sabato 11 dicembre 2021

Giuseppe Manfredi, un cremonese alla conquista del Polo

Giuseppe Manfredi con il padre e la nipotina

N
el 1953 ricorreva il 25° anniversario della morte del grande esploratore norvegese Roald Amundsen, scomparso nel 1928 a 56 anni tra i ghiacci del Polo Nord durante le ricerche dei sopravvissuti del dirigibile “Italia”, comandato da Umberto Nobile. Per celebrare la ricorrenza, Maner Lualdi, grande aviatore e giornalista de “La Stampa” e “Corriere della Sera”, programmò una trasvolata del continente crtico a bordo di un piccolo aereo, il Girfalco dell'Ambrosini, con un motore Alfa Romeo a 4 cilindri da 140 cv del tipo 110 Polo, dotato di tre carrelli con due sci ciascuno. Era un piccolo monomotore biposto del peso di 800 chilogrammi, onorevole compromesso tra l'aviazione romantica e più economica, e la tecnologia moderna, con a bordo radiotelefono, radiogoniometro, tenda per due persone, medicinali e viveri. Lualdi non era certo nuovo ad imprese di questo genere: pilota dell'aeronautica militare, tra il 1937 e il 1938  aveva effettuato il raid aereo da Torino a Rawalpindi, alle falde dell'Himalaya, e ritorno, a bordo di un CA 310, con cui stabilì un primato della categoria coprendo 24.000 km in 54 ore. Nel 1939 aveva vinto il premio istituito da Il Popolo d'Italia, per aver effettuato il più rapido collegamento tra Roma e Addis Abeba con un volo senza scalo di 4500 km in 11 ore e 25 minuti. Tra il dicembre 1948 ed il febbraio 1949 aveva già effettuato il primo volo transatlantico con aereo da turismo “Angelo dei Bimbi” (copilota Leonardo Bonzi, da Milano 27 dicembre 1948 a Buenos Aires 14 febbraio ’49), per raccogliere fondi per i "mutilatini" di don C. Gnocchi, reso ancora più avventuroso da un uragano che fece deviare il velivolo dalla giusta rotta. Ed infine, solo un paio d'anni prima, il 23 settembre 1951, accompagnato da un operatore cinematografico, aveva iniziato una nuova trasvolata, promossa dal Corriere della sera, a bordo di un piccolo aereo, costruito quello stesso anno dalla Macchi (il "Macchino"), lungo appena 6,5 m per un peso di 420 kg, ma dotato di un serbatoio supplementare che gli permetteva di coprire senza scalo 1200 km, con cui da Milano avrebbe dovuto raggiungere l'Australia. Il viaggio, tuttavia, si concluse fortunosamente dopo 16.000 km di volo a causa dell'imperversare dei monsoni che costrinse Lualdi a un atterraggio disperato nella giungla nell'isola di Sumatra.

La jeep Matta dell'Alfa Romeo

Per il nuovo importante evento l'Alfa Romeo mise a disposizione una jeep “Matta” dotata di rimorchio, con il compito di trasportare attrezzature, materiale cinematografico, vestiario ed altro occorrente per la spedizione a cui si sarebbero aggiunti al di là del Circolo Polare Artico, altri quattro mezzi a disposizione dei componenti la spedizione: un veicolo cingolato “Smobil” e tre mezzi marittimi che con felice neologismo il Lualdi chiamava “fochiere” (solide, piccole navi per la caccia alle foche, “autentiche fabbriche del mal di mare”). La partenza della “Matta” anticipava quella del “Girfalco” in modo da arrivare nei vari scali quasi contemporaneamente. A guidare la jeep nell'impresa artica venne chiamato un ex maggiore dell'aviazione, operatore della Incom, il cremonese Giuseppe Manfredi, affiancato all'amico di sempre Giuseppe Belloni. Il raid era stato pensato un anno prima della partenza, avvenuta i primi di marzo del 1953. Lualdi aveva l'idea di festeggiare in modo spettacolare il 25° della sfortunata impresa di Amundsen con qualcosa che avesse lo stesso carattere di eccezionalità, ed aveva di conseguenza progettato il raid che avrebbe dovuto prevedere una doppia spedizione, aerea e terrestre. Per quella aerea avrebbe fatto eventualmente tutto da solo, anche se poi si sarebbe avvalso del secondo pilota Max Peroli e del motorista Pretti, ma per quella terrestre aveva il problema di scegliere i collaboratori. Decise di rivolgersi alla Incom, che avrebbe documentato il raid, e venne a sapere che vi era un operatore quarantenne che si era particolarmente distinto nelle riprese aeree, anzi era il secondo pilota al mondo che fosse in grado di guidare con estrema destrezza l'elicottero “Sicorsky”, il più grande apparecchio sino ad allora costruito in Inghilterra. Manfredi, contattato a Roma, accettò a condizione che suo compagno di viaggio fosse stato Giuseppe Belloni, che si trovava a Milano, il quale non si fece pregare. Giuseppe Manfredi aveva già fatto il pilota di taxi aerei per una società italiana ed era stato pilota personale di Tyrone Power quando nel 1949 l'attore era impegnato in Italia nel film “Il principe delle volpi”. Non era mai stato al polo Nord, ma aveva già girato in lungo e in largo l'Africa ed in elicottero si era calato nel cratere dell'Etna per girare alcune riprese cinematografiche. L'anno prima, inoltre, aveva documentato l'alluvione nel Polesine con i servizi trasmessi nei notiziari della “Settimana Incom”. Con Belloni faceva coppia fissa, al punto che sui due esploratori erano nati anche racconti leggendari, come quello che nel corso di una battuta di caccia grossa avessero ucciso un leone solo aprendone le fauci, afferrando la coda dall'interno e rovesciandogli la pelle. 

La piccola jeep “Matta” affidata alle loro cure costituiva la base a terra della spedizione: avrebbe dovuto contenere in pochissimo spazio dieci quintali di attrezzature comprendenti apparecchi fotografici, macchine da presa, obiettivi speciali, teleobiettivi, telemetri, apparecchi di precisione, tende, effetti personali, equipaggiamento in grado di affrontare temperature bassissime, undicimila metri di pellicola a colori e tremila metri di pellicola in bianco e nero, oltre ai viveri, alla benzina e quant'altro fosse servito all'impresa. Compito di Manfredi e Belloni era curare i servizi giornalisti e cinematografici da distribuire in tutto il mondo, restando in costante contatto da un lato con l'Italia e dall'altro con Luandi, che doveva raggiungere la base avanzata di Bardufoss, dandosi appuntamento per la stessa data.

Giuseppe Manfredi era nato nel 1912 ed abitava con i genitori ed il fratello Gianni nella cascina di via Lugo 7, dove era tornato pochi giorni prima della partenza, il tempo per promettere in regalo alla figlioletta di dieci anni un orsacchiotto vero portato dal polo. D'altronde qualche anno prima aveva recapitato alla nipotina Patrizia, allora appena nata, un regalino calato con un minuscolo paracadute lanciato sulla cascina di via Lugo, durante un passaggio spericolato con l'aereo della Incom.

Maner Lualdi

Lualdi aveva annunciato il raid il 30 ottobre del 1952 al Circolo della Stampa di Milano davanti al padre Adriano, direttore d'orchestra, e alla madre Wanda Stabile de Sailmberg, al conte Bonacosta, a Eugenio Montale, Clara Calamai e tante altre personalità, mentre a Passignano sul Trasimeno si allestiva il piccolo aereo. «Vorrei ripercorrere i sentieri di Andrée e di Peary, di Sverdrup e Nansen, del Duca degli Abruzzi e di Cagni, di Amundsen e di Byrd», aveva affermato prima della partenza. «Cercherò di raggiungere il punto ove la nostra aeronave s'incendiò, e il punto ove Malmgren cedette al destino. Se il gelo avrà pietà di pochi fiori li getterò sulle tombe bianche, fatte dalla banchisa». 

Il Piano di viaggio prevedeva che la Matta anticipasse in ogni tappa la partenza del Girfalco in modo da far coincidere l’arrivo di entrambi a conclusione tappa. Superato il circolo polare artico la “Matta” venne sostituita sul ghiaccio da un cingolato “Smobil” mentre l’assistenza su acqua veniva assicurata da tre piccole e robuste navi per la caccia alle foche. La vettura venne immatricolata a Milano il 25 novembre 1952 con la targa MI 203788 ed intestata alla stessa Alfa Romeo. Era una versione AR 51, telaio 00741 e motore 1307*00339; attraversò tutta l'Europa e raggiunse Oslo via terra. La vettura portava sul muso la dicitura “1900 AR 52” evidentemente a scopo pubblicitario per lanciare la nuova versione civile della Matta che sarebbe entrata in produzione di lì a poco. Era dotata di un primordiale hard top molto più idoneo al clima rigido che non il telone originale.  
Il percorso partì da Roma ed in effetti lì, all’Aeroporto dell’Urbe, Lualdi aveva presentato il “Girfalco” ed aveva salutato autorità e familiari per poi proseguire per Milano con la “Matta”. Il volo con a bordo soltanto Lualdi e l'operatore Max Peroli prese il via da Milano Linate con prima destinazione il piccolo aeroporto di Toussus le Noble di Parigi, raggiunto dopo un erroneo e proibito atterraggio all’aeroporto militare di Brétigny-sur-Orge, poi si diresse all'aeroporto di Grimbergen a Bruxelles, ad Amsterdam, all'aeroporto Kastrup a Copenaghen  il 9 aprile, ad Oslo (aeroporto di Fornebu) con incontro con il generale Larsen, che era stato pilota di Roald Amundsen, a Trondheim, alla base di Bardufoss, quindi a Tromsø. Il progetto per il volo del Girfalco prevedeva, verso il 20–30 maggio, un volo unico con traversata del Mare di Barents e, via Isola degli Orsi, passaggio sulle Svalbard con puntata verso il Polo Nord, e ritorno sulla stessa rotta. Contemporaneamente la marcia di avvicinamento della Matta al Polo attraverso l'Europa si era svolta passando per Parigi, Bruxelles, Amburgo, Copenaghen e Oslo. Attraversato il circolo polare la Matta aveva raggiunto la base dell'aereo.
Il 19 giugno, dopo uno sfortunato e drammatico tentativo del 5 giugno, con un volo di circa 3.000 chilometri  durato circa 14 ore consecutive in condizioni atmosferiche proibitive, il “Girfalco” partito dalla base di Bardufoss, raggiunse il punto, sul Mare di Barents, in cui Roald Amundsen si era sacrificato: lì vennero lanciati pochi fiori benedetti da Padre Pio, le medaglie, le stelle alpine di Feltre appesi ad un piccolo paracadute azzurro. Il lancio si ripeteva verso l’82° parallelo sulla banchisa nel punto in cui si pensava precipitata l’“Italia” ed infine si concluse con l'atterraggio all’aeroporto di Banak, a 70° di latitudine nord. Manfredi e Belloni girarono le riprese con cui venne realizzata una serie di documentari, sia muti che sonori, per la “Settimana Incom”, visibili ancora oggi nell'archivio online dell'Istituto Luce. Il raid valse invece a Luandi
, nel 1954, una medaglia d'oro ed è puntualmente ricordato in Silenzio bianco. Cronache dell'Artico  (Ed. Corbaccio dall'Oglio, 1953). 

Preparativi al Girfalco

L'impresa di Luandi, Manfredi e Belloni è inoltre docuemntata in una ricca collezione filatelica e dai timbri è possibile ricostruire il susseguirsi temporale delle tappe, a cui nessuno dei protagonisti, in quei mesi, diede particolare rilevanza. Sulle buste predisposte per l’occasione dal Gruppo aerofilatelico dell’Unione Filatelica Lombarda di Milano con dicitura a stampa riguardante il raid, immagine dell’aereo e bandiere italiana e norvegese, il timbro di partenza, di “Milano Ferrovia Posta Aerea”, reca data del 4 marzo 1953, quello di arrivo di Tromsø del 2 maggio. Su tutte le buste, numerate e recanti la firma di Maner Lualdi, è impresso lo speciale cachet illustrato, rosso, con l’immagine di un piccolo aereo che collega idealmente il Duomo di Milano con la banchisa polare. Nel 2013, per ricordare questo importante avvenimento nel 60° anniversario, le Poste norvegesi hanno emesso un francobollo ed una busta affrancata con i due francobolli: quello norvegese e quello italiano riproducente il veicolo dell’Alfa Romeo.


Aristide Fontanini e il segreto di Stradivari

Un violino Fontanini del 1924

Aristide Fontanini è stato un liutaio cremonese degli anni Trenta che, pur avendo realizzato pochi strumenti, ha avuto un momento di grande notorietà nel dopoguerra al punto da fondare nel 1947 una bottega scuola a Salò per la produzione di strumenti con il proprio sistema. Il 21 settembre 1946, in occasione della serata inaugurale della mostra dell'Artigianato, la prima dopo la fine della guerra, al termine del concerto al teatro Ponchielli, diretto dal maestro Ennio Girelli, si presentò sul palco annunciando di aver scoperto il “segreto” di Stradivari. Fu il finimondo e ne nacque una delle più accese polemiche che per mesi tennero banco tra liutai e musicisti, tre lustri prima che Simone Ferdinando Sacconi iniziasse la vera riscoperta dei “segreti” stradivariani. Fontanini, originario di Pizzighettone, non era nuovo alle polemiche. Si diceva, anzi, che lui, da semplice commerciante di cornici antiche, nel 1935 avesse iniziato a costruire violini per puntiglio negli anni in cui cominciava a farsi strada l'idea che per realizzare un tale strumento si dovesse essere depositari di un segreto costruttivo. Dopo essersi trasferito a Roma nel 1920, nel 1937 aveva fatto capolino nella sua città d'origine in occasione del primo congresso internazionale di liuteria, proponendo il suo nuovo sistema, accolto freddamente dagli altri congressisti. Ma non si era dato per vinto e, in attesa dell'inaugurazione della mostra dell'artigianato, la sera del 31 luglio nel salone del circolo Trecchi aveva presentato un'audizione dei propri strumenti che, però, a detta del suo maggiore antagonista, il repubblicano Vittorio Dotti, fu “una vera delusione”. “Non ho sentito in quegli strumenti vibrare (a parte la abilità dei concertisti) nulla di eccezionale – scriveva Dotti su “Fronte democratico”del 7 agosto – strumenti, per voce, di una mediocrità evidentissima. Forse si faranno, per ora no. Perciò niente Stradivari e nemmeno niente Amati, niente Guarneri. A Cremona nel giro di pochi anni si sono spenti tutti i liutai che continuavano modestamente ma intensamente la tradizione della liuteria cremonese; e la continuavano con abilità, serietà ed onestà, senza per questo atteggiarsi a scopritori di segreti che non esistevano e non esistono...Il Fontanini ne dovrebbe seguire l'esempio. I suoi strumenti, come facevano i modesti quanto valenti suoi predecessori, li dovrebbe inviare in esposizioni internazionali e nazionali di liuteria dove apposite giurie di competenti ne fisseranno, in un verdetto sereno, il loro intrinseco valore. Voler che il la parta proprio da Cremona e per di più, con una coreografica montatura, mi sembra che torni a scapito della serietà dei propositi della costituenda mostra artigiana e, soprattutto, contribuisca a scemare il valore di quel che vi può essere di buono negli strumenti del Fontanini”.
 

In realtà Fontanini non aveva mai parlato di un “segreto” stradivariano, ma di un'abilità costruttiva personale nella lavorazione del legno, ereditata dalla tradizione familiare, che gli aveva suggerito un diverso sistema per la fabbricazione delle tavole, eliminando l'uso della sgorbia. Un sistema regolarmente brevettato: “Strumenti ad arco i cui piani armonici, anziché essere modellati nelle loro forme definitive, scavandoli completamente dal legno massiccio o curvando il legno con mezzi meccanici, termici o chimici, sono curvati per flessione naturale, ottenuta con accorgimenti tali da portare il legno diritto alla forma definitiva senza alterarne le fibre”. Ma Fontanini, indubbiamente dotato di un notevole fiuto commerciale, era andato ancora più in là, anticipando una proposta che avrebbe trovato realizzazione solo cinquant'anni dopo, nel 1996: sul giornale “Risorgimento economico” del 29 aprile 1946, edito a Roma, aveva pubblicato il progetto di costituzione di un consorzio italiano per la costruzione e l'esportazione degli strumenti ad arco, che avrebbe dovuto aver sede a Cremona, affidato a persone di fiducia, “sperando che la liuteria italiana, sotto gli auspici della città tradizionale, possa avere incremento e portare lavoro e benessere”.

Etichetta del periodo romano

La presentazione al teatro Ponchielli, annunciata con i toni enfatici della divulgazione di un segreto stradivariano, si risolse in un clamoroso fiasco, con un tifo da stadio perfettamente organizzato dai numerosi avversari. Tra i detrattori più accaniti Emilio Zanoni, il futuro sindaco di Cremona, che in un corsivo su “Fronte democratico”, ironizzava sulla scoperta definendo Fontanini “impeccabile come un Mefistofele in abito nero e pizzetto”. “Pareva la rappresentazione dei «Sei personaggi in cerca d'autore» di Pirandello. Innocui borghesi, sdraiati sulle poltrone e nei palchi che si trasformavano subitamente in attori di commedia, gesticolanti, urlanti e imprecanti. Su tutto la voce dalle inflessioni sataniche e dalla sarcastica ironia (nell'intenzione!) del mago del violino, le interruzioni infocate del contraddittore numero 1 (cittadino Dotti) e le disquisizioni pseudoscientifiche del terzo: - l'amato e prediletto allievo del prof. Peluzzi (chi è costui?) (si tratta di Euro Peluzzi, architetto e teorico della liuteria, ndr) . Si questionava ai bei tempi del medio evo su quanti angeli stavano sulla punta d'uno spillo, ieri sera pressapoco si discuteva la stessa cosa”. Mentre Fontanini parlava di “energia vitale”, Dotti gli agitava in faccia un violino di Aldo Castellotti, geniale autodidatta nato come stuccatore, che avrebbe poi migliorato la qualità dei suoi strumenti solo dopo essersi iscritto nel 1947 alla scuola di liuteria. Lo sollecitava ad un confronto sulle qualità acustiche degli strumenti, senza risultato. “Uno spettacolo tutto da ridere! - aggiunge Zanoni (Fronte democratico del 22 /9/1946) – Dotti dichiarava Fontanini squalificato e in fuga, l'altro insorgeva con un accento da «vecchia guardia»: - Fontanini non fugge mai. Ma all'atto pratico pigliava tutti i pretesti per non venire a un confronto di suoni dei vari strumenti...Lo spettacolo d'ilarità avrebbe potuto continuare fino alle luci dell'alba. La gente in platea (odi profanum vulgus et arceo, penserà Fontanini) si scompisciava dalle risa ed eccitava i contendenti come a una lotta di galli. In un angolo due improvvisati bookmaker facevano scommesse: cinquanta per Fontanini se si impadronisce del microfono! Cento contro se non riesce a tenere il fiato per dieci minuti consecutivi”. Gli animi sono agitati e la serata si conclude lasciando ognuno convinto delle proprie idee. La polemica, però, prosegue. La questione irrisolta è: il sistema di Fontanini migliora il suono, oppure no? Deciso a dimostrarne la validità il liutaio annuncia che il 29 settembre si terrà a palazzo dell'arte un concerto con i suoi strumenti. Zanoni e Dotti propongono invece una vera e propria disfida: da una parte Fontanini con i suoi strumenti, dall'altra la Scuola internazionale di liuteria ed altri liutai, come Aldo Castellotti e Giacinto Bertolazzi, pupillo di Peluzzi. Gaetano Persico, Giorgio Colorni e Giuseppe Somenzi si schierano apertamente con Fontanini, Mauro Masone propone un referendum, altri come Cabrini, direttore del “Lunedì” sono semplicemente scettici, che si possa migliorare la sonorità del violino solo cambiando metodo costruttivo. 

Etichetta di uno strumento della scuola

Per qualche giorno Fontanini tace, in attesa che le acque si calmino, poi, forse temendo di essere accusato di sottrarsi al confronto, accetta la sfida, dettando le sue condizioni, non prima di aver chiarito l'equivoco nato sul supposto “segreto” stradivariano: “Ora che l'opinione prevalente sembra volgere a mio favore – scrive a “Fronte democratico” - devo precisare alcune cose. Se l'altra sera, dopo essermi già doluto coi dirigenti, acconsentii di parlare ancora al Ponchielli come era stato strombazzato, in ora e luogo così inopportuni, dopo un concerto sinfonico alquanto prolungato, fu soltanto per mantenere la mia promessa anche se la manifestazione fu svisata, per ragioni che ignoro.  Le mie promesse rivelazioni avevano suscitato ormai molta curiosità e se non le avessi fatte, chissà cosa si sarebbe detto, aggravando la compromissione dei promotori. Molti però ricorderanno che io, ideatore di quel concerto...avevo detto che avrei parlato dopo un'audizione di strumenti ad arco, opera eccelsa di artigiani cremonesi, rimanendo così nel tema della Mostra. E questo per spiegare le ragioni del suono di quegli strumenti che interessano il nostro artigianato, suono che non fu mai spiegato, ed illustrare quel segreto di costruzione che è invisibile mascherato nell'interno del violino e che, per non essersi mai trovato, fu negato, purtroppo, anche da Cremona. D'altronde – prosegue Fontanini – i confronti e le prove che mi furono richiesti, non ero tenuto a darle, perchè avevo già dato un'audizione al Trecchi, ed ero impegnato non a presentare dei violini che, non essendo liutaio, avrei anche potuto non saper fare. Per dimostrare che c'è un procedimento di grande importanza per costruire il violino, e che si nasconde, bastava che io lo sapessi indicare, ed avrei portato lo stesso un contributo alla liuteria contemporanea. Che poi questo «segreto» si voglia chiamare dello Stradivari, del violino, mio o di chicchessia, a me non importa: il fatto è che l'ho brevettato io al mio nome perchè l'ho trovato io, sebbene è contenuto nel violino, ed ho detto chiaramente che il violino si deve costruire così, perchè così soltanto è ben ragionato e sicuro nel rendimento. Per ciò ho detto che mi meraviglierei se lo Stradivari, dotato di tanta bravura, non lo avesse anche lui applicato”. Dunque, sgombrato il campo da qualsiasi equivoco sul “segreto”, Fontanini accetta la sfida e pone le sue condizioni: le prove dovranno prevedere la spiegazione sulla formazione del suono e la tecnica seguita nella costruzione dello strumento ad arco, la realizzazione  contemporanea di due violini o di altri strumenti in locali chiusi e controllati, senza la possibilità di provarli e senza applicarvi montature e corde che avrebbero dovuto essere applicate con materiali uguali per tutti da un tecnico designato. Tutti gli strumenti avrebbero dovuto possedere sonorità dolcezza di timbro, prontezza nel suono, corde di identica dimensione, eleganza e finezza estetica e rapidità nell'esecuzione, riservando il giudizio ad una commissione di esperti appositamente designata. Ovviamente, trattandosi di una gara, lo sconfitto avrebbe dovuto pagare e, quindi, l'iscrizione avrebbe comportato un costo di cinquantamila lire, fermo restando che, se il vincitore fosse stato Fontanini, la posta in gioco sarebbe stata donata all'infanzia abbandonata di Cremona. La reazione non si fa attendere: Vittorio Dotti accusa Fontanini di non avere inventato nulla e di aver ripreso una “scoperta” già pubblicata in un articolo di una rivista scientifica del settembre 1940 sui risultati ottenuti nel corso di una prova acustica effettuata da Gioacchino Pasqualini presso l'Istituto Nazionale di Elettroacustica, ed insinua il dubbio che due violini di Fontanini esposti alla mostra siano invece di fabbricazione tedesca. Il botta e risposta si sussegue ancora per alcuni giorni, con interventi piccati da entrambe le parti, con Fontanini pronto a difendere le proprie convinzioni ed a rintuzzare gli attacchi, compreso quello del violinista Alfonso Siliotti, non coinvolto nelle audizioni: “A Siliotti, che si atteggia a difensore di Stradivari e della liuteria cremonese, non so che rispondere in questioni tecniche, perchè lui non ne parla; ma penso che le ragioni del suo livore possano essere niente altro che queste: quando decisi di venire a Cremona per dare le mie prove, mi fu proposto Siliotti come violinista da persona che mi sta vicino; ma senza indeferenza né per l'uno né per l'altro, non potei accettare perchè ero già impegnato col violinista Brasi, fin dal 1935, epoca del primo esperimento al Filodrammatici. In tutta questa faccenda, fin dall'inizio, io ho fatto soprattutto una questione campanilistica cremonese, per cui esclusi dai miei esperimenti anche l'ottimo amico prof. Pasqualini, violinista e fisico di valore. E poiché è mia impressione che il Brasi suoni meglio del Siliotti, così non potei non preferire il Brasi, che è di Cremona. Se poi egli era discusso perchè ha portato la camicia nera e non è corso in qualche altro partito sperando di lavarsela, a me non importa, perchè non sono io che devo fargli il processo. Del resto, dove ha suonato Siliotti, quando suonava Brasi? Ripeto: io faccio una questione artistico-artigiana cremonese e nient'altro”. In realtà, la disfida, convocata per il 19 settembre 1946, non si fece, con buona pace dei contendenti e Fontanini l'anno dopo andò ad aprire la sua scuola di liuteria a Salò.


venerdì 10 dicembre 2021

Farinacci e il "massacro di Cremona"

Farinacci con Mussolini al convegno agrario

Poco più di cent'anni fa, il 5 settembre 1920, Benito Mussolini al teatro Politeama Verdi tiene, in occasione del convegno regionale dei Fasci lombardi, il suo primo discorso programmatico. La manifestazione, è fortemente voluta da Roberto Farinacci, intransigente capo degli squadristi locali che, per organizzarla, si è recato di persona a Milano ad incontrare Mussolini, affrontando un viaggio, che, a dispetto della breve distanza, si rivela difficoltoso per gli scioperi in corso. La città, infatti, è fitta di presidi operai che il futuro ras cremonese, ancora sconosciuto ai più, beffa utilizzando la sua vecchia tessera di ferroviere e spacciandosi per staffetta degli scioperanti. In città la tensione si mantiene alta, perché i socialisti non hanno digerito la “provocazione” del raduno del 5 settembre; circolano voci di rappresaglie e vendette sugli elementi fascisti locali, pochi e ben conosciuti dai loro avversari.  “Io sono reazionario e rivoluzionario, a seconda delle circostanze - sono le parole pronunciate da Mussolini, passate alla storia - Farei meglio a dire, se mi permettete questo termine chimico, che sono un reagente. Se il carro precipita, credo di fare bene se cerco di fermarlo; se il popolo corre verso un abisso, non sono reazionario se lo fermo, anche colla violenza. Ma, sono certamente rivoluzionario quando vado contro ad ogni superata rigidezza conservatrice e contro ogni sopraffazione libertaria…Noi non siamo per la guerra, ma a chi ci aggredisce, spareremo sempre sul grugno. Poiché non siamo seguaci di San Filippo Neri, che insegnava di tendere, dopo la prima percossa, l’altra guancia d un nuovo schiaffo…Questa è l’ora del fascismo antidemagogico; l’ora di una sana attività politica, non avvilita da tessere e da statuti, che riporti la vita nazionale nel suo giusto ritmo. Perché l’unico nostro ideale è la massima grandezza dell’Italia”. In questo discorso Mussolini delinea abbastanza chiaramente la nuova strategia del fascismo, dopo la correzione di rotta operata tre mesi e mezzo prima al Congresso di Milano. Innanzitutto emerge la volontà di giocare, da minoranza agguerrita e armata, la carta della lotta di piazza, con l'intento di colpire “senza pietà” i socialisti, così com'è avvenuto già nel 1919  con l'incendio dell'«Avanti!» il 15 aprile e gli scontri in occasione dello sciopero di solidarietà con la Russia del 20-21 luglio. Poi spicca la priorità attribuita alle rivendicazioni nazionalistiche sul confine orientale: l'omaggio all'impresa di Fiume, l'esaltazione delle prime violenze squadriste contro gli slavi, la critica al governo per il ritiro delle truppe dalla città albanese di Valona, l'ambizione di trasformare l'Adriatico in un «catino d'acqua» italiano. Il capo del fascismo non vuole vincolarsi ad alcuna alleanza fissa (siamo «gli zingari della politica italiana»; dice). Ma evidente è la sua intenzione di ergersi a difensore dell'ordine costituito. Apre alla monarchia, deponendo ogni «pregiudiziale repubblicana». Apre al Vaticano, rendendo omaggio all'«immenso impero spirituale» rappresentato dalla Chiesa cattolica. Apre ai capitalisti, indicando abbastanza apertamente nel mercato e nell'impresa privata le «molle principali» che reggono l'economia nazionale, mentre irride i sindacalisti riformisti, come il segretario aggiunto della Cgl Gino Baldesi, giunti in ritardo alla consapevolezza che la demagogia non paga. Soprattutto Mussolini mostra di aver capito che la situazione si polarizza sempre più tra gli estremi per la crisi delle «forze intermedie», liberali e democratici, che si stanno «sfasciando per mancanza di uomini». Una circostanza che offre al fascismo vari spazi politici da occupare. Il motto di Mussolini, evocando la località di Ronchi da cui partì l'impresa di Fiume, è «me ne frego», diventato poi l'emblema delle camicie nere. Uno slogan per in verità non indica indifferenza o disinteresse egoistico verso il prossimo, ma che significa: non mi importa delle conseguenze negative che può avere la mia azione, coerente ai miei ideali. 
Piazza Roma negli anni Venti

In coincidenza con il raduno fascista, arriva puntuale la mobilitazione avversaria, sotto forma di una manifestazione pro Russia sovietica con tremila socialisti: un lungo corteo preceduto dai “ciclisti rossi” ed accompagnato dalla banda “Spartacus” si snoda dalla Camera del Lavoro attraverso corso Garibaldi, corso Campi, piazza Roma e via Solferino fino in piazza del Comune dove intervengono Costantino Lazzari, Ferdinando Cazzamalli, Attilio Boldori, Ernesto Caporali, Dante Bernamonti ed il rappresentate dei ferrovieri Bonini. Ma è il giorno dopo che la violenza, a stento trattenuta nei giorni precedenti, esplode. Le versioni sono discordanti. Secondo i socialisti un gruppo di fascisti, la mattina di lunedì 6 settembre, sarebbe transitato più volte davanti alla redazione de “L'Eco del popolo” lanciando minacce, mentre altri fascisti milanesi e fiumani, avrebbero manifestato l'intenzione di assaltare la Tipografia Proletaria. Di conseguenza alcuni responsabili socialisti avrebbero reagito scacciando il gruppetto e inseguendolo per le vie della città fino a raggiungerlo, malmenando infine i facinorosi. I fascisti, invece, parlano di una vera e propria caccia all'uomo. Già nella notte tra domenica e lunedì vi erano state numerose zuffe e pestaggi, nel corso dei quali era stato ferito a pugni e colpi di bastone un giovane fascista, un certo Agazzi. Purtroppo l'unica ricostruzione dei fatti è affidata al quotidiano “La Provincia”, che manifesta apertamente le sue antipatie socialiste. Secondo questa ricostruzione, dunque, poco dopo le 9 di lunedì un nuovo gruppo di fascisti si era recato a manifestare davanti agli uffici del periodico “Interessi cremonesi” costringendo ad intervenire un plotone di Carabinieri al comando del tenente Bellucci per ripristinare l'ordine. Un gruppetto di socialisti avrebbe dunque deciso di reagire “componendo una squadra rossa” comandata dal segretario della Camera del Lavoro Ernesto Caporali e dal segretario dei metalmeccanici Verzelletti per malmenare alcuni tra i più noti esponenti fascisti locali, tra cui il professor Anselmino e lo studente Franzetti. Una nuova rissa avviene verso le 15 al bar Roma, quando un certo Pasotelli, fascista, aggredisce a pugni alcuni socialisti. 

Verso le 22 si accende una nuova discussione al bar Aquarium tra un gruppo di fascisti, con Farinacci, Sigfrido Priori, Groppali, Mario Ronconi, Arturo Rizzini e il ragionieri Filippini, ed un gruppo di socialisti, dove figurano l'ex sindaco Attilio Boldori, Sidoli, Rossetti, Tarquinio Pozzoli, Verzelletti, Pederneschi e l'infermiere Gerevini. Il primo diverbio vede protagonisti Gerevini e Filippini, mentre le due fazioni rimangono estranee fino a quando, sembra, il gruppo socialista interviene spingendo i due contendenti contro il muro, dove sono i fascisti. Immediatamente si accende un furioso corpo a corpo, partito da un colpo di bastone inferto, pare da Pozzoli, al fascista Pietro Alquati. La rissa degenera quando Sigfrido Priori, all'angolo con via Solferino, si mette a sparare scaricando tutti i sette colpi della sua rivoltella in direzione della strada e del giardino pubblico di piazza Roma. Rispondono altri colpi, e la folla fugge terrorizzata lasciando sul campo solo i feriti. Arrivano i Carabinieri comandati dal capitano Ugoletti, con il vice commissario Struffi, alcuni agenti e il vigile urbano Zanoni, che cerca di afferrare per le gambe Priori il quale si difende brandendo un pugnale prima di essere disarmato e ammanettato. Le sette vittime della sparatoria vengono trasportate all'interno del bar Aquarium e poi all'ospedale. Due sono ormai cadaveri: viene identificato immediatamente Vittorio Podestà, ha in tasca la tessera del partito fascista ed è stato colpito mortalmente da un colpo sparato a bruciapelo che gli ha perforato il torace. L'altro viene identificato poco dopo nel tenente Luciano Priori, studente del quarto annodi ingegneria, colpito alla tempia da un proiettile mentre, provenendo dal bar Nazionale in piazza del Duomo, stava attraversando piazza Roma diretto in centro. I cinque feriti sono Attilio Boldori, ex sindaco di Duemiglia colpito ad un braccio da un colpo sparato a bruciapelo; Giuseppe Faelutti, colpito alla mano destra; Guido Ricotti, ferito al capo; Eugenio Sora, ferito di striscio al fianco sinistro e Pietro Alquati.

Le versioni su quello che poi Farinacci utilizzerà in chiave propagandista come “Il massacro di Cremona”, sono ovviamente differenti. Secondo i socialisti le provocazioni sarebbero partite dai fascisti e  lo stesso Farinacci avrebbe minacciato di sparare a chiunque avesse manifestato atteggiamenti ostili, mentre i fascisti sostengono di essere rimasti estranei alla disputa tra Filippini e Gerevini fino a quando Pozzoli non avrebbe colpito Podestà con un bastone.

Squadra d'azione, al centro Farinacci 

Vengono arrestati Sigfrido Priori e Farinacci, a cui viene sequestrata anche una pistola a quattro colpi. Il quotidiano “La Provincia”, affida la ricostruzione dei fatti al vice commissario Struffi: “Intanto si svolgeva la disputa tra il rag. Filippini e l'infermiere Gerevini. Questo è certamente colui a cui si deve fare risalire l'originaria responsabilità del conflitto: infatti tanto nella giornata quanto, e più specialmente, lunedì sera, egli aggrediva gli avversari con insulti e provocazioni intollerabili. Nessuno però intervenne. «Senonchè – continua il vice commissario Struffi – mentre io stavo pregando i capi gruppo di allontanarsi si accese d'un tratto una violenta disputa tra il socialista Verzelletti e un fascista». Egli accorse subito per calmare i due, quando ad un tratto udì il Pozzoli, vicino a lui, gridare rivolto ai fascisti: «Ah,siete voi che volete ammazzare tutti i socialisti», alzare il bastone e abbassarlo violentemente per colpire qualcuno (si suppose – dicemmo – che quest'uno fosse l'Alquati). Questa prima violenza si sviluppò immediatamente in una rissa generale. I bastoni si alzavano da parecchie mani; subito dopo si vide qualcuno cadere a terra percosso; poi gli spari ripetuti, certo provenienti da più armi. Lo Struffi scorse l'ex sindaco Boldori che si slanciava su un fascista, vestito sportivamente coi gambali e serrarlo nelle braccia e vide il fascista applicare la canna della rivoltella al braccio del Boldori e far fuoco. Il Boldori cadeva nelle braccia di un presente. Il vice commissario Struffi, il capitano Ugoletti dei carabinieri e l'agente Cantagallo si slanciarono sul feritore – il priori Sigifreddo -  e cercarono di trattenerlo. (Pare qui che il particolare del tentato pugnalamento del vigile Zanoni sia cosa non vera). Intanto, per il fuggi fuggi generale si era fatto una certa rarefazione tra la folla, e il vice commissario Struffi vide, mentre ancora colluttava col feritore che era uomo fortissimo, vide distintamente – e moltissime testimonianze suffragano la sua tesi – un individuo basso, scamiciato, ce era stato prima notato nel gruppo socialista, estrarre la rivoltella e sparare all'impazzata 7 colpi: quattro contro via Solferino, tre contro il giardino. Ed era appunto uno di questi ultimi che fatalmente raggiungeva il tenente Luciano Priori, che transitava in fretta per sottrarsi allo scompiglio, uccidendolo”. 

In realtà  le ricostruzione si sprecano, anche se è abbastanza palese il tentativo di scaricare l'intera responsabilità di quanto accaduto sui socialisti, parlando di “premeditata provocazione”, scagionando in parte Sigfrido Priori, che avrebbe sparato solo tre colpi, dando la caccia al fantomatico sparatore scamiciato, limitando il ruolo di Farinacci, che sarebbe stato nell'impossibilità di sparare in quanto gettato a terra nella calca di via Solferino. Peraltro nell'abitazione di Priori vengono trovati 60 proiettili della rivoltella che gli era stata sequestrata al momento dell'arresto. 

La mattina di giovedì 9 settembre si svolgono in pompa magna i funerali delle due vittime, con la partecipazione, dice il giornale, di circa quindicimila persone, con la declamazione di un carme funebre da parte di Luigi Ratti. Nel frattempo arriva la scarcerazione per Farinacci, perchè la perizia balistica ha escluso che i colpi siano partiti dalla sua rivoltella, previa firma di una diffida a non farsi più vedere per le vie cittadine, per non ”provocare”.

Nei giorni successivi viene arrestato con l'accusa di avere ucciso i due fascisti, Luigi Arcaini, un brentadore residente a S. Ambrogio, noto per le sue simpatie socialiste i cui connotati corrispondono ad alcune testimonianze raccolte sul posto: “statura media, tarchiato, colorito scuro, baffi neri, folti, all'americana, e tatuaggi sulle braccia: su di una a forma di due S intrecciati come il nodo di fune che tiene l'ancora, e sull'altro le lettere A ed L sovrastanti ad altre figure”.

 

Le vicissitudini della Banca d'Italia

Il progetto approvato


Ha appena compiuto sessant’anni l'edificio della Banca d'Italia, anche se in realtà gli uffici aprirono nella nuova sede solo il 24 ottobre 1960. Fu uno dei progetti più discussi e controversi, rimasto a lungo bloccato, che si inseriva nel rifacimento complessivo di piazza Cavour, che si sarebbe concluso qualche anno dopo. Nel settembre 1959 il palazzo era ormai terminato e restavano da sistemare solo i marciapiedi posti di fronte che, seguendo le indicazioni del piano regolatore, avrebbero comportato un notevole restringimento della strada. Quello realizzato è il secondo dei due progetti presentati: il primo, approvato dalla commissione artistico edilizia nell'aprile del 1956 dopo due anni di studi, prevedeva una costruzione di cinque piani, con un porticato a tre arcate rivolto su piazza Cavour, ed un rivestimento in marmo rosso di Verona, ma era stato bocciato dal Soprintendente veronese Pietro Gazzola, che aveva richiesto di realizzare un piano in meno. L'architetto romano Luigi Vagnetti aveva allora presentato un nuovo progetto con un piano in meno, approvato dalla commissione solo con 4 voti favorevoli e 3 astenuti, ottenendo che la facciata, anzichè in mattoni come richiesto dalla Soprintendenza, fosse realizzata in marmo. Ne era nato un animato dibattito perchè, in realtà, nessuna delle due soluzione era del tutto soddisfacente. Lo spiega Mario Coppetti, presidente della commissione: “Per oltre due anni la Commissione artistico edilizia si rifiutò di approvare il porticato a tre fornici e cedette soltanto quando fu posta davanti al dilemma o approvare il progetto come era o detto palazzo non sarebbe più stato costruito a Cremona. La Commissione aveva suggerito fin da allora di fare cinque o sette fornici anziché tre, ma l'architetto progettista si era sempre rifiutato di studiare tale variante. Dopo l'intervento del Soprintendente il progettista presentò l'ultimo disegno addirittura con nove aperture e con un piano in meno”. Nel marzo del 1957 iniziano le demolizioni verso via Boldori, tra lo scetticismo generale, dal momento che “molti avrebbero voluto che questo palazzo fosse il più maestoso di tutta la città, ma sarà, invece, come gli altri”. 

Il progetto scartato

Un anno dopo arriva la doccia fredda. La direzione generale della Banca d'Italia nel marzo 1958 ordina la sospensione dei lavori del nuovo palazzo in via Verdi per un motivo quanto mai strano. In seguito al confronto tra la Soprintendenza ed il Comune sul rifacimento di piazza Cavour si era concordato che di fronte alla nuova sede della banca venisse costruito un corpo di fabbricato in vetrocemento in prosecuzione di quelli che dovevano essere realizzati nel progetto. Ma la Banca d'Italia si oppone perchè pretende che la piazza antistante venga lasciata completamente sgombra, in base a quanto previsto dal vecchio piano regolatore, e, in attesa che venga assunta una decisione definitiva, decide per il momento di interrompere i lavori. Una decisione che sorprende, ma che non fa una grinza. Per qualche motivo la banca dovrebbe infatti eliminare un piano del proprio edificio, in quanto concepito come cornice a piazza Cavour, se il Comune decide ora di edificare di fronte un palazzo, senza alcun riguardo al rispetto del contesto monumentale? I dirigenti dell'Istituto bancario inviano un esposto al Consiglio di Stato dove fanno presente che il Comune si era impegnato a lasciare libero lo spazio e la Soprintendenza aveva già fatto rifare una dozzina di progetti scegliendo quello che risultava più idoneo a far da cornice alla piazza, imponendo una facciata in pietra con caratteristiche monumentali tali da imporsi sugli altri vuoti presenti. La Banca d'Italia chiede pertanto che il nuovo palazzo sia distante almeno 25 metri, rispetto agli 11 previsti, costringendo in questo modo il Comune a prevedere un edificio non più a L, ma a T, aprendo una serie di problemi di difficile soluzione per l'architetto Dodi, supervisore del piano regolatore. Si susseguono riunioni su riunioni e si infiamma il dibattito, ma l'ipotesi di chiudere la piazza con una edifico a L viene sostenuta anche da Italia Nostra. Invece verso la fine di maggio, tra lo stupore generale, viene elevata un'impalcatura in tubi di ferro che simula il nuovo edificio, destinato a tagliare a metà la piazza, secondo le richieste della Banca d'Italia. “Una bruttura, uno sconcio -si indigna il giornale “La Provincia” del 28 maggio 1958 – Ma quando il Comune finirà di fare quel che Perpetua attribuiva a don Abbondio (e quanto lo rimproverava!) nei primi capitoli dei Promessi Sposi? E quando capirà che soltanto reagendo vivacemente alle utopie scatenate e sostenute soltanto da quei due o tre 'patiti' che vorrebbero vivere in un mondo imbalsamato, fatto a loro immagine e somiglianza, eviterà un danno alla città? Energia non solo con i privati indifesi: è troppo facile. Ma specialmente contro lo strapotere di organi che agiscono ancora in base a leggi dittatoriali espressa dalla dittatura”.

Piazza Cavour con il nuovo edificio
mai realizzato

Alla fine prevale il buonsenso. La commissione ristretta composta dall'ingegnere capo del Comune  Marcatelli, dall'architetto Ranzi, ispettore della Soprintendenza di Verona, dall'assessore ai lavori pubblici Calatroni, e dal presidente della commissione artistico edilizia Coppetti si incontra il 13 giugno con il soprintendente ai monumenti Gazzola, il rappresentante del Ministero della pubblica istruzione Barbacci, l'ingegnere Dodi, il sindaco Feraboli e il rappresentante della Banca d'Italia Giglio. Si decide che non verrà costruito alcun palazzo e la piazza resterà tale e quale, vi si potrà realizzare un parcheggio sotterraneo. “Il Comune verrà autorizzato a sventrare l'intero lotto e a rinnovare gli appartamenti con criteri moderni purchè questo moderno non esca dalle finestre. Il Comune potrà rifare, come vorrà, mantenendo le stesse caratteristiche della facciata, anche il lato verso il palazzo della Previdenza Sociale lungo il quale, con molta probabilità, sorgerà una serie di negozi. L'altezza, da questo lato, apparirà uguale all'attuale ma la Sovraintendenza ha concesso che venga costruito una specie di attico che servirà ad innalzare la costruzione di un piano ma non sarà visibile dalla strada”. Soddisfatti i vertici della Banca d'Italia, che sventano la minaccia del palazzone in vetrocemento. Si ipotizza di riutilizzare le colonne ed i capitelli cinquecenteschi depositati nel museo civico per il porticato che si vorrebbe edificare a complemento della parte posteriore dell'edificio (su via Capitano del Popolo, ndr) e sul lato su via Gramsci a corona del fabbricato che incorpora la torre del capitano.

Tutto sembra ormai risolto quando avviene un altro colpo di scena. La giunta convocata la sera del  25 giugno respinge integralmente l'accordo appena raggiunto tra Soprintendenza, Banca d'Italia e Comune e rimette tutto quanto in discussione, sulla base delle motivazioni offerte dal legale del Comune, avvocato Soldi. Secondo il parere del legale la Banca d'Italia non può pretendere nulla, dal momento che la variante al piano regolatore approvata dal consiglio comunale nella seduta dell'8 gennaio 1958, che prevede la realizzazione del famoso palazzo in vetrocemento ad L, non può essere modificata per un interesse privato. Si prospetta, dunque, un nuovo braccio di ferro: il Comune pretende di riqualificare piazza Cavour secondo le proprie intenzioni, ed intima alla Banca d'Italia di iniziare i lavori per la realizzazione della propria sede entro tre mesi. Diversamente sarà costretto a ricorrere all'esproprio dell'area, concedendo ad altri la possibilità di realizzare un nuovo edificio con negozi, così come richiesto dagli abitanti nella zona. 

La Prefettura, dal conto suo, sostiene il progetto della Banca d'Italia per motivi di tipo occupazionale, in quanto il cantiere darà lavoro per almeno due anni, non entrando nel merito di considerazioni estetiche. 

Simulazione del nuovo edificio
con tubi innocenti

A sbloccare la situazione arriva in Comune, a metà luglio, una lettera della Banca d'Italia che annuncia la riapertura del cantiere, usando toni particolarmente concilianti, tanto che l'amministrazione intima ai negozianti che, sfrattati dalle abitazioni demolite per far posto alla banca avevano provvisoriamente occupato lo spazio antistante il cantiere, di lasciare libera l'area. Effettivamente il cantiere riapre un paio di giorni dopo, ma la vicenda è ancora lontana dall'essere conclusa. A metterci lo zampino, questa volta, è la giunta provinciale che il 31 gennaio 1959  respinge la deliberazione del consiglio comunale che ha approvato la variante al piano regolatore, dando un mese di tempo al Comune per presentare il piano particolareggiato su piazza Cavour concordato con la Soprintendenza, e, di conseguenza anche il bando per il concorso di idee che dovrebbe definire gli interventi sulla piazza. A questo punto il Comune è costretto a rimettere mano alla questione e, salomonicamente, la giunta approva il 23 marzo il progetto definitivo che fa piazza pulita dell'edificio a L, accontentando Amministrazione provinciale, Soprintendenza, privati e Banca d'Italia. Tutto resta come prima e la Banca d'Italia può continuare il lavoro per terminare il palazzo, che a metà giugno è definito nelle sue linee essenziali: il 25 giugno gli operai iniziano a smantellare l'impalcatura. Nel frattempo si decide di demolire definitivamente la costruzione provvisoria innalzata quattro anni prima per ospitare i tre negozi che erano precedente collocati nelle case demolite per lasciare posto al nuovo palazzo: un'iniziativa che non aveva mai soddisfatto nessuno, in quanto sottraeva posti auto nella piazza, allora adibita ancora a parcheggio. Ma si apre un altro contenzioso: tre commercianti, due fruttivendoli ed un barista, che hanno il loro esercizio sulla fronte posteriore del caseggiato di piazza Cavour, unica parte che dovrà essere demolita e ricostruita, chiedono di entrare negli stand provvisori per non allontanarsi dalla piazza, rendendo vani nuovamente tutti gli sforzi per liberare lo spazio antistante la nuova sede della banca, secondo gli accordi. Ci vorrà un altro anno prima che venga trovata la soluzione, allargando temporaneamente gli stand per ospitare i tre negozianti, dando inizio ai lavori per  ristrutturare l'antico caseggiato secondo le indicazioni della Soprintendenza. Ma intanto può finalmente inaugurare, a sei anni dalla stesura del primo progetto, la nuova sede della Banca d'Italia.


domenica 27 settembre 2020

Cremona e i misteri di Oak Island

Oak Island
Oak Island e il tesoro maledetto è una fortunata serie televisiva in onda da qualche anno su History Channel, che qualche mese fa ha trasmesso i nuovi episodi, in cui si narrano le imprese dei due fratelli Rick e Martin Lagina, archeologi improvvisati alla ricerca del misterioso tesoro dell'isola di Oak, nella contea di Lunenberg nel sud della Nuova Scozia in Canada. Quest'isola è divenuta famosa perchè nel 1795 vi è stato ritrovato quello che sembrava e sembra un misterioso pozzo di origine non naturale che nelle sue profondità celerebbe un inquietante segreto. Un ragazzo, Daniel McGinnis, mentre passeggiava, venne incuriosito da una depressione del terreno situata vicino ad una vecchia quercia, tra i rami della quale spiccava un palanco, una sorta di carrucola usata anche sulle navi. Il giorno dopo Daniel, in compagnia di due amici al corrente di antiche leggende locali su pirati e tesori nascosti, iniziarono gli scavi. Ma ben presto si resero conto che quella depressione nascondeva un pozzo assai particolare. Andando in profondità, ogni tre metri trovavano una piattaforma di tavole in legno di quercia ma, arrivati al terzo strato, furono costretti ad abbandonare l’impresa, troppo ardua per loro. Nacque così la leggenda di Oak Island. Quel pozzo prese il nome di Money Pit, il pozzo del denaro. Nel 1802, una compagnia privata, la Onslow Company, dando credito alle storie, riprese gli scavi. Furono trovati alcuni strati di carbone e argilla ma, soprattutto, fibre di cocco, che sicuramente non erano del luogo, perché in Canada la palma da cocco non cresce. A 30 metri di profondità il morale degli uomini andò alle stelle. Si trovarono di fronte a un’enorme lastra di pietra che recava incisioni indecifrabili. Era ormai notte quando, sondando il terreno sottostante con un piede, sentirono qualcosa di resistente. Si dice che fosse lo scrigno di un possibile tesoro, o un’altra lastra. I lavoratori, esausti, decisero di rimandare la scoperta al giorno dopo, ma li aspettava una brutta sorpresa. Nel corso della notte l’acqua dell’Atlantico aveva completamente allagato il pozzo, e i tentativi di svuotarlo furono vani, il livello dell’acqua rimaneva costante. Era come se, per svuotare il pozzo, bisognasse svuotare l’intero oceano. Nel corso degli anni sono stati fatti circa un altro centinaio di tentativi, l’ultimo dei quali, datato 1966, fu un ennesimo insuccesso.
Il pozzo di Oak Island
Oltre due secoli dopo la scoperta di Money Pit, nel 2017, la ricercatrice e autrice americana Zena Halpern, recentemente scomparsa, mostra ai fratelli Lagina una mappa di Oak Island contenente diverse parole, nomi e frasi scritti in francese, spiegando che il reperto era collegato a quello che lei ha chiamato “Il documento di Cremona”, diventato l'oggetto principale del suo libro The Templar Mission to Oak Island and Beyond: The Search for Ancient Secrets: Shocking Revelations of a 12th Century Manuscript. Secondo quanto riferisce la stessa Halpern il manoscritto sarebbe una copia degli inizi del XIX secolo di un testo più antico, rimasto nascosto in una cripta segreta nella chiesa di San Sigismondo. Vincenzo Lancetti nella sua “Biografia cremonese” del 1820 asserisce in effetti che il conte Giambattista Biffi avesse scritto una “Storia de' Templari, e loro successori”, avvalendosi, tra gli altri, dei contributi del Tiraboschi, all'epoca in cui quest'ultimo era bibliotecario a Modena, di Pietro Verri, del conte Secchi, del marchese Cesare Beccaria e dell'abate Isidoro Bianchi volendo mettere in evidenza come la Massoneria, cui apparteneva, ne fosse la diretta derivazione. Ma per timore di essere riconosciuto come appartenente ad essa, il Biffi avesse dato il manoscritto alle fiamme, e aggiunge il Lancetti, “che per riparare in parte il danno, che la letteratura e la filosofia veniva a soffrire con la distruzione di essa, l'ab. Bianchi scrivesse il trattato, che annunciammo a suo luogo, del vero istituto de' Liberi muratori”. Il “Documento di Cremona” racconta la storia dei cavalieri templari che entrarono nel vasto sistema di caverne sotto la città fortificata di Gerusalemme, poco dopo aver conquistato la Terra Santa. La storia racconta ciò che i sei Templari trovarono sotto l'antica città e la successiva missione, compiuta decenni dopo, in un tempio di "Onteora". Le storie sono raccontate in prima persona dai cavalieri templari che hanno fatto le scoperte e nel manoscritto sarebbe contenuta anche la deposizione di un cavaliere templare storicamente noto, Sir Ralph De Sudeley, che decenni dopo ha guidato una flotta oltre l'oceano per recuperare antichi rotoli del primo secolo nascosti in quello che ora è il Catskills di New York. La prima parte dei documenti sembra essere costituta dagli scritti perduti del fondatore dei templari, che descrivono l'esplorazione delle catacombe ebraiche sotto Gerusalemme. Dopo aver superato alcune difficoltà, i cavalieri scoprono un vangelo gnostico perduto, "Il Vangelo di Maria”, l'oro perduto del re Salomone e le ossa di Giovanni Battista. Nella stessa camera, accanto alle pergamene che descrivono un viaggio attraverso l'Atlantico verso la "Terra di Onteora", vi sono un paio di dispositivi usati per la navigazione.
Un pagina del "Cremona Document"
La maggior parte del “Documento di Cremona” è costituito appunto dal diario perduto di Ralph de Sudeley che descrive il viaggio attraverso l'Oceano Atlantico con l'aiuto del re Valdemar I di Danimarca nel 1178. Qui trova una tribù matriarcale di gallesi che adorano una dea e dopo qualche tempo mette le mani su alcuni documenti del I secolo che lo portano a tornare a Gerusalemme e scoprire l'Arca dell'Alleanza e altri tesori sotto l'antica città di Petra, che si trova oggi in Giordania.
Il manoscritto del “Documento di Cremona” è stato acquistato nel 1971 a Roma da William Jackson, un ricercatore americano affiliato alla massoneria, mentre stava per essere venduto alla Biblioteca Vaticana. Secondo quanto racconta Zena Halpern, i manoscritti sarebbero stati ceduti a Jackson da un certo Benvenuti, la cui famiglia sarebbe stata legata in qualche modo al conte delle Orcadi Henry Sinclair, che parrebbe aver scoperto il Nord America già a fine XIV secolo. Un Corradino de Benenuto è ricordato nel 1330, ancora nel 1339 un Benenuto de' Benenuto, del 1361 Jacobus de Benenuto e Coradinus de Benenuto. La famiglia Benvenuti ebbe origini in Firenze e si trasferì nel cremasco nel XIV secolo. La famiglia si suddivise in 2 rami, quello di Montodine e quello di Ombriano.
L'archeologo Jacques de Mahieu sostiene di aver trovato tracce di insediamenti dei Cavalieri del Tempio nel continente americano e c'è chi sostiene che il famoso tesoro dei Templari, mai più ritrovato, sia stato nascosto in Nuova Scozia nel Nordamerica. Qui si trova una enigmatica torre a base ottagonale di cui nessuno sa spiegare l'origine. Si parla insistentemente di un viaggio intrapreso dallo scozzese Lord Sinclair, erede dei Templari riparati in Scozia, verso il continente americano con 12 navi nel 1398. Pare che le navi raggiunsero la Nuova Scozia e lì l'equipaggio passò l'inverno. Con l’inizio della primavera, Sinclair divise in due la flotta, inviando in Scozia il suo luogotenente, il veneziano Antonio Zeno, al quale dichiarò di voler creare una colonia nella terra appena scoperta. Con l’altra metà della flotta, Sinclair iniziò una spedizione esplorativa interna, prima attraverso la Nuova Scozia e poi il New England, lasciando una serie di tracce riscontrabili tutt'oggi.
Su una di queste tracce si era imbattuto nell'estate del 1968 William Jackson: un giorno era andato a pescare sull'isola di Pollepel nel fiume Hudson, che si trova a circa 50 miglia a nord di New York, con alcuni amici, tra cui Donald Ruth. Sull'isola di Pollepel è possibile vedere una grande fortezza in stile scozzese costruita da Francis Bannerman VI, imprenditore dell'industria bellica originario di Dundee, all'inizio del 1900. Durante la battuta di pesca Jackson ebbe l'idea di rubare un ornamento di pietra per il giardino di sua moglie. Dopo poco più di un anno suo figlio, mentre giocava in giardino, spezzò accidentalmente la cima dell'ornamento di pietra, che lasciò intravedere uno strano oggetto in ottone inciso con simboli misteriosi in scrittura tebana, una rielaborazione dell'alfabeto ebraico, nota anche come “scrittura delle streghe”, usata per la prima volta nel XVI secolo da un alchimista tedesco, Cornelio Agrippa.
Proprio questo ritrovamento avrebbe messo Jackson sulle tracce del “Documento di Cremona”, acquistato nel 1971, a cui, nel 1994, avrebbe fatto seguito l'acquisizione della mappa di Oak Island, erroneamente messa in relazione con il manoscritto cremonese. Convinto dell'autenticità del documento, Jackson aveva convinto Don Ruth a seguirlo in una spedizione subacquea al largo della costa di Terranova che ha portato alla scoperta di un antico naufragio, attribuibile al XII secolo. Sempre più determinato Jackson aveva convinto Donald Ruth ed altri amici ad aiutarlo a rintracciare sui monti Catskill, nello Stato di NewYork, le strutture in pietra menzionate nel documento, fino a giungere a Hunter Mountain.
Donald Ruth a Hunter Mountain
Jackson è morto nel 2000 e prima della sua morte aveva lasciato disposizione che le sue ricerche, i suoi scritti e i documenti passassero in eredità al suo amico Donald. Donald prosegue le ricerche interrotte e nel 2004 contatta Zena Halpern per chiedere aiuto riguardo ad una pietra incisa trovata nelle montagne di Catskill. In seguito, i due si mettono al lavoro anche sul materiale del documento di Cremona che Donald ha ereditato. Viene costituita una partnership con un accordo scritto nel 2009/2010, per scrivere un libro che raccolga i frutti della ricerca. Il 1° luglio 2009, nel corso di una scalata ad Hunter Mountain e ad un monte vicino in compagnia di Scott Wolter, vengono rinvenute due pietre incise collegate direttamente alla storia descritta nel “Documento di Cremona”, che diventa il supporto alla ricerca con dodici nuovi esempi di scrittura runica collegata direttamente ai Cavalieri Templari. Ci sono voluti ventitrè anni di ricerche prima che il quadro si completasse, ed alle domande rimaste ancora senza risposta giunse in soccorso nel 2017, secondo quanto riporta Walter Scott, un misterioso pacchetto proveniente dall'Europa comprendente altre pagine del documento cremonese, finito probabilmente in Vaticano, che andavano ad integrare quelle conservate da Jackson, permettendo di ottenere il quadro completo a sostegno della tesi sulle molteplici spedizioni precolombiane da parte dei cavalieri templari medievali in Nord America, sia prima che dopo la repressione di papa Clemente V e il re di Francia nel 1307.
Nel 2015, Zena Halpern e Donald Ruth entrano in disaccordo con un imprenditore di Los Angeles del settore televisivo con cui la Halpern era in contatto per trarre una storia relativa alla ricerca d'equipe sul documento di Cremona. Nel 2016 si arriva ad una rottura e la Halpern decide di proseguire da sola con la pubblicazione del libro avvicinandosi ai fratelli Lagina con l'intenzione di di apparire nello show di The Curse of Oak Island senza il coinvolgimento di Donald Ruth. Nel frattempo quest'ultimo scopre che la mappa di Oak Island venuta in suo possesso nel 2015 non era in alcun modo collegabile al materiale del documento di Cremona o ai cavalieri templari medievali ma un falso, fabbricato da Jackson su incarico della loggia massonica cui era affiliato, forse nell'intenzione di creare per l'America quello che la P2, con l'inchiesta giudiziaria che ne era seguita, aveva rappresentato per l'Italia alla fine degli anni Settanta. Poco dopo aver scoperto la mappa di Oak Island nascosta nelle pagine di un libro di Jackson, Ruth l'aveva mostrata alla Halpern che aveva immediatamente pensato fosse collegata alla storia del documento di Cremona.
Nel suo libro, la Halpern afferma che l'autenticità del “Documento di Cremona” è supportata dal fatto che una bibliotecaria vaticana ha verificato l'originalità della firma di Ralp De Sudeley, ma questo non scioglie tutti i dubbi in quanto la forma comune di autenticazione a quel tempo erano i sigilli di cera.

Donald Ruth, che a sua volta ha raccolto i risultati delle sue ricerche nel libro “The Scrool of Onteora-The Cremona Document” del 2017, avverte che “i misteri del documento di Cremona e di Oak Island sono abbastanza complicati e confusi ed è importante chiarire i fatti se c'è qualche possibilità di arrivare alla verità su queste storie”. Secondo altri, infatti, Oak Islands sarebbe stata scoperta solo nel 1497, quando il 24 giugno il cavaliere templare italiano Giovanni Caboto vi gettò l'ancora. Vi avrebbe poi scavato un pozzo seppellendovi una cassa di piombo.

Adele Uggeri e la prima Casa dei Bambini

Maria Montessori
Quest'anno ricorre il 150° anniversario della nascita di Maria Montessori, nata il 31 agosto 1870 a Chiaravalle, in provincia di Ancona, pedagogista ma anche filosofa, medico, neuropsichiatra infantile e scienziata italiana a cui si deve il celebre il metodo educativo che prende il suo nome. Ma per Cremona si tratta di un doppio anniversario, in quanto l'11 ottobre ricorrerà anche il centenario della prima scuola montessoriana, la “Casa dei Bambini” istituita dalla maestra Adele Uggeri nell'asilo Martini. Adele Uggeri era stata una delle prime allieve dei corsi magistrali sistematici inaugurati nel 1914 dalla Società Umanitaria di Milano, grazie al sodalizio che si era creato tra il segretario generale Augusto Osimo e Maria Montessori, per la formazione di nuove educatrici che applicassero il nuovo metodo. Si era diplomata nell'anno scolastico 1916-17 dopo aver frequentato un corso molto importante, affidato per l’insegnamento della pedagogia scientifica ad una delle migliori allieve della Montessori, Anna Fedeli. Il corso era avviato al più grande successo quando Anna Fedeli si ammalò gravemente e dovette sospendere l'insegnamento, il corso dovette essere sospeso e soltanto sette allieve, su un totale di trenta, poterono sostenere gli esami. Una di queste era appunto Adele Uggeri, un'altra era Anita Vidali, che andò a lavorare nelle Casa dei Bambini dell'Umanitaria ubicata all'interno dell'Asilo Profughi di Monza, ed una terza era Elisa Berthier che si formò per lavorare nella Casa dei Bambini di via Virle 2 a Torino.
A Cremona la decisione di istituire una sezione speciale per impartire l'insegnamento secondo il metodo Montessori in uno dei quattro asili comunali era stata adottata dalla Commissione già il 10 marzo 1918, ma non era stato possibile darvi corso per mancanza di locali. Solo dopo la riapertura dell'asilo Martini, l'11 ottobre 1920 il tema venne nuovamente affrontato proponendo di aprire la sezione il 1 novembre ed affidarne la gestione alla maestra Adele Uggeri, senza alcuna spesa per l'Istituto degli asili infantili che non fosse quella per l'assunzione di un assistente o una bambinaia da affiancare all'insegnante. La nuova scuola veniva aperta al piano terreno dell'asilo Martini per un anno di prova, utilizzando materiale già acquistato in precedenza. Lo stessa amministrazione degli asili, d'altronde, aveva sostenuto con 300 lire la formazione di Adele, che già era assunta come maestra, ed altre 250 lire erano state messe a disposizione della Società Umanitaria, in modo che potesse frequentare il corso a Milano. La giunta comunale aveva poi stanziato altre 350 lire a beneficio dell'Opera Pia, per l'acquisto del materiale completo necessario all'applicazione del metodo Montessori, ordinato alla Società Umanitaria. Infatti la produzione del materiale era affidata alla “Casa di Lavoro” di Milano, nata accanto alla prima “Casa dei Bambini” di via Solari nel 1907 per iniziativa della filantropa Alessandrina Ravizza, esponente di spicco dell'Unione Femminile, per offrire ai disoccupati, coerentemente con i fini statutari dell'Umanitaria, un'assistenza fondata sul principio del lavoro, non sull'elemosina. La Casa di Lavoro si strutturava in quattro diversi reparti: cartotecnica, confezione/riparazione biancheria, scritturazione di indirizzi/copisteria, giocattoli cui era stata affidata la produzione, su larga scala, dei materiali Montessoriani. La Casa di Lavoro di Milano, rimase il principale produttore e fornitore del materiale Montessori, sia a livello nazionale che internazionale. Ogni asilo o scuola elementare che volesse applicare il metodo Montessori ed ogni persona che desiderasse dar vita ad una nuova Casa dei Bambini aveva necessariamente bisogno dei materiali: essi costituivano la condizione di possibilità per l'applicazione del metodo stesso, che vede il bambino agire liberamente ma all'interno di un ambiente preparato, dove trova i materiali specificatamente pensati per il suo sviluppo. 
Il quartiere di via Solari a Milano

Adele Uggeri, oltre che essere la prima maestra ad applicare il metodo Montessori a Cremona, era anche rappresentante degli asili infantili nella Commissione per il riordino degli asili in seguito alla riunificazione con il Comune di Duemiglia, rappresentato dalla maestra Luigina Serventi.
Il metodo Montessori trovò grande diffusione soprattutto grazie alla Società Umanitaria. Era il luglio del 1908, infatti, quando il Consiglio Direttivo della Società Umanitaria deliberò l'istituzione, in via sperimentale, della prima Casa dei Bambini di Milano. Inaugurata il 18 ottobre dello stesso anno, essa trovò sede all'interno del quartiere popolare di via Solari, edificato dalla Società Umanitaria in una zona allora all'estrema periferia sud occidentale di Milano. Doveva essere un quartiere operaio modello, dotato di un serie di strutture ed attività volte alla promozione culturale e sociale, come il teatro, la biblioteca popolare, una sede dell'Università popolare, la scuola di disegno, i corsi professionali femminili, la palestra, il ristorante, i servizi e i lavatoi comuni, il ricreatorio per i bambini e i ragazzi del quartiere. Fu proprio in questo contesto che l'esperimento montessoriano prese vita, per la prima volta, nella città di Milano:. Dove l'Umanitari decise di adottare per l'asilo infantile del quartiere, il metodo Montessori già attuato, dall'anno precedente, nel quartiere popolare di San Lorenzo a Roma. Il grande successo della Casa dei Bambini di via Solari spinse l'Umanitaria a ripetere quell'esperimento inaugurandone il 21 novembre 1909 una nuova nel secondo quartiere popolare dell'Umanitaria in viale Lombardia, una zona periferica fuori Porta Venezia affidandone la guida a Anna Fedeli. Dal 1911, inoltre, l'Umanitaria cominciò ad organizzare un primo breve corso magistrale curato da un'allieva della Montessori, Teresa Bontempi, che aveva già frequentato un primo corso sperimentale a Villa Montesca e che aveva istituito, nel territorio del Canton Ticino, numerose Case dei Bambini, curandone anche la formazione del personale.
Bambini all'asilo Martini (Fazioli, 1939)
Il primo corso magistrale sistemico, inaugurato nel 1914, fu fondamentale per il movimento montessoriano italiano, perché contribuì grandemente alla diffusione del Metodo in diverse aree d'Italia e rappresentò l'occasione, per l'Umanitaria, di sanare la situazione estremamente insoddisfacente delle sue Case dei Bambini che, dopo un primo periodo in cui il Metodo era stato applicato in modo esemplare, si trovavano ora completamente prive di educatrici competenti. Nacque così una nuova Casa dei Bambini in via San Barnaba, una struttura modello, in cui si formarono, attraverso il tirocinio, quelle nuove educatrici che, negli anni successivi permetteranno all'Umanitaria di aprire numerose altre strutture montessoriane, come, negli anni della Grande Guerra, quella ubicata nell'Asilo Profughi di Monza, la Casa dei Bambini nell'Istituto dei Derelitti di Milano, e, nel dopoguerra, quella di Cremona.

Una casa dei bambini di Maria Montessori
Qui, fin dal 1907, era sorta la prima sezione distaccata della Società Umanitaria milanese insieme a quella di Piacenza, seguite, nel 1908, dalle sezioni di Brescia, Verona, Padova, Biella, Udine e Bergamo. Rispetto ad altre sedi (come quella di Verona, che lamentò in più occasioni lo scarso appoggio, soprattutto finanziario, da parte di Enti e istituzioni locali), la Sezione di Cremona fu voluta espressamente dall'amministrazione cittadina nella persona dell'assessore Alessandro Groppali, eletto tra i primi nove consiglieri, e in pochi mesi poteva contare su un corpo sociale di 500 soci. Presto tra i consiglieri si aggiunsero anche rappresentanti del mondo cooperativo, come Primo Taddei, segretario della Federazione Provinciale delle Leghe Contadini (1913) e il valore della sezione venne riconosciuto dai sussidi ricevuti dai Comuni limitrofi, fra cui Gussola, Martignana, Pieve San Giacomo, Pescarolo, Torei dei Picenardi.
Ad un anno dall'avvio delle sue attività, stando a quanto riportato su "L'Umanitaria" del 31 dicembre 1908, "la Sezione ha istituito un Ufficio di assistenza legale che ha trattato 45 cause, un Ufficio di collocamento che ha ricevuto 87 offerte di mano d'opera e ne ha soddisfatte 32, ha creato 4 bibliotechine viaggianti nei paesi della Provincia, ed ha iniziato un Ufficio di emigrazione".
Ma forse una delle iniziative più interessanti della Sezione, rispetto al "pacchetto standard" a cui doveva attenersi ogni singola sede (emigrazione, collocamento, cooperazione, assistenza), fu la Scuola per infermieri istituita nel 1911, inizialmente denominata "Scuola per l'assistenza agli infermi"; nel primo anno fu frequentata con assiduità da 70 persone tra uomini e donne, di cui "ottennero la promozione 29 alunne e 21 alunni", senza contare "le 25 suore infermiere, che superarono felicemente gli esami di promozione". Due anni dopo, nel 1913, tutti gli iscritti superarono gli esami, con punteggi molto alti, spingendo la Commissione dei Primari a "rinnovare il voto che gli allievi non addetti agli ospedali debbano frequentare i corsi della Scuola laica per infermieri", per fare pratica per il maggior tempo possibile.
L'azione della Sezione non si limitò ovviamente solo a questo. Molto intensi e duraturi furono i rapporti con il mondo cooperativo, sia per quanto riguardava l'assistenza medico-legale, sia per trovare lavoro alle cooperative in città e nel circondario, dove l'opera dell'Umanitaria era garantita dalla sottosezione di Casalmaggiore (pratiche riguardanti liquidazioni di indennità, applicazione delle leggi sociali, collocamento di operai, ispezioni contabili). Altrettanto importante l'impegno per il collocamento di manodopera (297 persone collocate tra luglio e settembre del 1911, 424 collocamenti nel 1920, 1.464 domande di lavoro ricevute nel 1922, con 177 collocamenti effettuati), un po' meno significativa l'azione nel campo dell'emigrazione, nonostante una incessante lotta "per impedire che i nostri lavoratori diventassero istrumenti di speculazione per certe imprese losche, nulla curanti e poco riguardose dei trattati internazionali: abbiamo vigilato - scrivevano nel 1923 - e fatto in modo di impedire che detti arruolamenti si effettuassero".
Soppressa dal fascismo, la Sezione rappresentò un caposaldo dell'opera dell'Umanitaria in Lombardia.