domenica 22 luglio 2018

Tommaso Turco, generale domenicano

Lorenzo Bernini, Ritratto di papa Urbano VIII
Si racconta che Niccolò Ridolfi, maestro generale dei Domenicani costretto alle dimissioni da papa Urbano VIII della potente famiglia Barberini, richiesto dai Padri del Capitolo quale dovesse essere la persona più adatta a ricoprire l'alto incarico, avesse risposto, senza alcuna esitazione: “Turco”. E fu così che un professore cremonese di filosofia, diventò il Maestro generale dell'Ordine dei predicatori, la maggiore autorità dell'ordine religioso fondato da Domenico di Guzmàn.
Tommaso Turco, o Turchi, era nato a Cremona nel 1595 “da onesta stirpe” ed appena quindicenne era stato ordinato frate il 29 agosto 1610, ed assegnato al convento cittadino. Dieci anni dopo si era già fatto conoscere per le sue doti intellettuali nello studio della filosofia e della teologia, ed aveva già fatto progressi così sorprendenti al confronto con gli altri allievi, che il cardinale Ludovico Ludovisi, nipote di Alessandro divenuto papa nel 1621 con il nome di Gregorio XV, lo aveva voluto presso di sé come suo teologo personale. Nel 1623, nonostante la sua giovane età, lo aveva addirittura fatto nominare dallo zio vescovo di Scala e Ravello nel Regno di Napoli, anche se in realtà la nomina non aveva avuto effetto, appunto perchè ritenuta sconveniente. “Più utile forse, e per l'Ordine suo più decoroso fu, che tratto non ne fosse per essere su di una cattedra Vescovile collocato - osserva il suo biografo, fra Giambattista Contarini (Notizie storiche circa li pubblici professori nello studio di Padova scelto dall'ordine di San Domenico, Venezia, 1769) – poiché proseguendo ad insegnare nelle scuole de' Conventi più insigni di sua vasta Provincia, se ne sparse la fama per tutta l'Italia, come di uomo per profondità di dottrina, per copia di erudizione, per la perizia nel diritto canonico, nella storia ecclesiastica, ed in più lingue, spezialmente ebraica, greca, caldea, superiore a molti, né inferiore ad alcuno de' tempi suoi”.
Proprio per queste sue qualità, il maestro generale dell'ordine, fra Niccolò Ridolfi, che tre lustri dopo lo avrebbe indicato come suo successore, lo aveva scelto fra tanti altri, nonostante la sua giovane età, per reggere lo studio generale di Bologna per poi, nel successivo Capitolo generale a Roma nel 1629, dichiararlo Maestro senza, tuttavia, abbandonare l'insegnamento a Bologna. Più tardi, dovendo scegliere il successore di fra Marco Rossetti, il 27 gennaio 1631 i riformatori dello studio di Padova proposero al Senato padre Tommaso Turco per la cattedra di metafisica. Non solo il Senato accettò l'indicazione, ma assegnò al giovane Tommaso uno stipendio di duecento fiorini, una cifra superiore a quella che solitamente veniva attribuita- “L'applauso che riscossero fino da principio le sue lezioni – osserva ancora il biografo – corrispose alla fama, che di lui era precorsa, singolare era il profitto che ne traevano li studenti, non ordinaria la soddisfazione che ne provava il Senato; ma sensibilissimo, e comune a tutti il dispiacere in veggendolo dopo un solo quinquennio obbligato a dimettere l'impiego, per assumerne altri a' quali il Cielo lo aveva destinato”. Era accaduto che papa Urbano VIII, che conosceva bene fra Tommaso, lo aveva chiamato a Roma verso la fine del 1643 per assumere l'incarico di Procuratore generale dell'ordine, in seguito alla morte di Padre Domenico Gravina, prologo alla successiva nomina a Maestro generale da parte del Capitolo di Roma il 13 maggio 1644, vigilia di Pentecoste.
La chiesa di San Domenico a Cremona
In realtà a favorire la nomina di fra Tommaso era stato Niccolò Ridolfi, caduto in disgrazia presso la famiglia Barberini, da cui proveniva il papa. I motivi vanno individuati da un lato nella forte azione riformatrice di Ridolfi presso l'ordine domenicano di Francia, e dall'altro nelle vicende romane. Per questo motivo, una volta divenuto Maestro generale, una delle prime preoccupazioni di Tommaso fu quella di riabilitare il suo anziano protettore. Ma andiamo con ordine.
Niccolò Ridolfi era divenuto domenicano dopo un incontro con San Filippo Neri e dopo aver frequentato in un primo tempo la Compagnia dei Gesuiti. Aveva rifiutato una prima nomina cardinalizia, per diventare in seguito teologo personale di papa Gregorio XV e, deceduto fra Serafino Secchi, Vicario generale dell'ordine, nominato da Urbano VIII e, eletto dai frati, Maestro generale. In tale veste si era preoccupato di risanare la situazione economica dell'Ordine e di riequilibrare le differenze fra un convento e l'altro e fra un religioso e l'altro; non di rado vi erano infatti numerose disparità fra religiosi ricchi e poveri e fra conventi ricchi e poveri. A questo scopo aveva creato la Cassa Generalizia dell'Ordine, espropriando tutti i beni e gli averi che, in violazione della regola, conventi e religiosi avevano conservato e che eccedevano le necessità quotidiane.
Questo procurò molta prosperità all'Ordine e agli stessi conventi, dal momento che il Maestro generale cominciò a redistribuire in maniera molto munifica le risorse che affluivano nella Cassa generalizia, donando soprattutto a quei conventi che erano in difficoltà e ai poveri. Nello stesso tempo, però, gli procurò problemi con i religiosi ricchi e con quelli poveri che intanto si erano arricchiti; e furono soprattutto alcuni di questi ultimi, che in qualche caso avevano usato risorse dell'Ordine per mantenersi e mantenere i loro familiari, a promuovere processi contro di lui e la sua azione riformatrice. Il divario fra conventi e religiosi ricchi e poveri era particolarmente presente in Francia, dove negli ultimi cento anni si era anche cominciato a non rispettare più la regola da un punto di vista morale. Si erano formate due categorie di frati: la più ricca, comprendente i maestri in teologia, i baccellieri, i predicatori e i frati di famiglie benestanti viveva una vita agitata, godeva di molti privilegi, possedeva in convento i propri appartamenti, non viveva in comunità ed era dispensata dal coro e dalla messe cantante, aveva al proprio servizio conversi e domestici e andavano a questuare per conto loro. La categoria dei frati poveri, ai quali il convento non passava nulla, tirava avanti a fatica, era obbligata a questuare ovunque, anche nelle taverne, ed era gravata dagli impegni più pesanti, come la presenza nel coro, la celebrazione delle messe ad ora tarda o cantate, l'ascolto delle confessioni. Ovviamente le famiglie benestanti non mandavano volentieri i loro figli in un ordine dove per vivere si doveva chiedere la carità e di conseguenza calavano le vocazioni e si doveva ricorrere ai ceti più poveri, mentre nel frattempo fiorivano gli altri ordini come i Gesuiti, i Recolletti, i Carmelitani scalzi, i Cappuccini, ammirati e sostenuti dalla gente.
Velasquez, Ritratto di papa Innocenzo X
Lassismo e squilibri cessarono con il mandato di Ridolfi, che con una risoluta azione si trasferì oltralpe per guidare in prima persona il cambiamento. Appena arrivato impose di nuovo rigore e austerità ai frati ricchi e si preoccupò in pari tempo di migliorare la vita dei frati più poveri, spesso incaricati dei lavori più pesanti e costretti ad elemosinare ovunque per tirare avanti.
A tale scopo
egli fece valere anche le disposizioni, uscite da tanti capitoli precedenti ma mai applicate fino ad allora, che obbligavano ricchi e poveri ad un unico e comune noviziato, fondando anche un nuovo Noviziato Generale in Parigi. Egli inoltre introdusse anche fra i domenicani gli esercizi spirituali retaggio della sua giovanile frequentazione dei Gesuiti. Nei conventi visitati da Ridolfi non c'era più alcun tipo di silenzio né clausura, uomini e donne circolavano liberamente e non vi erano più un refettorio comune, un biblioteca, vesteria, dormitorio perchè ognuno viveva per conto proprio lasciando la chiesa ed lo stesso convento in totale stato di abbandono
Sul piano politico, sulla scorta dell'esperienza fatta al tempo della sua permanenza transalpina, tentò una difficile mediazione con il cardinale Richelieu per riappacificare Francia, Spagna ed Austria e scongiurare un'alleanza dei francesi con i protestanti. Ma la sua azione riformatrice in campo religioso, che aveva colpito numerosi interessi, e la sua azione diplomatica, che gli aveva attirato molte antipatie e lo aveva coinvolto in trame più alte e inestricabili, provocarono la sua deposizione, desiderata sia dai frati cui aveva sottratto ricchezze e aveva costretto a tornare alla piena osservanza della regola, ma anche auspicata velatamente dalla cancelleria francese. Fu così che al Capitolo convocato a Genova nel 1642, il candidato filofrancese Michele Mazzarino, fratello del più famoso Giulio, arrivato in anticipo coi suoi sostenitori e prima che fossero giunti tutti gli altri provinciali, riuscì a leggere ai presenti un documento del cardinal Barberini che lo designava presidente del Capitolo. Mazzarino riuscì a far approvare la deposizione di Ridolfi e, poco dopo, a farsi eleggere nuovo maestro generale da un ridotto numero di aventi diritto. Per tutta risposta, i frati austriaci e spagnoli, contrari alle trame politiche dei Mazzarino, uscirono dal Capitolo e, riunitisi a Cornigliano, elessero un altro maestro, Tommaso di Rocamora. A questo punto, il Papa fu costretto a nominare una commissione che dichiarò nulle sia la deposizione di Ridolfi che le successive elezioni di Mazzarino e Rocamora, restituendo il governo dell'Ordine al primo dei tre. Il Papa in seguito demandò ad un successivo Capitolo Generale il giudizio delle colpe, ma poco dopo sollevò ugualmente Ridolfi dall'ufficio, chiudend operò tutti i processi contro di lui e manifestando l'intenzione di chiamarlo all'episcopato. Intanto al Ridolfi non fu affidata nessuna diocesi, mentre il Mazzarino venne nominato Maestro del Sacro Palazzo.
Nel successivo Capitolo, convocato a Roma dal Papa nel 1644 i frati che pensavano di poter rieleggere prontamente il Ridolfi, si trovarono di fronte al veto del pontefice, che fece valere il suo rifiuto anche nei confronti di fra Domenico de Marinis, maggior collaboratore di Ridolfi, in un primo tempo eletto dal Capitolo. La grande paura della famiglia Barberini era che Ridolfi, durante il Capitolo, potesse rivelare gli intrighi e le malefatte della famiglia cui apparteneva il papa. A quel punto i padri capitolari si orientarono sul nome di Tommaso Turco, anch'esso consigliato loro da Ridolfi e, alla fine, confermato dal Papa. Alla morte di Urbano VIII, avvenuta lo stesso anno, salì al soglio pontificio Innocenzo X, della famiglia Pamphili, acerrima nemica dei Barberini che, amico del Ridolfi, elevò alla carica del Sacro Palazzo proprio Domenico de Marinis, il candidato al governo dell'Ordine su cui Urbano VIII aveva posto il veto.

Forse Tommaso Turco avrebbe voluto risolvere subito la questione del suo mentore Niccolò Ridolfi, ma si fermò a Roma solo un anno. Si recò dapprima in Francia, ed il 26 novembre 1645 era a Parigi per riformare il convento di San Giacomo. Racconta il suo biografo: “Persuasa con particolarità la Regine del sapere singolare del nostro Generale, premurosamente incitollo a combattere e colla voce, e con la penna l'eresie che in quel regno ed in que' giorni oltremisura infierivano; lo che fatto forse egli avrebbe, se in quel poco tempo che restogli di vita, altri gravissimi affari tenuto non lo avessero indispensabilmente occupato”. Fu così che nel marzo 1646 dalla Francia passò in Belgio, dove fu accolto con grandi feste e grande entusiasmo, e da lì di nuovo in Francia nel convento di Tolosa, e poi in Spagna, ricevuto dallo stesso re Filippo IV, per il Capitolo generale di Valencia del 1647. Riuscì a tornare a Roma nel 1648 e subito sollecitò il nuovo papa Innocenzo X a riunire una commissione di cardinali per riabilitare il Ridolfi, fino alla sua completa assoluzione. Purtroppo per ironia del destino, fu tutto inutile. Tommaso Turco morì improvvisamente il 1 dicembre 1449 a 54 anni di età, e Niccolò Rodolfi pochi mesi dopo, il 1 maggio 1650, a dieci giorni dall'apertura del Capitolo che lo avrebbe sicuramente eletto maestro generale. Conclude il suo biografo: “Com'egli era uomo di gran mente, di attività, di coraggio, così concepute aveva idee, quali se mandate avesse ad effetto risultate sarebbero in gran vantaggio, e sommo lustro di quell'Ordine, di cui era capo; ma la morte che in età troppo fresca lo colse, gliene impedì la esecuzione. Li disagi sofferti ne' lunghi viaggi, le occupazioni moleste, ed incessanti, guastarongli per tal modo la sanità, che un solo anno in circa da che restituito erasi da Spagna in Roma, fu sorpreso da gravissima infermità, che tosto ei riconobbe mortale; onde chiesti, e ricevuti con superiorità d'animo, e spirito di singolar divozioni gli ultimi Sacramenti, cessò di vivere il primo dicembre 1649, che della età sua non era che il 54: Pianse la di lui morte immatura, non solamente l'Ordine nostro, che in lui perduto aveva un Generale per costumi, per dottrina, per zelo, per intrepidezza, per estimazione, e per merito a veruno de' suoi predecessori non inferiore; ma la compianse tutta Roma, l'Italia, la Europa; e lagnossene con distinzione il Pontefice Innocenzo X che al funesto annunzio, che recato gliene fu, ebbe a dire: che caduta era una colonna della cristiana Repubblica, non che della Religione Domenicana”.

La musica del lager

Il campo di prigionia di Celle
La città di Celle, in Germania, è stata sede di un campo di prigionia destinato agli ufficiali della Grande Guerra. Il lager, insediato nella località di Scheuen, immerso nell’immensa brughiera pianeggiante a poche decine di chilometri da Hannover, era stato costruito prima della guerra, e fu completato con il lavoro forzato dei primi prigionieri russi alla fine del 1914; vi furono internati fino alla metà di novembre del ’17 prigionieri francesi, russi, inglesi e belgi. E dalla fine dello stesso mese vi furono concentrati ufficiali italiani catturati dopo Caporetto (circa 3000 nell’arco dei 13 mesi) e circa 500 soldati adibiti ai servizi che vi resteranno fino ai primi di gennaio 1919. Tra questi vi era anche il capitano Giuseppe Denti, di Pugnolo, di cui ci siamo già occupati qualche mese fa per la sua testimonianza sulla disfatta di Caporetto. Ma è stato proprio grazie al ritrovamento di 570 lettere di Denti inviate dal fronte e dalla prigionia alla moglie e alle figlie, oltre a disegni, acquerelli e quaderni, e un vasto materiale fino ad allora ignorato, se è stato possibile iniziare una ricerca storica sul lager. Nel 1995 ad un tratto emergeva, dopo ottant’anni, improvvisamente e inaspettatamente un  corpus  di documenti che dava conto della vita di un soldato, in questo caso un ufficiale, che aveva affrontato le più diverse esperienze della grande guerra: dall’addestramento alla trincea, dagli assalti ai momenti di riposo nelle retrovie, dalle ferite alle licenze, dalla prigionia nei Lager tedeschi al ritorno a casa. Soprattutto la ricca documentazione relativa ai quattordici mesi di prigionia a Cellelager ha prodotto una ricerca specifica, rintracciando notizie sugli altri ufficiali protagonisti e svelando così una pagina tragica e dimenticata della grande guerra. Rolando Anni, Mariuccia Cappelli Carlo Perucchetti, protagonisti allora con i propri familiari della scoperta, condividono oggi il progetto del sito Internet su Cellelager, con Lauro James GarimbertiAlessandra Ghidoli, Maria Neroni e Silvia Perucchetti. Da questa ricerca emerge, soprattutto, il ruolo di protagonista ed animatore assunto nel campo da Giuseppe Denti nel rendere meno amara la sopravvivenza degli internati nel lager. Tra loro vi erano anche altri cremonesi: Guido Bodini di Cremona, il tenente Luigi Bonetti di Soresina, Annibale Correggiari di Crema (fondatore della sottosezione del CAI), un soldato di nome Fagliuoli di Casalmaggiore, morto nel lager il 5 marzo 1918, il generale Angelo Farisoglio di Casalmaggiore, il tenente Galli di Motta Baluffi, l'attendente Alessandro Mancini del 246° fanteria di Cingia de' Botti, il generale di brigata Giuseppe Robolotti di Cremona poi fucilato dai fascisti a Fossoli il 12 luglio 1944, il maggiore del 231° reggimento fanteria Gaetano Tassinari di Cremona e il bersagliere del 420° Machine-Gevaert Giuseppe Toliol di Vicobellignano, morto a Celle il 5 marzo del 1918.
Nei primi quattro mesi di prigionia gli internati dovettero fare i conti con il freddo, la fame, il senso deprimente della sconfitta e l’abbandono totale da parte dello Stato italiano. Dalla metà di marzo 1918 incominciarono ad arrivare i pacchi di cibo e di indumenti confezionati dalle famiglie e gli ufficiali (che non erano costretti a lavorare a differenza dei soldati) riuscirono in buona parte a salvarsi. Nacque l’Università di Cellelager e in qualche modo riuscirono, grazie alla cultura, a riprendere la propria identità.
Il capitano Giuseppe Denti
Tra questi un ruolo di primo piano spetta a Giuseppe Denti, arrivato a Celle nel dicembre del 1917, dopo essere stato catturato la mattina del 27 ottobre sul monte Kum, durante la battaglia di Caporetto, ed aver trascorso un periodo prigionia nel campo di Rastatt. Durante l’anno di prigionia nel lager di Celle Denti diventa l'animatore, il pianista, il direttore del coro dell'orchestra del Lager. Come ha raccontato Carlo Perucchetti, uno dei sopravvissuti (Voci e silenzi di prigionia, Cellelager 1917-1918, ed. Gangemi 2015), nei quattro blocchi del lager la musica era praticata un po' da tutti, in quanto erano presenti numerosi dilettanti e, in misura minore, musicisti professionisti, che lasciarono moltissime testimonianze. Se i complessi bandistici, al fronte e in prigionia, vedevano la partecipazione soprattutto di braccianti, contadini e operai, le orchestrine degli ufficiali era composte da appartenenti alla piccola e media borghesia, spesso formatisi nei conservatori italiani.
A Celle furono costituite diverse orchestrine con molti strumentisti ad arco ed ampi repertori. Nei blocchi A e D il complesso era diretto dal maestro Borghi e il violino di spalla era Mario Squartini, nel blocco B l’orchestra, di cui esiste una fotografia, è bene descritta nel diario di un suo componente, il Colonnello Noè Grassi. Il complesso orchestrale del blocco C, diretto dal maestro di banda Agenore Berardi, e il coro erano stati ideati ed animati dal icapitano Giuseppe Denti, maestro di scuola elementare, pianista e compositore. Nei suoi taccuini personali Denti catalogò e ordinò i volumi della biblioteca musicale, trascrisse e adattò varie opere agli organici strumentali del momento, annotò in elenco le musiche eseguite di volta in volta nei vari “concerti”, compilò la lista degli strumenti a disposizione, acquistati con una colletta degli ufficiali. In un quaderno è presente l’elenco completo degli strumentisti e dei coristi.
Gli spettacoli del blocco C si svolgevano nella sala mensa della baracca 33. Il repertorio era molto vasto, e spaziava dalla musica d’opera quasi esclusivamente italiana, ma con la presenza anche di brani wagneriani, a quella sinfonica e cameristica con opere di Chopin, Schumann, Mendelssohn, Offenbach.. Denti compose non solo pezzi da far eseguire al complesso, ma anche brani strumentali e romanze assecondando il proprio gusto personale. Venne eseguito due volte lo scherzo melodrammatico La Lager Signorina, su testo dello scrittore futurista pratese Alberto Casella, con musica scritta “a quattro mani” da Denti, cui si deve la prima parte di stile ottocentesco, e da Alceo Rosini, autore della seconda parte in stile pucciniano. Rosini, talentuoso violino solista, spalla dell’orchestra, eseguì spesso in duo con Denti pagine di Paganini, Sarasate, Mozart, Wienawski e una Zingaresca per violino e pianoforte di sua composizione, andata perduta. Agenore Berardi compose diverse opere andate perdute per l’orchestra con titoli che rimandavano alla vita del Lager, tra cui La sbobbaRicordo nostalgico,AppelloPosta e pacchi in arrivo e Le chiacchiere di Bertacca, di cui è stato ritrovato lo spartito. Anche il coro, sotto la direzione di Denti, partecipò agli spettacoli con l’esecuzione di famosi brani operistici verdiani tratti da NabuccoI Lombardi alla prima crociataTrovatore e Aida. Gli ufficiali tedeschi furono collaborativi per i progetti musicali, consentendo noleggi e acquisti a Celle di strumenti, partiture e accessori da parte degli italiani, che si autotassarono per lo scopo. Giuseppe Denti nel suo taccuino annotò: Epifania, il tenente tedesco porta 16 corde per violino: 5 mi, 5 la, 3 re, 3 sol: importo marchi 12,45. […] Pago 75 marchi per un flauto”.
Il capitano Angelo Ruozi suona il zitar, una cetra da tavola evidentemente presente nel campo e ordina in un negozio di musica di Celle un album con spartiti di vari brani.
Il colonnello Grassi scrive: 
Uscita nel centro di Celle per acquisto musica e sopraluogo per acquisto pianoforte da un privato che viene acquistato per 500 marchi”. Non mancano però i problemi se sempre Denti scrive Se al concerto di stasera vengono i tedeschi fo una dimostrazione accusando debolezza per denutrizione.”
Il teatro del campo di Celle
Noè Grassi, musicista dilettante, partecipa ai progetti orchestrali e scrive: “1 gennaio 1918. Concerto ufficiali Blocco C, per 4 violini, pianoforte, flauto. Uno dei violinisti sottotenente dei granatieri, suona divinamente [Alceo Rosini]; Programma: Marcia reale, inni patriottici, intermezzo della Traviata, duettino ultimo atto Bohème; nasce l’idea di fare un’orchestra di tutti gli ufficiali comune ai Blocchi”, E gli viene pure affidato l’accompagnamento musicale delle funzioni sacre nella cappella del Lager: “31 gennaio 1918, prova in chiesa di una messa di Hadler a due voci con accompagnamento di armonio e archi. 1 febbraio 1918, prova generale della messa offerta ai soldati che cambiano campo. 3 febbraio 1918, prima esecuzione della messa cantata di Hadler. Il cappellano tedesco si offre per acquisti musica sacra. 5 febbraio 1918, il cappellano tedesco consegna libri di mottetti, corde per mandolino, chitarra, catalogo musica sacra. 7 febbraio 1918, un soldato tedesco chiede di far parte dell’orchestrina come mandolinista e violinista.
Il capitano Denti, dal canto suo, scrive le sue composizioni prima sul pianoforte e poi strumentate per il complesso di archi e fiati. Lo stile e i contenuti son da un lato inconfondibilmente suoi, d’altra parte la vicinanza con alcuni musicisti come il direttore Berardi e il violinista Rosini, stimolano la ricerca di nuove soluzioni armoniche e la frequentazione di nuove forme quali la piccola scena di melodramma, La Lager-signorina, o la rivista-operetta più scanzonata “A B C D
A Cellelager fu organizzato e andò in scena lo spettacolo “Piedigrotta”, incentrato sul repertorio delle canzoni napoletane tradizionali e su quelle, sempre in dialetto napoletano, composte durante la guerra, come O surdato ‘nnamurato che fu la canzone più cantata sul fronte italiano. La canzone vincitrice del concorso fu Cielo turchino (Turnammoce) composta da Giovanni Guida, altre furono Povero Ammore di Benedetto Di Ponio e Aspiettame di Edgardo Fenga.
La musica quindi fu sentita come antidoto alla disperazione della prigionia, una medicina per mantenere la propria identità, per stabilire rapporti e condividere progetti da parte di ufficiali lontani dalla patria e abbandonati da essa.
Giuseppe Denti, nato a Pugnolo il 5 ottobre 1882 e morto a Cremona il 30 gennaio 1977, prima di finire prigioniero a Celle aveva imparato la musica sull'organo della chiesa parrocchiale di Pugnolo e sugli insegnamenti del padre utilizzando forse un pianoforte nella casa patriarcale. A 12 anni, grazie alla costante pratica, allo studio di compositori antichi e contemporanei e all’ascolto di valenti musicisti-organisti, aveva vinto un concorso come organista titolare della parrocchia di Quistro, frazione di Persico Dosimo. Conseguito il diploma magistrale col massimo dei voti, dal 1901 aveva insegnato nelle scuole elementari di Cingia de’ Botti e più tardi in quelle di Cremona. Dimostrò in questo doti di organizzatore, dando corpo ad una affiatata banda, a vari corsi di cultura, fra cui un corso popolare festivo di disegno per consentire anche ai lavoratori di parteciparvi e di apprendere le più elementari nozioni. È del 1896 la prima composizione, la romanza “alla Tosti” per canto e pianoforte: O caro, amabil Espero, mentre a partire dal 1901, con l'inizio dell'attività didattica, si era indirizzato verso le canzoni per bambini, spesso nella struttura della romanza senza parole.
Quando nel 1915 parte per la guerra, la musica occupa un posto importante nel suo bagaglio sentimentale e lo conforta e sostiene nella solitudine della trincea. Dalle lettere sappiamo che gli incontri fortuiti con pianoforti e organi costituiscono, per lui che suonava, le uniche gioie nella drammatica incertezza quotidiana. In assenza di strumenti scrive un rigo musicale tracciato alla bell’e meglio su una carta qualsiasi, come racconta nella lettera del 24 dicembre 1916 dalla trincea del Sober scritta alla moglie Carmela.
Giuseppe Denti con la banda di Cingia de' Botti
I soldati in trincea, lo apprendiamo sempre dalle lettere, accennavano sommessamente ai canti popolari della propria terra, aggiungendo e improvvisando magari strofe riguardanti la guerra, e Giuseppe li ascoltava in silenzio e nei rari momenti che la vita al fronte concedeva, insegnava loro il Va’ pensiero e O signore dal tetto natio.
Nel dopoguerra a Giuseppe Denti viene affidato dal Comune di Cremona l'insegnamento della musica per le quarte e quinte classi elementari e lui stesso sceglie di insegnare gratuitamente canto corale presso l’Istituto dell’Infanzia abbandonata, una volta alla settimana, rinunciando così al giorno libero. Valendosi della sua capacità di organizzatore, dà vita al Circolo musicale Euterpe per il canto corale a voci virili. Tra i tantissimi suoi allievi ricordiamo anche il futuro baritono Aldo Protti che dimostrò sempre, anche da artista affermato in campo internazionale, la riconoscenza a colui che era stato il responsabile della sua scelta artistica.
A Cremona, sempre negli anni ’20 e ’30, dirige il Coro Polifonico Claudio Monteverdi. Compone musiche per pianoforte, organo, violino, archi, orchestra e banda, messe, inni religiosi, pastorali e due operette: La Cingeide e La Scalata. Svolge per molti anni il ruolo di organista sostituto presso il Duomo di Cremona dove il titolare è il maestro Federico Caudana, che lo vuole espressamente al suo fianco. Suona regolarmente l’organo nella parrocchiale di S. Giovanni Evangelista di Cingia de’ Botti e l’organo Sgritta della parrocchiale di S. Giovanni Battista di Zone (BS). La casa di Cremona in via Bonomelli diventa un punto di incontro e di riferimento per tanti musicisti e strumentisti cremonesi. Tra questi si ricordano i violinisti Marco Brasi, Nino Negrotti, Persico, Cleandro Corradi, il violista Bisotti. Con tutti questi, con Gino Nazzari, tecnico di pianoforti e suo accordatore prediletto, con don Dante Caifa, musicista e direttore di coro, i rapporti erano di intensa amicizia e di rispetto reciproco.


lunedì 25 giugno 2018

Angelo Motta, il metallizzatore di corpi

Il diploma all'esposizione di Genova nel 1855
Scienziato pazzo, genio della chimica, o impostore? Sul cremonese Angelo Motta pesa il giudizio del direttore del manicomio provinciale Giuseppe Amadei che, nel 1889, dopo la sua morte, lo definì un “mattoide” (Amadei Giuseppe, Una scoperta mattoide. La metallizzazione dei corpi organici di Angelo Motta, Cremona, Ronzi e Signori, 1889). In realtà il professor Angelo Motta apparteneva a quella schiera di scienziati positivisti che, dalla metà dell'Ottocento, inseguiva il miraggio di preservare i corpi dalla decomposizione. Una schiera che, tra gli altri, annovera illustri personalità come il pavese Paolo Gorini, Girolamo Segato, Efisio Marini, Raimondo di Sangro. Personaggi eccentrici e misteriosi che hanno in comune il fatto di aver portato il loro segreto con sè nella tomba. Visti con diffidenza, osteggiati in quanto appartenenti, come quasi tutti gli scienziati del tempo, alla massoneria, bollati come stregoni. Famoso resta il caso di Paolo Gorini, nei cui confronti a Lodi si era diffusa la voce che, bussando alla porta del suo laboratorio, si poteva venire accolti da una delle sue mummie. L'orrore per la putrefazione e, di conseguenza, il desiderio di conservare i corpi umani, nasceva da diverse esigenze di tipo igienico, sanitario e scientifico, in un periodo storico in cui l'assenza di norme igieniche era all'origine del susseguirsi di epidemie coleriche e di febbre tifoide e la difficoltà di conservazione dei reperti anatomici impediva l'approfondimento degli studi in materia. Ma come conservare i corpi? Se Gorini e Segato avevano sperimentato tecniche di pietrificazione, il nostro Motta, esperto di oreficeria e galvanoplastica, era noto come il “metallizzatore”: prima di morire in miseria nel 1888, a Torino aveva trasformato in rame la testa di una bambina cremonese, Fanny Podestà, avvelenata per errore con acido solforico dalla inserviente, che aveva subito un discusso processo. Angelo Motta, nato a Cremona nel 1826, affermava di poter trasformare in metallo, tramite l’utilizzo della corrente elettrica, qualsiasi corpo immerso in una soluzione, in maniera che di questo rimanesse la struttura fino al livello molecolare, ma la sostanza non sarebbe stata altro che metallo. Osteggiato a Cremona, ma difeso da giornali come “Il Corriere cremonese”, Motta aveva trovato ferventi sostenitori in Paolo Gorini, in Giuseppe Frisi, direttore del “Corriere cremonese”, Guglielmo Calderoni, nello stesso medico onorario della real Casa Gioachino Stampacchia, ed aveva reso partecipe delle sue difficoltà e dei suoi segreti, un professore cremonese, un certo Pizzi, che in un manoscritto conservato all'Archivio di Stato (Comune di Cremona, manoscritti, n. 205) racconta la serie di incontri avuti con lo scienziato dal 23 agosto al 3 settembre 1868. Come avviene anche nel caso di Gorini, le scoperte di Motta sarebbero state del tutto casuali: “E in quanto ai suoi studi narrò – racconta Pizzi – che egli stesso deve in gran parte alle fortuite combinazioni le sue scoperte. Un giorno attendeva ad ottenere su un gesso per altre vie i risultati della galvanoplastica. Quando gli viene a cadere di mano entro un vaso contenente un fortissimo acido un altro gesso. E osservò con meraviglia che invece di decomporsi quel gesso anneriva, ed era veramente nero. Meravigliato, lo tocchò e lo raccolse con una verghetta di vetro. Allora riflettendo alla natura della composizione degli acidi ch'era nel vaso, trovò che per quella via si trovava ossia si giungeva subito alla carbonizzazione, vale a dire a rendere positivo il corpo a ricevere l'azione dell'elettricità e dell'immissione del solfato di rame, ossia alla già nota metallizzazione. Pensò e provò tosto a metallizzare quel gesso, vale a dire a sostituire nel corpo carbonato la mollecola metallica. Da quella scoperta -aggiunge Pizzi – passò all'idea della metallizzazione della carne”.
Il diploma all'esposizione cremonese del 1863
L'anno prima, d'altronde, Motta aveva dato corpo ai suoi progetti andando a San Fiorano, nel Lodigiano, per riprodurre la mano destra di Garibaldi oggi conservata al museo civico di Cremona. In realtà il nostro professore, prima di ricorrere all'eroe dei due mondi, aveva fatto un tentativo con l'Ospedale maggiore di Cremona per ottenere una mano da metallizzare. Ma il Prefetto aveva declinato l'invito, suggerendogli, in una lettera del 6 settembre 1864, di rivolgersi altrove: “Lo scrivente nel mentre esprime alla S.V. Ill.ma le proprie congratulazioni per l'amore che professa alla Galvano Plastica, studiandosi di dare a questa scienza maggiore incremento e di farne l'applicazione ad oggetti anatomici, è nella dispiacenza di non poterle accordare il permesso di esportare da questo Civico Ospedale la mano di un cadavere per farne esperimenti di metallizzazione, essendo questo un procedimento a cui si oppongono particolari discipline sanitarie, e che produrrebbe un triste effetto morale nel pubblico, segnatamente in coloro che nell'interno di questo stabilimento hanno a lamentare la morte dei loro cari. Per ora trovi la S.V. argomenti dei proprio studi nelle membra di qualunque siasi animale bruto, e quando avrà constatato potersi ripromettere felici risultati potrà rivolgersi a questa Compagnia di Carità che presi i propri concerti col corpo sanitario dello Spedale, le somministrerà nella camera anatomica quei mezzi che valgano ad assecondarla ne' suoi studi di più elevata utilità anatomopatologica”. Ma Motta non si era dato per vinto, forte della celebrità conquistata sui giornali e dell'amicizia riservatagli da Paolo Gorini. Lo stesso Fulvio Cazzaniga scrive il 17 luglio 1865 un articolo entusiasta sul “Corriere cremonese” dopo aver visitato il suo laboratorio. E si capisce che ormai Motta ha valicato il confine e fatto il salto di qualità, senza attendere l'Ospedale Maggiore. Nel suo studio non vi sono, infatti, solamente “mazzi di fiori, animaletti, gambi di melgone, frutta, penne d'oca, cigari, canestri, e perfino merletti riprodotti tali quali in rame, essendo che questo metallo si è surrogato alle molecole organiche e ne riproduce esattamente tutte le forme e le foggie più minute e delicate”. E Cazzaniga sottolinea che “i suoi processi sono tali che si può ottenere la metallizzazione completa di un oggetto, per modo che la sostanza di questo scompaja affatto per essere sostituita integralmente dal rame in tutte le parti sue; ovvero si riesce ad una semplice rivestitura esterna che lasciando intatta la sostanza ne porge le forme estere mascherate completamente di rame”. Ma c'è ben altro: “Abbiamo visto nel suo studio un cranio umano, non più osseo, ma tutto di rame, colla riproduzione la più esatta e squisita delle più piccole forme, delle più delicate particelle che lo costituiscono. E' una vera meraviglia. V'ha di più ancora; questa metallizzazione il Motta l'ha ottenuta non solo delle parti ossee dello scheletro, ma delle molli eziandio, e con pari fortuna; poich'egli riproduce in rame nientemeno che tutto un cadavere, il quale si rifa di metallo senza perdere menomamente della sua identità quasi diremmo fotografica, e senza per nulla scemare nella freschezza che possedea prima dell'operazione. Esso infatti possiede la testa di una bambina, di cui gli inconsolabili genitori vollero conservare una immagine fedele. Essa è tal quale, è un maschera metallica stupenda, quasi fosse di raso, di un rame finissimo e splendido, che non si potrebbe desiderare né più somigliante né più vera. Così abbiamo visto una piccola mano d'un altra bambina, e un pezzo di cuore di majale”. Tuttavia anche Cazzaniga mostra di non capire esattamente come avvenga il processo di trasformazione, confuso ancora con la galvanoplastica. “E' questa una bella e nuova scoperta di applicazione della galvanoplastica, della quale le arti, le scienze e la stessa pietà delle famiglie ne possono grandemente vantaggiare- scrive Cazzaniga - Se il segreto di conservare i cadaveri del Segato è perduto, ora possiamo rallegrarci che il Motta ha discoperto il modo di perpetuare le forme di qualsiasi sostanza organica animale e vegetale in guisa da tramandarne fino alla fine dei secoli la esatta riproduzione. E però la conservazione dei cadaveri e delle loro forme è però poco meno che eterna, si si vogliano soltanto rivestire di rame sia che la loro metallizzazione la si voglia completa rifacendo esattamente non solo tutte le forme, ma tutti i visceri e le ossa interne per la più tarda posterità”.
Una vecchia foto della mano di Giuseppe Garibaldi
Il silenzio di Motta sul procedimento da lui adottato per la conservazione dei corpi è destinato ad alimentare lo scetticismo, e lui lo sa bene. Ma la sua è una scelta consapevole. Motta era nato come orefice ed aveva lavorato anche alla Zecca, partecipato come volontario alla prima colonna Tibaldi del 1848, per poi trasferirsi in Sardegna come impiegato presso gli uffici del ministero delle miniere piemontese. Di ritorno si era stabilito a Genova, dove fece fortuna effettuando analisi chimiche sui coloranti per conto di grossi negozianti e perizie per il tribunale. A Genova nel 1855 era stato premiato con menzione onorevole all'Esposizione industriale per un cartello ed una cornice di zinco, nel 1863 aveva ottenuto la medaglia d'argento all'Esposizione industriale di Cremona e nel 1864 all'Esposizione del Comizio agrario di Crema, mentre negli stessi anni realizzava una navicella d'oro e d'argento raffigurante la città di Cremona per il conte Cavour. Motta, come racconta Pizzi “studiava la galvanoplastica, tentando altre vie”. Quali fossero, possiamo immaginarcelo, dal momento che Pizzi nel suo racconto accosta Motta a Segato, che “pietrificava i cadaveri” e a Gorini, “ricco professore di Lodi” che “studiava ed operava alla conservazione dei cadaveri”, che per questo era riuscito ad ottenere dal Governo il “cavalierato e la pensione di L: 2500”. Intanto “Motta studiava esperienze”, racconta Pizzi, seguendo da vicino gli esperimenti di Gorini “e toccando della sua gran ricerca della Metallizzazione dei cadaveri, parve accennare che producendo una certa temperatura intorno al pezzo anatomico ci lo conservi e difenda dalla putredine. E questa temperatura osservò qual'è nel ghiaccio ordinario, e che s'accresce unendo al ghiaccio il sale, e che si moltiplica a dismisura con altri silicati, i quali in parte si hanno in commercio, altri invece no, e sono o un preparato dei chimici, o, per quelli ch'egli adopera nelle sue operazioni, una composizione e un segreto tutto suo”. Ma Motta, per proseguire le sue ricerche, ha bisogno di risollevarsi dalla crisi finanziaria in cui è caduto. Divulgare il suo segreto non avrebbe senso, è l'unico asso nella manica che possiede per aspirare ad ottenere quella pensione che gli potrebbe consentire di vivere serenamente. Ed ecco allora che, come ultima spiaggia, si rivolge a Pizzi. “Gli articoli di giornali non mi fan nulla – dice – Io avrei bisogno di trarmi la spina dal piede e poi saprei ben io camminare da me. Avrei bisogno sanare i miei debiti, ridivenire tranquillo, avere mezzi bastevoli, poi: ecco la via. Interessare un Accademia alla Metallizzazione del Bassorilievo invicto (era un lavoro che Motta aveva proposto al Seleroni, ndr) oppure in quella d'un Bambino. Fare constatare dall'Accademia in tutti i modi l'oggetto nello stato di natura, poi presentarlo metallizzato. Quando l'Accademia abbia riconosciuta per mia l'opera, per mio il segreto, va constatarne la proprietà in faccia all'Europa, ed a qualsiasi, allora vi sono anche disposto a spiegare il mio metodo e insegnare eziandjo all'Accademia anche tutte le mie memorie delle mie esperienze e le copiose note. Tanto più che allora avrei anche provveduto alla mia esistenza, dappoichè per legge, colle scoperte ho un diritto alla pensione”.
Pressato dalle insistenze di Pizzi, Angelo Motta qualcosa aveva, in realtà, già rivelato all'amico: “Ma come ridurre a carbonato la carne, volendone pure conservarne l'anatomia, le forme, l'identità, siccome anche gli è riuscito in molti esperimenti? - si chiedeva Pizzi – Coll'isolamento dall'aria. Egli chiude ermeticamente il corpo in un suo apparecchio. Poi vi lavora con gli acidi a carbonarlo, ossia, forse, ridottolo colle temperature ad uno stato momentaneo di pietrificazione, lo circonda cogli acidi, lo isola dall'aria, preparatevi attorno le punte dei conduttori elettrici, poi lo riscalda e da luogo consecutivamente alle due operazioni,carbonare e metallizzare la quale seconda è anche lenta e lunghissima”:
La lettera di Garibaldi a Motta (Archivio di Stato di Cremona)
Con questo sistema, al momento dell'incontro con Pizzi, il 23 agosto 1868, Motta aveva già metallizzato un cranio coi denti e la mascella, la mano di una bambina, “ma – aggiunge Pizzi - temo non la mano reale, sibbene per tipologia”; otto mani umane “ben naturali, vantaggiando sempre nella semplicità e nella precisione”; una testa di uomo “che gli riescì con un difetto nelle orecchie che s'erano molto ristrette, ed un buco li presso per bruciatura d'una corrente elettrica apertasi ivi”, ed una di una ragazzina dodicenne. Ma poi accade un fatto destinato a pesanti conseguenze. “Ei temeva – racconta Pizzi – però che nell'interno i cervelli non fossero ridotti a perfezione e però aperti, avessero a tradire il segreto dei suoi apparecchii”. E' un periodo di grave crisi finanziaria, il creditori bussano alla porta, ed uno di essi, un certo Donati per una cambiale scaduta spedisce nell'appartamento del Motta ammalato due giovinastri, certi Barbarina e Furini, che sequestrano tutto quello che riescono a recuperare. E' in quel momento che Motta, seppur sofferente, temendo che possano scoprire il suo segreto, in piena notte si alza dal letto e scioglie nell'acido tutti gli oggetti metallizzati che in quel momento si trovano nel suo laboratorio.
Qualche anno dopo, nel 1871, Motta si trasferisce a Torino, dove tutti lodano la metallizzazione della mano di Garibaldi, «quella mano che par viva e ognora spirante i fremiti dell’eroe battagliero e i sussulti del vincitore», che però poi risulta finta, un modello ricoperto di rame, come conclude una severa commissione del Ministero della Pubblica Istruzione nel 1880. Motta prima dice alla commissione che è vero, che in realtà non fa altro che rivestire i corpi di metallo, senza metallizzarli completamente, ma subito dopo invia al Ministero una sua piccata e irosa protesta, in cui si rimangia tutto e dice che, se solo avesse voluto, avrebbe potuto metallizzare davvero qualunque cosa. In una relazione consegnata personalmente al re Umberto in un'udienza concessagli al Quirinale il 1 febbraio 1880, Motta insiste: “Io posso affermare che la metallizzazione è completa, ciò che è ben diverso dal galvanismo, il quale si arresta alla superficie dei corpi. La sostanza prima è appieno scomparsa. Coll'uso delle correnti elettriche, dei liquidi e dei solidi da me preparati, coll'uso della pila, coll'apparecchio d'altre forze, messe in relazione con un dato processo, l'oggetto passa da una sostanza all'altra, il corpo da metallizzare è, si può dire, come assorbito da una sostanza metallica, per cui della sostanza primitiva non rimane che la forma, e questa poi nella più perfetta naturale configurazione, meno il peso ed il colore che si può applicare poscia a piacimento. In una parola, rimane tutto l'organismo naturale del corpo, colla perfetta e, direi, matematica conservazione di forme anche microscopiche. E questo è appunto il risultato vagheggiato dai miei desideri ed al quale diressi tutto lo sforzo della mia pochezza”. Motta riesce a convincere il re che gli conferisce la croce di cavaliere dell'Ordine mauriziano, riesce a convincere Paolo Gorini che scrive una sua difesa appassionata, il dottor Gioachino Stampacchia, che pubblica un articolo sulla Gazzetta di Torino del 24 settembre 1877. Comunque passano gli anni, la sua fama cresce, anche se il suo «mirabile trovato» rimane un enigma; Motta sta male, promette di scrivere nel testamento il segreto della sua metallizzazione per la «dilettissima Cremona», ma alla fine, ovviamente, se lo porta nella tomba. Un anno dopo il suo strenuo detrattore, Giuseppe Amadei, scriverà che la sua metallizzazione «non è un fatto di fisica o di chimica, ma un fenomeno psicologico» o un’idea, equiparabile alla ricerca della pietra filosofale degli alchimisti. E Motta è appunto «un alchimista de’ nostri giorni», portatore di un’“idea fissa”, un “delirio di grandezza”, e una “cocciutaggine nevrotica”.



mercoledì 23 maggio 2018

Giovanni Beltrami, l'incisore di Napoleone


Giovanni Beltrami ritratto dal Piccio

“V'ha egli forse mestieri di lodare quando i soli fatti tessono l'encomio il più lusinghiero?”, si chiedeva nel 1839 Antonio Meneghelli, parlando di Giovanni Beltrami “onore del cielo italiano, perchè a niuno secondo fra i glittografi antichi, e forse maggiore di quanti fiorirono ne' tempi a noi più vicini. Sono chiari il Pistrucci e il Berini; questi per molto valore nello scolpire le pietre dure tanto a rilievo, quanto ad incavo; quegli per avere incisa la lira sterlina, guardata qual tipo delle monete coniate per eccellenza. Ma niuno intraprese opere di lunga lena pari a quelle del Beltrami; niuno di accinse a rivaleggiare col pennello e collo scarpello; niuno diede in un topazzo di pochi pollici, od alta pietra di simil tempra, la Cena di Leonardo da Vinci, la Tenda di Dario di Lebrun, Giove coronato dalle Ore dell'Appiani, e Bacco consegnato da Mercurio alla Ninfa dell'antro Niseo, preso da un contorno dell'immortale Canova” (Meneghelli Antonio, Insigne glittografo Giovanni Beltrami, Padova, 1839).
Giovanni Beltrami (1779-1854) nonno del matematico Eugenio, è stato uno dei più grandi incisori di pietre dure italiani, con ogni probabilità il più grande dell'Ottocento. Presso il Museo civico Ala Ponzone si conserva quello che è considerato il suo capolavoro: un cristallo di rocca, ma secondo alcuni si tratta di un topazio bianco del Brasile, con incisa la Tenda di Dario, soggetto tratto da un dipinto del 1661 di Charles Le Brun che si trova a Versailles, realizzato nel 1828 per Bartolomeo Turina e per il fratello Ferdinando. Ma tra i suoi clienti giovanili Beltrami poteva annoverare anche la famiglia Bonaparte; nella raccolta di stampe Bertarelli a Milano è conservata un'incisione all'acquaforte di Felice Zuliani che riproduce due cammei con i ritratti di Napoleone e di sua moglie Giuseppina di Beauharnais, andati in seguito perduti, come purtroppo è accaduto a gran parte della produzione dell'incisore cremonese. Potrebbe essere proprio la signora Bonaparte la figura femminile ritratta nel cammeo, inciso in agata, che l'artista cremonese regge nel ritratto che ne fece Giovanni Carnevali, detto il Piccio, conservato oggi presso la Pinacoteca Ala Ponzone. Il ritratto ha un'impostazione cinquecentesca con l'artista raffigurato di tre quarti a mezzo busto che mostra tra le mani una delle sue creazioni. 
I cammei per la famiglia Bonaparte
I due nel 1838 avevano partecipato insieme all'esposizione di Brera per la quale Beltrami aveva preparato una raffigurazione dell'Olimpo tratta dal quadro di Andrea Appiani, che il settimanale artistico “Il tiberino” di Roma del 21 settembre 1839, così descrive: “Giovanni Beltrami cremonese, il più intraprendente glittografo, ed uno de' pià valenti che si conoscano a' dì nostri. Cominciò sin da fanciullo a trattare gli strumenti prossimi all'arte sua nell'officina del padre, il quale era orefice non vulgare. Cresciuto negli anni, ha poi condotte e i n incavo e a rilievo in pietre dure moltissime opere, buon numero delle quali sono uscite d'Italia e sono salite in molto pregio. La sua opera più celebre per complicazione è la Toma di Dario; la più pregiata dagli intelligenti è il ritratto del Sommariva. Il Beltrami è sorto artista quasi di sé, singolare nell'arte sua, principalmente per sicurezza di mano e acutezza di vista. Ora egli benchè molto innanzi negli anni, compì non ha guari un topazio bianco di Russia, nel quale ha ritratto il quadretto vaghissimo di Andrea Appiani rappresentante Giove incoronato dalle Ore. Bello in codesta piccolissima traduzione è principalmente il torso di Giove. Che se non ogni parte è con perfezione disegnata, forse vorrà darsene colpa alla piccolezza delle dimensioni. E' forse per timore di ciò il valentissimo glittografo romano allievo prediletto di Pichler, il Borini, che vive in Milano da lunghi anni, ama per consueto da lavorare alquanto più in grande; e veramente le sue teste sono bellissime che si indicano a' dì nostri. Il Beltrami sotto questa copia della lunetta d'Appiani ha scolpito il ritratto di quel pittore, e gli è riuscito bello e somigliantissimo”.
Beltrami e il Piccio si conoscevano probabilmente già da qualche anno attraverso la comune frequentazione di artisti come Giuseppe Diotti e Pietro Ronzoni. I Beltrami, d'altronde, erano una famiglia di artisti: Giuseppe, fratello di Giovanni, era mercante ed antiquario che il Piccio frequentava assiduamente per conoscere e studiare le opere antiche che transitavano nella sua bottega. Il figlio Eugenio era pittore e miniatore ed aveva sposato la cantante veneziana Elisa Barozzi, che il Piccio ritrasse in un bellissimo disegno conservato sempre al museo civico Ala Ponzone. Dal matrimonio tra i due sarebbe nato il matematico Eugenio. Un altro figlio di Giovanni, Luigi, aveva sposato una pittrice padovana, Elisa Benato a cui lo stesso Piccio aveva donato una piccola tela rappresentante “La danza delle stagioni”.
La tenda di Dario (Museo Civico Ala Ponzone, Cremona)
Eppure Giovanni aveva imparato l'intaglio delle pietre dure e preziose da autodidatta. Lui, nato nel 1779, figlio di un gioielliere, Giuseppe e di Teresa Cipelli e nipote del pittore Andrea Beltrami, “Giovanni - scrive Meneghelli – sin dall'infanzia guardava con occhio di meraviglia le pietre lavorate, e una bella testa era per lui una vera delizia. Più grandicello osò porsi all'opra; e come ignorava del tutto gli strumenti usati per quella maniera di reazioni, si lusingò che, giovandosi delle punte di diamante legate in ferro, avrebbe ottenuto in qualche guisa l'intento. Era questo il metodo dei primi incisori, ma no 'l sapeva il Beltrami; come, posta mano al lavoro, conobbe che quel meccanismo era difficile e di non felici risultamenti. Amore e Dafne in un diaspro rosso, un ritratto in corniola del conte Algarotti, una Baccante, un Giulio Papirio colla madre s'ebbero i primi tributi; però non se ne stette contento. Sentì che poteva fare molto di più; ma sentì che non avrebbe aggiunta la meta desiderata, se non gli venisse di giovarsi del metodo seguito dagli altri glittografi. Chiese al genitore di andare a Milano, di accostarsi a qualche incisore di pietre dure per apparare gli opportuni artifizii, divisando nel tempo stesso di frequentare l'Accademia di belle arti per consacrarsi a tutt'uomo al disegno, a prestar forme alla creta”. Dopo un apprendistato insoddisfacente presso il glittografo milanese Giuseppe Grassi, il giovane Beltrami se ne torna a Cremona dove nella bottega del padre inizia a fabbricarsi gli attrezzi che aveva visto, ma non aveva potuto sperimentare. Inizia col realizzare un cammeo con Eraclito e Democrito inciso su topazio orientale, Giove e Venere in agata blu e poco più tardi in topazio bianco una scena con Amore Psiche. La prima commissione importante arriva con il vicerè Eugenio de Beauharnais, figlio di Giuseppina moglie di Napoleone, che “avea veduto con occhio di compiacenza qualche saggio del nostro artista. No andò guari che gli allogò una collana di sedici camei, il cui tema esser dovea la storia di Psiche. E perchè sapeva che alla più squisita perizia glittografica accoppiava molto valore nel disegnare, e molta fecondità nella invenzione, così volle che tutto uscisse dalla sua mano, e suoi fossero i pensieri, i disegni”. Beltrami sottopone il soggetto all'artista di corte Andrea Appiani e, avutane l'approvazione, esegue il lavoro. Ma “e già l'opera viaggiava per la contemplata destinazione; ma il corriere venne aggredito, e la collana pure fu preda di quelle mani rapaci che tutto aveano involato. Increbbe al Principe Eugenio il sinistro; ma nobile retribuì a larga mano il Beltrami, come se avesse ricevuto i camei, e ordinò che un'altra collana dell'intutto eguale occupasse l'ingegno dell'abile artista”. La collana era un dono del vicerè alla sua sposa, la principessa Augusta di Baviera, sposata nel 1806. Agli stessi data il ritratto su cammeo dell'imperatrice Giuseppina: “L'area dell'agata zaffirina. Sopra cui venne eseguito, era allo incirca di un pollice e mezzo; eppure ne uscì un vero prodigio dell'arte. Nè va di che stupire: quanto più piccolo era il diametro, tanto più felici vedeane i risultati”. Nel 1815, Beltrami si trova presso la corte bavarese di Massimiliano I per cui realizza diversi lavori, tra i quali un intaglio con il ritratto del sovrano, attualmente a Vienna presso il museo del tesoro imperiale (Schatzkammer) nel palazzo di Hofburg.
Circa dieci anni più tardi, Carolina Augusta di Baviera, figlia di Massimiliano e divenuta imperatrice d'Austria, gli commissiona un ritratto in onice dell'imperatore Francesco I simile a quello già eseguito per il padre. Tra i clienti privati figura Bartolomeo Turina di Cremona che gli commissiona diversi lavori:
Angelica e Medoro, la Ricchezza conquistata da Cupido, la Testa di Niobe e Rinaldo e Armida. Sempre per Bartolomeo Turina e per il fratello Ferdinando esegue un Bacco fanciullo, un Amore e Psiche (ante 1834), una corniola color acqua marina di sua invenzione e la Tenda di Dario (1828) oggi al museo civico Ala Ponzone. “Di questa Tenda – osserva il Meneghelli – si è fatto un gran cenno sin dalle prime; ma non si è detto che l'argomento è preso da un ampio dipinto; non si è detto che venne fedelmente tradotto in un topazzo di soli cinque pollici e mezzo. Tre anni interi d'incessante preoccupazione ci mostrano la lunghezza e la difficoltà dell'imprendimento, cone gli amplissimi elogi che ne fecero attestano la felicità con cui liberò la sua fede. Non v'ebbe Giornale che non magnificasse il Beltrami; e più dei Giornali va posta a calcolo la lettera tutta lodi, tutta congratulazioni, che s'ebbe dal Cicognara, giudice di molto autorevole nella provincia delle arti belle...Da oltre venti sono le figure della scena rappresentante una specie di accampamento, cui fan corona parecchi alberi indigeni: sta nel mezzo la tenda, dove il figlio di Filippo, al cui fianco vedi il fedele Efestione, accoglie le desolatissime donne di Dario. Quante volte m'ebbi sotto gli occhi l'impronto di quella incisione, tante ammirai l'ingenuo straordinario del nostro artista, che tutto tradusse, tutto espresse da vero maestro. Il volto delle supplichevoli parla il più eloquente linguaggio di un dolore giunto agli estremi; Alessandro ed Efestione nella stessa loro alterezza ti si mostrano alquanto commossi: eppure sono faccie di poche linee. Felice nel colpire gli affetti, no 'l fu meno nel presentare gli atteggiamenti svariati dei tanti che ritti o genuflessi stansi intorno al Macedone. Se mire all'armonia delle membra, non puoi desiderarla maggiore; se volgi lo sguardo ai contorni, non sapresti immaginarli più dolci; se ti arresti al piegare dei panni, lo scorgi vero e spontaneo. E' questo un vero portento dell'arte”.
Il bacio al MOMA (New York)
Nel 1834 risulta ultimata, per il conte Sola di Milano, una corniola bianca con il ritratto di Raffaello, mentre, in quello stesso anno, Beltrami è impegnato nella lavorazione dell'Olimpo di Appiani per essere presentato all'esposizione di Brera.
Altri committenti privati sono
Bartolomeo Soresina Vidoni e Giovanni Battista Sommariva. Nei primi anni Venti dell'Ottocento, il conte Giovan Battista Sommariva è impegnato in un progetto ambiziosissimo: la decorazione del salone della sua villa di Tremezzo sul lago di Como.
Per questo aveva ordinato al noto scultore danese
Bertel Thorvaldsen una serie di bassorilievi in marmo raffiguranti l'ingresso trionfale di Alessandro a Babilonia. I bassorilievi giungono da Roma tra il 1818 e il 1826, anno della morte del Sommariva che non può così vedere compiuta l'opera.
Negli stessi anni, il Sommariva decide di far incidere i soggetti dei bassorilievi su pietre preziose a affida l'incarico a
Giovanni Beltrami. Conosciamo uno di questi lavori, un topazio di Siberia datato 1825, con incisa la scena di Due palafrenieri che trattengono Bucefalo, il cavallo di Alessandro il Macedone, attraverso un disegno di Paolo Vimercati Sozzi, attualmente presso il museo Poldi Pezzoli di Milano. Dell'intaglio originale di Beltrami si sono perse le tracce, non risultando nemmeno inserito nel catalogo che accompagna la dispersione della collezione Sommariva avvenuta a Parigi nel 1839.
Sempre per Sommariva Beltrami produce numerose gemme intagliate tratte da alcuni dei dipinti della sua collezione. Di queste esiste un'agata con la
Comunione di Atala (ora in collezione privata), tratta da un dipinto di Anne-Louis Girodet che si trova a Parigi al museo del Louvre, un cristallo di rocca con Il Bacio dal dipinto di Francesco Hayez oggi al Metropolitan di New York (quello di Tremezzo realizzato nel 1823 per Sommariva, non quello più celebre di Brera che è del 1859) e un intaglio raffigurante Curzio, che si trova a Londra al British Museum. Del 1827 è un altro lavoro che desta la meraviglia dei contemporanei: un topazio del Brasile con incisa L'Ultima cena di Leonardo da Vinci “lungo qualche linea meno di un pollice”. Racconta Meghenelli che “tanto malagevole era l'assunto, ch'egli stesso in sulle prime si accusava di troppo ardimento. Fece cuore; ma osservò il più scrupoloso silenzio, onde, se per isventura la mano fosse venuta meno all'impresa vagheggiata, niuno il sapesse, e niuno quindi l'accagionasse di pretensione smodata. L'opera riuscì per eccellenza, e l'autore di mostrò maggiore di se stesso. La vide il principe Giovanni di Soresina Vidoni, la volle a tutto costo per sé, e se ne andò a Roma con quel tesoretto. Quanti lo videro, tanti l'ammirarono, tanti furon di lodi larghissimi, e ragguardevole Porporato fece le più calde istanze perchè gli fosse ceduto, offrendo il prezzo di mille scudi; al che quel Principe acconsentire non seppe, com'era a vedersi”.