà di tutti gli infelici; ma, oggi, il tuo cuore sia specialmente rivolto ai profughi delle terre invase: ai miseri che abbandonarono la casa, le cose più care, per isfuggire alla cattiveria del nemico, per essere liberi e Italiani. Per loro risparmia il soldino destinato alla gola”.

La necessità di fornire un sostegno patriottico ai soldati impegnati al fronte, vede in prima linea anche i bambini. Il nostro opuscolo si conclude con l'indicazioni di due dettati dal forte contenuto emotivo: “Scrivete al vostro babbo, suggerite alla mamma, che con voi gli scriva: ditegli che lo vedete con gli occhi del cuore e della mente, e ve lo figurate attento e fiero, pronto all'attacco per la vittoria nostra, per la sconfitta di quel nemico che mira con ansia feroce a rendersi padrone delle nostre case, delle nostre belle campagne, delle nostre industri città, che vuol calpestare le tombe dei nostri avi che l'avevano scacciato, che vuol soffocare in noi ogni palpito di libertà, che vuol renderci schiavi una seconda volta”. Ed infine: “Questo grido: La Patria è in pericolo! Questo grido che vuole chiamare in soccorso tutte le forze di tutti gli italiani, viene persino dalle madri, che hanno già perduto un figlio e che scrivono all'altro che è in trincea: «Figlio mio, fai il tuo dovere; combatti e vendica il fratello ucciso; combatti e sii degno della libertà che vogliamo, della giustizia che dobbiamo amare!» Vi sarà ancora oggi un insensato che osi dire: «Ben vengano i Tedeschi!»? Ricordatevi: Tedesco significa bastone, catene, forza, miseria, avvilimento, distruzione di tutto ciò che è bello, santo, di tutto ciò che amiamo. Di tutto ciò che è nostro”. La guerra non risparmiava nessuno, tutti venivano chiamati. Anche i bambini.