venerdì 1 aprile 2016

L'affaire Caracosa


Ebrei in un quadro di Jan van Aick
I rapporti tra le comunità ebraiche e i cristiani furono sempre abbastanza tesi, nonostante che il duca di Milano Francesco Sforza nutrisse per gli ebrei una particolare predilezione. Già nel 1387 Gian Galeazzo Visconti aveva concesso ad alcuni di essi di vivere entro i confini del ducato, purchè risiedessero separati dai cristiani. Da Pavia, dove si insediò una nutrita comunità, i mercanti ebrei si trasferirono nel cremonese e a Soncino, dove peraltro erano già stati diffidati dal rimanere fin dal 1393, fondarono una tipografia dalla quale uscì, nel 1488, una superba edizione della Bibbia. Qualche anno prima, nel 1456, il duca aveva emesso dei capitoli nei quali concedendo ospitalità alla popolazione ebraica, fissava anche alcune norme di convivenza con gli abitanti cristiani. Tra queste norme una, in particolare, faceva obbligo agli ebrei di portare un distintivo e condannava nella maniera più categorica i matrimoni con i fedeli dell'altra religione. La vicenda che raccontiamo, tratta dai documenti conservati all'Archivio di Stato di Milano, interessa proprio quest'ultimo punto e, nella sua crudezza, ci offre uno spaccato vivo e drammatico di quell'epoca.
Caracosa, la giovane ebrea figlia di David di Castelnuovo Scrivia, nei pressi di Tortona, e moglie di Salomon, banchiere di Viadana, era sicuramente molto bella. I documenti e le lettere ducali che permettono di ricostruire la sua storia non ne parlano, ma di lei si era perdutamente invaghito un certo Filippo Gallina, cristiano che bandito da Pavia, aveva trovato rifugio nel paese di Sale, in provincia di Alessandria.
Non sappiamo quando Filippo vide la giovane ebrea per la prima volta. Certamente la conosceva, ma, viste le proibizioni in vigore, nutriva la sua passione in segreto, da lontano, passando in rassegna le varie possibilità per scavalcare i regolamenti e far sua la ragazza. Quella mattina dell'autunno del 1468 decise di entrare in azione: il piano che lungamente aveva architettato non poteva fallire. La storia che egli aveva costruito per giustificarsi di fronte alla legge poteva benissimo reggere e la sua parola valeva quanto quella dell'ebrea, e poi si sa, i cristiani odiavano gli ebrei perchè usurai. Ne sapeva qualcosa anche il vescovo di Cremona Giovanni Stefano Bottigella, originario di Pavia, che contrasse un prestito di 8000 lire all'interesse del 30% ed inoltre anche i nuovi regolamenti del duca non confermavano forse che gli ebrei, per la loro colpa di aver crocifisso Cristo, erano condannati alla servitù nei confronti dei cristiani?
Venuto a sapere che Caracosa, dopo essersi recata a trovare il padre a Tortona, si era messa in viaggio alla volta di Viadana ed era prossima a raggiungere Sale, Filippo chiese al podestà che fosse arrestata per averlo tratto in inganno: gli aveva infatti promesso che si sarebbe convertita al cristianesimo e lo avrebbe sposato, ripudiando, insieme alla religione, anche il marito. Ma qualcosa nel piano non funzionò. Fu riconosciuta l'infondatezza delle affermazioni e la ragazza, dopo essere stata liberata, potè raggiungere il marito. Ma le peripezia di Caracosa non erano finite.
La Pasqua ebraica in una miniatura
Una volta a Viadana, Filippo tornò alla carica facendola nuovamente arrestare e conducendola prigioniera a Mantova, dove fu salvata, questa volta, dall'intervento del marchese Ludovico Gonzaga, grande protettore degli ebrei. Da una lettera spedita da Vigevano il 14 febbraio 1469, veniamo però a sapere che la rocambolesca vicenda era giunta ad un epilogo inaspettato, con l'intervento anche del vescovo di Cremona Bottigella che prestando fede alle accuse rivolte alla ragazza, l'aveva fatta rinchiudere nel convento cremonese di San Benedetto in attesa che tutta la faccenda fosse chiarita. Evidente nessuno si era sognato di credere alla parole della sventurata ragazza. Da questo momento la corrispondenza si fa fitta: da una parte l'ebreo Madius (Meir) di Castelnuovo si appella al duca, perorando i diritti di Caracosa e, poco dopo, anche il padre e il marito della ragazza gli si rivolgono esponendogli nuovamente i fatti e, tra l'altro, pregandolo di provvedere perchè riceva cibo casher, mentre è segretata in convento a Cremona. Lo stesso duca esorta il vescovo di Cremona a non forzarla alla conversione e a comportarsi conformemente alla legge. Dall'altra il vescovo sostiene di non aver in alcun modo forzato la giovane ad entrare in convento. Iniziano frattanto a diffondersi voci sul presunto battesimo della fanciulla che avrebbe preso il nome cristiano di Arcangela. Ma gli ebrei non demordono e si organizzano: contravvenendo alle disposizioni ducali che impediscono loro di mostrarsi in pubblico ed esercitare il commercio nei giorni della Passione di Cristo, il venerdì santo ed il sabato successivo inscenano una clamorosa protesta sotto le finestre del palazzo vescovile e davanti alle grate del convento di San Benedetto dove Caracosa, ormai divenuta Arcangela, è rinchiusa. Incoraggiano con grida la ragazza, la invitano a resistere e cantano anche un motivetto di vago sapore anticlericale che fa “hora che mai che fora sum, non voglio essere più monicha”. Immediata e veemente la reazione del vescovo: tutti gli ebrei cremonesi devono essere arrestati con l'accusa di voler plagiare la ragazza. Ma il rappresentante del duca a Cremona non si lascia trarre in inganno: convoca immediatamente il vescovo il 16 marzo e da questo viene a sapere che Caracosa è stata effettivamente battezzata da un laico e non con acqua benedetta, ma con semplice acqua di fonte. Il 30 marzo piovono sul tavolo del duca anche le lettere delle monache di San Benedetto che affermano che la ragazza ebrea si è convertita spontaneamente e le illazione e le proteste dei suoi parenti sono senza alcun fondamento. Ma una missiva spedita nel frattempo dall'arcivescovo di Milano ad un chierico cremonese non lascia dubbi: Caracosa è stata battezzata con la forza ed il duca vuol vedere chiaro nella faccenda. Ordina pertanto che la ragazza venga portata a Milano dove l'arcivescovo stesso ne sonderà la volontà. Il vescovo Bottigella tentenna, non ritiene giusto che si dubiti così della sua versione deo fatti quando, alla data del 13 aprile 1469 i sovversivi ebrei che avevano manifestato contro di lui girano ancora impuniti nella città!
A questo punto l'atteggiamento fermo del duca sembra vacillare. Dalle lettere traspare una certa incertezza: accontentare le richieste del vescovo o mostrarsi benevolente nei confronti degli ebrei implicati nella faccenda? E di Caracosa-Arcangela, che farne? L'affaire Caracosa sta diventando una patata bollente con cui diventa facole scottarsi.
Dai documenti d'archivio non sappiamo se la ragazza fu portata effettivamente a Milano, e tra le alternative che si presentavano al duca, questi scelse di dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Fece dunque arrestare dal podestà di Cremona gli ebrei implicati nella protesta il 29 aprile 1469, dal momento che non poteva sottrarsi avendo violato una sua disposizione, ma li liberò il 6 giugno. Lasciò che fosse il commissario da lui incaricato ad appurare il vero svolgersi dei fatti e si limitò ad ordinare al vescovo di non forzare la conversione nell'abbracciare la nuova religione.
In un'altra lettera della stessa data, lo stesso commissario affermava di aver condotto l'inchiesta con la massima meticolosità e correttezza e, di conseguenza, la pratica poteva considerarsi archiviata.
Ancora il 10 agosto l'arcivescovo milanese, probabilmente non del tutto convinto, stava ancora indagando, ma il destino di Arcangela era ormai segnato: l'11 settembre, scrivendo al commissario di Parma, il duca confermava che Caracosa era oramai diventata cristiana a tutti gli effetti, il processo si era volto regolarmente e la ragazza, in attesa che il padre pagasse una dote di 250 ducati, sarebbe stata sistemata in un convento col nome, ormai definitivo, di Arcangela. Il nuovo marito sarebbe stato un cristiano. Pertanto la vicenda si concluse con la ratificazione del battesimo di Caracosa con il nome di Arcangela avvenuto nel frattempo e del suo matrimonio con un cristiano: di conseguenza, il padre, che aveva abbandonato Castelnuovo Scrivia per stabilirsi a Parma, ricevette ordine di fornire alla figlia una dote nuziale pari a quella data alle altre figlie rimaste ebree. Il governatore di Castelnuovo, data per acquisita la conversione della ragazza, obbligò il comune a consegnarle la cifra promessa, a suo tempo, se si fosse fatta cristiana.
Un’eco dell'episodio clamoroso della controversa conversione di Caracosa di Tortona si sentì anche a Fiorenzuola d'Arda nel 1469, quando il padre della ragazza, Davide, venne obbligato a rifondere al castellano di Fiorenzuola le spese contratte in occasione delle nozze della ragazza.
Ebrei francesi in un'incisione del XVIII secolo

Nel 1387 Gian Galeazzo Visconti, signore di Milano, concesse ad alcuni ebrei di origine tedesca il privilegio di stabilirsi nelle sue terre, esercitandovi il commercio e l'attività feneratizia e godendo di uno status speciale: si veniva a creare, così, la base per il consolidarsi della presenza ebraica in varie località del ducato, tra cui Cremona], dove essa viene del resto segnalata, pur senza essere documentata, già dal 1278. I primi documenti riguardanti il nucleo ebraico cremonese sono degli atti notarili mantovani che attestano l'esistenza di un banco di prestito, tenuto da Bonaventura del fu Zanatano, Moisè del fu Giuseppe da Spira e Manuele del fu Matassia de Rocheto nel 1400. Poco più di quarant'anni dopo, nel 1441, Francesco Sforza concesse un privilegio con validità ventennale ad Isacco di Salomone de Iachar, in cui gli si permise di risiedere a Cremona esercitandovi liberamente la sua professione di medico e l'attività feneratizia, con una posizione di preminenza all'interno della Comunità ebraica locale. L'anno successivo troviamo testimonianza della sua fama come oculista, apprezzato dall'ambasciatore di Milano presso il duca d'Este. Interessante è rilevare che, pochi anni prima, era stata menzionata in alcuni atti notarili la figlia del de Iachar, in quanto convertitasi al cristianesimo, con conseguente separazione dal marito, rimasto ebreo, e situazione patrimoniale da regolare. Oltre a queste testimonianze sui singoli, troviamo, in svariati rogiti, anche notizie sull’intero gruppo ebraico residente a Cremona, di cui sono documentati il prestito su pegno e l'attività feneratizia a partire dal 1443, nonostante la decisione (peraltro di breve durata) di proibire l'usura, presa nello stesso anno da Francesco Sforza, che, nel 1448, a sua volta avrebbe tentato di regolare il proprio debito con gli ebrei a Cremona e che, nello stesso periodo, concesse ad altri ebrei di stanziarsi a C. come prestatori o agli israeliti cremonesi di spostarsi in altre città del Ducato. Contemporaneamente, sono documentate anche operazioni finanziarie di cristiani che si servivano degli ebrei per praticare l'usura, fornendo l'occasione, talvolta, a truffe da parte dei secondi. Negli anni Sessanta del XV secolo, quando l'opposizione della Chiesa alla presenza ebraica si fece sentire in tutto il Ducato, a C. troviamo il monaco Pietro che predicò contro di essa, mentre particolarmente virulento, nel 1468, fu l'atteggiamento del vescovo, che, tra l'altro, insistette per istituire l'obbligo del segno distintivo, imposto, in seguito, nel 1473, in tutto il Ducato, senza, tuttavia, essere applicato rigorosamente. Proprio dai rappresentanti della città di Cremona, poi, una cinquantina di anni dopo, partì la richiesta a Francesco II Sforza di inasprire la condizione degli ebrei imponendo loro, tra l’altro, l'obbligo del segno. Ovviamente, diversa era la condizione degli Ebrei convertiti, che coronavano gli intensi sforzi di proselitismo messi in atto dalla Chiesa: fu così che, ad esempio, nel 1480 con il denaro del legato di Bernabò Visconti in favore dei cristiani bisognosi, fu garantita una rendita mensile ad un ebreo cremonese, convertitosi con il nome di Dominicus Christiani. Quanto alle conversioni forzate, invece, va segnalata per la sua emblematicità quella di Caracosa, originaria di una località vicino a Tortona e sposa di un ebreo di Viadana, rinchiusa in convento e battezzata a forza dal vescovo di Cremona, nonostante l'opposizione del Marchese di Mantova, l'intervento del Duca di Milano e gli sforzi della famiglia per riaverla. Per protestare contro l'abuso, il Venerdì e il Sabato Santo del 1469, convennero di fronte al palazzo vescovile e al convento in cui Caracosa era stata segregata, gli ebrei locali e forestieri, ma la loro protesta non ottenne l'effetto sperato: dopo essere stati arrestati sotto l'accusa di aver tentato di far pressioni sulla convertita perché tornasse all'ebraismo, essi furono graziati dal Duca. Tuttavia, l'ostilità popolare, fomentata dalla Chiesa, portò ad una serie di moti anti-ebraici che, infine, sfociarono nell' accusa di vilipendio alla religione cristiana, mossa contro un folto gruppo, dalla quale prese le mosse, presumibilmente, Ludovico il Moro per decretare, il 3 dicembre 1490, l'espulsione di tutti gli israeliti dal Ducato. Il provvedimento, però, non venne applicato subito, ma posticipato al 1492 e, anche dopo questa data, troviamo degli ebrei residenti nelle terre ducali, tanto che, nel 1493, venne pubblicamente proibito loro di prestare ad usura e di esercitare qualsiasi altra attività, compresa la medicina. Con tutta probabilità, gli ebrei di C. seguirono la sorte degli altri correligionari del ducato: il Duca, pur opponendosi alla loro residenza nelle proprie terre, sembrò, tuttavia, propenso a concedere loro di soggiornarvi di tanto in tanto per venire incontro ai problemi finanziari della popolazione.

Campiglio, questione di feeling


Madonna di Campiglio
Un feeling che dura almeno da otto secoli quello tra i cremonesi e Madonna di Campiglio, e che ha anche una giustificazione storica. E' stato infatti un cremonese, il vescovo Sicardo a favorire, con una sua lettera, la nascita della località trentina adagiata nella bellissima conca tra il gruppo delle Dolomiti di Brenta e i ghiacciai dell'Adamello e della Presanella. Otto secoli. A tanto ammonta l'età anagrafica di Madonna di Campiglio, località la cui storia è caratterizzata da numerose singolarità, compresa la prima tra tutte, relativa alle circostanze della sua fondazione. Di Campiglio infatti possiamo dire di conoscere, con un'approssimazione di pochi anni, anche la data di nascita, ascrivibile in una finestra temporale compresa tra il 1195 e il 1205. Qualche incertezza esiste sul nome: l'attuale Madonna di Campiglio appare in alcuni documenti storici con un nome strano, privo di alcun significato e che presenta tre varianti: “Ambàno” (1188) “Ambeno” (1221) “Ambino”(1122); l'ultimo nome indicato, “Ambino” è molto simile a quello che oggi si usa per indicare una piccola conca a nord del centro di Madonna di Campiglio denominata “Nambino”. Queste varianti sono giustificate da un fattore importante: il villaggio era abitato da un numero di persone veramente esiguo, non stabile e con una parlata non propria in balìa dei viandanti che inevitabilmente, per passare da una valle all'altra, transitavano da Madonna di Campiglio. Non avendo dei riferimenti sulla parola “Ambino” una delle ipotesi più plausibili riguarda il fondamento del ruolo svolto della località: congiunzione tra la Val di Sole e la Val Rendena quindi 2 valli; la radice della parola è “ambo” che in latino significa “tutt'e due”; Madonna di Campiglio congiunge tutt'e due le valli. Ma è un documento di eccezionale valore a fugare qualsiasi dubbio: una pergamena redatta nel 1222 a Pinzolo da tal notaio Giovanni - al servizio del principe vescovo di Trento - il quale, in presenza di numerosi testimoni e del primo rettore del monastero campigliano, Oprando di Madruzzo, con il suo documento ufficiale pubblica il riassunto di quattro “lettere patenti”, privilegi di indulgenza di altrettanti principi vescovi del tempo contenenti offerte ai fedeli che avrebbero aiutato l'ancora giovane istituto in cima alle Giudicarie. Uno di questi vescovi era il nostro Sicardo. Questo documento, custodito presso l'archivio di stato di Trento, è oggi a disposizione degli studiosi ed è stato oggetto anche di una tesi di laurea (Annalaura Gilli Pedrini, facoltà di storia medievale e paleografia dell'Università di Padova, pubblicata sul periodico “Civis” anno I n.3, 1977).
La pergamena del notaio Giovanni
Fino a circa il 1195 d.C., l'attuale territorio di Campiglio era una landa desolata e inabitata, poco distante dal Passo della Moschera (oggi Passo Campo Carlo Magno) comunicante con la Val di Sole e, attraverso le Dolomiti di Brenta, con l'Anaunia (attuale Val di Non). A cavallo tra 1100 e 1200, un certo Raimondo, nell'intento di salvarsi l'anima, fonda in Campiglio un monastero dotato di ostello
ed ospizio dedicato alla Madonna: scopo della struttura, proteggere i viandanti che in zona erano spesso oppressi tanto dai predoni quanto dalle avversità della natura. La vocazione ricettiva del luogo diventa quindi essenza stessa del suo esistere: un unicum tra le stazioni turistiche, anche quelle di antica tradizione. Agli inizi, quell'istituto era un piccolo rifugio, abitato da pochi coraggiosi (abbiamo traccia di quattro conversi) che prestavano la loro opera al servizio degli avventurosi viaggiatori che si inoltravano nelle oscure selve sullo spartiacque tra Rendena e Anaunie. Di questi volonterosi, autentici pionieri di Campiglio, conosciamo anche i nomi: Copa (o Cupo), Precassio, Raimondo e Oprando. Tra questi, i due protagonisti principali furono Raimondo e Oprando; il primo, in quanto ideatore e fondatore dell'ospizio e il secondo, in quanto primo rettore e protagonista dell'avviamento dell'istituto. Oprando apparteneva all'illustre famiglia dei Madruzzo del ramo di Gumpone il quale, nel 1161, aveva ricevuto dal vescovo di Trento Adelpreto II l'investitura di quello che oggi è l'omonimo castello nei pressi di Cavedine, nella zona del basso Sarca. Gumpone aveva quattro figli: Alberto, Giordano, Udalrico e appunto Oprando; quest'ultimo aveva seguito la propria vocazione scegliendo il monastero di «Santa Maria di Campéi» e portando con sé in dote un maso situato dalle parti del maniero di famiglia. Soprattutto suo, dopo il fondatore Raimondo, fu il merito dell'iniziale, difficile avvio di quel piccolo istituto all'estrema parte delle Giudicarie. I primi anni di vita non furono certo facili, per i “padri fondatori” di Campiglio. I quali, nell'anno del Signore 1222, vissero il loro primo momento importante e memorabile.
Ci fu parecchia animazione, in quel di Pinzolo, nella giornata del 6 novembre 1222, prima domenica di quel remoto mese. Nel centro del villaggio, davanti alla casa di tal Parisi figlio del fu
Salvaterra, fu fissato un appuntamento espressamente richiesto da Oprando. All'incontro si presentarono in molti: c'era il signor Pietro, arciprete della pieve di Rendena; c'era il signor Giovanni, chierico di Caderzone, e il signor Ognibene figlio di Preottone di Mortaso. Non mancò nemmeno Buongiovanni figlio di fu Ambrogio di Pinzolo, e assieme a lui tanti altri “testimoni pregati”. Oltre, ovviamente, al converso Oprando dell'hospitale di Campiglio.
Per sancire l'ufficialità di tale evento era espressamente giunto pure il notaio Giovanni, funzionario del vescovo. Queste le sue parole: «alle richieste del signor Oprando del detto Ospizio scrissi questa
carta e la perpetuai e la ridussi in forma pubblica». «Scrissi questa carta»: il documento ufficiale su pergamena protagonista del nostro racconto che, giunto fino a noi, ci racconta oggi con dovizia di particolari quanto accadde in quella lontanissima domenica di ottocento anni or sono.
Nel corso degli anni si erano accumulate quattro “lettere patenti” (privilegi di indulgenza), scritte in momenti diversi e tutte molto importanti. In queste quattro lettere altrettanti vescovi, insigni autorità ecclesiastiche del tempo, si erano espressi con grande favore nei confronti del piccolo e giovane rifugio in cima alla Rendena, arrivando a offrire ai suoi futuri benefattori larghe indulgenze. Le parole del notaio Giovanni sono esaurienti: «Il signor Oprando converso dell'Ospizio della gloriosissima Madre di Dio Maria di Campiglio, della località di Ambeno, porse a me Giovanni sottoscritto notaio quattro lettere sigillate con diversi sigilli (...) e mi pregò, per timore di Dio e della beatissima sua Madre Maria di ridurle in forma pubblica». Con solennità Oprando consegnò al notaio Giovanni i manoscritti. I loro sigilli spiccavano con evidenza, e conferivano ancor maggiore gravità al momento. Le firme in calce erano di grande prestigio: il primo era stato scritto da Wolfkero, patriarca della sede di Aquileia in carica dal 1204 al 1218; il secondo da Sjcardo, legato del papa e vescovo di Cremona dal 1185 al 1215. Gli ultimi due documenti erano stati redatti dai due predecessori del vescovo di Trento Adelpreto, in quel momento titolare della cattedra di san Vigilio: Corrado da Beseno (principe vescovo di Trento tra il 1188 e il 1205) e Federico Wanga. Il notaio Giovanni procedette alla lettura di tutti e quattro i privilegi di indulgenza, quindi passò a trascriverne il contenuto per consentirne la pubblica affissione a Pinzolo. Un gesto che, oggi, ci permette di conoscere i dettagli della fondazione e dei primi anni di vita dell'istituto di Campiglio. In tutte le lettere troviamo brevi e preziosissimi brani dedicati alla descrizione monastero; Wolfkero definisce la conca di Campiglio «uno strettissimo monte, dove i passanti venivano oppressi dai predoni con vari pericoli (...) le (cui) facoltà proprie non sono sufficienti al sostentamento dei poveri e dei deboli che ivi confluiscono in abbondanza». Sjcardo parla di un ospizio «poverissimo da poco edificato nel vescovado di Trento ad onore di Dio e della beata Vergine Maria e ad utilità di tutti i passanti di lì nella località di Campiglio, in cima di un difficilissimo monte, dove i passanti venivano oppressi da vari pericoli, nel quale vengono ricevuti i poveri e gli infermi e ai ritornanti vengono dimostrati con cuore ilare, in molti modi ossequi di umanità». Tra tutte, le parole di Corrado da Beseno sono per noi le più preziose; in esse infatti è riassunta la vicenda della fondazione del monastero. Corrado ci dice chi fu il fondatore, Raimondo, e ci indica il periodo con la formula «intende edificare»: durante il suo mandato quindi (1188-1205) l'erezione del monastero fu quantomeno progettata, e realizzata nell'ipotesi più estrema entro il 1215, termine del mandato terreno del collega Sicardo, che definisce l'ospizio «poverissimo da poco edificato».
Il vescovo Sicardo sulla facciata della chiesa di S. Omobono
Fino al 1205 Sicardo fu impegnato come nunzio apostolico a Costantinopoli e fino al 1210 nel risolvere i conflitti interni della sua città. E' probabile che possa aver conosciuto la località trentina nel corso di qualche viaggio in Germania per perorare la causa del giovane Federico II contro i baroni tedeschi, intorno al 1212. La data precisa della sua lettera non ci è nota; per limitare ulteriormente la finestra temporale entro la quale ascrivere la fondazione dell'ospizio ci giungono in aiuto altri documenti che ci testimoniano una transazione che i frati, evidentemente già nel pieno delle loro funzioni, stipularono nel 1207. Corrado da Beseno ci spiega inoltre le motivazioni ideali che spinsero Raimondo fin lassù, in quel «locus desertus et inabitabilis» dove «i passanti venivano spogliati e uccisi»: egli, «per rimedio della sua anima» intese edificare «una chiesa e un ospizio in onore della beata madre di Dio Maria, sempre Vergine, per il sostentamento dei poveri e la difesa dei passanti nella località che si chiama Ambe, vicino al monte Campiglio».
Ma ecco cosa scriveva Sicardo: «Sjcardo, per grazia di Dio vescovo di Cremona, legato della Sede apostolica, a tutti i fedeli di Cristo, tanto chierici che laici costituiti per le province di Lombardia,
di Rovenna, di Grado, di Aquileia, ai quali arriveranno le terre infrascritte, salute eterna in Cristo. Merita di entrare in grembo all'aula celeste chi fa del bene ai poveri e agli infermi. Sappia dunque la vostra carità, che il latore delle presenti è il nunzio dell'ospizio poverissimo da poco edificato nel vescovado di Trento ad onore di Dio e della beata Vergine Maria e ad utilità di tutti i passanti di lì nella località di Campiglio, in cima di un difficilissimo monte, dove i passanti venivano oppressi da
vari pericoli, nel quale vengono ricevuti i poveri e gli infermi e ai partenti e ai ritornanti vengono dimostrati con cuore ilare, in molti modi ossequi di umanità. Mai poiché un'opera tanto pia e utile non può mantenersi senza le elemosine dei fedeli di Cristo, preghiamo, ammoniamo, ed esortiamo tutti voi nel Signore che porgiate misericordiosamente grati benefici al predetto nunzio quando verrà a voi dei beni di Dio a voi dati e conferiti; e che voi, i quali siete preposti spirituali delle chiese induciate il popolo a voi affidato a beneficiarlo con grande diligenza affinchè coll'offerta dell'elemosina consegnate il premio della letizia sempiterna. Noi poi confidando nella misericordia di Cristo e nei meriti dei suoi beati apostoli Pietro e Paolo, a tutti i veri pentiti che avranno trasmesso sussidi all'ospizio già detto, rilasciamo nel Signore 40 giorni della penitenza imposta loro
per i peccati gravi».

La felicità è un treno verso Cremona


E' il gennaio del 1946. Una bambina scende dal treno alla stazione di Cremona, con le piccole mani nascoste dietro alla schiena. Marisa le si avvicina: «Ma perchè non le porti davanti così le tue manine?». «Ci sono comunisti?», chiede timidamente la bambina. «Perchè cara?». «Perchè tagliano le mani». E' una delle testimonianze raccolte da Fabio Abeni e Gian Carlo Storti tra le donne cremonesi che in quegli anni si prodigarono in una gara di solidarietà preziosa e silenziosa, riportata recentemente alla luce in un libro di Giovanni Rinaldi, “I treni della felicità” (Ediesse, 2009) e in un documentario “Pasta nera” di Alessandro Piva, presentato a Venezia nel 2012. Furono settantamila, in quegli anni di fame e speranze, i bambini meridionali salvati dalle donne del Nord, mogli di operai e contadini, quasi tutti ex partigiani, che per aver toccato con mano la miseria non esitarono ad ospitare, anche per anni, i figli dei braccianti del Sud rimasti incarcerati o disoccupati e costretti ad emigrare. Una gara di solidarietà combattuta spesso contro la diffidenza degli stessi uomini e dell'apparato politico. I bambini venivano da Cassino bombardata dagli anglo-americani, da Roma piena di baraccati e affamati, da Napoli semidistrutta dalle bombe., da Milano e Torino falcidiate dalla disoccupazione Viaggiavano sulle panche di legno di quei treni malandati, che per loro erano i “treni della felicità”. «L'idea è nata da un ricordo di mia nonna paterna – spiega Fabio Abeni – che da giovane madre, nel dopoguerra, trovava tempo e energie per dedicarsi non solo ai propri figli, ma anche a quei bambini che provenivano da zone ancor più disastrate dalla guerra. Lei contribuiva ad organizzare il ristoro e l'attività ricreativa di quesit bambini alla cooperativa “Carlo Marx” che si trovava di fronte a casa sua, in via Pippia, sull'angolo con via Mantova». L’iniziativa era nata a Milano dalla fantasia e dalla passione di Teresa Noce, una dirigente comunista, moglie di Luigi Longo (dirigente del CLN e del Pci di cui fu anche segretario dopo la morte di Togliatti) che dopo aver combattuto in Spagna con le Brigate internazionali ed essere stata internata dai nazisti nel campo di Ravensbrük, era riuscita, subito dopo la Liberazione, a rientrare in Italia. “I bambini affamati erano tanti. Cominciava il tempo umido e freddo e non c’era carbone. I casi pietosi erano molti, moltissimi. Bambini che dormivano in casse di segatura per avere meno freddo, senza lenzuola e senza coperte. I bambini rimasti soli o con parenti anziani che non avevano la forza e i mezzi per curarsi di loro. Bambini ammalati, che per il momento dovevamo escludere dalla lista e cercare di far ricoverare in ospedale. Bambini lerci, pieni di croste e di pidocchi”. Da Milano, per salvare dalla fame e dalle malattie i bambini più poveri, aveva chiesto aiuto alla federazione del Pci di Reggio Emilia che si offrì di ospitare, già in quel primo inverno dopo la fine della guerra, un gran numero di bambini. Nello spesso periodo a Roma c'erano bambini costretti a vivere nel dormitorio di Primavalle, in un ambiente non certo adatto alla loro giovane età, a loro vene offerta una prima forma di accoglienza attraverso le colonie organizzate, non con poca fatica, dalle donne dell’UDI che, si preoccupavano già di trovare famiglie disponibili in Emilia Romagna e Toscana durante gli inverni del ’46 e del ‘47. L’esperienza positiva indusse a creare nuove occasioni di solidarietà. Dopo Roma e Cassino toccò a Napoli e poi a San Severo di Puglia, dove il 23 marzo 1950 uno sciopero non autorizzato si trasformò in tragedia: i braccianti si ritorsero contro la polizia al grido di «Pane e lavoro!». Ne conseguì l’arresto di 180 persone ed un processo che durò due lunghissimi anni con l’assoluzione e la scarcerazione di tutti gli imputati. I loro figli furono ospitati, o meglio presi in affidamento, da famiglie di lavoratori del Centro-Nord in segno di solidarietà, fino a quando non furono assolti e scarcerati due anni dopo. Le donne trovarono medici per fare visitare e curare i bambini, donazioni di indumenti, biancheria, calze e scarpe, ambienti pubblici e privati che risposero all’iniziativa e tutto andò per il meglio sino al momento di organizzare la partenza. Si trattò di uan vera e propria rete di solidarietà sostenuta dall'Udi (unione donne italiane) e dal Partito Comunista, il Governo mise a disposizione i treni e si formarono dei comitati nei comuni più disastrati, che stilavano liste nelle quali i genitori potevano inserire i nomi dei propri figli così da pote assicurare loro un posto su quei convogli. L'Emilia Romagna, le Marche e la Toscana furono le regioni più accoglienti, anche perchè lì era più forte la presenza del Pci. Già in occasione del V Congresso la federazione modenese dichiarò la propria disponibilità ad accogliere tremila bambini, organizzando un primo scaglione di 750 che sarebbe dovuto partire il 10 gennaio 1946, ed in collaborazione con il vescovo a garantire il loro inserimento nel sistema scolastico provinciale.
Il primo gruppo di bambini, figli di partigiani, reduci e disoccupati, arrivò a Cremona da Milano il 23 dicembre 1945, preceduto da un appello sul settimanale “Lotta di Popolo” del segretario provinciale del Pci Gaeta: “Migliaia e migliaia di bambini di Torino, di Milano e Genova, di Roma sono già stati strappati al freddo e alla fame. A migliaia continuano le richieste da parte di famiglie e di lavoratori dei vari paesi”. Il 30 dicembre 18 bimbi arrivano a Soresina. “Il dott. Simeoni – scrive 'Lotta di Popolo' - vedendo due fratellini sciupati, con il visino segnato dalle sofferenze, insistette perché fossero assegnati tutti e due alla sua famiglia affinché rimanessero uniti e potessero godere di quelle cure sanitarie di cui hanno tanto bisogno”. Con gennaio e febbraio gli arrivi si intensificano, con bambini provenienti da Milano e soprattutto da Torino. Il 20 gennaio sono trecento, così distribuiti: cento a Cremona, 25 a Soresina, 24 a Pizzighettone, 20 a Vicomoscano, 15 a Crema e Casalmaggiore, 13 a Scandolara Ravara, 11 a Gadesco Pieve Delmona, 10 a Pessina, 8 a Gussola, 6 a Quattrocase, 6 a Longardore, 5 a Palvareto (S. Giovanni in Croce), 4 a Gombito e 4 a Cappella de' Picenardi.

Domenica 27 gennaio 1946 c'è attesa in stazione: “ll treno ritarda. La folla si agita impaziente. Arrivano le autorità: il Sindaco di Cremona, il Maggiore dei Carabinieri, il Capo di Gabinetto del Questore, ed altre personalità invitate dal Comitato per l’Infanzia. Numerose ragazze potanti al braccio la fascia del Comitato per l’Infanzia vanno frettolose avanti ed indietro, dalla Stazione al Centro Scolastico di via Trento e Trieste adoperandosi affinché tutto sia fatto nel migliore dei modi. … Il treno si arresta. ... Sono tanti; oltre cinquecento che verranno divisi tra Cremona e Mantova. Dall’ultimo vagone scendono quelli che rimarranno nella nostra città. Sono solo cento. È caduta improvvisamente molta neve che ha impedito ai bimbi della provincia di giungere nella città di Torino da dove avrebbero dovuto partire”. Il 3 febbraio arrivano altri 400 bambini, concentrati presso la scuola di viale Trento e Triste e poi smistati presso le famiglie, che provvedono agli accertamenti sanitari presso il dispensario provinciale. Cominciano però anche i primi screzi, dovuti all'intemperanza di qualche prelato troppo sensibile all'iniziativa di solidarietà, targata inevitabilmente Pci. “Il parroco di Izano, Don Vailati – informa “Lotta di Popolo” - leggendo sull’Unità del 5 febbraio 1946 le espressioni del Vescovo di Crema sull’iniziativa di ospitare i bimbi bisognosi ha riprovato pubblicamente l’operato di Mons. Francesco Maria Franco dicendo che «Il Clero non si deve per nessun motivo associare a delle iniziative di carattere assistenziale proposte dal Partito Comunista Italiano, in quanto ciò è contrario alle disposizioni papali circa il pericolo dell’ideologia marxista e la lotta che la chiesa deve condurre contro il Partito stesso e che pertanto i preti hanno il dovere morale e professionale di avversare il comunismo dal pulpito»”. Alla fine di febbraio arrivano altri duecento bambini da Milano e “Lotta di Popolo”, a titolo di esempio, cita quanto sta avvenendo nella vicina Parma: “E' giunto alcuni giorni fa a Parma il primo scaglione dei bimbi di Cassino che numerose famiglie della città si sono offerte di ospitare, in seguito alla campagna condotta dai comunisti in quella città come in tutta l'Italia. Ad accoglierei 302 piccoli ospiti c'era alla stazione, oltre ai membri del Comitato d'onore, una numerosa folla. I bimbi erano accompagnati da alcune crocerossine e da venti mamme, che hanno così potuto sincerarsi di persona sulla falsità della propaganda di una parte del clero di Cassino il quale aveva asserito che i bambini sarebbero addirittura stari trasportati...in Russia. Da notare che nella città di Parma il clero ha invece aderito alla nobile iniziativa dei comunisti e che il Vescovo della città, monsignor Evasio Colli, fa parte del Comitato d'onore”.

A marzo i bambini arrivati nel cremonese erano già ottocento. A Pizzighettone si mobilitò anche il personale del Genio militare: il colonnello Concarò e il tenente colonnello Rossi organizzarono una veglia danzante il cui ricavato fu versato al Comitato d'Infanzia, ma soprattutto si occuparono di confezionare calzature di cuoio per i piccoli ospiti oltre a cento paia destinate ai bambini poveri del paese e il direttore dello stabilimento Pirelli Luigi Burzi consegnò 50 metri di seta bianca e 50 di tela grigia per confezionare vestiti.
Richieste di aiuto arrivavano anche da Massa Carrara: Cari compagni – scrivevano dalla federazione del Pci – ci rivolgiamo a voi per chiedere anche quest'anno il vostro aiuto. Tanti per darvi qualche cifra pensate che su 30.000 unità lavorative circa 22.000 sono disoccupate e che la nostra provincia non ha nessuna risposta locale né agricola, né industriale, per la sua conformazione geografica e per le distruzioni della guerra. Pensate poi che presso i nostri dispensari antitubercolari, si riscontra come minimo un nuovo caso giornaliero di tbc nei bimbi al di sotto dei 14 anni. Vi chiediamo perciò anche quest'anni di venirci in aiuto, di fare qualche cosa per noi edi special modo per i nostri bambini; vi chiediamo ossia se non avete la possibilità di ospitarcene qualcuno presso le famiglie della vostra provincia. Noi sappiamo che vi chiediamo molto, e vi confessiamo che abbiamo riflettuto a lungo prima di farvi una simile richiesta. Ma siamo in inverno e qui la gente muore di fame”. La risposta non si fece attendere: “Anche noi cremonesi- scriveva Stella Vecchio – come i compagni emiliani vogliamo strappare dalle case fangose dei più poveri quartierid i Napoli e Carrara, al freddo, alla fame, alle malattie e alla corruzione migliaia di bambini, e ci riusciremo, ne siamo certi”. I primi 50 bambini arrivarono a marzo del 1947. Un mese dopo fu la volta dei piccoli napoletani: ne arrivarono un centinaio, ma non tutti riuscirono a trovare subito una casa e le femmine vennero ospitate presso la Casa di Nostra Signora ed i maschi al Collegio vescovile Sfondrati. Il Comitato Cremonese rivolse un nuovo appello alla città: “Chi può, aiuti!”. Gli stessi operai napoletani avevano regalato 3 o 5 ore del proprio raccogliendo 300 mila lire per fornire il vestiario ai bimbi destinati al Nord. Nei primi mesi del 1948 altri 130 bimbi furono accolti in città per iniziativa dell'Alleanza Femminile del Fronte Democratico Popolare, altri arrivarono l'anno successivo da Avellino, altri dal delta padano nel gennaio 1950 e 1951. «Francamente non è facile capire fino a quando vi fu un'attività significativa – spiega Fabio Abeni – L'iniziativa ebbe una evoluzione che consentì, fino ai primi anni Cinquanta di fare fronte ad alcune importanti emergenza nazionali che richiedevano questo tipo di solidarietà, incluse azioni a supporto dei figli delle mondine e alle grandi agitazioni sindacali del Sud Italia. Non mi ha stupito la solidarietà dimostrata da persone che credevano in un ideale importante e nemmeno la capacità organizzativa di quelle persone, molte delle quali avevano affrontato situazioni decisamente più difficili negli anni di guerra appena trascorsi. Ha colpito me e tante gente il fatto che le stesse persone che sono state protagoniste di questa impresa spesso non avevano loro stesse compreso la grandezza dell'iniziativa su tutto il territorio nazionale».

martedì 24 novembre 2015

Quando Cremona sognava in grande, 11 aprile 1965


Memorabile quella giornata dell’11 aprile del 1965: due ministri per l’inaugurazione di due grandi opere, l’ospedale Maggiore e la Centrale del Latte. Una terza rimasta nel cassetto: l’aeroporto Stradivari ed un’altra che si sarebbe realizzata solo qualche anno più tardi: l’autostrada Torino-Piacenza-Brescia.
Era il sogno della grande Cremona che prendeva corpo.
Qualche anno prima, il 2 ottobre 1960, il presidente Gronchi aveva simbolicamente scoperto il cippo che segnava l’inizio dei lavori per la realizzazione del porto fluviale. Cinquant’anni dopo solo l’Ospedale Maggiore è rimasto, e non è mai stato definito il destino di quello vecchio, la Centrale del Latte è diventata poi una discoteca, cioè che resta del sogno dell’aeroporto “Stradivari” è stato venduto a poco più di un milione di euro e il porto langue.
Ma allora l’entusiasmo era alle stelle. In un primo momento sembrò che i ministri destinati al rendez-vous cremonese fossero addirittura tre: il ministro Giacomo Mancini, quello per i rapporti con il Parlamento Giovanni Battista Scaglia e dell’agricoltura Mario Ferrari Aggradi.
Venne Scaglia accompagnato dal ministro alla sanità Luigi Mariotti, ma fu un giorno indimenticabile e irripetibile. Di cui non era sfuggita l’importanza: “Questo ci sembra essere il momento buono per lo sblocco di talune situazioni di disagio che da tanto tempo andiamo denunciando – scriveva il giornale “La Provincia” - che si dica una volta per tutte che Cremona non deve ancora restare il ‘Meridione della Lombardia’ e che devono anzi essere risolte tutte le pregiudiziali per una rinascita che proprio dagli organi centrali della burocrazia statale deve avere l’avvio ed il consenso”. 
La posa della prima pietra dell'Ospedale
Un gruppo di mattoni dell’antico ospedale di San Facio è stato posto nelle fondamenta del nuovo nosocomio sorto in via Giuseppina. Nel grandissimo cantiere era stato deposto il plastico che raffigurava il progetto ed il momento veniva definito “storico”.
A ricevere quella mattina i due ministri il presidente del consiglio di amministrazione degli Istituti Ospedalieri Emilio Priori.
Priori aveva fatto presente le difficoltà della realizzazione: se ne era iniziato a parlare ottant’anni prima, nel 1883, qundo risultò chiaro il problema di ampliare e ricostruire il vecchio ospedale di Santa Maria della Pietà, ma le varie fasi di riforma del vecchio stabile si erano concluse solo due anni prima, il 9 maggio 1963, quando il consiglio di amministrazione aveva approvato il progetto esecutivo e l’8 giugno del 1964 aveva consegnato i lavori all’impresa che avrebbe realizzato il primo lotto.
In un primo tempo non venne presa in considerazione l’ipotesi di utilizzare una parte del patrimonio dell’ente, ma poi, essendosi ridotti gli oneri dell’assistenza sanitaria a carico del Comune, poteva “essere preso in considerazione il ricorso al patrimonio o meglio una trasformazione del patrimonio stesso che da capitale scarsamente fruttifero si sarebbe trasformato in un patrimonio tanto cospicuo nella sostanza quanto estremamente necessario nella forma: il complesso del nuovo ospedale generale”. Poi aveva accennato al fatto che il piano di finanziamento era stato superato dall’aumento dei costi, per cui era era stato revisionato e aggiornato, ecco perchè si chiedeva alle autorità centrali di venire incontro alle difficoltà con un aiuto che doveva essere “diluito nel tempo, per il rimborso, e con tasso minimo di interesse o addirittura senza interessi” per venire incontro “alle difficoltà che si sono create, ponendo in dubbio la possibilità dell’Ente per una completa copertura della spesa, contrariamente alla ritenuta sufficienza di ieri”.
Sul cantiere del nuovo ospedale

Il ministro Mariotti, da parte sua, aveva assicurato l’interesse del governo: “L’impegno del Governo è pesante e grave, ma non si mancherà di passare dalla fase caritativa, che ha luminose tradizioni che continueranno, all’obbligo dello Stato”.
La gigantesca gru prese allora la prima pietra e la collocò nel punto prestabilito, “cioè subito oltre quello che sarà il grande atrio al piano di sotto del primo tratto del corpo intermedio”. Il cantiere del nuovo ospedale dovette suscitare grande impressione: “L’opera è veramente grandiosa e per capirne la portata basterà recarsi nell’area che gli stessi istituti hanno acquistato nei pressi di S. Sigismondo. Siamo ancora al primo lotto, per complessivi tre miliardi, ma l’imponenza dei lavori di fondazione, le opere in calcestruzzo già effettuate danno, anche al profano, una esatta idea della maestosità dell’edificio che sorgerà fra quattro anni. Un edificio modernamente concepito a forma di ‘x’, immerso in un grandissimo parco e in amene zone a verde che sono già state create per cui al momento del funzionamento dell’Ospedale, le piante potranno già dare ombra. L’Ospedale sorgerà su oltre 290 mila metri quadrati, con 1.250 posti letto. Sarà il più moderno d’Italia continuando così l’opera veramente benemerita della stessa comunità cremonese che volle, verso la metà del XV secolo, riunire in un unico organismo, tanti piccoli enti ospedalieri che adempivano, in misura frammentaria, alla loro funzione. Così nel 1452 l’ospedale ha potuto, grazie alla generosità dei cittadini, subire notevolissimi ampliamenti. Oggi l’opera è quindi il coronamento di secolari attività benefiche”.

Con altrettanto entusiasmo venne inaugurata lo stesso giorno la Centrale del Latte. Nel 2006 il marchio “Centrale del Latte Cremona” è stato ceduto in uso per la durata di quindici anni alla Società Agricola Cooperativa “Latte Cremona” in qualità di capo-gruppo di un raggruppamento temporaneo d’impresa costituito da cooperative del settore, (Latte Cremona soc. coop., capo gruppo, Latteria di Soresina soc. coop., Latteria P.L.A.C. soc. coop., Latteria di Piadina soc. coop., Latteria Ca’ de’ Stefani soc. coop., e Latteria Ca’ de’ Corti soc. coop.) dietro versamento di un corrispettivo pari al 5,3 % dell’utile annuo di bilancio, realizzato attraverso la commercializzazione dei prodotti a marchio “Centrale del Latte Cremona”, che non dovrà comunque essere inferiore a 50.000 all’anno per un importo complessivo presunto pari a 750.000 euro.
Una corsia del vecchio ospedale di S. Maria della Pietà

La solenne inaugurazione era stata preceduta da un convegno nel salone dei quadri del palazzo comunale con la presenza di Carlo Alberto Ragazzi, presidente dell’associazione nazionale ufficiali sanitari d’Italia, die due ministri Scaglia a Mariotti, dell’avvocato Ghisalberti, presidente della Provincia, accompagnati dal vice presidente del senato Zelioli Lanzini e dai due parlamentari cremonesi Lombardi e Zanibelli. Era stato l’assessore Berto Rossi a spiegare le motivazioni che avevano indotto il Comune a decidere nel 1961 di approvvigionarsi di latte indenne da Tbc fornito dal Consorzio produttori latte alimentare danno avvio al progetto per la realizzazione della nuova centrale. Quella di largo Paolo Sarpi, infatti, risalente al 1929, a causa della vetustà degli impianti non offriva più garanzie di sicurezza. Così nel 1963 si era studiata una nuova soluzione sulla base del progetto predisposto dal capo dell’ufficio tecnico del Comune, l’ingegnere Giovanni Marcatelli, e dal capo della sezione edilizia urbanistica, l’architetto Mino Galetti. Era stato il professor Ragazzi a spiegare i grandi vantaggi ottenuti con la pastorizzazione del latte e la meccanizzazione del processo di mungitura. “A Cremona – scriveva il giornale “la Provincia” - tutto questo è un fatto concreto anche perchè alla Centrale si lavorerà, quanto prima, anche il latte omogenizzato e la panna, consentendo, attraverso i contenitori a perdere, di conservare il prodotto perfettamente identico all’origine per una settimana. Basterà, infatti, tenerlo nei comuni frigoriferi casalinghi. Ma Cremona ha anche risolto un altro problema: quello della distribuzione capillare del latte. Ha spiegato la funzione nutritiva di questo alimento ritenendo, quello di Cremona, il sistema più idoneo con distributori automatici che consentono la distribuzione continuativa nelle 24 ore”. Di stringente attualità le parole di Desiderio Nai, docente della facoltà di veterinaria dell’Università di Milano: “Oggi, purtroppo, il produttore di latte, non soltanto del cremonese, è remunerato allo stesso modo, sia che presenti latte al titolo di grasso del 3 per cento e sia che lo presenti al 4 per cento, sia che produca latte sano che latte non sano, sia che osservi le più scrupolose norme igieniche o non se ne curi affatto E’ necessaria una differenziazione di prezzo perchè non è giusto che il produttore che sostene un onere così pesante per ottenere un latte genuino sia messo alla pari di quello che non si preoccupa affatto di questa purezza...Essi si preoccupano solo di tenere il prezzo basso e non di fornire viceversa una materia prima che sia migliore, in sintesi cioè più ricca di calorie e valore nutritivo. Perciò anche se il latte deve costare al consumo di più non ha importanza purchè si dia un prodotto che vale di più. I produttori di latte fanno grandi sacrifici che devono essere giustamente compensati. E’ giusto che si devono allontanare dalle stalle tutte le bestie malate, ma è altrettanto giusto che gli uomini di Governo assicurino al produttore un vantaggio economico proporzionato al prodotto che viene offerto anche nel settore industriale”. 
Una vecchia ambulanza
“E’ fuori discussione – aveva aggiunto il ministro Mariotti - che quest’opera è stata condotta capillarmente preoccupandosi anche della sanità degli ambienti, dei processi produttivi utilizzando l’opera dei medici e dei veterinari provinciali ai quali deve andare il riconoscimento del Ministero”. Così descriveva la Centrale del Latte l’articolista del giornale: “Lo stabilimento sorge in una altura ricavata artificialmente sulla sinistra di via S. Quirico. Esso è circondato da giardini e da piante che conferiscono all’insieme un tono allegro e piacevole. Sullo spiazzo antistante lo stabilimento”. Durante la visita il sindaco Vincenzo Vernaschi non aveva mancato di sottolineare gli sforzi compiuti dall’amministrazione negli ultimi anni “e la volontà degli amministratori di dare alla città quelle realizzazioni che consentano l’impostazione di un miglioramento economico della Provincia. Le attese per altri lavori, già impostati dall’amministrazione, sono state esposte anche all’on. Moro il quale ha assicurato il suo intervento presso gli organi competenti ed ha, infine, ricordato la questione delle caserme, la circonvallazione, il mercato bestiame, il porto di Cremona e il canale navigabile Milano-Cremona-Po”.
Il plastico del nuovo ospedale

Negli anni ‘60 il Comune di Cremona, per valorizzare, promuovere e distribuire su scala industriale uno dei più importanti ed apprezzati prodotti della zootecnia cremonese, assunse, a suo totale carico, l’iniziativa di attivare, nella sede di Via Nazario Sauro, uno stabilimento di produzione del latte. Inizialmente la Centrale del latte di Cremona era gestita direttamente dal Comune, in economia, avvalendosi di proprio personale. Grazie ad un’attenta ed oculata gestione aziendale, il latte prodotto dalla centrale riusciva, in poco tempo, a raggiungere una posizione di indiscusso primato sul mercato, nell’ambito del bacino di commercializzazione del prodotto, ovvero all’interno del territorio della Provincia di Cremona. Nel marzo 1986, per meglio tutelare il prodotto, alla luce anche di alcuni tentativi di imitazione che erano stati posti in essere dalla concorrenza, si provvide al deposito e alla registrazione del marchio “Centrale del latte Cremona”, che, da quel momento, avrebbe contraddistinto ufficialmente il prodotto, costituendo ancor oggi per i consumatori un sinonimo di sicura qualità. Nel 1987, dopo anni di attivo, si registrò una temporanea flessione delle vendite, a causa della crisi generale del mercato dei prodotti dell’agricoltura, seguita all’esplosione della centrale di Chernobyl. Il Comune di Cremona, tenuto conto che il servizio era diventato eccessivamente oneroso per il bilancio dell’ente pubblico, decise così di esternalizzarlo. A seguito di procedura di evidenza pubblica, venne quindi aggiudicata ad una società cooperativa del settore la concessione del servizio, con l’uso del relativo marchio, per un periodo di venti anni, con decorrenza 1° gennaio 1998, mentre il personale comunale che era addetto alla centrale del latte venne reimpiegato in altri servizi dell’Ente, salvaguardando i livelli occupazionali. Nel 1994, la concessione venne poi limitata all’uso del marchio, mentre lo stabilimento produttivo fu definitivamente dimesso. Infine, nel giugno 2005, il Comune, a fronte del mancato pagamento, da parte del concessionario, dei canoni dovuti, risolse il contratto, a far tempo dal 31 dicembre 2005, della concessione d’uso del marchio di proprietà comunale “Centrale del Latte Cremona” rilasciata alla Giglio S.p.A., rientrando così anticipatamente nella disponibilità del marchio, con il preciso obiettivo di rilanciarlo e renderlo ancor più competitivo. Venne quindi indetta una nuova gara pubblica per la concessione temporanea, e in via esclusiva, del marchio “Centrale del latte Cremona”, riservata alle imprese del settore, ponendo severi requisiti per la partecipazione, e precisi vincoli per il concessionario, a tutela della qualità e della produzione locale.

lunedì 23 novembre 2015

Si fa presto a dire polenta


Questo grano è molto migliore et più nutritivo che non è il miglio, et rende più farina che non fa il formento. Et è buono e saporoso pane, o semplice, o misturato, et composto con formento fa perfetto biscotto, fa bonissima polenta, et infine si gode in qualunque modo si voglia”.
E’ il 1556 quando il nobile cremonese Giovanni Lamo in una lettera al Granduca di Toscana, offrendogli una partita di semi di mais perchè potesse iniziarne la coltivazione nei territori medicei, parla per la prima volta della possibilità di realizzare la polenta e dimostra come il nostro cereale fosse più diffuso nelle nostre zone di quanto possano documentare le testimonianze storiche.
Lamo è in assoluto il primo che consiglia di utilizzare il mais per fare la polenta, sfatando un luogo comune. Nell’Italia del primo ‘500 il mais era conosciuto tra i letterati e botanici, soltanto però come specie coltivata negli orti o nei giardini di facoltosi interessati a specie esotiche.
Prima prova della coltivazione del mais in Italia a scopo alimentare ci viene data da Giambattista Ramusio, tramite una pubblicazione risalente al 1554, dove descrive il recente tentativo sperimentale della coltivazione di mais, precisamente di due varietà, una a pigmentazione bianca e una a pigmentazione rossa, nel Polesine di Rovigo e a Villabona (attualmente Villa d’Adige), Verona, Veneto.
La pianta di mais in un'antica incisione

“La mirabile et famosa semenza detta mahiz ne l’Indie occidentali, della quale si nutrisce metà del mondo, i Portoghesi la chiamano miglio zaburro, del qual n’è venuto già in Italia di colore bianco et rosso, et sopra il Polesene de Rhoigo et Villa bona seminano i campi intieri de ambedue i colori”.
Lungo le terre bagnate dal Po il mais venne introdotto semplicemente come sostituto del sorgo, a cui somigliava sia per la forma degli steli, che per la predilezione per i luoghi umidi, per i tempi e le tecniche di semina, sarchiatura e raccolta.
Ed accanto al sorgo, il miglio, che però, insieme al precedente era ritenuto dai proprietari una coltura che impoveriva il terreno e quindi da tenere sotto controllo. Miglio e sorgo erano generalmente utilizzati per l’alimentazione del bestiame da cortile, maiali e colombi, tuttavia in tempi di carestia non è raro che sia sorgo che miglio venissero impiegati anche nell’alimentazione umana.
Il bolognese Pier Crescenzi, che scrive nel 1564, conferma che il sorgo era adatto per l’alimentazione di porci, buoi e cavalli, ma anche per gli uomini in particolari necessità. Se il pane ottenuto macinando questi due cereali era ritenuto quanto di più miserabile esistesse per l’alimentazione umana, non così era per le polente, o meglio polentazze, come erano chiamate. Ed anche questo fu un elemento che favorì la sostituzione alimentare del mais al miglio.
L’uso delle farine di granoturco per fare polenta rappresentava per le popolazioni contadine l’impiego più pratico e conveniente, oltre che il più indicato, e così, come nei campi, il mais finì per sostituire il miglio come ingrediente base per la polenta, cibo, come vedremo, antichissimo per le popolazioni europee.
La polenta di miglio e di altri cereali, fino all’arrivo del mais, era cibo comune e quotidiano soprattutto fra pastori, mandriani, taglialegna e carbonai, categorie di lavoratori molto misere ma soprattutto caratterizzate dal fatto di risiedere in ricoveri precari, che cambiavano in continuazione e dunque non adatti all’attività di panificazione.
La polenta, dunque, era innanzi tutto un sistema molto semplice e rapido di preparazione dei cereali per l’alimentazione.
Nel XVI secolo, secondo quanto afferma l’agronomo padovano Giorgio Dalla Torre, i contadini padovani avevano ormai abbandonato la tradizionale polenta di miglio a favore di un’altra polenta di mais “quae laevissimo labore et brevi tempore confecta”.
In secondo luogo bisogna anche ricordare che il mais, così come il miglio e il sorgo, fornisce un pane di cattiva qualità e tutti i tentativi fatti dalle amministrazioni annonarie per impiegare il mais per la fabbricazione del pane per la popolazione più misera avevano dati scarsi risultati, essendo la farina di mais molto incoerente, tanto che occorreva aggiungere all’impasto farina di frumento o di segale.
Come tutti sanno l’introduzione del mais in Europa è dovuta a Cristoforo Colombo. Fin dai suoi primi viaggi esplorativi, esattamente sull’isola di Cuba il 6 novembre 1492, Colombo conobbe il mais chiamato dagli indigeni dell’isola “Mahiz” e ne riconobbe subito il ruolo primario nella coltura locale. Al suo rientro in Spagna, nel 1493, Colombo portò con sé oltre a beni preziosi (oro, ambra, ecc.) il mais, come riportato nello scritto Vita di Cristoforo Colombo attribuibile a Ferdinando suo figlio. La nuova specie attirò da subito l’attenzione in Castiglia, dove si tentò la sua coltivazione, ma probabilmente le prime coltivazioni non ebbero grande successo, non riuscendo a portare a termine il ciclo di maturazione della spiga e quindi della granella. Questo fatto probabilmente fu dovuto all’origine dei campioni di mais giunti nel vecchio mondo, provenienti da isole tropicali, dove la specie è ben adattata a fotoperiodi lunghi, al contrario dell’areale Iberico e più in generale quello europeo caratterizzato da fotoperiodo più breve, nei quali il ciclo biologico del mais o di altre specie importate non poteva essere completato. L’impossibilità di portare a termine il ciclo biologico rallenterà l’utilizzo agrario del mais in Europa, ma non la sua scoperta: di fatto compare già negli anni successivi in Portogallo sotto il regno di Re Giovanni II (1481-1495), e si suppone che fosse stato proprio lo stesso Colombo a farlo conoscere ai Portoghesi.

Il mais, come conferma anche il Lamo, è legata la polenta. Ed è ancora un cremonese, Bartolomeo Sacchi, detto il Platina, che ne parla nel 1480, trascrivendo in latino tutte le ricette, originariamente scritte in lingua volgare, di maestro Martino, il più celebre cuoco della fine del Medioevo.
Il Platina ribattezza con il termine “polenta” “sive ut vulgo miliacium” un migliaccio, volendo indicare sia un cereale sfarinato, sia la pappa che con lo stesso cereale si preparava con procedure diverse da quelle indicate per i migliacci.
Secondo lo stesso Plinio, la polenta non è altro che una mistura di 20 libbre d’orzo, 3 libbre di semi di lino, mezza libbra di semi di coriandolo e un acetabolo di sale. Il tutto poi viene abbrustolito e macinato piuttosto grossolanamente, secondo il gusto dei Greci, o finemente, come preferiscono le popolazioni italiche.
“Polenta” è infatti il nome con cui gli antichi Romani hanno ribattezzato un piatto introdotto dalla Grecia che lo chiamava chòndros e indicava sia l’ingrediente di base (ossia la farina di orzo abbrustolita), sia la farinata che se ne otteneva. Nicandro di Colofone (II sec. a.C.) prescriveva di cuocere il cruschello tostato nel brodo con l’olio, facendolo ben gonfiare, e di servirlo con carni d’agnello, di capretto o di pollo, secondo quanto riporta Ateneo di Naucrati.
Il chòndros si consumava spesso crudo, diluito con acqua o anche con sapa, vino dolce o vino mielato; Galeno ne consigliava l’assunzione specialmente d’estate come bevanda dissetante e nelle Metamorfosi di Ovidio (V, 449-450) troviamo che Proserpina, assetata, beve una bevanda dolce, offertale da un’anziana donna, preparata con polenta appena tostata.
La stessa attitudine a fare da sorbetto la ritroviamo nel savich degli arabi, il quale, secondo Ibn Butlan è farina d’orzo moderatamente torrefatta e il più possibile raffinata che si diluisce con acqua e si beve d’estate per rinfrescarsi. Secondo altri, in particolare Simone da Genova, il savich è da intendersi come orzo raccolto poco prima che maturi, leggermente torrefatto in pentole di bronzo o di terracotta, poi trebbiato dai residui di glume e cuticole e macinato grossolanamente.
Bartolomeo Sacchi nell'affresco di Melozzo da Forlì
Si tratta pertanto di un prodotto antico, fatto risalire al tempo di Alessandro Magno e molto diffuso nel Medio Oriente mediterraneo, in quanto cibo raccomandato ai viaggiatori e ai soldati. Citato in tutte le opere di medicina, compare abbastanza raramente nei ricettari di cucina e comunque non oltre il X secolo. Si può preparare sia con il frumento, sia con l’orzo, a seconda delle possibilità del consumatore. I grani venivano lavati, poi messi a macerare nell’acqua per una notte; poi venivano scolati e tostati. Una volta freddo, il savich veniva macinato e setacciato; solo così si poteva conservare per lungo tempo.
Come si è già detto il Platina, nella sua latinizzazione piuttosto libera del testo di Maestro Martino, usa il termine polenta per descrivere un migliaccio, riferendosi evidentemente ad un uso ormai consolidato di cucinare la polenta con il miglio.
Per il resto, polenta è una parola abbastanza ignorata dalla cucina dei ricettari, per quanto fosse presente in quella rustica, tanto da diventare simbolo di un regime alimentare coscientemente povero. L’ingrediente principale, prima dell’introduzione del mais, era il miglio.

Le polente, intese in senso generico, sono senza data, e le modalità di base della loro preparazione rimangano sostanzialmente le stesse: la cottura in acqua di cereali ridotti in polvere. Innanzi tutto il temine “polenta” non ha nessuna etimologia.
Conosciuta già dai Greci e dai Romani,  conserva nel suo nome la sua origine latina, puls. La polenta allora era fatta con il farro, una specie di riso dal chicco duro, ma non aveva la consistenza della polenta di mais. Si condiva con latte, formaggio, carne di agnello, maiale e salsa acida ed  era conosciuta in tutta l’area mediterranea. Famose sono le polentine tramandataci nelle ricette di Plinio e Apicio, vecchie più di due millenni. Ricette di polenta di castagne, di miglio e polente di spelta ci sono state lasciate da Maestro Martino da Como, cuoco del Patriarca di Aquileia (XV secolo). Nel De honesta voluptate et valetudine dello scrittore Bartolomeo Sacchi, detto il Platina, alla fine del XV secolo,  ritroviamo la polenta di farro.
Il banchetto nuziale, di Pieter Brueghel il Vecchio

I legionari romani portavano con sé un sacchetto di farina di farro che cucinavano sotto forma di polenta. Oggi quando parliamo di polenta intendiamo un impasto di farina di mais. Ed anche per questo nuovo cibo dobbiamo ringraziare Cristoforo Colombo che, al ritorno dal primo viaggio nel Nuovo Continente, portò con se alcuni semi di una pianta chiamata mahiz (grani d’oro, dal nome indigeno deriva anche il nome botanico della pianta, Zea mays). Alcuni reperti paleobotanici hanno permesso di stabilire che il mais veniva coltivato da almeno 3000 anni in varietà simili a quelle contemporanee ed era sicuramente conosciuto da Maya e Aztechi.Le prime coltivazioni si diffusero in Europa trent’anni dopo la scoperta dell’America, in Andalusia introdotte dagli Arabi che lo impiegavano come foraggio; verso il 1520 la coltivazione si diffonde in Portogallo, di seguito in Francia e nell’Italia del Nord. Tra il 1530 ed il 1540 arriva a Venezia. Inizialmente veniva coltivato a scopo di studio in orti e giardini di appassionati botanici, ma la prima regione italiana a coltivarlo in campi veri e propri fu il Veneto, dove venne introdotto prima del 1550, secondo quanto afferma  Ramusio, storiografo e geografo al servizio della  Serenissima.Dal Veneto, il mais si diffuse in Friuli, dove la sua presenza e’ documentata dal 1580, quindi nel bergamasco. A Milano, una grida del 1649 dispone l’apertura del mercato alla vendita del mais per contrastare la penuria di altri grani. Da qui ha proseguito verso l’attuale Ungheria del Sud e la penisola Balcanica.I veneziani lo trasportarono nel vicino oriente durante i loro viaggi, mentre gli spagnoli contribuirono alla diffusione del bacino del Mediterraneo ed in Asia; i portoghesi lo introdussero in Africa. Il mais venne chiamato grano turco per indicare la sua origine straniera, infatti con il termine turco nel XVI secolo si identificava tutto ciò che aveva origini coloniali. In Piemonte si diffuse a metà del ‘700 e da subito andò ad occupare un posto di rilievo nella cucina locale.
Dopo aver incuriosito i raffinati palati del signori dell’epoca, la polenta fu presto bandita e divenne il cibo della dieta delle classi meno abbienti. All’inizio dell’Ottocento, periodo di guerre e carestie, fu il piatto più consumato dai contadini, spesso del tutto scondito, perché costava meno del pane e riempiva la pancia. Ma era un cibo povero carente in principi nutritivi, soprattutto di vitamine e fu la causa del diffondersi della pellagra, che divenne in breve una piaga sociale. Tale patologia comparve per la prima volta in una monografia italiana del 1771 che ne descriveva la diffusione proprio fra i mezzadri che vivevano di polenta. La malattia non era conosciuta dagli indigeni d’America perchè usavano trattare il cereale con sostanze alcaline.

Agosto 1935, il primo grande film su Stradivari


Era il novembre del 1936 quando, in previsione delle celebrazioni del bicentenario stradivariano che si sarebbero tenute l’anno successivo, il comitato che si era appositamente costituito, tra le altre iniziative, proposte anche l’idea di realizzare un film su Antonio Stradivari, che si sarebbe dovuto girare interamente tra le vie di Cremona. La proposta fu fatta propria anche dall’Ente provinciale del Turismo, appena costituito sotto la presidenza di Tullo Bellomi. Se ne discusse nell’ultima seduta di quell’anno, ma poi non se ne fece nulla.
L’idea, tuttavia, non era per nulla originale. I cremonesi erano stati bruciati sul tempo dai tedeschi che, il 25 agosto 1935, avevano distribuito nelle sale cinematografiche “Stradivari” il primo film dedicato al grande liutaio, affidato al regista Géza von Bolvàry, con un cast che annoverava i migliori attori del momento. Una produzione franco-tedesca realizzata con grande dispendio di mezzi, cui seguì in ottobre, la versione francese intitolata “Stradivarius”.
Ottant’anni fa, dunque, venne realizzato il primo vero film, di oltre un’ora e mezza, con protagonista Stradivari ed i suoi violini, con una trama che, per alcuni versi, ricorda i contenuti del celebre “Violino rosso”, girato effettivamente nelle strade e nelle piazze di Cremona sessant’anni dopo, nel 1995, dal regista canadese François Girard.
Siamo nel 1914, poco prima della guerra mondiale, quando Sandor Teleky, un ufficiale austriaco, virtuoso del violino, viene in possesso per una eredità lasciata da uno zio di un prezioso strumento, che poi si scoprirà essere stato realizzato da Stradivari. Una leggenda vuole però che ogni possessore di quello strumento non riesca a conquistare la donna amata. L’ufficiale, innamoratosi di una musicista italiana non ricca, Maria Belloni, dà le dimissioni e accetta una scrittura in America per sposarla. Lo scoppio della guerra impedisce le loro nozze e divide i due fidanzati. Sandor torna al suo reggimento e non dà più notizie di sé per quattro anni. A Milano la giovane è corteggiata da un ufficiale medico, Pietro Rossi, che, ironia della sorte, è venuto in possesso del prezioso violino mentre cura l’ufficiale austriaco, raccolto gravemente ferito. Quando i due uomini si riconoscono innamorati della stessa fanciulla, l’ufficiale italiano, che ha la prova dell’affetto che la donna nutre per il suo primo fidanzato, si ritira lealmente ricongiungendo i due giovani. L’annuncio dell’armistizio pone fine alla tragedia bellica. Il film, prodotto da Fritz Fromm, fu distribuito dalla Boston Film di Berlino, ed ebbe un discreto successo grazie soprattutto al nome del regista ed al cast prestigioso.
Gustav Frölich nei panni di Sandor Teleky
Geza von Bolvary, regista ungherese naturalizzato austriaco, è stato particolarmente attivo in Germania e Ausria a partire dagli anni Venti. Dopo una carriera da giornalista freelance ed attore, ha lavorato come regista dapprima per la casa di produzione Star Film, dove conobbe l’attrice ungherese Ilona Mattyasovszky che sposò nel 1923. Successivamente, nel 1922, fu assunto con un contratto di quattro anni dall’Emelka, la futura Bavaria Film di Monaco. Trasferitosi a Berlino, venne messo sotto contratto dalla casa cinematografica tedesca Fellner & Somlo per la quale diresse dal 1926 al 1928. Abbandonò la compagnia tedesca per trasferirsi a Londra dove lavorò circa un anno per la casa cinematografica britannica Associated British Picture Corporation (BIP).
Nel 1930, diresse Due cuori a tempo di valzer, con Walter Janssen e Willi Forst, il suo primo lavoro apprezzato dalla critica e dal pubblico a livello internazionale. Con questo film, inaugurò un genere cinematografico che andò molto in voga tra gli anni trenta e gli anni quaranta, ovvero l’operetta musicale viennese di cui fu il principale rappresentante e per il quale si avvalse della collaborazione, oltre che del citato Forst, dello sceneggiatore Walter Reisch e del compositore Robert Stolz.
Tra il 1923 ed il 1933, si dedicò soprattutto alla direzione di pellicole del genere commedia leggera, scoprendo talenti come Zarah Leander, Hilde Krahl, e Ilse Werner.
Dopo aver rifiutato un’offerta da parte della Metro Goldwyn Mayer, tornò a Berlino dove lavorò fino al 1933 per la Superfilm Berlin e fino al 1935 per la Boston Films. Nel 1934 rappresentò alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia il suo paese d’origine con la pellicola Parata di primavera, che aveva come protagonisti Paul Hörbiger e Franciska Gaal. Trasferitosi a Vienna, Géza von Bolváry lavorò con numerose case di produzione cinematografica austriache, tra le quali la Styria-Film, la Terra-Film e la Wien-Film. Dopo la seconda guerra mondiale si trasferì a Roma dove lavorò per la Grandi Film Storici Cinopera fino al 1949. Nel 1948 ottenne la cittadinanza austriaca e si trasferì a Monaco di Baviera dove, a partire dal 1950, lavorò in qualità di produttore esecutivo della Starfilm, dirigendo numerosi film fino al 1958, anno della sua ultima pellicola. 
Sybille Schmitz e Gustav Frölich

Il film di von Bolvàry si basava su una sceneggiatura di Ernst Marischka, altro pezzo da novanta di quegli anni. Specializzato in commedie musicali e in operette, fratello di Hubert Marischka, è famoso soprattutto per aver diretto i tre film dedicati a Sissi, l’imperatrice d’Austria e regina di Ungheria, interpretati da Romy Schneider tra il 1955 e il 1958. Marischka scrisse i versi di Vergiß mein nicht, la versione tedesca della celeberrima Non ti scordar di me di Ernesto de Curtis. Ernst scrisse la sua prima scenaggiatura per Alexander Kolowrat, un pioniere del cinema austriaco che a Vienna aveva fondato una propria casa di produzione, la Sascha Film.: Der Millionenonkel, film diretto da suo fratello, era una grossa produzione spettacolare che gli aprì la strada del cinema. Passò presto anche dietro la macchina da presa e firmò il suo primo film da regista nel 1915. Nella sua carriera, diresse trentacinque film. Ma il suo lavoro principale restò per tutta la vita quello di scrittore: specialista nel genere brillante, scrisse numerosi romanzi e commedie musicali. Lavorò in Austria, Germania, Italia, Francia e anche per gli Stati Uniti. Hollywood riprese alcuni dei suoi soggetti e delle sue sceneggiature come L’eterna armonia, film biografico su Chopin diretto da Charles Vidor e Parata di primavera diretto da Henry Koster del 1940 e interpretato da Deanna Durbin.
Veit Harlan

La parte del protagonista, Antonio Stradivari, fu affidata ad uno dei più apprezzati attori del regime, Veit Harlan che, come regista, rappresentò una delle figure chiave della cinematografia tedesca del Terzo Reich: sue sono alcune tra le più importanti opere di sostegno al nazismo, come Jud Süss (1940; Süss l’ebreo), Der grosse König (1942; Il grande re), per cui vinse la Coppa Mussolini per il miglior film straniero alla Mostra del cinema di Venezia, e il colossale Kolberg (1945; La cittadella degli eroi). Figlio dello scrittore Walter Harlan, studiò recitazione con M. Reihnardt, debuttando in teatro a Berlino nel 1915 come attore e l’anno successivo come assistente alla regia. Dopo aver partecipato alla Prima guerra mondiale, cominciò a lavorare anche nel cinema, facendo la sua prima apparizione in Die Hose. Skandal in einer kleinen Residenz (1927) di Hans Behrendt. Partecipò quindi a numerosi film, rivelandosi buon caratterista in opere di ricostruzione storica a tema bellico come Der Choral von Leuthen (1933) di Carl Froelich, Arzen von Czerépy e Walter Supper, o in polizieschi come Taifun, noto anche come Polizeiakte 909 (1934) di Robert Wiene, e recitando nella parte del protagonista in Stradivari (1935) di Géza von Bolváry. Fu l’introduzione del sonoro, e dunque la possibilità del dialogo parlato, a favorire il suo tardivo esordio nella regia cinematografica che avvenne non casualmente con l’adattamento di una commedia, Krach im Hinterhaus (1935), che era stata da lui diretta a teatro. Prese il via così una prolifica carriera di autore, e spesso anche sceneggiatore, di film fondati soprattutto su grandi interpretazioni d’attore: l’adattamento da L.N. Tolstoj di Kreutzersonate (1937; La sonata a Kreutzer), interpretato dalla diva Lil Dagover; Der Herrscher (1937; Ingratitudine), nel quale primeggia la stella del muto Emil Jannings; e la lunga serie di film che ebbero come protagonista l’attrice Kristina Söderbaum (spesso in coppia con Frits van Dongen): il thriller storico-drammatico Verwehte Spuren (1938; La peste di Parigi); il melodramma Die Reise nach Tilsit (1939; Verso l’amore), ricalcato su Sunrise-A song of two humans (1926; Aurora) di Friedrich W. Murnau; Das unsterbliche Herz (1939; L’accusato di Norimberga), tratto da un testo del padre, storia melodrammatica in costume dell’inventore Peter Henlein (interpretato da un suggestivo Paul Wegener). Harlan diresse quindi l’infaustamente celebre Jud Süss, esplicito strumento di propaganda antisemita che stravolge il senso originario del romanzo omonimo dello scrittore ebreo L. Feuchtwanger, e Der grosse König, ritratto celebrativo di Federico II nella guerra dei Sette anni con esplicite allusioni alla gloria del Reich hitleriano. Durante la Seconda guerra mondiale alternò con grandi capacità di messa in scena la produzione melodrammatica a quella di sostegno al regime, passando dal triangolo d’amore Opfergang (1944; La prigioniera del destino) a un kolossal della ricostruzione storica come Kolberg: realizzato in due anni di riprese con decine di migliaia di comparse, il film racconta la rivolta popolare di una cittadina portuale prussiana sul Baltico di fronte all’invasione delle armate napoleoniche nel 1806, quasi un appello alla resistenza nei confronti del nazismo accerchiato dalle truppe alleate. L’attività di Harlan riprese nel dopoguerra con Unsterbliche Geliebte (1954; La dinastia indomabile), melodramma settecentesco in costume, e continuò con opere di varia ispirazione: dal film d’avventura Die Gefangene des Mahradscha (1954; La prigioniera del Maharajah) a quello spionistico di buona fattura Verrat an Deutschland. Der Fall Dr. Sorge (1955; Berlino-Tokyo, Operazione spionaggio), fino allo scandaloso dramma della prostituzione a sfondo omosessuale Anders als du und ich. § 175, noto anche con il titolo Das dritte Geschlecht (1957; Processo a porte chiuse). Harlan trascorse gli ultimi anni della sua vita in Italia e scrisse un’autobiografia, Im, Schatten meiner Filme, apparsa postuma nel 1966.

Un altro grande attore, Gustav Frölich, uno dei preferiti del regista austriaco, interpretava il ruolo dell’ufficiale Sandor Teleky. Per un trentennio fu uno degli attori più popolari del cinema tedesco, incarnando il personaggio dell’eroe positivo. Sorriso franco, sguardo diretto, atteggiamento spigliato e mondano, rivelò di avere il physique du rôle ideale per le commedie leggere, sentimentali e romantiche.
Il suo primo ruolo di protagonista fu in Metropolis (1927), quando Fritz Lang gli affidò il personaggio del figlio dello scienziato, dittatore della megalopoli.
Negli ultimi anni del cinema muto interpretò due significativi film di Joe May, Heimkehr (1928; Il canto del prigioniero), dove è un soldato prigioniero di guerra che torna in patria, e Asphalt (1929; Asfalto), in cui è un vigile urbano filisteo e borghese che si innamora di una ladra, mostrando di trovarsi a proprio agio nell’ambito del dramma psicologico e intimista.
Già diretto da Carl Froelich in Brand in der Oper (1930; Incendio dell’opera) e Gitta entdeckt ihr Herz (1932), offrì una delle sue interpretazioni più convincenti nel ruolo del poliziotto in Oberwachtmeister Schwenke (1934; Il poliziotto Schwenke). All’inizio degli anni Trenta interpretò alcuni film interessanti, fra cui Der unsterbliche Lump (1930; L’immortale vagabondo) di Gustav Ucicky, Die heilige Flamme (1930; La sacra fiamma) di Berthold Viertel, Voruntersuchung (1931; Istruttoria) di Robert Siodmak, Unter falscher Flagge (1932; Sotto falsa bandiera) di Johannes Meyer, Die verliebte Firma (1932) di Max Ophuls: il suo aspetto piacevole e conciliante e il suo fisico atletico sembravano destinarlo al ruolo di eroe, cui Froelich non avrebbe mai rinunciato nei moltissimi film interpretati negli anni successivi.
Sybille Schmitz
Protagonista femminile del film, nel ruolo di Maria Belloni, Sybille Schmitz, prima diva del genere “fantasy”, femme fatale ed attrice enigmatica, dotata di una bellezza esotica, lontana anni luce dagli stereotipi della maliarda bionda e algida del cinema nordico. Era entrata nell’immaginario collettivo grazie ad una pellicola di due anni prima, “Vampyr” diretta dal danese Carl Theodor Dreyer nel 1932, cui aveva fatto seguito “The Master of the World” girato esattamente due anni dopo. Il film, già nel titolo, annunciava una storia di sortilegi e necrofilie. Nella parte di Leone, figlia di un castellano perseguitato da un vampiro che ne assedia le notti, la Schmitz si rivelò interprete di rara intuizione drammatica, passando, come in delirio, dai sorrisi di fanciulla ingenua alle smorfie di una creatura assetata di sangue.
Forse in quell’occasione la sua interpretazione si notò grazie anche all’accorta regia di un maestro del cinema danese, ma in seguito la forte espressività della Schmitz saprà emozionare anche lo spettatore più impassibile.
Il film più interessante interpretato dalla Schmitz resta però Fährmann Maria (La barcaiola Maria), del 1936. Con enfasi espressionistica la Schmitz traghettava i passeggeri da una riva all’altra del fiume, inseguita da apocalittici cavalieri. Le molte situazioni drammatiche, la danza di Maria con la morte, la preghiera dei soldati scandita dal ferito febbricitante, venivano smorzate dal lieto fine, con cui Maria trovava la patria e l’amore.
Di certo la faccia dell’attrice condizionò molto le sue apparizioni: impossibile immaginarla nei panni di una Gretchen spensierata con quello sguardo inquietante. Per lo più dette vita a caratteri di donne problematiche: fu George Sand in Valzer d’addio di Chopin (Abschiedswalzer, 1934), spia tenebrosa in Hotel Sacher (1939) e astuta principessa in Il capitano di ventura (Trenck, der Pandur, 1940). Ma la sua interpretazione più riuscita va individuata in La tragedia del Titanic (Titanic, 1942), rievocazione del famoso disastro del 1912 in cui il gigantesco transatlantico venne inghiottito dalle acque.