mercoledì 28 dicembre 2016

A Cremona il tesoro perduto di Bengasi

Le due cassette contenenti il tesoro
Che fine ha fatto il “Tesoro di Bengasi”, con i suoi ottomila pezzi comprendenti migliaia di monete di oro, di argento e di bronzo nonché gioielli, statuette e altri oggetti di grande valore? Il tesoro è stato sottratto durante il colpo di Stato in Libia il 25 maggio 2011 dal caveau della Banca Commerciale Nazionale di Bengasi nei pressi dell'Hotel Dujal, dove era stato trasferito nel 2007. Fadel Ali Mohamed, nuovo Chairman alle Antichità della Libia, ha consegnato al governo italiano una richiesta di aiuto e da allora si è scatenata una vera e propria caccia al “tesoro” con protagonisti gli archeologi della Maic (Missione Archeologica Italiana a Cirene). Non è la prima volta che il “tesoro di Bengasi” scompare nel nulla. Era già accaduto nel 1944 e teatro di quel “furto” fu la nostra Cremona, dove il tesoro transitò discretamente per poi ricomparire misteriosamente a guerra terminata in un paesino della valle del Brenta, da cui fu riportato a Roma. Nel 1961 venne restituito al governo libico, ma qualcuno insinuò il sospetto che gran parte si fosse persa lungo le strade del Nord Italia, nella Repubblica di Salò. E la Cremona di Farinacci fa così da sfondo ad uno dei gialli più intricati dell'archeologia antica: il clamoroso tentativo dei gerarchi nazifascisti di trafugare dai depositi romani un tesoro di inestimabile valore, andato in fumo solo per il precipitare degli eventi che decretarono la fine della Repubblica di Salò e con essa del fascismo. Tutte le carte che riguardano la presenza del tesoro all'ombra del Torrazzo sono sparite nel nulla. Il diavolo, però, come si sa, fa le pentole ma non i coperchi, ed è stato così possibile ricostruire l'intera vicenda grazie al materiale conservato oggi presso l'archivio storico-diplomatico del Ministero degli affari esteri, rintracciato da Serenella Ensoli, docente presso la seconda Università di Napoli
La nostra vicenda inizia nel gennaio 1941 a Bengasi, quando Gennaro Pesce Ispettore della Soprintendenza ai Monumenti e Scavi della Libia viene informato dal governatore colonnello Granata che le sorti della guerra in Africa stanno precipitando e che è necessario mettere in salvo tutti gli oggetti ritrovati nel corso degli scavi italiani in Cirenaica: monete d’oro e d’argento, prodotti di oreficeria, gemme, una rarissima e arcaicissima statuetta in ferro di Cirene, avori, ambre custoditi nei sotterranei della filiale tripolina della Banca d'Italia. Dopo alterne vicende Pesce riuscì a nascondere gran parte del materiale di scavo a Sabratha e quello che non riuscì a trasportare venne sistemato in due grandi casse di tipo militare contenenti dai settanta agli ottanta chilogrammi di materiali preziosi, che vennero sigillate e caricate sulla penultima nave-ospedale in partenza da Tripoli. Giunto a Napoli, il 6 gennaio del 1943 il ‘Tesoro Archeologico della Libia’ venne trasferito a Roma Termini e depositato nel posto di Polizia del Ministero dell’Africa Italiana, da cui fu prelevato il giorno dopo da una delegazione formata dall’Aiutante Coloniale Francesco Campeti, per conto del Grande Ufficiale Rodolfo Micacchi, Ispettore Generale per le Scuole e l’Archeologia del Ministero dell'Africa Italiana, dall’impiegato Cavalier Renato Navarra, per incarico del Commendatore Dottor Achille Ragni, Direttore degli affari generali, e dal Maresciallo Francesco Vannini del Nucleo dei Carabinieri. del Ministero dell’Africa Italiana. Il tesoro fu trasferito nel magazzino dell'Economato del Ministero e, dopo l'8 settembre, fu trasportato, a cura del Commissario Enrico Cerulli, al Museo Coloniale, dove le due casse furono chiuse in un nascondiglio efficacemente protetto. Qui rimase al sicuro fino al maggio del 1944, quando avviene il colpo di scena. Le carte del ministero dell'Africa Italiana, dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, furono trasferite a Cremona. Cremona vide assegnarsi il Ministero della Difesa, da dividersi con Villa Omodei tra Desenzano e Salò, il Ministero dell'Africa Italiana, la Corte dei Conti, l'Avvocatura Generale dello Stato, una sezione della Presidenza del Consiglio dei Ministri, l'Ufficio distribuzione olio e grassi alimentari del ministero dell'Agricoltura, con sede al teatro Ponchielli. A Cremona si trasferisce anche il capo dell'Ufficio per gli affari generali Achille Ragni, che dopo l'armistizio aveva aderito al Governo repubblicano fascista. il quale chiede al direttore del Museo coloniale Umberto Giglio, le due cassette per portarle al sicuro nel Nord Italia, nella Repubblica di Salò. Una prima volta Giglio riesce a resistere alle richieste di Ragni, che però torna alla carica nel maggio del 1944 presentando un ordine scritto del Capo degli Uffici del Ministero dell'Africa Italiana a Roma Alfredo Siniscalchi. Le due casse il 16 maggio1944 vengono consegnate ufficialmente dal Nucleo di Collegamento di Roma del Ministero dell'Africa Italiana ad Achille Ragni, che immediatamente le porta a Cremona. Micacchi, inviperito, sporge denuncia per appropriazione indebita al Sottosegretario di Stato per gli Italiani all'estero da cui dipende in quel momento l'amministrazione coloniale, senza impedire, peraltro che, una volta giunte le casse a Cremona, venga costituita in gran fretta il 25 maggio una commissione preposta alla ricognizione del tesoro, designata dal Sottosegretario di Stato, che si riunisce il pomeriggio del 31 maggio in una delle sale del Ministero dell'Africa Italiana, in via Antico Rodano. Della commissione fanno parte Ercole Petazzi, nominato presidente; Tullo Bellomi, direttore del museo civico, Luigi Cerbella e Aurelio Massone, con funzioni di segretario. Non vi partecipa ufficialmente Achille Ragni, anche se in realtà è lui l'artefice dell'operazione e presiede a tutte le sedute.

Gli scavi di Sabratha
Vi è però un particolare: a Roma, il dott. Ragni non aveva avuto in consegna le chiavi dei lucchetti e pertanto la Commissione, dichiarando in questo primo verbale che esse erano andate disperse, è costretta a rompere i lucchetti. Constatato che il materiale è costituito da monete e preziosi della Libia e che le casse non sembravano aver subito manomissioni, benché le condizioni dei reperti, mal confezionati, risultino alterate dall’umidità, la Commissione, su proposta del Presidente, decide di rinviare la ricognizione dei reperti ai due giorni successivi. Le due cassette, provviste di nuovi lucchetti e sigilli, vengono provvisoriamente ricoverate nell’armadio-cassaforte dell’Ufficio Cassa, le cui chiavi vengono affidate al Consegnatario Cassiere, mentre le chiavi dei lucchetti e le matrici dei sigilli sono consegnate al Presidente della Commissione Petazzi. La ricognizione del materiale si svolge il 1 e il 2 giugno: il primo giorno viene controllato il materiale conservato nella cassetta contrassegnata “II” e il secondo con gli oggetti custoditi nella cassa n. I. L’elenco delle opere contenuto nei due verbali costituisce il secondo inventario, dopo quello compilato da Pesce al momento della consegna del materiale a Roma. Rispetto al primo sembra non mancasse materiale, anche se una serie di plichi inseriti da Gennaro Pesce nella cassetta n. II risultavano ora posti in quella n. I e anche la numerazione dei plichi stessi presentava alcune variazioni. Al termine della ricognizione, sempre alla presenza di Achille Ragni, nella tarda mattinata del 2 giugno 1944 la Commissione dispone la custodia definitiva delle due casse, dopo averle chiuse apponendovi spago in croce e sigilli in ceralacca recanti la dicitura «Repubblica Sociale Italiana – Ministero dell’Africa Italiana» e, al centro, il fascio repubblicano. Le chiavi dei quattro lucchetti vengono affidate al Consegnatario Cassiere e le due casse vengono depositate nella camera blindata della Banca di Credito Commerciale di Cremona con le polizze n. 173 e 174, intestate anche in questo caso al Consegnatario Cassiere.
Una statuetta del tesoro
La questione sembra chiusa quando dopo due mesi a Roma, prende avvio l’inchiesta dell’Autorità di Polizia Italiana sui materiali dispersi dell’Amministrazione Coloniale. Il 3 agosto il commendator Alberto Mario Piccioni aveva telefonato al direttore del museo coloniale Giglio, dipendente dell'Ufficio Studi del Ministero dell'Africa Italiana, per pregarlo di recarsi con immediatezza alla Direzione Generale della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno a fornire chiarimenti su una perquisizione da parte dell’Autorità di P.S., che precedentemente al suo, aveva anche perquisito un appartamentino di proprietà della moglie sito in via Chiana n. 48, preso in affitto dal Comm. Angelo Piccioli, Capo dell’Ufficio Studi del Mai, per nascondervi carte e fascicoli dell’Archivio Storico. Nel corso dell'interrogatorio il commissario Giampaoli, che sta conducendo un'inchiesta sul materiale di proprietà dell'amministrazione coloniale eventualmente sottratto dai nazifascisti, gli chiede notizie sul “Tesoro della Libia”. Dal verbale della deposizione resa da Giglio veniamo a sapere che tutto il materiale di pregio della collezione era stato da lui seppellito nei locali stessi del museo per nasconderlo alle ricerche dei nazifascisti. Tra questo materiale vi erano anche sei corone di rame dorato che il maresciallo Graziani aveva portato da Addis Abeba che, per ordine di Achille Ragni, trasferitosi poi al Nord, erano state ritirate l'11 febbraio 1944, caricate su un'auto, su cui viaggiava anche il conte Della Porta, e inviate a Cremona. Giglio dichiarava inoltre che le corone giunsero senz’altro a Cremona perché in una posteriore lettera pervenuta a Roma si faceva presente che le casse «...all’atto dell’arrivo apparivano manomesse». Oltre questo materiale sarebbero dovute partire per Cremona anche altre sei casse di argenteria e due contenenti quello chiamato “Tesoro numismatico della Libia”, facendo seguito ad un ordine impartito dal Capo Nucleo di collegamento Siniscalchi il 16 maggio 1944 per dare in custodia le otto casse a Renato Navarra, dell'Ufficio Economato che, sua volta, avrebbe dovuto consegnarle sempre al solito Achille Ragni, tornato temporaneamente da Cremona. Ma, per motivi di spazio, le casse non poterono essere caricate e furono riposte da Giglio nel nascondiglio insieme al resto del materiale. Ma Giglio dichiarava inoltre che Ragni aveva richiesto di trasferire al Nord tutti gli oggetti di pregio conservati nel museo ma che egli riuscì a impedirlo. Quanto tempo il “Tesoro” rimase a Cremona?, Difficile dirlo, soprattutto a causa dei continui cambiamenti di sede degli uffici ministeriali, causati dall'evolversi degli eventi bellici. La situazione storico-politica, sempre più delicata a causa dell’avanzata degli eserciti alleati, si fece talmente critica che il ‘Tesoro’ da Cremona, probabilmente dopo altre tappe, fu trasferito a Brenta di Cittiglio, in un ulteriore Ufficio del Ministero dell’Africa Italiana, dove in seguito fu trovato e trattenuto in custodia da Antonio Fraschini. Dopo l’8 settembre 1943 gran parte degli uffici del MAI furono trasferiti nella Repubblica Sociale Italiana insieme a migliaia di documenti dell’Archivio Storico e del Servizio Cartografico; questi ultimi, caricati su treni in partenza per Cremona, Pallanza, Intra, Verbania, Laveno, Brenta di Cittiglio, accusarono gravi perdite. Quanto in particolare all’Ufficio Studi del MAi, nel mese di maggio 1944 esso venne trasferito da Cremona a Pallanza, poi a Ghiffa e ancora a Intra, dove giunse, sempre con tutto il materiale, ai primi di luglio. Divenuta la vicina Val d’Ossola poco sicura, l’Ufficio fu portato a Laveno e di qui a Brenta di Cittiglio, dove tutto il materiale, che aveva accusato ulteriori perdite durante il trasporto a Laveno, venne preso in consegna dal Comitato di Liberazione Nazionale il 26 aprile 1945 . E, a liberazione compiuta, fu proprio la denuncia formulata un anno prima da Micacchi per appropriazione indebita nei confronti di Ragni a costringere il MAI, responsabile istituzionale della sorte dei reperti d'oro, d'argento e di bronzo del Museo Coloniale di altri oggetti archeologici provenienti dalla Libia, a intervenire attivamente per il loro recupero inviando alcuni suoi delegati a Cremona. “Viva era la preoccupazione del Ministero per la sorte che potevano avere subito i preziosi contenuti nelle cassette e costante l'intendimento di recuperare ogni cosa - si legge nella relazione che accompagna l'ultimo inventario - Subito dopo la liberazione del Nord, incaricati di questo Ministero poterono, attraverso indagini non facili per i continui spostamenti che gli uffici di Cremona avevano subito per l'avanzare degli eserciti alleati, rinvenire finalmente le due cassette che erano state ritrovate da certo sig. Nino Fraschini il quale, con vivo senso di responsabilità e con encomiabile onestà e precisione, le aveva custodite, sottraendole alle affannose ricerche che, allo scopo di impossessarsene, facevano reparti e gruppi repubblichini e altri”. Antonio Fraschini stese un nuovo inventario del materiale trovato nelle due casse: il documento è senza data, ma sicuramente antecedente al 24 maggio 1945, quando il Ministero della Guerra annuncia il recupero del tesoro al Gabinetto dello stesso ministero, parlando della “...preziosa collezione numismatica di monete antiche dell’Africa del Nord, appartenente al Ministero dell’Africa Italiana, ed a suo tempo trasferita al nord dai nazifascisti”. Il 6 agosto Antonio Fraschini ricevette una lettera di encomio per il prezioso lavoro svolto.









Quando il duomo crollò nel gennaio di 900 anni fa

Novecento anni fa, il 3 gennaio 1117, l'evento che cambiò il volto della nostra città. Sappiamo dalle cronache che il terremoto del 1117 è stato uno dei più forti e meno compresi eventi sismici dell'Italia, anche se i suoi effetti si sono sentiti in un'area dell'Europa che va da Reims a Montecassino, al punto che l'evento rimase talmente impresso nella memoria dei contemporanei che nei documenti notarili il terremoto veniva citato come termine temporale ancora settant'anni dopo. 
L'epigrafe con i profeti Enoc ed Elia
Cremona è peraltro una delle poche località, per non dire l'unica, per le quali ci siano giunte notizie contemporanee certe relative ai danni provocati dal sisma. Queste notizie, in sostanza, ci raccontano che in occasione del terremoto avvenuto alle 17 del 3 gennaio 1117 la cattedrale crollò, ed il corpo del santo protettore Imerio rimase a lungo sotto le macerie, sino a quando fu ritrovato,dodici anni dopo, nel maggio 1129 ed il vescovo Oberto lo pose al sicuro. A tale proposito, ormai quasi una decina di anni fa, nel 2007, sulla rivista “il Quaternario”, il sismologo Paolo Galli, esperto del dipartimento della protezione civile dell'Ufficio sismico nazionale dell'Istituto di geologia e geoingegneria del CNR di Roma, ha preso in analisi il fenomeno, contestando la sua ubicazione epicentrale nei pressi di Verona e sulla base di un completo riesame delle fonti e dei risultati storici dei sismi antichi, ha proposto un quadro degli effetti che permette di ipotizzare un secondo epicentro nell'area basso-padana, con ogni probabilità ubicato proprio nel cremonese. Galli, dunque, partendo dal fatto che la cattedrale, in tutto o in parte, crollò, si è chiesto se sia possibile trovare oggi dei riscontri oggettivi o degli indizi di quel sisma ancora al loro posto. E qui abbiamo la prima sorpresa. Prendendo infatti in considerazione i resti archeologici messi in luce negli anni scorsi dagli scavi della Soprintendenza archeologica della Lombardia, ed interpretandoli in chiave “archeosismica” ha dimostrato come siano facilmente contestabili le varie opinioni sulla sua ricostruzione, mostrando come la chiesa attuale non è quella del 1107 e nemmeno quella danneggiata dalle scosse del 1117. Nel corso degli scavi eseguiti nella cripta del duomo tra il 1988 ed il 2000. infatti, sono stati rinvenuti materiali e mosaici pavimentali contemporanei a quelli del Camposanto dei Canonici. Entrambi i pavimenti appartengono a due distinti edifici a cui si è sovrapposta l'attuale cattedrale romanica, ad una quota di circa tre metri sotto quella della pavimentale attuale. Le stratigrafie effettuate e le caratteristiche stilistiche rilevate collocano i mosaici ad una data vicina, ma anteriore al 1117, e testimonierebbero la prosecuzione del progetto architettonico del complesso iniziato nel 1107 secondo la tipologia delle chiese doppie, tipica del periodo medievale, presso le sedi episcopali, come Cremona era almeno a partire dalla metà del V secolo. “Non è ragionevole pensare che l'aula del prezioso ciclo a mosaici del Camposanto – sostiene Galli – sia stata progettata o, men che mai, eseguita contemporaneamente alla cattedrale romanica, dal momento che quest'ultima si sovrappone alla prima. E' cioè molto più verosimile credere che essa fu edificata (in toto o in parte) seguendo una prima fase progettuale (iniziata nel 1107) e subito abbandonata per un motivo di forza maggiore (il terremoto)”. Secondo l'ipotesi di Galli, dunque, queste chiese, tra cui la principale a cui si riferisce la frase sibillina contenuta nell'epigrafe di fondazione “quae media videtur”, sarebbero crollate con il terremoto del 1117, ed i loro ruderi dovettero persistere a lungo sul luogo, se, come sappiamo da Sicardo, il corpo di Sant'Imerio potrà essere recuperato solo nel 1129, cioè dopo dodici anni dal crollo.
Le absidi del duomo di Cremona
La serie di frammenti di fregi e sculture oggi incastonata sotto la Bertazzola, nel cortiletto del Torrazzo e riutilizzati nel transetto settentrionale appartengono ai portali della cattedrale iniziata prima del terremoto, e salvati in parte dal crollo, smontati, rimodellati e rimessi in opera. Con il novo cantiere si sarebbe poi abbandonato il progetto primitivo dell'impianto a due aule procedendo alla costruzione di un'unica cattedrale romanica a tre navate, con grandi transetti la cui estensione avrebbe ricoperto l'area di tutte le costruzioni precedenti, compresa la nuovissima aula con il mosaico del Camposanto e la stessa Canonica. Il lungo lasso di tempo trascorso tra il terremoto e la rimozione delle macerie, secondo Galli, potrebbe essere proprio giustificato dal ripensamenti del progetto di tutto il complesso episcopale, la cui costruzione venne terminata nel 1196 quando il corpo del santo protettore potrà essere nuovamente traslato nella nuova cattedrale.
La cattedrale odierna, dunque, non avrebbe nulla a che vedere con il tempio iniziato a costruire nel 1107 dal vescovo Gualtiero. Effetti devastanti, dunque, quelli arrecati dal terremoto, al punto da costringere gli architetti del tempo a ripensare l'intero progetto.
Ma nelle altre città dell'area padana cosa era successo? La cattedrale di Nonantola subì probabilmente solo il crollo delle coperture, quella di Parma, consacrata nel 1106, secondo Quintavalle non presenterebbe ricuciture di materiali o ripensamenti progettuali dovuti al terremoto. La cattedrale di Piacenza, per la quale non esistono testimonianze contemporanee, sarebbe stata ricostruita solo cinque anni dopo il terremoto, nel 1122. Quella di Fidenza, ricostruita sulle spoglie di quella ormai cadente del IX-X secolo, era stata probabilmente già consacrata nel 1106, prima di essere ristrutturata dall'Antelami e nuovamente consacrata nel 1207. A Modena, infine, nessuna fonte storica documenta danni alla città e alla cattedrale: la cattedrale venne fondata nel 1099 sui resti di una basilica più antica e nel 1106 era già stato consacrato l'altare, anche se per alcuni storici si trattava di quello della cripta, terminando la costruzione nel 1184. Effettivamente, però, 85 anni per costruire un edificio decisamente più piccolo di quello cremonese sembrano un po troppi, a meno di non pensare ad un'interruzione dei lavori forzata. Appare chiaro, secondo Galli, che si potrebbe prefigurare “l'attivazione di una struttura sufficientemente grande e vicina a Cremona da causare il crollo del complesso episcopale e, eventualmente, da provocare danni nelle città limitrofe”. Questa andrebbe ricercata tra quelle per le quali esiste un indizio di attività, aree di circa 10-20 chilometri potenzialmente capaci di generare eventi caratterizzati da una forte capacità distruttiva locale e di un forte risentimento. “Tra queste – suggerisce Galli – quella di Piadena sembrerebbe essere stata attiva in tempi storici, ed eventualmente postromani, con una deformazione areale in superficie sufficiente a spingere il corso del Po e dell'Oglio a nord. Tale fenomeno potrebbe essere ipoteticamente connesso all'occorrenza di un epicentro locale della sequenza del 1117”. In seguito al sisma il Po si sarebbe discostato di molto dal livello fondamentale della pianura, ampliando la sua valle da 600 in metri in prossimità del capoluogo, fino agli oltre dieci chilometri a Casalmaggiore, e l'assenza delle tracce di centuriazione romana in questa zona, cancellate dalla migrazione del Po, fornirebbe un ulteriore indizio cronologico su quando il fenomeno sia avvenuto in epoca medievale.

L'interno del duomo di Cremona
Testimonianze scritte del terremoto del 3 gennaio 1117 compaiono per ben 64 località dell'Europa, ma gli effetti del sisma nell'area veneto-lombardo emiliana, quella più prossima all'epicentro, non furono tutti uguali. A Cremona, ad esempio, contrariamente a quanto ritiene Galli, gli effetti non sarebbero stati così disastrosi. Uno studio in questo senso è stato effettuato, contemporaneamente al saggio di Galli, dall'architetto Fausto Ghisolfi (Bollettino Storico Cremonese, Nuova Serie, XII, 2005, pubblicato nel 2007), che ha ricostruito gli interventi strutturali resisi necessari in seguito ai crolli. Innanzi tutto non è accertato che il corpo di Sant'Imerio fosse già stato deposto nel nuovo edificio in fase di edificazione, perchè la traslazione poteva anche non essere ancora avvenuta, in quanto un altare dedicato a S. Imerio è già documentato nel 1124 e poteva trovarsi in qualche altro ambiente del complesso ecclesiastico. Il palazzo episcopale, inoltre, risultava agibile negli anni immediatamente successivi al sismi, in quanto figura utilizzato per tenervi un'investitura il 18 giugno 1118 ed un'altra il 21 gennaio 1120. La possibilità che la cattedrale, seppur danneggiata, conservasse la sua identità monumentale, troverebbe conferma nella cerimonia di giuramento tenuta dai militi di Soncino il 19 giugno 1118 davanti alle sue porte. Il ritardo nella ripresa dei lavori successivi all'evento sismico sarebbe giustificata dai numerosi impegni del nuovo vescovo Oberto da Dovara, giunto subito dopo i fatti, assorbito nella riappropriazione delle proprie prerogative, dopo anni in cui la sede episcopale era stata vagante.
Per quanto riguarda il consolidamento strutturale intervenuto dopo il terremoto restano tracce sia nella facciata, che nell'interno e nella zona absidale. Forse non vi siete mai fermati ad osservarle, ma sono abbastanza evidenti. “Per esempio – osserva Ghisolfi – nelle quattro arcate... poste ai lati del protiro alla base della facciata, si riconosce che il rivestimento lapideo che le tampona e le annulla, presenta incoerenze, dovute alla maggiore frammentarietà dei conci marmorei ed al trattamento più grossolano delle superfici, eccettuate le parti levigate che sono chiaramente integrazione successiva; non a caso, proprio in tale zona tamponata, nell'arcata intermedia di nord a sinistra del protiro, si ritrovano perfettamente connesse con i conci adiacenti le lastre con il rilievo del peccato originale e la cacciata dal paradiso terrestre, che gli studiosi concordemente riconoscono come elementi frammentari di reimpiego provenienti da qualche zona della Cattedrale danneggiata o da qualche elemento smantellato a seguito del terremoto”.
Anche l'andamento dei pilastri cilindrici della navata maggiore è testimone silenzioso del dissesto portato dal terremoto, soprattutto per quanto riguarda la disposizione in contrasto con le modanature verticali della parte superiore, dove si perde il caratteristico ritmo alternato del romanico lombardo: “evidentemente – osserva Ghisolfi – la necessità di consolidare le zone compromesse o danneggiate dal siam ha prevalso sulla esigenza di mantenere il ritmo alternato tipicamente lombardo, del quale si è voluta mantenere la parvenza mediante la diversità del pilastri circolare rispetto a quello composito, ma con un esito greve che non è sicuramente compatibile con l'equilibrata cadenza originaria”. I pilastri cilindrici presenti nei transetti, uniformi nelle proporzioni e nelle modanature della base, potrebbero invece essere riconducibili alla riedificazione dei sostegni dei transetti, conseguenti alla volontà di dare una maggiore solidità alla costruzione.

All'esterno colpisce la discontinuità delle due torrette absidali che non sono innestate, come sarebbe logico, sulle strutture scalari sottostanti provenienti dai matronei, collocate nella muratura alla congiunzione interna fra le absidi, ma disassate e arretrate contro la parete di fondo che, evidentemente, è collegata alla fase della ricostruzione. Una variazione nella trama muraria si rileva anche nella parte inferiore delle scale nella sezione prismatica, rispetto alla seconda fase dei lavori, circolare. La variazione al progetto originale è visibile anche nei raccordi dell'abside maggiore con quelle laterali che abbracciano le strutture scalari abbandonando il profilo curvi dell'abside e sono realizzati in modo sommario e asimmetrico sui due lati: “quello meridionale è rettilineo e occulta dall'esterno l'organismo della scala, mentre il raccordo settentrionale è sagomato e lascia intuire il volume, come un rigonfiamento, della scala interna ascendente che preesisteva. “La modalità costruttiva – osserva Ghisolfi- sembra trasmettere l'esigenza di trovare comunque una soluzione staticamente accettabile, senza affrontare il problema della coerenza formale, prassi esecutiva testimoniata anche dalla conformazione delle cornici terminali marmoree dei raccordi murari, che costituiscono l'imposta della galleria sommitale dell'abside, realizzate in modo sommario e irregolare. Questo dimostra che il tardo intervento non riguardò soltanto la vasta parete di fondo in mattoni con le nuove torri scalari, ma realizzò un lavoro complesso: il rivestimento in conci lapidei delle absidi, un guscio di rinforzo che, concluso dalle gallerie, caratterizza l'immagine attuale dell'insieme. E' perciò da presumere che il terremoto abbia seriamente compromesso la zona orientale tanto da determinare la necessità di realizzare un solido involucro esterno delle tre absidi, che avvolge l'originaria struttura in mattoni, mentre la parte sommitale è stata completamente ricostruita partendo dalla base, agli estremi laterali del complesso, dove sono stati costruiti robusti contrafforti in pietra, conclusi in sommità con terminazione orizzontale, leggermente rialzata, che lascia intuire l'intenzione di realizzare ulteriori torrette angolari”.

Il mancato monumento a Stradivari

Una storia davvero sfortunata quella dei monumenti dedicati ad Antonio Stradivari. Come se una sorta di maledizione gravasse sulla memoria del principe dei liutai da quando, demolita la cappella del Rosario in san Domenico, dove si trovava il suo sepolcro, le sue ossa andarono sciaguratamente disperse in una fossa comune del cimitero. Eravamo nel 1897 e Luigi Ferrari, nipote dell'imprenditore che aveva demolito la chiesa, il 20 dicembre scriveva al marchese Giorgio Sommi Picenardi: “Le tre teste trovate nel sepolcro Stradivari vennero conservate in casa mia per diversi anni; poi stanchi di vederle sempre ballottare da un posto all'altro decidemmo di portarle nel Cimitero di Cremona, dove credo si trovano ancora”. Da quel momento, forse oppressi dal senso di colpa, fu una continua rincorsa a progettare monumenti, che peraltro non furono mai realizzati. I tre che furono eretti negli anni più recenti, non hanno avuto un esito migliore: a quello di Floriano Bodini in piazza Stradivari, realizzato nel 1999, già utilizzato anche per tendere i fili del mercato, sono state asportare le aste del compasso; decapitata più volte del ricciolo del violino, che il maestro scruta attentamente nel ricordo dell'iconografia dell'Hamman, è invece la creazione più recente in vetroresina posta in corso Garibaldi, dopo essere stata dimenticata nelle serre comunali. 
Il cippo in piazza Roma nel 1950 in un servizio di Epoca
Ha finito le sue peregrinazioni in piazza Marconi lo Stradivari di Gianfranco Paulli del 2010, dopo essere stato ospite ingombrante sotto i portici del cortile Federico II, ed in una dimessa aiuola di via Palestro, sul retro del museo civico, è finito il bel busto di Pietro Foglia. Non gode di miglior salute la lapide in marmo posta nel 1953 in piazza Roma a ricordare la presenza del sepolcro, soluzione di ripiego in sostituzione di un precedente cippo immortalato in una maliziosa foto pubblicata da Epoca nel 1950 a corredo di un reportage di Joseph Wechsberg, mentre un cane vi depone il suo “ricordo”. Eppure anche in quegli anni si parlava di realizzare quel monumento di cui si era tanto discusso quarant'anni prima. Era il 28 febbraio 1910 quando l'assessore Cinisetti, per conto del sindaco Dario Ferrari scriveva al celebre scultore milanese di origini cremonesi Luigi Secchi un'accorata lettera: “Mi rivolgo a lei, che onora l'arte italiana e la terra ove ella nacque e invoco, la di lei grande valentia insieme alla sua accondiscendenza per solvere un debito morale, che incombe alla città di Cremona in ispecial guisa, e concorrere in un atto elevato e geniale- Nella chiesa di S. Domenico, che abbattuta più di 30 anni or sono ha lasciato posto a vaghezza di piante e fiori giacquero le ossa del grande liutaio cremonese Antonio Stradivari e la tomba era contrassegnata da una pietra sepolcrale collocata in altra delle cappelle laterali della chiesa. La pietra venne rimossa nell'atto della demolizione e si conserva come cosa sacra nel Museo Civico. Ma purtroppo le ossa andarono confuse con quelle di altri cadaveri tumulati nello stesso sepolcro. Ora con la pianta topografica della località alla mano si è potuto stabilire il fronte dell'attuale giardino di piazza Roma corrispondente a quello ove esisteva la tomba dello Stradivari. Tale fronte è di limitata estensione, di modo che, volendosi, come questa amministrazione di proporre, erigere e collocare un ricordo durevole, questo non potrebbe essere che relativamente di piccola mole, racchiuso oltrechè che l'aiuola, nella quale dovrebbe trovare posto il ricordo sopradetto, misura in larghezza all'incirca metri 2. Intanto questo municipio porge invito a Lei, valorosissimo artista, che si compiaccia di studiare e intentare un progetto di ricordo monumentale, il quale sia adatto e rispondente al fine che che il Comune si propone e si faccia tempo alla località ove l'opera d'arte in onore di Antonio Stradivari deve sorgere. Se la S.V. Ill. esaudisse in massima alla preghiera che in nome di questa amministrazione mi onoro di rivolgerle, si compiaccia favorirmi sollecito e desiderato riscontro e mi indichi fare tutti quei visti ed elementi che io dovrò fornirle per agevolare i suoi studi e la sua proposta. Con grato animo e con distinta stima e osservanza mi protesto, pel sindaco”. Secchi rispose pochi giorni dopo dicendo che, per precedenti impegni, era impossibilitato venire a Cremona per effettuare un sopralluogo ed, in sua vece, avrebbe mandato il figlio, ingegnere ed architetto. In realtà le carte non dicono se poi il sopralluogo avvenne effettivamente, sta di fatto che già il 28 aprile il “ricordo monumentale” si era ridotto ad un “semplice collocamento in giardino d'un segno modestissimo, ma appropriato, in marmo, su quale siano scolpite queste parole: 'Qui la tomba del sovrano dei liutai (provvisorio)”, alto circa 90 centimetri e “l'epigrafe dev'essere in nero”. 
Il bozzetto di Michieli
Bisogna attendere il 1914 perchè nasca una commissione promossa dall'Associazione Filodrammatica e dalla Società Concerti con il compito di costituire un Comitato Internazionale per erigere a Cremona un monumento ad Antonio Stradivari ed ai liutai cremonesi, presieduta da Alfonso Mandelli, con la partecipazione di monsignor Angelo Berenzi, Gaetano Cesari e Federico Caudana. Ma lo scoppio della guerra frena l'iniziativa, che viene riproposta nel 1919 alla nuova amministrazione comunale guidata da Attilio Botti, perchè “dia, prima di ogni altro, il suo aiuto finanziario all'iniziativa che ha raccolto l'interessamento di quanti hanno ammirazione per i grandi liutai cremonesi”. Ed il Comune rispose l'anno dopo con un primo stanziamento di duemila lire. Tuttavia anche questo progetto restò lettera morta. Bisogna arrivare al 2 aprile 1936 per trovare finalmente traccia di un nuovo progetto monumentale nella prima riunione dell'Ente provinciale del Turismo, presieduto da Tullo Bellomi, in occasione della costituzione del Comitato per le celebrazioni stradivariane del 1937. In realtà non si fa alcun accenno ad un progetto specifico, anche se oggi sappiamo, sulla scorta dell'epistolario di Illemo Camelli conservato presso la Biblioteca Statale di Cremona, che lo scultore individuato per la sua realizzazione fu il cremonese Antonio Pezzani, abbastanza noto per la sua partecipazione alla Biennale di Venezia del 1930, marito della nobildonna soncinese Vittoria Della Scala, contattato direttamente dallo stesso Tullo Bellomi. Fino ad ora l'unico bozzetto noto per un monumento a Stradivari in occasione delle celebrazioni del bicentenario del 1937 era quello in gesso patinato e bronzo realizzato da Guglielmo Michieli, originario di Padova ed insegnante all'Istituto Tecnico Ala Ponzone di Cremona, autore, tra le altre cose, della tomba di Giuseppe Fieschi al cimitero. E' il bozzetto che mostra l'avvocato Mario Stradivari all'inviato di Epoca nel servizio di Wechsberg del 1950. Non sono invece noti i bozzetti preparati da Pezzani. Sappiamo che furono cinque, ma non che fine abbiano fatto.

La discussione in Giunta comunale nel 1950 (da Epoca)
Tutta la vicenda del mancato monumento a Stradivari che si sarebbe voluto affidare allo scultore cremonese trasferitosi a Milano, nasce all'insegna dell'improvvisazione e della confusione che presiedettero alla prima fase dell'organizzazione delle celebrazioni stradivariane del 1937. Dopo la costituzione del comitato locale, presieduto da Roberto Farinacci e Tullo Bellomi, nel maggio 1936 il direttore del museo civico Ala Ponzone Illemo Camelli suggerì ai due di rivolgersi ad un artista cremonese per la realizzazione di un monumento a Stradivari, senza ricorrere ad un concorso nazionale, idea che, almeno agli inizi, sembra fosse quella prevalente. Tullo Bellomi contattò allora lo scultore, ritenuto “per la sua qualità di cremonese e per la personalità del suo stile, l'artista più adatto per essere segnalato al costituendo comitato” (lettera di Tullo Bellomi del 10 novembre 1936, Ms. Camelli 31/10). Si dovette però attendere il rientro di Farinacci dall'Africa Orientale per poter commissionare all'artista un bozzetto del monumento da mostrare al ras, contando sul solo rimborso a Pezzani delle spese sostenute per il materiale e la fusione, che lo stesso aveva valutato in 1500 lire. Il monumento sarebbe stato collocato sotto uno degli archi del portico della galleria XXIII Marzo, prospiciente i giardini pubblici. Il 4 luglio Camelli scriveva a Pezzani che il bozzetto doveva essere visto da Farinacci a casa propria, in quanto a lui solo sarebbe spettata la decisione finale ed il 10 settembre l'artista consegnò a Bellomi i primi due bozzetti che, però, con ogni probabilità non furono mai mostrati al gerarca. Per quale motivo? Lo spiega lo stesso Pezzani il 15 novembre 1936 nella minuta di una lettera mai spedita a Tullo Bellomi, ma appunto per questo, molto sincera. “...si è venuti alla determinazione di fare un lavoro di tutt'altro genere (vedi programma ufficiale) mettendo semplicemente da parte il mio progetto, prima di esaminarlo. E perciò io ho lavorato e Lei ha fatto in modo che abbia lavorato assolutamente per niente. Senza impegno che lo scopo del progetto cioè la statua dello Stradivari figurasse nel programma del bicentenario? Ma questo lo dice lei, ora, egregio Commendatore. Ma chi può crederle? Nessuno. Non io. Che non mai sentito parlare altro che della statua in bronzo da collocare sotto uno degli archi prospicienti i giardini. Questo tema mi fu esposto da Lei più di un anno fa fin dal nostro primo colloquio e Lei mi portò a vedere l'arco e parlò di una lapide da murarsi al disopra, e di un'incorniciatura dell'arco, ecc. ecc. Questo tema fu mantenuto sempre, nei successivi abboccamenti con Lei e col Prof. Don Camelli. Questo tema fu ripetuto al momento in cui mi disse di preparare un bozzetto perchè l'on.le Farinacci era tornato in sede (lo dice Lei, ancora oggi nella Sua lettera!). Nessuno mai mi accennò nemmeno lontanamente alla possibilità di un altro tema. Ma chi è quell'artista che accetterebbe di perder tempo e denaro nel progettare una statua alle condizioni che oggi Lei denuncia? E se c'era la possibilità, il dubbio anche lontano, che la statua allo Stradivari non dovesse essere compresa nel programma, Lei, galantuomo e gentiluomo, mi avrebbe lasciato lavorar dei mesi e spender soldi? Abbia pazienza, qui si casca nell'assurdo. Dunque Lei che era o doveva essere 'magna pars' del Comitato e quindi informatissimo e ben sicuro di quello che faceva, Lei che fu anzi proprio incaricato di predisporre un programma (lo dice nelle sue lettere) mi fece progettare una statua ed ora il programma la esclude”. E più avanti ricorda ancora: “Si rammenti che Ella mi disse che per tutte le esigenze artistiche mi rivolgessi al Prof. Don Camelli. Questi gentilmente discusse e vagliò con me le diverse possibilità di atteggiamento, misure, basamenti e sempre in relazione all'arco e per poter decidere con coscienza (Egli ed io credevamo di far sul serio) preparai diversi bozzetti preliminari, e di questi ne furono scelti due da ingrandire con l'arco”.
L'avvocato Mario Stradivari con il bozzetto del monumento di Michieli
Ma ci sono altri particolari che avrebbero giustificato la scelta di abbandonare il progetto e che lo stesso Pezzani spiega in un'altra lettera del 12 novembre: “Portati i progetti a Cremona, nessuno li ha visti, neppure per curiosità. Venuto ad avvisarLa che avevo adempiuto all'incarico sentii capovolgere tutta la situazione: possibilità di concorso nazionale, là dove prima si escludeva il concorso; di un complesso architettonico per onorare più personaggi anziché la statua dello Stradivari decisa da più di un anno e di cui mi si è sempre parlato come di programma certo. Le assicuro he anche se non ho mostrato né stupore né disappunto, ho sentito fortemente l'uno e l'altro. Ad ogni modo ho tenuto a dirlo che lo avevo eseguito esattamente l'incarico da Lei ricevuto. Ma Lei neppure allora non mi fece alcuna osservazione su ciò. Me la fa oggi sul fatto dell'incarico. Poi venne la conferma ufficiale del cambiamento di programma e la costituzione di un comitato Nazionale per il quale non ho inteso affatto di lavorare e la cui decisione non mi può interessare”. Erano stati i giornali del 25 ottobre precedente a dare ufficialmente la notizie che il comitato aveva invece nascosto a Pezzani. A spiegare come si erano svolti i fatti era stato d'altronde lo stesso Tullo Bellomi con una lettera non priva di ambiguità sottese: “Circa poi le difficoltà nate, non certo per causa mia, riconosco che il mio silenzio in proposito e le pubblicazioni avvenute nel frattempo, potevano giustificare le sue preoccupazioni. Su ciò trovo doveroso spiegare e giustificarmi: l'idea di un monumento collettivo ai musicisti e liutai cremonesi, venuta al nostro Podestà e accolta favorevolmente dall'on. Farinaccci, è ancora allo stato di desiderio, anche se si è ritenuto per ragioni speciali, di farne cenno nel programma pubblicato e ciò perchè vi ostano due grandi difficoltà: la contrarietà di una parte dell'opinione pubblica cittadina, che desidera un monumento a Stradivari e solo a lui, nel luogo dove visse e abitò; e ciò che più importa, la insufficienza dei mezzi. Se queste difficoltà non potranno, come non è da escludersi, essere superate, si dovrà tornare alla mia primitiva e più modesta idea. Ed allora saranno certo ripresi in considerazione i suoi bozzetti. Se nulla Le scrissi finora al riguardo, fu appunto a causa di questo stato di incertezza e per la speranza di uscirne presto e poterle dare una risposta decisiva”. Oggi sappiamo che, in realtà, si decise di utilizzare diversamente le risorse destinate alla realizzazione del monumento per costituire con quei fondi le basi della Scuola Internazionale di liuteria che nel 1938 inaugurò i suoi corsi.


mercoledì 20 aprile 2016

Guido Acerbi e il "caso Piccoletti"

Il foglio identificativo di Guido Acerbi
Un episodio oscuro dei primi anni della nostra storia repubblicana, a lungo rimosso, ed ora riportato alla luce nella sua drammaticità in una quarantina di pagine scritte con passione e rigore scientifico da Mimmo Franzinelli e Nicola Graziano nel libro “Un'odissea partigiana. Dalla Resistenza al manicomio”, edito da Feltrinelli. Una vicenda che diventa lo specchio dei conflitti e delle contraddizioni di un tempo convulso, tra la fine della guerra e le prime elezioni democratiche del 1948 nell'ex feudo di Farinacci. A lungo, per descrivere la vicenda giudiziaria e umana di Guido Acerbi, si sono usati i termini “estremismo”, “infantilismo politico”, mentre invece le pagine rigorose di Franzinelli e Graziano, lasciano intuire ben altro. Se Danilo Montaldi ne avesse avuto il tempo, avrebbe probabilmente dato alle stampe quel documento clandestino avuto il 20 aprile 1951 in cui Guido Acerbi, detenuto a Portolongone oggi noto come Porto Azzurro, racconta a Ernesto Marabotti le condizioni di vita nel carcere a cui era stato condannato in quanto accusato del delitto “Piccoletti”. Ma, ancor di più, avrebbe completato quella sua ricerca sociologica sull'effettivo ruolo della “paramilitare” e dei rapporti dei militanti clandestini con l'ufficialità dell'apparato, testimoniata solo da un foglietto di appunti.
Acerbi, assolto dall'accusa di costituzione di organizzazione a carattere militare, appena diciannovenne venne condannato per omicidio a ventisei anni, sei mesi e venti giorni di carcere oltre alla multa di 190.000 lire, con libertà vigilata e interdizione perpetua dai pubblici uffici e nellaprimavera del 1949 venne trasferito nel penitenziario di massima sicurezza dell'Isola d'Elba da dove iniziò un'odissea giudiziaria che lo portò a Alessandria, Pizzighettone, Milano, Piacenza fino al manicomio di Aversa, dove entrò la mezzanotte del 3 settembre 1959 per uscirne il 30 settembre 1962 a trentaquattro anni. Lavorò poi come geometra in modo autonomo, prima di trovare impiego all'ufficio urbanistica del Comune di Cremona. Non si avvicinò mai più alla politica attiva, pur non nascondendo le sue simpatie di sinistra, e confessava di essersi profondamente pentito di quella “tragica stupidaggine”, dovuta “ad accecamento ideologico”.
E' la vigilia delle elezioni del 18 aprile 1948. Guido Acerbi è uno studente di quinta geometri dell'Istituto tecnico superiore Eugenio Beltrami, legato agli ambienti della Federazione comunista e dell'Anpi. Sono momenti di grande tensione: gli ex garibaldini nascondono le armi in previsione di un'eventuale offensiva democristiana. Nel giugno del 1946 la questura ha già rinvenuto una quantità di fucili mitragliatori, bombe a mano e materiale bellico nella caserma Massarotti, sede provinciale delle Fiamme Verdi. Qualche mese dopo, in agosto, vengono sequestrate due mitragliatrici Breda e il 10 settembre il bracciante Olimpio Puerari viene ucciso a bruciapelo dall'ex segretario fascista di Scandolara Ravara Mario Morandi, che poi verrà infine assolto dopo un processo interminabile. Guido, dal canto suo, appena sedicenne, nel corso delle vacanze scolastiche di Natale nel dicembre 1944, aveva lasciato la città e raggiunto una prima volta i partigiani tra Valdarda e Valnure ma poi, salvato dal rastrellamento da una famiglia di contadini, era stato convinto da questi a tornarsene a casa. Ma il ragazzo non aveva più voluto saperne della scuola e si era aggregato alla brigata “Eugenio Curiel” con il nome di battaglia di “Rinaldo”, occupandosi della distribuzione clandestina di volantini. Agli inizi di marzo 1945, dopo essersi iscritto al Pci, era stato assegnato alla prima brigata “Ferruccio Ghinaglia”, il 10 marzo aveva combattuto in uno scontro ad Azzanello e poi arrestato il 21 aprile per propaganda sovversiva, per poi essere rilasciato quattro giorni dopo alla vigilia dell'insurrezione. Nell'autunno del 1947 Guido costituisce il circolo giovanile Giuseppe Garibaldi al numero 2 di viale Trento e Trieste, presso la sede del comitato provinciale Anpi: conta una settantina di soci, tra cui Benito Longoni, di sei anni più anziano, nipote del dirigente democristiano Tarcisio Longoni, già membro del Cln di Monza, che poi verrà eletto deputato nelle successive elezioni del 18 aprile 1948. I due giovani si legano al sessantenne Pietro Piccoletti, un personaggio strano che vive di espedienti e che nella sua abitazione di via Genala 21 raccoglie ogni genere di oggetti, ma che, soprattutto, custodisce le armi recuperate e stipate nei depositi della stazione. Guido fa riferimento a lui per spostare le armi custodite nella propria abitazione, dapprima nella casa dell'amico, e poi, il 28 marzo 1948, fuori città nella capannina del circolo Garibaldi in un bosco in riva al fiume Po. Su un carretto a tre ruote vengono portati fucili, bombe a mano e due mitragliatrici Breda, che vengono nascosti in una cavità ricavata sotto il pavimento, raggiungibile attraverso una botola. I dirigenti politici del Pci erano a conoscenza di questi traffici? Probabilmente si, sostiene Franzinelli, ma lasciavano fare sia perchè i due gravitavano nell'orbita della sinistra, sia perchè non iscritti al Pci. Garanzia, questa, di totale estraneità in caso di un eventuale arresto. Ma quando la campagna elettorale entra nel vivo e la tensione cresce, Piccoletti muta atteggiamento e pretende denaro per mettere a disposizione dei compagni il suo arsenale. Vuole quarantamila lire o minaccia di rivelare l'esistenza della rete clandestina. Il 21 marzo, domenica di Pasqua, Acerbi, giunto al capanno per completare il trasferimento delle armi, non trova più il materiale bellico già recuperato. 
Guido Percudani ad una riunione del PCI
Evidentemente Piccoletti lo ha già venduto, e Guido medita la vendetta. Chiede a Isaia Gardani della Federazione del Pci come ci si debba comportare nei confronti di un traditore, ottenendo la risposta di “toglierlo dalle spese” mentre il dirigente organizzativo Guido Percudani suggerisce più prudentemente di allontanarlo dalla cerchia dei compagni. L'appuntamento per il chiarimento definitivo, o piuttosto per la resa dei conti, è fissato per la notte di sabato 3 aprile a Bosco ex Parmigiano, nei pressi delle colonie padane: Guido si sarebbe presentato con la somma necessaria per far recedere Piccoletti dal suo proposito. Ma Guido quel denaro non l'ha recuperato e cerca di convincere l'amico a tornare sui propri passi. Piccoletti, messo alle strette, confessa di aver venduto le armi a due giovani ebrei, provenienti dall'est europeo, alloggiati nel campo dell'ex caserma Pagliari, militanti sionisti che a loro volta hanno già consegnato l'arsenale all'Organizzazione militare nazionale Irgun impegnata contro gli inglesi per la costituzione dello Stato di Israele. In piena notte esplodono tre colpi che freddano Piccoletti mentre in disparte sta arrotolandosi una sigaretta: due provengono dalla Browing calibro 9 di Acerbi, uno, che risulterà letale, dalla pistola a tamburo calibro 12 di Longoni. I due si liberano del cadavere gettandolo nel Po, da cui verrà recuperato fortunosamente da un pescatore di Stagno di Roccabianca il pomeriggio del 19 aprile, mentre è in corso lo spoglio dei voti. Nella tasca un biglietto con l'invito a partecipare ad una riunione del Circolo Garibaldi alle 18,30 di quel maledetto 3 aprile.
Si organizza la camera ardente nella sede dell'Anpi cercando di dirottare i sospetti verso i neofascisti, ma il 21 aprile i carabinieri sono già sulle piste di Acerbi, che viene arrestato. Lui si proclama innocente, ma i carabinieri sono convinti, attraverso Guido, di coinvolgere nell'omicidio tutta la classe dirigente del comunismo cremonese. Per questo, in assoluto isolamento, lo interrogano in modo serrato per nove giorni fino a quando il 30 aprile Acerbi confessa e dichiara: «nelle sue piene facoltà mentali e con piena coscienza di aver premeditatamente ed in unione col Longoni ucciso a colpi di pistola il Piccoletti, in quanto costui pretendeva dalle 30 alle 50 mila lire in compenso della custodia delle armi che aveva tenuto in casa sua per conto della formazione paramilitare di esso Acerbi e minacciava di denunciarlo». Il 1 maggio viene arrestato anche Longoni, che conferma punto per punto l'esistenza di una formazione paramilitare dotata di armi da guerra. Grazie alle sue rivelazioni i carabinieri ritrovano le armi «avvolte in sacchi e dentro bauli e cassette, ben lubrificate e ingrassate efficienti per lo più e pronte per l'uso, tutto un armamentario di mitragliatrici, mitra, fucili, moschetti e bombe a mano, con un'abbondante dotazione di munizioni, accessori e pezzi di ricambio, ritenuto sufficiente ad armare un intero reparto». Longoni, allettato dalla promessa di un trattamento di favore, indica in Arnaldo Bera, ex comandante della formazione garibaldina “Ferruccio Ghinaglia” e segretario della Federazione del Pci, l'organizzatore
di traffici d'armi, e Bera, fiutata l'aria, decide di sparire. Nell'ipotesi accusatoria della magistratura, scrive Franzinelli «lo studente sarebbe il paravento della mente politica, annodata nella Federazione comunista di Cremona. Il segretario organizzativo Guido Percudani e il responsabile provinciale del Circolo Garibaldi Ugo Bonali avrebbero 'diretto l'attività dell'Acerbi, pur essendo consapevoli che esso aveva strutture e caratteristica di associazione militare'. L'azione militare sarebbe scattata 'in caso di vittoria del Fronte Popolare, contro qualunque movimento reazionario specialmente di fascisti che avessero inteso mettersi contro la vittoria del Fronte».
Gli interrogatori si svolgevano di notte, con una lampada abbagliante puntata sugli occhi. Venne seviziato e percosso a sangue da un capitano e da due marescialli dei carabinieri fino allo svenimento anche il capo deposito locomotive della stazione Antonio Assumma che alla fine firmò la confessione predisposta dagli inquirenti. «Fummo tenuti per 16 giorni in una cella che si dormiva sopra di un tavolaccio senza pagliericcio con due sole coperte, lunghe e grosse come due fazzoletti da naso, senza mai un'ora d'aria», dichiararono gli imputati una volta riacquistata la libertà.
Il 'caso Acerbi' tenne banco anche il 16 giugno 1948 quando Alcide De Gasperi ne riferì alla Camera incendiando gli animi, ricollegando i fatti cremonesi alle trame del comunismo internazionale.
Guido Acerbi con Fabrizio Merisi
«Il tambureggiamento propagandistico - racconta Franzinelli - gonfia oltremodo il 'caso Cremona', ma i successivi accertamenti giudiziari ridimensionano l'organizzazione paramilitare della triade Acerbi-Longoni-Piccoletti. L'armamento rinvenuto sotto la baracca in riva al Po si confà più a una rottameria che a un gruppo paramilitare. Secondo la perizia, infatti 'le mitragliatrici per lo più non erano idonee allo scopo, e sovente neppure efficienti; le munizioni versavano in stato di cattiva conservazione e pertanto dichiarate di incerta efficienza e fuori uso dal punto di vista tecnico, praticamente atte all'uso ma con pericolo continuo di rottura delle canne per eccesso di pressione da aumentate densità di caricamento'. L'arsenale era dunque inservibile e addirittura pericoloso per chi avesse voluto utilizzarlo. Non ci fosse stato di mezzo l'omicidio di Piccoletti, la questione sarebbe liquidabile come una ragazzata, frutto di esaltazione politica».
La Corte d'Assise nel corso del processo respinge le accuse del pubblico ministero con una sentenza che smonta l'intero teorema dell'apparato armato al servizio della Federazione comunista, tuttavia i dirigenti della sinistra cremonese troncano qualsiasi rapporto con il giovane studente, ritenuto colpevole di tutti i loro guai giudiziari e viene modificata la sua scheda di riconoscimento partigiano redatta nel febbraio 1947, aggiornata dapprima con la dicitura “Sospeso” e poi “Espulso per indegnità morale”. Per lui si aprono le porte del carcere di Portologone e poi del manicomio di Aversa. Ma «immerso suo malgrado nell'inferno di Portolongone, il ventiduenne cremonese subisce una rapida maturazione e vivifica, nella dimensione collettiva della solidarietà e della lotta, le sue radici egualitarie. Nel triennio intercorso dal delitto in riva al Po, si è mutato da ragazzo perso in avventate congiure in un uomo consapevole del prezzo e della dignità della vita». Negli otto anni per cui si trascina la vicenda giudiziaria vengono via via ridimensionate tutte le accuse. Il 22 gennaio 1955 la Corte d'assise d'appello di Brescia nega che i circoli garibaldini «oltre ai professati scopi culturali, sportivi e di propaganda politica, avessero un programma delittuoso e sotto di essi si celassero delle formazioni di carattere militare». Viene poi assolto per non aver commesso il fatto il segretario federale del Pci Arnaldo Bera.
E su Guido nel settembre 1959 l'ufficiale sanitario della città di Cremona, da cui attinge informazioni il direttore della struttura di Aversa, scrive: «All'età di 18 anni ha mostrato molto interesse per la politica ed ha incominciato a frequentare amici iscritti a partiti estremisti. In casa però il suo contegno è rimasto sempre normale. Il Parroco afferma che il soggetto proviene da famiglia onesta ed onorata. Durante il periodo della liberazione si è lasciato trascinare dai compagni ed ha commesso il reato per cui subisce ancor ora la condanna. Detti compagni hanno avuto buona parte nel traviamento dell'Acerbi».

martedì 12 aprile 2016

Cremona val bene una Dieta

Il castello di Santa Croce a Cremona
“Comandò dunche el papa a’ viniziani che levassino le offese da Ferrara e restituissino le cose occupate a quello stato; e non ubbidendo loro, successivamente, benchè con qualche intervallo di tempo, gli dichiarò scomunicati ed interdetti, e per pigliare el modo della difesa, si fece una dieta a Cremona, dove oltra gli oratori di tutti gli altri stati di Italia, eccetto e’genovesi, vi intervenne personalmente el duca di Calavria, el signore Lodovico Sforza, Lorenzo de’ Medici, el marchese di Mantova, messer Giovanni Bentivogli, e credo el conte Girolamo, oltre a Francesco Gonzaga, cardinale mantovano legato del papa”.
E’ quanto scrive Francesco Guicciardini nelle “Storie fiorentine” su uno dei più importanti avvenimenti politici del Quattrocento che ebbe come scenario la Cremona sforzesca.
Per due giorni, il 26 e 27 febbraio 1483, la Capitale del Po fu al centro della diplomazia nazionale nel tentativo di risolvere la “Guerra del sale” che stava opponendo Ferrara a Venezia.
Nel castello di santa Croce convennero da ogni parte d’Italia i maggiori signori del tempo, preceduti dalle complesse trattative e dalle schermaglie politiche, non senza esclusione di colpi, condotte dagli ambasciatori nel preparare il terreno. Ludovico il Moro era già giunto in città il 3 febbraio. Il giorno precedente Eusebio Malatesti, scrivendo da Sabbioneta, aveva annunciato che il duca di Milano si sarebbe poi dovuto recare a Casalmaggiore con trecentocinquanta cavalli e che la cittadina si apprestava a preparare gli alloggiamenti, ma che sei giorni prima Pietro Marca e suo figlio Guido erano stati raffigurati poco elegantemente appesi per i piedi sulla fronte del palazzo comunale.
Ludovico il Moro
Ludovico arrivò entrando da porta San Luca: “Subito gli andai contra sin a la Porta de Sancto Lucha, - racconta Francesco Sicco, procuratore di Guido Torello signore di Guastalla, citato da Carlo Bonetti - dove, dimorando poco, gionse Sua Ecc. et il Reverendissimo Mons. Ascanio: a li quali volendo far il debito mio dismontai da cavallo per tocargli le mane et le Sue Signorie non volsero toccarmela, et facta assi reverentia me fecero montar a cavallo, et volse el prefato Signor Lodovicho ch’io andassi vanti a Sua Signoria cum el prefato Mons. Ascanio, qual ad ogni modo volse che gli andasse de sopra, et sa questo modo introrno ne la citade com tanto trionfo et solennitade del mondo et cum bellissima compagnia et grande: gionti a la Piaza el Sig. Lodovico accompagnò Mons. Canio in Vescovato dove è alozato; poi sua Eccellenza andoe a smontar a casa de Bartolomeo de Roncadello, dove allozò la ill.ma Madona Clara, quando andò in Franza. Dismontato che fui ritornai da sua Ecc.za, la quale me abrazoe”.
Ludovico il Moro si era recato prima di tutto a Casalmaggiore per sistemare una questione con i conti Torelli, signori di Guastalla, cui aveva sottratto il possesso di Montechiarugolo e che si era impegnato a restituire offrendo anche 5000 ducati ogni anno.
Nel frattempo tesseva la sua tela diplomatica, chiedendo agli Estensi di Ferrara di inviare alla dieta il conte Marsilio in sostituzione del protonotaro che avrebbe preferito la sede di Montecchio.
Aveva poi mostrato al procuratore dei Torelli alcune lettere che lo informavano del fatto che anche Lorenzo de’ Medici avrebbe partecipato alla dieta se ne avesse avuto il permesso dalla Signoria fiorentina.
Lo stesso Francesco Sicco fornisce altre informazioni al suo signore Guido Torello sulle mosse del Moro: prima di partire da Milano aveva dato ordine che si preparassero “mille homini d’arme, cinquecento lancie spezzate, trecento de suoi e venti de la famiglia, quarante per homo, et ventuo in panno, barde et penachini, che stano ducati sessanta per cadauno, et sii capi de quadra più secondo la coditione loro”. Aveva poi ricevuto lettere da Venezia in cui si diceva che la Serenissima avrebbe fatto di tutto per compiacersi il duca di Milano. Mentre fervevano i preparativi della dieta Ludovico il Moro il 10 febbraio aveva raggiunto in nave Casalmaggiore.

Lorenzo il Magnifico alla Dieta di Cremona
Ad informare dell’accordo è questa volta Eusebio Malatesta che, il 23 febbraio, fornisce un resoconto dettagliato di quanto accaduto al figlio del marchese Francesco Gonzaga. Sempre lo stesso informa il giorno successivo Francesco Gonzaga di quanto nel frattempo accade a Cremona: “Circa le diciotto hore se partì da Vescovato lo Ill.S.V. Patre et cussì cavalcando venne fin presso Cremona ad un miaro, dove trovò lo ill.mo sig. Lodovico et Revmo monsignor Ascanio cum li magnifici oratore Regio de Ferrara et uno Ambassadore del Ill. Marchese de Monferrato novamente mandato quale fratello del Marchese de Saluzzo, che tutti gli venevano incontro. In questo istante gionse anche el Mg.co Mes. Zohan Bentivolio et a sono de trombette cum grandissima festa acompagnorono qui al castello el prefato S.N. Patre e Mes. Zohan Bentivolio. Dismontati, incontinenti sopragionse el Mg.co Lorenzo de Medici al quale andarno incontra li prefati Ill.mo aig. Lodovico, Mons. Ascanio et tutti li oratori sopranominati et lo acompagnorono asonde trombette pur qui al castello. Domane se aspecta mò lo Rv.mo Monsignor Legato et li ill.mi sig.ri Duca di Calabria et Duca de Ferara, quali insieme cum el prefato S.N. Patre, Mons. Ascanio, et signor Lodovico, et Magn.co Lorenzo alogiano tutti cum le persone sue et qualche servitori qui in Castello; et lo N.S. Patre ha si no tre camere, dove convien stare tutti quelli de la camara et che sono soliti alloggiare in Castello lì a Mantova. Li altri oratori et lo resto de le compagnie allogiano in casa de li citadini. Fin qui altro nn me acade scrivere a la S.V. Se non avisarla che ‘l signor suo padre sta bene et che per continuare el debito et lo bon principio la tenerò informata de quello che tractarà a la zornata”. Puntualmente il giorno successivo Malatesta informa il giovane Gonzaga: “Adviso per che la S.V. Intenda particolarmente tutto quello che se fa a la zornata, l’adviso come hozi circa le ventuna hora montorono a cavallo li ill.i sig.ri S.N. Patre, sig. Lodovico, el Rev.mo Mons. Ascanio, il magnifico Lodovico de Medici, er Ms. Zohanne Bentivoglio cum tutti li altri ambassatori de la santissima Lega, e andorono incontra a lo Rev.mo Mons. Legato et a li Ill.i sig.ri Duchi di Calabria et de Ferrara et a Mes. Lorenzo da Castello oratore del papa. Et aspectorono questi quasi sine le ventiquattro hore suso la ripa del Po; poi gionti che furono et dismontati da nave, montorono a cavallo et cum grandissima festa a sono de trombette et de campane furono acompagnati dentro da la citade da i prefati signori. Et Rev.mo Mons. Legato nanti che ‘l venisse cui al castello, ando sotto al bandachino a la Chiesa Cathedrale insieme cum tutti li altri ill.i signori, excepto el Duca de Ferrara, quale per ascurtar la via venne ex directo qua al Castello: nanti che tutto fossero gionti al lozamento era una hora de nocte; hozi non c’è facto altro che questo. Domane se redurano in consilio. De che spero che le cose se ordinaranno bene, se ‘l no accade qualche difficultà tra l’una parte et l’altra, benchè ciascuno de persone sia benissimo disposto a quello se ha a tractar. De li progressi tenerò avisata V.Ill.S.”.

Francesco Gonzaga
Il 24 febbraio arriva anche Lorenzo de’ Medici, alloggiato nel castello di Santa Croce. “Il medesimo dì, et hanche ieri (25) tutti li prenominati signori ambassatori e signori se ne venero a star bon pezo cum lo ill.mo S.N padre al suo logiamento rasonando de cose varie et piacevole più presto che ponderose. Heri poi sule ventun hora tutti montorono a cavallo et si condussero fuora de la porta da la Mosa, fin sopra la ripa del Po, lontano da terra circa un miglio, dove stette ad aspettar fin ale ventitre hora ed meza el Rev.mo legato, li ill.i signori duchi di Calabria et de Ferrara. Gionti che furon et montati a cavallo, se aviorno per la cità, ma aparve a lo ill. sig. Duca de Ferrara venir per un’altra porta per essere la via più curta et anche in mancho strepito, et cussì fece pur a cavallo; el resto intrati ne la terra se ne venero a la ghiesa Cathedrale, et lo Rev.mo legato sotto il baldacchino, et dentro dal tempio dete la reverendissima sua beneditione, poi remontati a cavallo se redrisorno a la via del Castello cun numerosa quantità de torze, dove ad una hora de nocte se gionse et cadauno andò per le camere sue. Paulo post sopragiunse lo ill. sig. Duca de Ferrara, et tutti cum poca parte de li suoi sono disposti et alogiati in castello. Il resto de le sue famiglie alogiano chi qui, chi là dispersi per urbe”. Il 26 febbraio le trattative entrano nel vivo, senza il duca di Ferrara, sofferente di mal...di fiume “Questa mattina se redusseno a la camara del Rev.mo Mons. Cardinale tutti questi ill.i signori, et li fecero dir la messa del Spirito Sancto, excepto lo ill.sig. Duca de Ferrara che non se ne partì da la sua camara per essere stato la nocte passata un poco alterato per rispecto de la nave che heri el turbò. Audita che hebeno la messa se restrinseno in una altra camara lo prefato Rev.mo Mons. Legato, lo ill.Signor Duca de Calabria, lo ill.mo S.N. El sig. Lodovico, el Rev. Mons. Ascanio, li Mag.ci Mess. Lorenzo da Castello, oratore del papa, Lorenzo de Medici et Mes. Zohane Bentivoglio, et non volseno dentro niun altro; ma per quello che ho potuto comprendere si inanti che intrassino in consilio come doppo, rasonarono solamente de quello che se haveva a proporre per liberare Ferraram ad che me pareno tutti benissimo disposti. Questo è quanto s’é facto nanti disinare; poi la sera ale ventun hora quelli medesimi ritornorono in consilio dove steteno fin alle hore tre et meza di nocte. Quel che habiano deliberato non si sa, né si può dire, perchè ciascuno di loro hano in sacramento de non manifestarlo: se tien ben però certo che hano preso optimi partiti per liberare non solamente Ferrara ma tutta Italia da la obsesione de li comuni inimici”.
Anche la giornata del 27 febbraio fu spesa in trattative continue e, a detta dello scrivente “le cose vanno benissimo et macime a proposito dell’Ill. S.N. et de lo signor Duca de Ferrara, qual hozi ha comintiato andar inbconsilio perchè sua sig.a è stata meglio de l’usato et credo che la se sanarà presto del corpo et de la mente, vedendo le cose andar a suo proposito”. In realtà non si risolse nulla, e fu solo la Pace di Bagnolo due anni dopo a por fine alla questione.

<+S CAP6R>P<+S TONDO>assato alla storia con la duplice definizione di “Guerra di Ferrara” o “Guerra del sale”, il conflitto che si è combattuto fra il 1481 ed il 1484 con ferocia inaudita e continui capovolgimenti di fronte in tutta l’Italia, dato anche il vasto sistema di alleanze che era venuto a crearsi, ha vissuto sul territorio del Ducato estense alcuni degli episodi più eroici della contesa.
I motivi che hanno indotto la Repubblica Veneta a scatenare una guerra contro il Ducato di Ferrara sono stati molteplici.
In ambito nazionale, in uno stato italiano inesistente e suddiviso fra una miriade di signori e signorotti, quasi tutti imparentati fra di loro ma pronti in ogni momento a rinnegare il sangue e l’amico pur di allargare i loro domini ed il loro potere, si assisteva di continuo ad intrighi ed alleanze più o meno finte.
In tale fluttuante ed ondivago quadro politico la Repubblica Veneta era riuscita a fondare un autentico impero grazie al sistema di traffici commerciali sulle vie d’acqua e guardava con grande attenzione ad una sua espansione territoriale non solo sui possedimenti estensi del Polesine di Rovigo ma su tutto il Ducato di Ferrara, col quale intratteneva rapporti di ordinaria diplomazia e stipendiava un Visdomino in città e uno a Comacchio: questa figura, in quei tempi, ricopriva un ruolo importantissimo poiché si trattava di un magistrato che aveva l’altissimo compito di proteggere gli interessi dei sudditi veneziani che aveva la residenza nel Ducato estense. Vari sono i motivi che prepararono il terreno alla guerra del sale.
Nel 1480 venne stipulata la pace fra Lorenzo de’ Medici, signore di Firenze e Ferdinando, re di Napoli, alla quale aveva formalmente aderito anche Ercole I il quale, tra l’altro, aveva avuto il comando nella precedente divergenza militare fra Venezia e Firenze, in seguito a maggio del 1480 si addivenne ad un’alleanza fra papa Sisto IV e la potentissima Repubblica di Venezia ed a settembre del 1480 Girolamo Riario, nipote del Papa e signore di Imola, che ambiva al Ducato di Ferrara, dopo essersi impadronito di Forlì ed accordato con Sisto IV, convinse Venezia a muovere la guerra contro Ferrara. 
In ambito locale, invece, si sa di diverse questioni che hanno concorso in ugual misura a spingere Venezia verso la guerra.
Innanzi tutto Venezia non vedeva di buon occhio Ercole I d’Este, perché aveva sposato Eleonora d’Aragona, la figlia di Ferdinando, re di Napoli, il quale pensava che fosse giunto il momento di porre un freno alla potenza veneta; vi era una controversia con Ferrara sui confini, con chiari risvolti economici legati ai dazi da pagare sulle merci in transito; esisteva poi il fenomeno dell’emigrazione dei rodigini che, fin dal 1464 avevano iniziato ad oltrepassare i loro confini e a spingersi ben oltre le terre del padovano, fino ad occupare le terre di Cavarzere.
Venezia ebbe a lagnarsi di ciò col duca Borso ma decise, comunque, di soprassedere: in quel momento aveva altri interessi di cui occuparsi e le proteste rimasero in “ambito diplomatico”.
Infine il problema del monopolio del sale sul quale la Repubblica di Venezia, in virtù di tre antichi privilegi (aiuti a Matilde di Canossa, nel 1101, nel recupero di Ferrara, diverse convenzioni dal 1204 al 1366 e, infine, trattato del 1405 con gli Estensi nel quale si stabiliva, in via definitiva, che gli Estensi non avrebbero potuto commercializzare il sale di Comacchio) aveva conseguito monopolio del sale comacchiese.
Il trattato di pace del 25 marzo 1405 imponeva a Ferrara la rinuncia alle saline di Comacchio e l’obbligo di comperare il sale direttamente da Venezia.
Da ultimo una questione di soldi: quando Nicolò III decise di costruire il castello estense, chiese due prestiti, uno di 44.000 ducati (25.000 e 19.000) al marchese di Mantova, a cui diede in pegno la terra di Melara e uno di 50.000 ducati alla Repubblica di Venezia, che si tenne in pegno e a garanzia del debito pressoché tutto il Polesine di Rovigo.
Al tempo della guerra, il duca Ercole I non contravvenne mai a tali regole ma egli, tuttavia, sapeva bene che in diverse località del suo territorio (Ariano, Volano, Filo, Ostellato, Portomaggiore e Comacchio) risultava pressoché impossibile impedire la raccolta di un bene gratuito della Natura.
A gennaio del 1479 Ercole I venne informato ufficialmente dal suo console a Venezia della duplice lamentela del doge Giovanni Mocenigo: da una parte egli voleva fermare il contrabbando del sale da parte, principalmente, dei comacchiesi che lo prelevavano dalle saline e lo rivendevano ad un prezzo inferiore rispetto a quello monopolizzato da Venezia; dall’altra, voleva interrompere anche il fenomeno del brigantaggio operato, a suo dire, dagli stessi comacchiesi che poi, dopo le scorribande, risultavano pressoché imprendibili poiché andavano a cercare rifugio nelle paludose acque vallive.

Ercole I decise di indagare solo sul fenomeno del brigantaggio visto che conosceva assai bene l’altro problema della raccolta non autorizzata del sale che egli mai combatté dato l’evidente tornaconto personale. Così venne a sapere che ad esercitare il brigantaggio erano gli stessi miliziani di stanza a Comacchio i quali, non essendo pagati regolarmente, si dedicavano ad assaltare i mercanti che colà transitavano. Venne anche a sapere di numerose donne che vendevano il loro corpo agli stessi soldati in cambio del sale. Venezia decise così sia di compiere azioni dimostrative, operate da soldati mercenari ciprioti ed albanesi, i quali prima ingaggiarono scaramucce e misero a fuoco capanni e fortini, poi occuparono militarmente Magnavacca e Comacchio, sia di scortare militarmente i carichi di merci destinati al passaggio da quelle parti ma, nonostante tale sorveglianza, nell’estate del 1480 vennero attaccate alcune navi cariche di barili di aceto. La reazione comacchiese alla presa della città si tradusse nell’iniziativa di Riccardo Arveda che, dopo aver raccolto un grosso manipolo di volontari e disperati, riuscì a liberare Comacchio e ad uccidere pressoché tutti gli invasori. Sul fronte politico le cose iniziarono però a peggiorare per gli estensi poiché stava prendendo corpo il progetto di Girolamo Riario che concluse i patti con Venezia: dopo la sconfitta degli Estensi, il Ducato sarebbe andato a papa Sisto IV che l’avrebbe donato allo stesso Riario mentre Venezia sarebbe entrata in possesso di Reggio e Modena. Con Venezia si schierano: Sisto IV, Girolamo Riario, il marchese di Monferrato, il conte di San secondo (Pier Maria de’ Rossi) e la città di Genova. Le truppe vennero affidate al comando di Roberto da Sanseverino, conte di Caiazzo (Caserta). Con Ferrara scesero in campo, sotto il comando di Federico da Montefeltro, duca di Urbino Ferdinando, re di Napoli, il duca di Milano Ludovico il Moro, il marchese di Mantova Federico Gonzaga, i Bentivoglio di Bologna, i principi Colonna di Roma e la Repubblica di Firenze. Tuttavia, nonostante l’alto numero di alleati, l’esercito estense poté schierare al massimo diecimila armati contro un esercito nemico numerosissimo e privo di problemi economici.

venerdì 8 aprile 2016

Metti una sera al Filo con i fratelli Lumière


La locandina del Cinematografo Lumière
Si spengono le luci e, nel buio della sala, i cavalli sembrano uscire dallo schermo tra nuvole di polvere. Poi le prime automobili sbucano all’improvviso tra i passanti sbigottiti. E’ una serata ricca di emozioni, quella del 20 settembre 1896 al teatro Filodrammatici. Il Cinematografo Lumière approda a Cremona, a neppure un anno dall’esordio al Salon Indien, nel seminterrato del Gran Café di Parigi, al numero 14 di Boulevard des Capucines, il 28 dicembre del 1895. A portarvelo un certo Giuseppe Filippi: avrebbe voluto fare la prima proiezione in un teatro più degno, ma il Concordia era in crisi, ed a stento era riuscito a rabberciare in qualche modo la stagione lirica, ed il Ricci, che poi sarebbe andato a fuoco la notte di quel 10 dicembre, era chiuso. Non restava che il teatrino dei Filodrammatici, che il presidente Arrigo Camisasca, storcendo il naso di fronte a quella novità che “alterava la mente della gente”, aveva deciso di affittare per garantirsi qualche piccolo introito che lo salvasse dalla precaria condizione economica. Lo spettacolo dei Lumière veniva presentato come un esperimento, ma i cremonesi erano già rimasti incuriositi qualche mese prima al passaggio in città di Alexandre Promio, un agente dei fratelli francesi, con una strana macchina per riprendere la gente dal vero. Alla prima serata si presentò uno sparuto numero di curiosi, ma tanto bastò per suscitare una piccola rivoluzione.“Gli esperimenti di fotografia animata dati l’altra sera e ieri sera al Filodrammatici – scriveva il cronista il 22 settembre 1896 – riuscirono sorprendenti. Si ripeteranno per poche sere dalle 8 alle 11, di mezz’ora in mezz’ora. Ingresso cent. 50, ragazzi cent. 25. E’ uno spettacolo curioso e nuovo per i cremonesi e che ovunque ha ridestato la più grande meraviglia”. Quelle serate al Filo costituirono un avvenimento che, nelle parole entusiaste del cronista, avrebbero cambiato il mondo: “Domenica sera, al Filodrammatico, si riprodussero sei quadri: un mercato, il baluardo degli italiani a Parigi, le capre, il maneggio, una via a Pietroburgo, e un bagno non penale. Vi sono particolari nella riproduzione della realtà che colpiscono: dopo che i cavalli han fatto il salto dell’ostacolo, voi vedete la polvere alzarsi; nel via vai delle grandi città, istantaneamente colpito, voi notate le espressioni di chi passa, e movimenti, voi sentite quasi anche quello che dicono o almeno lo si sentirà in seguito, con probabile, felice connubio del microfono e del cinematografo, l’esordio è stato lusinghiero, si tratta di cosa assolutamente nuova e bella. Si fermerà quattro o cinque giorni e le rappresentazioni serali avranno luogo dalle ore 19 in avanti”.
Jean Alexandre Promio
Visto il successo le proiezioni vennero ripetute l’anno successivo. Si iniziò lunedì 20 settembre.
La sorpresa, tuttavia, non mancò neppure quella sera, anche se il Filippi, prudentemente, si era tutelato tenendo in serbo un’altra meraviglia da mostrare: il grafofono, uno strumento simile ad un grammofono, con voci registrare su un cilindro che veniva fatto udire, quanto possibile, in sincronia con le immagini proiettate sullo schermo. Il cronista riferì che le immagini non soltanto si muovevano, ma anche parlavano, segno che il “grafofono” aveva raggiunto il suo scopo meravigliando forse ancora di più delle Cinematografo Lumière. Una grandissima impressione aveva suscitato soprattutto la “sfilata del 2° Reggimento del genio prussiano” su cui il grafofono aveva registrato i secchi ordini del comandante, il rumore degli stivali dei soldati e la musica della fanfara. E la sera successiva il pubblico aveva stipato il piccolo teatro in ogni ordine di posti chiedendo al termine della serata la ripetizione della proiezione, un’abitudine squisitamente teatrale. Per ottenere il bis, però, ci volle oltre un’ora di attesa, per un inconveniente sfuggito allo stesso Filippi che, rimontando la pellicola, l’aveva collocata alla rovescia, cosicchè si era visto il reggimento marciare all’indietro, tra la grande ilarità degli spettatori, accentuata dall’ingresso sulla scena di un cagnolino che, tra le gambe dei soldati, aveva iniziato anch’esso a correre al contrario. E lo stesso accadde con la bobina successiva, contenente “Il bagno di Diana a Milano”, girato l’anno prima da Promio nel capoluogo lombardo, e già presentato al Filo nel primo ciclo di proiezioni. Il cronista osservava che il Cinematrografo Lumière presentava l’inconveniente dello sfarfallìo delle immagini e questo gli aveva procurato il mal di testa, tuttavia doveva ammettere “che lo spettacolo scientifico era interessante e in molta parte nuovo di zecca”. Al secondo spettacolo di giovedì 23 settembre dovettero intervenire i carabinieri per allontanare con la forza la folla che si assiepava nella piazzetta, attirata dal nuovo programma che prevedeva anche una registrazione al grafofono del flautista cremonese Cesare Sala. Per i successivi appuntamenti di sabato e domenica Filippi aveva preparato un programma speciale: si era recato con il suo Cinematografo sulle sponde del Po ed aveva ripreso la sfilata dei canottieri non dimenticando di riprendere con lunghe inquadrature anche il pubblico presente e la folla dei curiosi, decretando, con un processo di autoriconoscimento, l’infallibile successo degli spettacoli. Alla registrazione del flautista Sala si aggiunse quella del violinista Andrea Calamani che sul grafofono incise una sua romanza cantata da Giovanni Girelli. Filippi nella settimana di permanenza a Cremona fece affari d’oro, con offerte impensabili da parte del presidente del teatro Filodrammatici, che aveva vinto l’iniziale diffidenza ed era entusiasta del successo. Tuttavia, raccolti armi e bagagli, se ne andò senza lasciare spiegazioni, forse attirato da piazze più appetibili.
La macchina da presa dei fratelli Lumière
Sta di fatto che per un paio d’anni il cinema, dopo aver offerto un assaggio della sua grande popolarità, se ne stette lontano da Cremona un paio d’anni. Le cause sono forse da rintracciarsi nella mancanza di spazi adatti ad accogliere un pubblico via via più numeroso: il Concordia era ancora alle prese com la sua crisi interna, mentre il Politeama, inaugurato il 6 gennaio 1898, sfornava spettacoli e getto continuo, tra stagioni liriche di prosa, circhi equestri, cavallerizzi e acrobati, clowns, operette e varietà che determinavano un grande favore del pubblico. Bisognò dunque attendere il settembre 1899 per ritrovare i pionieri della settima arte ed il loro ritornò scatenò il finimondo. Per la prima volta non si trattò più di esperimenti ma di spettacoli veri e propri realizzati dai fratelli Lumière, che trovarono proprio nel Politeama la location ideale. In cinque giorni si assistette ad oltre trenta proiezioni al prezzo d’ingresso di 40 centesimi in platea e di 20 nel loggione, talmente alla portata di tutte le tasche che il pubblico non mancò di assistere a tutte le proiezioni, sancendo in modo definitivo il successo del cinema sotto il Torrazzo. I cremonesi in quell’occasione poterono vedere per almeno una decina di volte “Corrida de toros” e “Vita di Gesù Cristo”, una serie di tavole viventi realizzate dagli operatori Léar e Basile e film che oggi sono considerati pietre miliari nella storia del cinema, come “L’arrivée d’un train en gare de la Ciotat” di Auguste e Louis Lumière, proiettato la prima volta il 6 gennaio 1896, “Partie d’écarté”, con la partecipazione del padre stesso dei fratelli Lumière, “Una strada di Londra”, “Piccioni in San Marco” di Promio, “Demolizione di un vecchio muro”. Vennero proiettati anche film comici come “Lotta di quattro donne”, corrispondente a “Bataille de femme avec chien”, girato da Louis Lumière nel 1896, “La battaglia con le palle di neve” sempre del 1896, con un ciclista che viene colpito e cade davanti alla cinepresa, “Bologna ore 18, Brescia ore 14”.
Con l’inizio del secolo il Cinematografo Lumière non conobbe ostacoli anche se per qualche anno non vi fu destinato stabilmente un locale. Verso il 1905 il Reale Cinematografo Gigante, l’agenzia itinerante ideata da Salvatore Spina, portò alcuni film al Politeama, fra cui “La dannazione di Faust” realizzato nel 1903 da Georges Mèliès, il primo mago degli effetti speciali, e nel maggio 1908 fu la volta del “Royal Thaumatograph”, più noto come “Cinematografo Parlante” che mandò in visibilio il pubblico.
Bisogna attendere però l’anno successivo per avere la prima sala cinematografica in pianta stabile. A crearla è Cristoforo Nobili, un rappresentante di macchine da scrivere Remington, che fa cinema per proprio diletto a scopo sperimentale.
Con la complicità di Walter Sacchi, che possiede una rudimentale macchina da proiezione, inizia a proiettare i primi nastri di celluloide su un bianco telone nel salone posto sopra l’ingresso del Politeama. Le pellicole vengono noleggiate nel negozio di Giovanni Pettine, in via Panfilo Castaldi 17 a Milano. Purtroppo siamo ancora agli inizi e le copie dei film sono uniche, per cui le pellicole si rigano velocemente peri continui passaggi nei proiettori artigianali e gli spettatori escono dalla sala con gli occhi rossi ed affaticati.
Nello stesso Politeama tra il 1909 ed il 1915 operano altri due cinematografari della prima ora, Pettini e Marcenaro, che allestiscono spettacoli singolarmente per i bambini e gli adulti. Ma il primo gestore di spettacoli cinematografici itineranti è Ernesto Sereni, originario di Ancona, ed in origine giostraio.
Il padre, morendo, gli ha lasciato infatti in eredità una giostra acquistata dopo anni di sacrifici, con dieci cavalli bianchi di cartapesta, ognuno dei quali fissato ad una palo di ottone lucidissimo che lo attraversa in verticale. La giostra è molto particolare: coperta da un telone circolare di velluto rosso, nasconde al proprio interno uno speciale organi a canne che suona melodie e pezzi d’opera, alimentato da un moto diesel che fa funzionare un sistema elettrico.
Quasi subito Sereni baratta la giostra con un tendone militare, adibito a Ospedale da campo e camere operatoria di primo intervento. Sotto il tendone, fin dagli inizi del Novecento e fino allo scoppio della prima guerra mondiale, allestisce i suoi spettacoli cinematografici viaggianti alla Fiera di Porta Milano, per poi portarli in giro in tutta Italia. Dal 1900 al 1914 gira le città con il suo “Kinetoscope Edison”, una cassetta di legno dotata di oculari con lenti attraverso cui per pochi minuti si possono vedere immagini in movimento. “Ricordo perfettamente la figura di Ernesto Sereni – scrive di lui Gianfranco Cattagni – Me lo ricordo coi capelli candidi ed il volto rugoso, relegato in un vecchio tetro e buio negozio, in fondo a via Volturno, al numero civico 40. In quel negozietto scuro e ammuffito, ha un bella mostra giocattoli, bambole, pettini, spazzole, dentifrici ed altre mille cianfrusaglie, buttate in vetrina alla rinfusa. Sereni è piccolo di statura, tarchiato, la faccia tonda ed il volto dell’eterno ragazzo. E due occhi mobilissimi, neri e intelligenti. Con un vecchio proiettore e con l’organetto a canne, proietta le comiche di un arco che va da Ridolini a Charlie Chaplin. L’ingresso al Cine-viaggiante costa poco e la gente entra. Ora, nel suo negozietto, si gode la vecchiaia. Offre ninnoli e balocchi; non può più offrire a noi ragazzi una cosa preziosa: la fantasia”.
Il salto di qualità avviene però, prima della guerra, con il vero antesignano del cinema cittadino, Dino Calza, gestore con il fratello Pino, del Teatro Milanese, una delle prime sale cinematografiche meneghine, in corso Vittorio Emanuele.
Dino Calza
Per dissapori con l’altro socio, il commendatore Papa, proprietari di una catena di teatri milanesi, i due decidono di trasferirsi a Cremona: trovano una magazzino per carta da macero in una vecchia casa del centro storico, lo svuotano, ripuliscono e lo riempiono di sedie e panche. Diventa il cinema di “Via Curzia”, subito dopo ribattezzato “Cinema Calza”, il primo ambiente cittadino destinato esclusivamente alla settima arte, con duecento posti, disadorno ma pulito.
Verso il 1910 Dino Calza stipula un contratto con la Società Filodrammatica Cremonese, prendendo in gestione anche il teatro Filo ad uso di cinema. Ma è passato troppo tempo dall’ultima volta che i cremonesi hanno assistito ad una proiezione, ed i cinema non sono molto frequentati.
Quando il pioniere sembra sul punto di mollare tutto, arriva il soccorso insperato della guerra di Libia: è la prima in cui alcuni bravi operatori al seguito del truppe girano lungometraggi sugli avvenimenti bellici in terre lontane. E’ proprio grazie ai primi “cinegiornali” che il cinema torna ad essere affollato. E Calza abbina alle proiezioni tutto ciò che può far spettacolo.
Nel 1911 deve chiudere per mancanza di risorse il teatro Eden, in via Zara nella zona di piazza Castello, dove si organizzano vari spettacoli, dal cinema, ai piccoli circhi, alle marionette. Calza decide quindi nel 1913 di allestire il primo cinema estivo all’aperto nel cortile di un vecchio palazzo in via Gaetano Tibaldi: fili di ferro tesi da un muro a all’altro con un sistema di teli mobili da chiudere sulle teste degli spettatori in caso di maltempo. E’ il cinema all’aperto “Giardino Esperia”.
E quando nel 1915 l’Italia entra in guerra reagisce con un atto di coraggio che gli fa costruire un nuovo fabbricato in via Anguissola: il più grande edificio di quei tempi destinato al cinema. Il progetto viene affidato ad Attilio Gamba, il fabbricato e le coperture murarie vengono eseguite sotto la direzione di Enrico Guindani, la decorazione degli ambienti è opera dello scultore Guido Persico, membro della Reale Accademia di Brera, coadiuvato dal milanese Mario Ceresa e dal cremonese Ferruccio Rossi. I piloni in cemento armato ed i soffitti sono forniti dalla Soc. an. Cementi di Cremona mentre i pavimenti e le decorazioni interne ed esterne sono eseguiti dalla ditta Gamba Persico e Giuseppe Farina di Cremona e da Francesco Ballanti di Crema. I serramenti sono opera dei cremonesi fratelli Poli, i mobili ed i rivestimenti in legno del cremonese Luigi Guastalli, l’impianto elettrico dell’Unione Elettrotecnica Cremonese e quello di ventilazione e riscaldamento della società Gaetani di Cremona. Mobili in ferro della ditta Bossi di Gallarate e lavori in ferro battuto. E’ costruito in puro stile liberty, con un grande atrio spazioso ed un imponente scalone che porta alla galleria. Tutti i soffitti e le colonne che reggono gli ingressi sono decorati a stucco, con grappoli d’uva, pampini e vitigni. Nel complesso è un locale molto elegante, con decorazioni sfarzose, mobili di pregio e lampadari elettrici. E’ dotato di 700 posti, 380 in platea e 120 poltrone in galleria. L’inaugurazione ufficiale è il 30 ottobre 1915 con il film “Il fucile di legno”, a cui segue una comica brillante. Il prezzo di ingresso è di una lira per la galleria e 60 centesimi per la platea. Biglietti scontati per militari e ragazzi. Per Cremona si tratta di un’opera colossale, vista ed ammirata da tutti gli esercenti di cinema italiani. Nel 1928 la gestione passerà nelle mani di Luigi Rizzoli, che, oltre al cinema “Italia” gestirà anche la sala “Olimpia” ed il Filodrammatici.