mercoledì 28 dicembre 2016

A Cremona il tesoro perduto di Bengasi

Le due cassette contenenti il tesoro
Che fine ha fatto il “Tesoro di Bengasi”, con i suoi ottomila pezzi comprendenti migliaia di monete di oro, di argento e di bronzo nonché gioielli, statuette e altri oggetti di grande valore? Il tesoro è stato sottratto durante il colpo di Stato in Libia il 25 maggio 2011 dal caveau della Banca Commerciale Nazionale di Bengasi nei pressi dell'Hotel Dujal, dove era stato trasferito nel 2007. Fadel Ali Mohamed, nuovo Chairman alle Antichità della Libia, ha consegnato al governo italiano una richiesta di aiuto e da allora si è scatenata una vera e propria caccia al “tesoro” con protagonisti gli archeologi della Maic (Missione Archeologica Italiana a Cirene). Non è la prima volta che il “tesoro di Bengasi” scompare nel nulla. Era già accaduto nel 1944 e teatro di quel “furto” fu la nostra Cremona, dove il tesoro transitò discretamente per poi ricomparire misteriosamente a guerra terminata in un paesino della valle del Brenta, da cui fu riportato a Roma. Nel 1961 venne restituito al governo libico, ma qualcuno insinuò il sospetto che gran parte si fosse persa lungo le strade del Nord Italia, nella Repubblica di Salò. E la Cremona di Farinacci fa così da sfondo ad uno dei gialli più intricati dell'archeologia antica: il clamoroso tentativo dei gerarchi nazifascisti di trafugare dai depositi romani un tesoro di inestimabile valore, andato in fumo solo per il precipitare degli eventi che decretarono la fine della Repubblica di Salò e con essa del fascismo. Tutte le carte che riguardano la presenza del tesoro all'ombra del Torrazzo sono sparite nel nulla. Il diavolo, però, come si sa, fa le pentole ma non i coperchi, ed è stato così possibile ricostruire l'intera vicenda grazie al materiale conservato oggi presso l'archivio storico-diplomatico del Ministero degli affari esteri, rintracciato da Serenella Ensoli, docente presso la seconda Università di Napoli
La nostra vicenda inizia nel gennaio 1941 a Bengasi, quando Gennaro Pesce Ispettore della Soprintendenza ai Monumenti e Scavi della Libia viene informato dal governatore colonnello Granata che le sorti della guerra in Africa stanno precipitando e che è necessario mettere in salvo tutti gli oggetti ritrovati nel corso degli scavi italiani in Cirenaica: monete d’oro e d’argento, prodotti di oreficeria, gemme, una rarissima e arcaicissima statuetta in ferro di Cirene, avori, ambre custoditi nei sotterranei della filiale tripolina della Banca d'Italia. Dopo alterne vicende Pesce riuscì a nascondere gran parte del materiale di scavo a Sabratha e quello che non riuscì a trasportare venne sistemato in due grandi casse di tipo militare contenenti dai settanta agli ottanta chilogrammi di materiali preziosi, che vennero sigillate e caricate sulla penultima nave-ospedale in partenza da Tripoli. Giunto a Napoli, il 6 gennaio del 1943 il ‘Tesoro Archeologico della Libia’ venne trasferito a Roma Termini e depositato nel posto di Polizia del Ministero dell’Africa Italiana, da cui fu prelevato il giorno dopo da una delegazione formata dall’Aiutante Coloniale Francesco Campeti, per conto del Grande Ufficiale Rodolfo Micacchi, Ispettore Generale per le Scuole e l’Archeologia del Ministero dell'Africa Italiana, dall’impiegato Cavalier Renato Navarra, per incarico del Commendatore Dottor Achille Ragni, Direttore degli affari generali, e dal Maresciallo Francesco Vannini del Nucleo dei Carabinieri. del Ministero dell’Africa Italiana. Il tesoro fu trasferito nel magazzino dell'Economato del Ministero e, dopo l'8 settembre, fu trasportato, a cura del Commissario Enrico Cerulli, al Museo Coloniale, dove le due casse furono chiuse in un nascondiglio efficacemente protetto. Qui rimase al sicuro fino al maggio del 1944, quando avviene il colpo di scena. Le carte del ministero dell'Africa Italiana, dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, furono trasferite a Cremona. Cremona vide assegnarsi il Ministero della Difesa, da dividersi con Villa Omodei tra Desenzano e Salò, il Ministero dell'Africa Italiana, la Corte dei Conti, l'Avvocatura Generale dello Stato, una sezione della Presidenza del Consiglio dei Ministri, l'Ufficio distribuzione olio e grassi alimentari del ministero dell'Agricoltura, con sede al teatro Ponchielli. A Cremona si trasferisce anche il capo dell'Ufficio per gli affari generali Achille Ragni, che dopo l'armistizio aveva aderito al Governo repubblicano fascista. il quale chiede al direttore del Museo coloniale Umberto Giglio, le due cassette per portarle al sicuro nel Nord Italia, nella Repubblica di Salò. Una prima volta Giglio riesce a resistere alle richieste di Ragni, che però torna alla carica nel maggio del 1944 presentando un ordine scritto del Capo degli Uffici del Ministero dell'Africa Italiana a Roma Alfredo Siniscalchi. Le due casse il 16 maggio1944 vengono consegnate ufficialmente dal Nucleo di Collegamento di Roma del Ministero dell'Africa Italiana ad Achille Ragni, che immediatamente le porta a Cremona. Micacchi, inviperito, sporge denuncia per appropriazione indebita al Sottosegretario di Stato per gli Italiani all'estero da cui dipende in quel momento l'amministrazione coloniale, senza impedire, peraltro che, una volta giunte le casse a Cremona, venga costituita in gran fretta il 25 maggio una commissione preposta alla ricognizione del tesoro, designata dal Sottosegretario di Stato, che si riunisce il pomeriggio del 31 maggio in una delle sale del Ministero dell'Africa Italiana, in via Antico Rodano. Della commissione fanno parte Ercole Petazzi, nominato presidente; Tullo Bellomi, direttore del museo civico, Luigi Cerbella e Aurelio Massone, con funzioni di segretario. Non vi partecipa ufficialmente Achille Ragni, anche se in realtà è lui l'artefice dell'operazione e presiede a tutte le sedute.

Gli scavi di Sabratha
Vi è però un particolare: a Roma, il dott. Ragni non aveva avuto in consegna le chiavi dei lucchetti e pertanto la Commissione, dichiarando in questo primo verbale che esse erano andate disperse, è costretta a rompere i lucchetti. Constatato che il materiale è costituito da monete e preziosi della Libia e che le casse non sembravano aver subito manomissioni, benché le condizioni dei reperti, mal confezionati, risultino alterate dall’umidità, la Commissione, su proposta del Presidente, decide di rinviare la ricognizione dei reperti ai due giorni successivi. Le due cassette, provviste di nuovi lucchetti e sigilli, vengono provvisoriamente ricoverate nell’armadio-cassaforte dell’Ufficio Cassa, le cui chiavi vengono affidate al Consegnatario Cassiere, mentre le chiavi dei lucchetti e le matrici dei sigilli sono consegnate al Presidente della Commissione Petazzi. La ricognizione del materiale si svolge il 1 e il 2 giugno: il primo giorno viene controllato il materiale conservato nella cassetta contrassegnata “II” e il secondo con gli oggetti custoditi nella cassa n. I. L’elenco delle opere contenuto nei due verbali costituisce il secondo inventario, dopo quello compilato da Pesce al momento della consegna del materiale a Roma. Rispetto al primo sembra non mancasse materiale, anche se una serie di plichi inseriti da Gennaro Pesce nella cassetta n. II risultavano ora posti in quella n. I e anche la numerazione dei plichi stessi presentava alcune variazioni. Al termine della ricognizione, sempre alla presenza di Achille Ragni, nella tarda mattinata del 2 giugno 1944 la Commissione dispone la custodia definitiva delle due casse, dopo averle chiuse apponendovi spago in croce e sigilli in ceralacca recanti la dicitura «Repubblica Sociale Italiana – Ministero dell’Africa Italiana» e, al centro, il fascio repubblicano. Le chiavi dei quattro lucchetti vengono affidate al Consegnatario Cassiere e le due casse vengono depositate nella camera blindata della Banca di Credito Commerciale di Cremona con le polizze n. 173 e 174, intestate anche in questo caso al Consegnatario Cassiere.
Una statuetta del tesoro
La questione sembra chiusa quando dopo due mesi a Roma, prende avvio l’inchiesta dell’Autorità di Polizia Italiana sui materiali dispersi dell’Amministrazione Coloniale. Il 3 agosto il commendator Alberto Mario Piccioni aveva telefonato al direttore del museo coloniale Giglio, dipendente dell'Ufficio Studi del Ministero dell'Africa Italiana, per pregarlo di recarsi con immediatezza alla Direzione Generale della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno a fornire chiarimenti su una perquisizione da parte dell’Autorità di P.S., che precedentemente al suo, aveva anche perquisito un appartamentino di proprietà della moglie sito in via Chiana n. 48, preso in affitto dal Comm. Angelo Piccioli, Capo dell’Ufficio Studi del Mai, per nascondervi carte e fascicoli dell’Archivio Storico. Nel corso dell'interrogatorio il commissario Giampaoli, che sta conducendo un'inchiesta sul materiale di proprietà dell'amministrazione coloniale eventualmente sottratto dai nazifascisti, gli chiede notizie sul “Tesoro della Libia”. Dal verbale della deposizione resa da Giglio veniamo a sapere che tutto il materiale di pregio della collezione era stato da lui seppellito nei locali stessi del museo per nasconderlo alle ricerche dei nazifascisti. Tra questo materiale vi erano anche sei corone di rame dorato che il maresciallo Graziani aveva portato da Addis Abeba che, per ordine di Achille Ragni, trasferitosi poi al Nord, erano state ritirate l'11 febbraio 1944, caricate su un'auto, su cui viaggiava anche il conte Della Porta, e inviate a Cremona. Giglio dichiarava inoltre che le corone giunsero senz’altro a Cremona perché in una posteriore lettera pervenuta a Roma si faceva presente che le casse «...all’atto dell’arrivo apparivano manomesse». Oltre questo materiale sarebbero dovute partire per Cremona anche altre sei casse di argenteria e due contenenti quello chiamato “Tesoro numismatico della Libia”, facendo seguito ad un ordine impartito dal Capo Nucleo di collegamento Siniscalchi il 16 maggio 1944 per dare in custodia le otto casse a Renato Navarra, dell'Ufficio Economato che, sua volta, avrebbe dovuto consegnarle sempre al solito Achille Ragni, tornato temporaneamente da Cremona. Ma, per motivi di spazio, le casse non poterono essere caricate e furono riposte da Giglio nel nascondiglio insieme al resto del materiale. Ma Giglio dichiarava inoltre che Ragni aveva richiesto di trasferire al Nord tutti gli oggetti di pregio conservati nel museo ma che egli riuscì a impedirlo. Quanto tempo il “Tesoro” rimase a Cremona?, Difficile dirlo, soprattutto a causa dei continui cambiamenti di sede degli uffici ministeriali, causati dall'evolversi degli eventi bellici. La situazione storico-politica, sempre più delicata a causa dell’avanzata degli eserciti alleati, si fece talmente critica che il ‘Tesoro’ da Cremona, probabilmente dopo altre tappe, fu trasferito a Brenta di Cittiglio, in un ulteriore Ufficio del Ministero dell’Africa Italiana, dove in seguito fu trovato e trattenuto in custodia da Antonio Fraschini. Dopo l’8 settembre 1943 gran parte degli uffici del MAI furono trasferiti nella Repubblica Sociale Italiana insieme a migliaia di documenti dell’Archivio Storico e del Servizio Cartografico; questi ultimi, caricati su treni in partenza per Cremona, Pallanza, Intra, Verbania, Laveno, Brenta di Cittiglio, accusarono gravi perdite. Quanto in particolare all’Ufficio Studi del MAi, nel mese di maggio 1944 esso venne trasferito da Cremona a Pallanza, poi a Ghiffa e ancora a Intra, dove giunse, sempre con tutto il materiale, ai primi di luglio. Divenuta la vicina Val d’Ossola poco sicura, l’Ufficio fu portato a Laveno e di qui a Brenta di Cittiglio, dove tutto il materiale, che aveva accusato ulteriori perdite durante il trasporto a Laveno, venne preso in consegna dal Comitato di Liberazione Nazionale il 26 aprile 1945 . E, a liberazione compiuta, fu proprio la denuncia formulata un anno prima da Micacchi per appropriazione indebita nei confronti di Ragni a costringere il MAI, responsabile istituzionale della sorte dei reperti d'oro, d'argento e di bronzo del Museo Coloniale di altri oggetti archeologici provenienti dalla Libia, a intervenire attivamente per il loro recupero inviando alcuni suoi delegati a Cremona. “Viva era la preoccupazione del Ministero per la sorte che potevano avere subito i preziosi contenuti nelle cassette e costante l'intendimento di recuperare ogni cosa - si legge nella relazione che accompagna l'ultimo inventario - Subito dopo la liberazione del Nord, incaricati di questo Ministero poterono, attraverso indagini non facili per i continui spostamenti che gli uffici di Cremona avevano subito per l'avanzare degli eserciti alleati, rinvenire finalmente le due cassette che erano state ritrovate da certo sig. Nino Fraschini il quale, con vivo senso di responsabilità e con encomiabile onestà e precisione, le aveva custodite, sottraendole alle affannose ricerche che, allo scopo di impossessarsene, facevano reparti e gruppi repubblichini e altri”. Antonio Fraschini stese un nuovo inventario del materiale trovato nelle due casse: il documento è senza data, ma sicuramente antecedente al 24 maggio 1945, quando il Ministero della Guerra annuncia il recupero del tesoro al Gabinetto dello stesso ministero, parlando della “...preziosa collezione numismatica di monete antiche dell’Africa del Nord, appartenente al Ministero dell’Africa Italiana, ed a suo tempo trasferita al nord dai nazifascisti”. Il 6 agosto Antonio Fraschini ricevette una lettera di encomio per il prezioso lavoro svolto.









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