Il prossimo anno Cremona celebrerà il
450esimo anniversario della nascita di Claudio Monteverdi. Potrebbe
essere questa l'occasione per ricordare, come è stato fatto nel caso
della dimora nuziale di Antonio Stradivari in corso Garibaldi, la
casa in cui nacque e quella in cui abitò con una lapide
commemorativa. Della prima non è rimasta traccia, anche se è stata
identificata, non senza polemiche, con l'edificio di via Pallavicino
n. 2, posto all'angolo con corso Matteotti. La seconda è posta al
numero 25 di via Robolotti, ed è oggi sede di un B&B non a caso
dedicato a Monteverdi ed è quella dove morì il vecchio padre
Baldassarre. Ormai quasi mezzo secolo fa, quando si celebrò il
quarto centenario, nell'identificare la casa natale del Divin Claudio
si cimentarono due dei più noti ricercatori cremonesi, il
giornalista Elia Santoro con la sua vis polemica, ed il professor
Giuseppe Pontiroli, dando luogo ad una battaglia “archivistica”
senza esclusione di colpi. Alla fine l'ebbe vinta Pontiroli che
riuscì a dimostrare la propria tesi con un ultimo documento, che ben
difficilmente avrebbe ammesso repliche. Era la supplica del padre di
Claudio, Baldassarre Monteverdi, per realizzare una cantina di poco
più di quattro metri di lunghezza verso il palazzo dei nobili
Zaccaria, oggi Cavalcabò. Era la prova provata per smentire quanto
aveva scritto Santoro qualche settimana prima, identificando la zona
della casa natale con l'isolato compreso tra via Cavitelli e via
Voghera, qualche decina di metri più avanti. Oggi possiamo ritenere,
con una certa sicurezza, che sia proprio questa la casa natale di
Monteverdi anche se l'unica traccia rimasta di quella originale è
proprio nell'antica cantina. Per capire come si sia arrivati
all'identificazione è però necessario fare un passo indietro.
Il busto di Monteverdi dello scultore Mario Coppetti nei giardini di piazza Roma |
Fino al 1967 si sapeva genericamente
che Claudio Monteverdi era nato il 15 maggio 1567 nella giurisdizione
della parrocchia di San Nazzaro e Celso, come risulta dall'atto di
battesimo conservato nell'archivio della parrocchia di S. Abbondio.
Lo avevano portato al fonte battesimale i padrini Giovanni Battista
Zaccaria e Laura Fina, abitanti nella stessa parrocchia dove il padre
Baldassarre si era trasferito dopo il matrimonio avvenuto con
Maddalena Zignani nel febbraio 1566. Fino a quella data Baldassarre
aveva tenuto in affitto una piccola bottega di cerusico in piazza del
Duomo, ereditata probabilmente dal padre Luca, ed una spezieria con
due occhi di bottega aprì anche nella nuova casa nel quartiere
“Piazano” dove si era trasferito con la moglie. E' proprio
sull'identificazione esatta del quartiere “Piazano”, e di
conseguenza sulla posizione di questa casa in cui è nato il
primogenito Claudio che si è scatenata la bagarre tra Santoro e
Pontiroli, combattuta a suon di piante topografiche e di documenti
d'archivio che ha avuto il pregio sia di stabilire con una certa
esattezza quale fosse la dimora che di arricchire e definire la
genealogia dei Monteverdi. Tutto ha origine da un atto di locazione
rogato dal notaio Martino de Fino il 15 marzo 1576 da cui risulta che
la casa di proprietà di Baldassarre Monteverdi confinava con
un'altra che divenne pure di sua proprietà situata “sul cantone de
bellefiori della vicinanza de s.to nazaro quarterio piazano”. La
locazione riguardava “domum seu petiam terre casatam iacentem in
vicinia Sancti nazarii (il particolare è che Sancti Nazarii è stato
soprascritto ad omnium sanctorum, dopo averlo cancellato), ac cum
occulo appothece curia canepa subterranea ed canepelo putheo ed aliis
hedeficiis in ea cui coheret a duabus partibus strata ad alia et ab
aliis duabus partibus predictus dominus baldesar”.
L'identificazione si è giocata tutta sul significato da dare al
termine “cantone”: Santoro riteneva che significasse lo spigolo
sporgente rispetto all'altro collocato sull'altro lato della stessa
via che si immette in una trasversale, mentre Pontiroli pensava che
avesse il semplice significato di angolo di casa posto all'incrocio
tra due vie. Sulla scorta del Bordigallo, Pontiroli limitava il
quartiere di S, Nazaro a quattro zone: il quartiere Strate recte, il
quartiere ecclesie, il plazonorum e il quartiere Poffe Canum. A
questa parrocchia seguiva quella di Ogni Santi dove aveva sede la
“via noncupata pigolia”, oggi via Luigi Voghera, ma Claudio
Monteverdi era stato battezzato nella prima: il confine tra le due
doveva essere o nelle contrada Pegolia (via Voghera), oppure in
quella Bellefiori, cioè via Cavitelli. La correzione posta dal
notaio, sostituendo vicinia omnium sanctorum con Sacti Nazarii,
derivava con ogni probabilità dalla facile confusione per la diversa
appartenenza parrocchiale dei due cantoni all'inizio della stessa
via. Sicuramente, secondo le conclusioni del Pontiroli, al quartiere
Piazano apparteneva una parte dell'isolato di case compreso tra le
attuali via Girolamo da Cremona, via Pallavicino, corso Matteotti e
via Cavitelli. La parte restante apparteneva alla parrocchia di S.
Michele Vecchio, in quanto uno stesso isolato poteva appartenere a
due parrocchie diverse. Nel censimento del 1576 nel “Quarterio
Piazano” si trova residente “ms. Baldesar de monte verdj
speciijaro”, nella casa che Pontiroli identificava con il numero 2
di via Pallavicino all'angolo con via Matteotti.
Il B&B Monteverdi in via Robolotti |
E' lui che lo spiega: “La casa
Monteverdi infatti era confinante con altra, che divenne pure di loro
proprietà,sul cantone di Belli Fiori nel quartiere piazano, dopo
intricatissime vicende. Trattandosi, per quest'ultima, di casa sul
cantone, all'imbocco della strada di Belli Fiori o Pulchri fiori,
come è detto altrove, oggi via L. Cavitelli, ho dimostrato trattarsi
di quello appartenente al quadrilatero tra il corso Matteotti, via U.
Pallavicino, via Gerolamo da Cremona e via L, Cavitelli. Quindi, a
mio giudizio, le case, una di cui di abitazione di Baldassarre
Monteverdi, a cui s'aggiunge l'altra sul Cantone di Belli fiori,
occupavano, di questo quadrilatero, nella parte della parrocchia di
S. Nazaro, nel quartiere Piazzano, tutto il lato dell'odierno corso
Matteotti e non il lato, di altro quadrilatero, tra via L. Cavitelli
e via L. Voghera, un tempo Pegolia, in quanto quest'ultimo tratto era
sotto altra parrocchia nel 1576. Questo secondo le informazioni del
censimento spagnolo, e così, nel 1515, secondo il Designum Urbis del
Bordigallo. Ma la prova migliore che la casa di abitazione, almeno
dall'anno del matrimonio e per un decennio, quindi dove nacque
Claudio Monteverdi, mi è data da un documento, scelto tra quelli
segnalati, ma non intesi, dal Santoro. Il documento, senza data, è
nella filza dei Fragmentorum del 1576. Ed ora, valendoci della sola
pianta di Cremona di Antonio Campi,del 1583, quindi redatta appena
sei danno dopo la Supplica, possiamo fare le seguenti osservazioni:
dove oggi v'è palazzo Cavalcabò di corso Matteotti, numero civico
31, vi era la casa di Alfonzus Zacaria, dietro alla quale stava
l'abitazione di Iulius Fabagrossa cap (itaneus). Orbene lo speciaro
Baldassarre Monteverdi chiede di poter fare verso il palazzo dei
signori Zaccaria, cioè odierno Cavalcabò, dove è assai spazio,
come oggi, una cantina sotto la sede stradale per una lunghezza di
otto braccia. Se la casa fosse stata in via L. Cavitelli, non avrebbe
potuto il Monteverdi spingere tale scavo sotto la sede stradale
troppo angusta e non avrebbe avuto davanti assai spatio e non sarebbe
stato appresso allo mg.ci sig.ri di Zacaria ed esattamente diverso
[sic] detti sig.ri di zacharia! Ma ancora! Ho fatto un sopraluogo ed
ho constatato che la caneva esiste ancora, proprio com'è descritto
nel documento, sotto la sede stradale, dove c'è lo spazio libero,
difronte a palazzo Cavalcabò, quindi sull'altro cantone”. Dunque
al n. 2 di via Pallavicino.
Più semplice è stata
l'identificazione dell'altra casa dei Monteverdi, quella in cui abitò
sicuramente il padre Baldassarre con i fratelli di Claudio, Giulio
Cesare e Filippo, almeno sino alla data della morte avvenuta il 10
novembre 1617. E' possibile che vi abbia soggiornato
anche Claudio nei suoi ritorni a Cremona, da cui se ne era già
andato verso i 24 anni di età., quando nel 1591 riuscì a farsi
assumere tra i musicisti al servizio della corte dei Gonzaga a
Mantova, di cui era allora duca Vincenzo I. Di sicuro tornò a
Cremona nel 1607, quando il 10 agosto fu ammesso all'Accademia degli
Animosi, prima di recarsi alla volta di Milano. Fu di nuovo nella
casa paterna a trascorrere le ferie estive del 1608, per un periodo
di riposo dopo la stesura dell'Arianna e de “Il ballo delle
ingrate”. Il
lavoro intensissimo, unito certo al lutto per la perdita della moglie
Claudia Cattaneo, alle scarse soddisfazioni economiche e
all’irregolarità dei pagamenti delle sue spettanze, spinsero il
compositore a far scrivere al padre suppliche ai duchi (9 e 27
novembre 1608) per chiedere il permesso di licenziarsi, o quanto meno
una riduzione dei suoi impegni. Non ottenne né l’uno né l’altra:
richiamato a Mantova, ebbe solo la soddisfazione di vedersi
riconosciuto dal duca un vitalizio (19 gennaio 1609), che però avrà
costantemente difficoltà a farsi liquidare. Claudio tornò
nuovamente a Cremona nell'estate del 1612, dopo essere stato
licenziato insieme al fratello Giulio Cesare dal nuovo duca duca di
Mantova Francesco. Ai primi di ottobre 1613 Monteverdi si trasferì
definitivamente a Venezia col figlio Francesco e la serva, per
ricoprire il ruolo di maestro di cappella della basilica di San
Marco.
Dallo Stato d'anime del 1634 della
soppressa parrocchia di San Siro e Sepolcro, si apprende che la casa,
che forse figurava già vuota, era la penultima di contrada
Confettaria, poiché la successiva era la Casa santo Francesco sul
Cantone di Confettaria verso santa Maria Elisabetta. Si trattava di
una cappella situata all'incirca dove oggi sono i numeri 15 e 17 di
via Aselli, non presente nella mappa di Antonio Campi in quanto, come
ci informa il Bresciani, fondata nel 1598. in cui nel 1620 venne
sepolta una Monteverdi non meglio specificata. Nelle vicinanze di S.
Elisabetta era anche la casa del liutaio Cironi, morto il 18 agosto
1649: La casa dei Monteverdi è dunque quella oggi al numero 25 di
via Robolotti, già di proprietà del cavalier Spartaco Stringhini.
Per questa casa Filippo era tenuto a pagare ogni anno 10 lire
imperiali ai frati di San Francesco “per un livello da loro
istituito sulla sua casa d'abitazione sotto la parrocchia di S.
Sepolcro, di cui è cenno anche nello Stato d'anime. Confinante con
questa vi era la casa di Cesare Bissolotti che aveva fatto un
prestito ai figli Filippo e Giulio Cesare per pagare in funerali del
padre quando Claudio era gà a Venezia. Gran parte di queste case
figurano vuote nello Stato d'anime del 1634 perchè probabilmente
colpite dalla peste del 1630, come è il caso dell'abitazione di
Pellegrino Merula, parente del musicista Tarquinio, posta all'inizio
di via Borghetto. Nonostante le migliorìe edilizie apportate a
questa zona negli stati d'anime della parrocchia di San Sepolcro
compaiono sempre di seguito la casa Bissolotta, la casa Monteverda e
la Casa sancto Francesco sul Cantone di Confettaria. L'estensore
dello Stato d'anime ci informa che, voltato l'angolo, lungo quello
verso Santa Elisabetta si incontra la Casa del Spaderino, quindi la
Casa alla stalla s.ri Hasti, segnata nella mappa del Campi come
proprietà di Gerardus Astius, posta proprio sull'angolo della
contrada Bissone, oggi via Pecorari, dove è la Casa di Cura delle
Ancelle della Carità. Passando oltre si trova la Casa Alias Fusaro
in Bissone, oltre la quale vi è il retro di casa Bissolotti la cui
fronte, come visto, è in via Confettaria. La casa di Sancto
Francesco sul Cantone di Confettaria dove avere allora, come oggi,
l'ingresso su via Aselli, come è possibile riscontrare nella pianta
della Regia Città di Cremona del 1852.
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