lunedì 17 giugno 2019

L'affare dei raggi X

Una radiografia nel 1910
Cremona vanta un primato, forse poco conosciuto, ma di fondamentale importanza nella ricerca scientifica e nella diagnostica: quello di essere stata una delle prime città italiane, seconda in Lombardia dopo Milano e Pavia, e ben prima di Brescia e Parma, a dotarsi di un'attrezzatura radiologica all'avanguardia. E' infatti il 1908 quando l'ospedale Ugolani Dati realizza un laboratorio Röntgenterapico per scopi diagnostici e terapeutici, affidandone la cura al primario chirurgo Tommaso Busachi. Pochi anni prima, l'8 novembre 1895, il fisico tedesco Wilhelm Conrad Röntgen nel corso di esperienze con tubi a raggi catodici, aveva scoperto che dall'anodo di questi tubi venivano emesse radiazioni, di natura misteriosa, capaci di impressionare le lastre fotografiche, che per questo motivo aveva chiamato raggi X. Aveva poi approfondito lo studio delle proprietà dei raggi, dimostrando che essi non vengono deviati da campi elettrici e magnetici, che sono capaci di ionizzare i gas e di suscitare la fluorescenza di particolari sostanze e che sono dotati di un elevato potere penetrante. Ma quel che più aveva colpito, sin dall'inizio, nella scoperta di Röntgen, che nel 1901 gli era valsa il premio Nobel per la fisica, era la possibilità di ottenere per mezzo dei raggi X, in virtù del loro diverso assorbimento da parte dei tessuti organici, "fotografie" per trasparenza dell'interno del corpo umano, aprendo alla medicina orizzonti del tutto nuovi.
Ovviamente la tecnologia dei materiali utilizzati non consentiva un utilizzo capillare della nuova metodologia medica e diagnostica, per cui i cosiddetti laboratori elettrologistici roentgenologi si diffusero molto lentamente e quasi sempre a seguito di iniziative private. Vi erano difficoltà obiettive: la mancanza di una rete pubblica di distribuzione della corrente elettrica, macchine ancora primitive, lastre costituite da sali d'argento allo stato colloidale, tubi radianti ricavati in grandi ampolle di vetri, con tempi di esposizione che, per una radiografia approssimativa di parti anatomiche di spessore modesto, richiedevano decine di minuti.
Effettuazione di una radiografia nel 1918
Eppure Cremona aveva intuito immediatamente le grandi potenzialità della nuova tecnica medica e diagnostica, tant'è che l'anno prima proprio un giovane cremonese, Massimiliano Fiorini, si era laureato in medicina all'università di Bologna ed aveva aperto un gabinetto roentgenologico privato in via Robolotti. Proprio il giovane Fiorini, che poi nel 1924 sarebbe diventato il primario di radiologia dell'ospedale maggiore e della casa di cura San Camillo, fondata nel 1904, è all'origine di un'aspra polemica scoppiata nell'autunno del 1909 che costituisce forse il primo esempio del conflitto tra assistenza pubblica e laboratori privati. Tutto nasce da un articolo pubblicato sul giornale “La Democrazia” in cui un certo “Già”, sigla dietro cui si nasconde Giovanni Arrivabene, aveva criticato aspramente il direttore del gabinetto röntgenologico dell'Ospedale Ugolani Dati. La paternità dell'articolo fu però attribuita al dottor Fiorini, titolare, appunto, dell'unico laboratorio privato. L'unico torto che aveva avuto il professor Busachi era quello di essersi rifiutato di utilizzare il laboratorio dell'Ugolani Dati per curare Arrivabene il quale, consigliato dall'Università di Bologna, si era rivolto alle cure del dottor Fiorini e, solo in un secondo tempo, in seguito alla chiusura dell'ambulatorio di quest'ultimo, all'ospedale. Ma, al di là del fatto personale, la polemica offre un interessante spaccato di quale sviluppo avesse avuto la nuova tecnica diagnostica e terapica a pochissimi anni dalla sua scoperta. Fiorini che entrò nel dibattito a piè pari, denunciò il fatto che all'Ugolani Dati non vi fosse personale specializzato che facesse funzionare la nuova attrezzatura, destinata a rimanere ferma o sottoutilizzata, per le terapie. “Così, senza scendere a troppi particolari - scrive Fiorini un articolo del 17 novembre 1909 – io ho sempre sostenuto che un Gabinetto Röntgenologico non può reggersi senza la direzione di una persona profondamente cognita della specialità che si occupi «esclusivamente» di questa branca della fisica medica. Di questo mio stesso parere io reputo, senza tema di smentita, tutti i medici cremonesi e gli eminenti professionisti di Bologna, Brescia, Lucca, Torino che Ella cita, i quali tutti avranno potuto con molta ragione approvare «soltanto» ed elogiare il magnifico, sontuoso impianto del Gabinetto ch'Ella ha la fortuna di dirigere, ma non il suo funzionamento. Di fatto, in tutte le città ch'ella s'è limitato di enumerare, esistono uno o più «specialisti» della materia, che esclusivamente si curano di radiologia. Anche qui Cremona del resto il bisogno di uno specialista era risentito, giacchè sta di fatto che io venni ripetutamente incaricato, ad es. dagli egregi primari Dalla Rosa e Conti, di interpretare le negative che Lei fornisce all'Ospedale Maggiore. Questo sta a provare che gli esimii colleghi trovano necessario che l'interpretazione delle negative venga data da un cultore della materia, perchè sono consci «della grave responsabilità» che un röntgenologo assume allora che ha da leggere una negativa.
Laboratorio radiologico del 1918
Nello stesso articolo Fiorini sottolineava che l'attrezzatura radiologica dell'Ugolani Dati era perfetta, ma non era mai entrata in funzione, “e ciò è dovuto al fatto che ben difficilmente un professionista può moltiplicare tanto la propria operosità da poter esercitare contemporaneamente le funzioni di primario di chirurgia, direttore di un ospedale ed annesso ambulatorio, nonché esercitare un Gabinetto Röntgenologico, che deve servire a due ospedali, che complessivamente sommano la bellezza di circa 900 letti”. La risposta risentita di Busachi non si fece attendere: nella replica spiegò che proprio al Gabinetto dell'Ugolani Dati era stata inviata da eminenti specialisti una paziente per effettuare una diagnosi con la nuova apparecchiatura, che il successivo intervento operatorio aveva confermato nella sua esattezza. Nella polemica si inserisce anche un altro misterioso dottor “Alfa” che, tra il serio ed il faceto, delinea in modo efficace quale fosse la situazione determinata in città dalla nuova tecnica diagnostica: “In questo momento – scrive su “Interessi cremonesi” del 6 dicembre 1909 - ballano la furlana i raggi röntgen, tanto sui giornali come nelle lezioni di cultura popolare, e Cremona va riempiendosi si radiografie, radioscopie, radioterapie e via discorrendo. Tutta una baraonda röntgenologica che fa raddrizzare i capelli, per permettere poi più facilmente possa compiersi una completa e fulminea depilazione elettrica eliminatrice di abbondanti degenze nei comparti dell'Ospedale maggiore”. Sì, perchè nel fervore generale verso la nuova tecnologia si era inserito anche l'Ospedale maggiore, che avrebbe voluto un'attrezzatura analoga a quella dell'Ugolani Dati, economicamente insostenibile e del tutto superflua: “Ce n'è d'avanzo dei gabinetti già esistenti – insiste il dottor “Alfa” - uno in ambiente spedaliero e l'altro impiantato da un privato professionista. Necessità per un nuovo impianto, non esistono affatto: a meno che possano ritenersi necessità i bisticci pettegoli che da un po' di tempo si accumulano intorno a questo nuovo servizio”. Le difficoltà tecniche nell'ottenere buone radiografie ed i costi spropositati rispetto ai risultati sconsigliano la moltiplicazione dei nuovi apparecchi: “Il consumo enorme delle lastre, i tubi che si rovinano, il personale che occorre, di fronte al limitato richiamo d'infelici al gabinetto ed ai guasti frequenti, la conseguente favorita chiusura del laboratorio per mesi e mesi, importano sacrifici enormi che il bilancio dell'Ugolani Dati non può in via assoluta sopportare ulteriormente”. In realtà la disputa non è solo su una questione di sostenibilità economica, ma su un diritto di primogenitura. Il dottor Massimiliano Fiorini, il primo medico ad essersi interessato alla nuova tecnologia diagnostica e terapeutica con i raggi X, avrebbe legittimamente desiderato assumere la direzione del laboratorio dell'Ugolani Dati, mentre l'Ospedale maggiore, privo di una attrezzatura, avrebbe voluto possederne per far concorrenza all'altro nosocomio. Il “dottor Alfa” mostra di conoscere molto bene queste dinamiche e spiega: “Se si fossero appagati i desideri del dottor Fiorini, non si avrebbe in città un doppio gabinetto Röntgen: e all'ospedale maggiore, pensionata la causale, reclamante per semplice supremazia, che parallelamente all'impianto dell'Ugolani Dati si procedesse almeno a consimile impianto nello Spedale Maggiore nessuno avrebbe più pensato a dispendiosi impianti per produrre bene o male dei raggi x o y”. Per cui “potrebbe essere fatta benissimo una fraterna – non cainesca – combinazione che permettesse allo Spedale Maggiore di avere co una spesa insignificante il gabinetto tanto utile pei tignosi, che non possono sopportare lunghi viaggi dal loro comparto nello Spedale Civico, la gabinetto dell'Ugolani”. Il laboratorio del dottor Fiorini non sarebbe costato più di otto mila lire, quindi “non potendosi concludere l'accordo tra i due Spedali cittadini, si avrebbe terreno libero e quindi nessun intralcio per concretare, col dottor Fiorini la cessione del suo gabinetto allo Spedale maggiore per detto prezzo”.
Una radioscopia nel 1918
Ma, aldilà delle valutazione economiche, il “dottor Alfa”, ci offre con una certa irriverente vis comica, che di lì a qualche giorno provocherà la risentita replica del dottor Fiorini, convinto assertore della validità diagnostica e terapeutica del laboratorio röntgenologico, quale fosse il contesto, fatto di grandi attese e ingenue speranze, in cui la polemica sui raggi X si inserisse: “Come al gabinetto Röntgen dell'Ugolani Dati non si è mai fatta o si è fatta male la radioterapia, perchè vi manca la persona che ne abbia la capacità, la quale si riscontra soltanto in chi abbia fatto tutti gli studi necessari ed abbia compiuti non brevi corsi pratici indispensabili; in una parola, in chi siasi specializzato nella materia; così anche nel ramo delle amministrazioni provinciali, aventi soprattutto l'incarico di curare bene la viabilità, occorrerebbero degli specializzati nelle costruzioni stradali. Questi specialisti, sarebbero capaci, scommetto, di applicare i raggi X – oggi che si producono in gabinetti economici – anche alla buona conservazione delle massicciate stradali. Come si spazzolano e si sottopongono a delicati e speciali massaggi i tessuti, le arterie, molte superfici del nostro corpo e si arriva perfino alla depilazione, senza bisogno del barbaro strappamento con pinze, possono così spazzolarsi elettricamente e sottoporsi a massaggi utili le superfici delle strade provinciali e ottenere la loro rasura da tutte le erbe tignose che le infestano nonché la perfetta loro uniformità di piano, con vera compiacenza di coloro che, dovendo percorrerle in vetture, da un po' d'anni, vanno soggetti a disturbi intestinali per gli sballottamenti che offrono. I pesanti compressori che si muovono con tanta difficoltà sulle nostre strade e, si capisce, costano troppo, potrebbero benissimo essere più utilmente sostituiti da opportuni ed economici gabinetti di...radiostradalogia, capaci di rimediare ai danni che le...diminuite carreggiature, per la aumentata diffusione dei trasporti per vie ferrate, producono alle più importanti arterie stradali. Siamo in materia anche qui di arterie ed il massaggio elettrico fatto d aspecialisti può essere indicatissimo, almeno ciò indicava un abitante della luna al dottor Alfa”.
Ma Fiorini non si lascia per nulla impressionale e, forte delle sue convinzioni, ribatte che nel 1908 all'Ospedale maggiore erano stati inviati in cura 26 tignosi, che avevano comportato 1989 giorni di degenza con una spesa, calcolata in media 1,50 lire al giorno, di ben 2983,50 lire quando, con una radiologica, si sarebbero spese soltanto 600 lire. “Allorchè un giorno gli amministratori dell'Ospedale Maggiore saranno convinti della necessità di esaudire un giusto desiderio di tutti i sigg. Primari dell'Ospedale, si vedrà allora, dopo qualche tempo di esercizio, che quanto ho più sopra esposto risponde alla più assoluta verità. Ed io mi auguro per il ben di molti ammalati che un tal giorno non sia troppo lontano”.

Quel giorno sarebbe arrivato qualche anno più tardi quando, nel 1916, all'Ospedale Maggiore sarebbe stato aggregato l'Ospedale Ugolani Dati dopo oltre tre secoli di autonomia e nel 1924 il Dottor Fiorini sarebbe diventato primario di radiologia.

venerdì 31 maggio 2019

Quando Cremona respinse Ugo Tognazzi

Tra i film che avrebbero dovuto girarsi a Cremona e che finirono invece altrove vi è il primo che il protagonista, Ugo Tognazzi, avrebbe voluto ambientare interamente nella sua città. A lungo l'attore cremonese cullò questo sogno, ma dovette rinunciarvi proprio a causa dei suoi concittadini, che temettero di essere additati al pubblico ludibrio. Ed è il film in cui Tognazzi, in vero stato di grazia, fornisce una delle prove più alte del suo indiscutibile talento comico, unito ad una rara capacità di introspezione psicologica del personaggio che interpreta, l'industriale bresciano del cappello Andrea Artusi, affiancato da una splendida Claudia Cardinale. Il film, diretto da Antonio Pientrangeli è “Il magnifico cornuto” e il solo titolo spinse l'ipocrita Cremona degli anni Sessanta a rifiutarlo, dirottandolo, con grande dispiacere di Tognazzi, su Brescia. Tuttavia, prendendo tutti in contropiede, il grande Ugo, con uno sberleffo degno dei suoi, riuscì ugualmente a dar prova del suo amore per la città che lo aveva respinto, in una scena in cui arriva al cantiere della nuova villa con una spider targata Cremona e qualche minuto dopo se ne va con la moglie sulla stessa spider targata Brescia. Eppure fino a quando il titolo, derivato dalla commedia "Le Cocu Magnifique" di Fernand Crommelynck, si mantenne nel vago, sul tipo di “Il matrimonio moderno”, tutto filò liscio. Evidentemente qualcuno non aveva capito.
L'annuncio lo aveva dato qualche mese prima lo stesso Ugo, e sabato 24 aprile 1964 arriva la conferma ufficiale: il film, diretto da Antonio Pietrangeli, si girerà interamente a Cremona tra giugno e luglio. A confermare la notizia è lo stesso organizzatore della casa produttrice Sancro Film, Colonna, che prende alloggio all'hotel Continental, giunto appositamente da Roma per individuare gli ambienti adatti alla vicenda raccontata dal film. Da qualche giorno Tognazzi ha ricevuto “Il Nastro d'argento” della critica come migliore attore protagonista ne “L'ape regina”, prima opera italiana di Marco Ferreri. E' in un momento particolarmente felice della sua carriera e proprio nella cerimonia di consegna del “Nastro” all'Eurocine non ha mancato di ricordare la sua città, facendo addirittura pronunciare alcune frasi in dialetto al suo personaggio, così come fanno gli attori romani o napoletani. Sembra sia stato proprio lui ad imporre alla produzione e al regista la scelta di Cremona come sfondo a “Matrimonio moderno”, un film che dovrebbe trarre proprio dall'ambiente circostante un suo carattere fortemente “padano”. Tuttavia si è consapevoli delle difficoltà che la produzione comporta in una città dove sono già falliti vari tentativi al riguardo, si conta ora sulla celebrità conseguita dal protagonista, sulla bellezza di Claudia Cardinale, sullo spessore di Salvo Randone e Gabriele Ferzetti, sulla disponibilità dei cremonesi a soddisfare le esigenze della troupe quando si presenteranno. D'altronde è la prima volta che la città viene presa in seria considerazione da un regista di fama, che ha affidato a Diego Fabbri la stesura di tutti i dialoghi della pellicola. Gli organizzatori iniziano a battere la città per reperire gli esterni e, soprattutto, alcuni interni, come ville, appartamenti o ritrovi pubblici. Poi passeranno al setaccio anche la provincia, assecondando le richieste di Tognazzi che si è impegnato personalmente nell'impresa.
Il regista Pietrangeli cerca a Cremona l'ambiente tipico di una città lombarda perchè la vicenda dell'umile cappellaio che diventa un magnate dell'industria acquisterebbe maggiore significato se ambientata proprio in una città di provincia come questa. E' attesa anche la visita di Ugo Tognazzi, prima della partenza per Cannes dove dovrà presenziare proprio alla proiezione de “L'ape regina”. “Cremona vivrà, così, la sua prima avventura cinematografica – scrive il giornale “La Provincia” dimenticando la precedente esperienza di “Redenzione” solo poco più di vent'anni prima – Sarà un'esperienza interessante per tutti. Cineasti ed attori passeggeranno per le nostre strade, riflettori e macchine da presa si installeranno in piazza del Duomo, sul Po, nella zona industriale; ovunque saranno scelti i luoghi adatti per inserirvi una vicenda divertente con l'interpretazione del nostro concittadino Ugo Tognazzi. Un avvenimento che registriamo con il più vivo interesse e con il massimo compiacimento perchè servirà anche attraverso il cinema a togliere Cremona dal tanto deplorato isolamento”. Parole fatali.
Domenica 3 maggio il regista si presenta in città accompagnato dall'architetto Chiari ed insieme percorrono a piedi in lungo e in largo la città, visitando i i luoghi più caratteristici, bussando alle porte di case private, incontrando il sindaco Vincenzo Vernaschi che offre alla troupe la massima disponibilità nell'affrontare tutte le difficoltà che dovessero presentarsi alla produzione, compresa la possibilità di bloccare il traffico qualora fosse necessario. Tuttavia Pietrangeli non nasconde che si dovrebbero affrontare e superare grosse difficoltà per dare al film quel carattere squisitamente lombardo che si vorrebbe.
Pietrangeli spiega che la vicenda ruota tutta intorno alla figura di un modesto cappellaio, interpretato da Ugo Tognazzi, che eredita dal padre una fabbrichetta con la relativa abitazione, ma ben presto il piccolo artigiano si ingrandisce e la piccola bottega paterna si trasforma in una vera e propria industria. Intorno a questa ossatura fioriscono altre situazione divertenti e drammatiche che sarà la vis comica di Tognazzi a colorare con la dovuta maestria a cui ormai l'attore cremonese ha abituato il pubblico. Sono due le principali difficoltà che gli organizzatori devono affrontare e per le quali chiedono suggerimenti alla città per trovare la soluzione. Perchè il film possa essere girato a Cremona occorre la disponibilità di almeno due ambientazioni interne: la vecchia casa in cui vive e lavora l'artigiano, e la nuova abitazione dell'industriale.
Per quanti palazzi abbia visitato il regista in questi giorni non ha ancora trovato la location ideale. La nuova casa dell'industriale Tognazzi dovrebbe essere di recente costruzione, ma arredata con mobili antichi ed un certo gusto, in quanto in questa ambientazione dovrebbero girarsi le scene più importanti del film recitate da Ugo con Claudia Cardinale. Per il resto Pietrangeli è entusiasta della città che conserva ancora, come non manca di osservare, “una sua pacata e sobria caratteristica, e Cremona potrebbe costituire, sia come atmosfera che ambientazione architettonica, la soluzione ideale, ma i due interni che si stanno affannosamente cercando ovunque, sono troppo importanti ed irrinunciabili.
La lavorazione del film che inizialmente era stata prevista per gli inizi di giugno viene forzatamente anticipata al 25 maggio, per gli impegni assunti in America della Cardinale e per gli altri dello stesso Tognazzi, per cui è urgente trovare una soluzione nel più breve tempo possibile perchè, se dovessero permanere queste difficoltà, la produzione sarebbe costretta a cambiare città od orientarsi verso altre soluzioni. Per cui Pietrangeli lancia un appello ai cittadini perchè lo aiutino nella ricerca, “e noi rendendoci interpreti delle sue difficoltà - aggiunge il giornale “La Provincia” - preghiamo i cremonesi a suggerire delle idee o a segnalare delle abitazioni che rispondano ai requisiti richiesti”:
Nel generale entusiasmo che coinvolge la città il pasticcere Vittorio Ganda lancia per primo l'idea di aggiungere una quarta T alle classiche tre già esistenti, in onore del grande Ugo: “Io proporrei di aggiungere un quarto «T» - scrive il 7 maggio 1964 – ai tre già esistenti (i famosi simboli, in chiave faceta, di Cremona) per rendere un doveroso omaggio a un attore tutto nostro che, oltre ad esser il miglior comico attuale, si è sempre dimostrato orgoglioso di dichiararsi cremonese. Come artigiano del dolce, ogni qualvolta nella mia pasticceria mi vengono richieste le specialità di Cremona non manco mai di far notare che adesso esse sono quattro: turoon, turass, te set en bel curiuus, Tugnass”:
Il 29 maggio il primo colpo di ciak viene dato a Grottaferrata per girare le più importanti scene d'interni, la troupe poi, secondo il programma, dovrebbe spostarsi a Cremona dopo due settimane di lavorazione, per la ripresa degli esterni e di alcuni interni già scelti da Pietrangeli nelle settimane precedenti, dal momento che sono rimasti insoluti alcuni dei problemi che si erano già affacciati in precedenza. Si decide, pertanto, che a Cremona saranno girate sono le scene esterne. Viene anche definito il cast: oltre alla Cardinale, che nel frattempo è a Parigi per scegliere gli abiti che indosserà, nel film figureranno Bernard Blier, Paul Guers, Michele Girardon e Philippe Nicaud. Il 15 luglio Tognazzi, intervistato a margine della consegna delle annuali “Anfore d'oro” a Chianciano Terme, conferma l'impegno a Cremona, dove la troupe, terminate le riprese in interni, girerà tutti gli esterni: vi è un ritardo di una decina di giorni sulla tabella di marcia, ma in ogni caso il ciak cremonese sarà il 20 luglio. Claudia Cardinale, che negli stessi giorni è impegnata nel festival cinematografico di Karlovy Vary in Cecoslovacchia, raggiungerà direttamente il resto della troupe sotto il Torrazzo, dove, si dice, girerà “molte scene”.
Ma trascorrono i giorni e non succede niente, fino a quando, martedì 28 luglio arriva la doccia fredda: si viene a sapere che dalla domenica precedente la troupe ha preso sede a Brescia per girare gli esterni sul viale Oberdan e davanti al Broletto e non come era stato detto da qualcuno, solo per gli sfondi montani. Da delusione è cocente e palpabile. Non ci si aspettava da Ugo Tognazzi un “tradimento” del genere. Cosa non ha funzionato? Forse la spiegazione è nella frase un po' sibillina, dell'articolo che, su “La Provincia” del 28 luglio1964, annuncia il forfait di Pietrangeli, dove si lascia intuire l'esistenza di una polemica sotto traccia che deve aver accompagnato il film fin dall'inizio, quando il testo francese del “Cocu Magnifique” era stato un po' sbrigativamente ed ingenuamente tradotto ed interpretato come un innocuo “Matrimonio moderno”. “Vennero scelte piazze, palazzi, strade – ricorda il giornale – Tutto sembrava avviato nel migliore dei modi. I tre partirono per Roma e da allora si fece un lungo silenzio. Le voci di agenzie davano per certo che gli esterni del film si sarebbero effettuati a Parma (che Pietrangeli aveva visitato lasciando Cremona) ma la stessa produzione smentiva con l'invio ai giornali di fotografie della Cardinale che si era recata a Parigi per la scelta del guardaroba che avrebbe indossato «per un film i cui esterni dovevano essere girati a Cremona fin dal 10 luglio». La produzione, invece, si era trasferita a Grottaferrata per gli interni soggiornandovi dieci giorni in più del previsto”.
Il resto lo sappiamo, ma è quella frase, buttata lì, che lascia perplessi: “Antonio Pietrangeli da molto tempo ha preso d'occhio l'ambiente provinciale (vedi tra gli ultimi film «La visita» e «La parmigiana»ı) e, secondo lui, anche «Le cocu», opportunamente adattato e ammodernato, si inseriva in questo suo problema di costume, senza pretese di fare la critica all'ambiente nel quale il racconto si innestava”.

Ed invece è stato proprio questo soggetto a convincere la sonnacchiosa Cremona che forse era meglio lasciar perdere ed attribuire ad altri questo racconto dell'infedeltà di provincia. Un racconto dove Andrea Artusi, constatata la facilità con la quale una moglie può tradire il marito, comincia ad essere assillato dal dubbio che anche Maria Grazia, la sua bella e giovane moglie, possa essergli infedele. Il dubbio si tramuta ben presto in una vera e propria ossessione che lo spinge a comportarsi in modo tanto assurdo nei confronti di Maria Grazia (in realtà fedelissima) da costringerla a rivelargli il nome di un presunto amante. Andrea, al colmo del suo furore, si precipita alla ricerca dell'adultero e rimane ferito in un incidente d'auto. Ricondotto a casa, Andrea ha superato la sua ossessione ed è ormai convinto della fedeltà di Maria Grazia. Ma proprio allora la moglie comincia a tradirlo, intrecciando una relazione con il medico accorso al capezzale del ferito...

sabato 16 marzo 2019

Giuseppe Guarneri del Gesù, il film mancato

Un sogno a lungo accarezzato che fu sul punto di realizzarsi nella primavera del 1951: un grande film su Giuseppe Guarneri del Gesù con i migliori attori della stagione neorealista italiana. Poi, non sappiamo esattamente per quale motivo, non se ne fece nulla. Era il terzo tentativo nel giro di tre lustri di dedicare un lungometraggio ai maestri della liuteria cremonese, che si sarebbe però concretizzato solo molti anni dopo nel 1988 con lo Stradivari di Giacomo Battiato, interpretato da Anthony Quinn, e, nel 1998, con “Il violino rosso” di Francois Girard. Nel 1936, in previsione delle celebrazioni del bicentenario stradivariano che si sarebbero tenute l'anno successivo, il comitato che si era appositamente costituito, tra le altre iniziative, aveva proposto anche l'idea di realizzare un film su Antonio Stradivari, che si sarebbe dovuto girare interamente tra le vie di Cremona. La proposta era stata fatta propria anche dall'Ente provinciale del Turismo, appena costituito sotto la presidenza di Tullo Bellomi. Se ne discusse nell'ultima seduta di quell'anno, ma poi non se ne fece nulla. L'idea, tuttavia, non era per nulla originale. I cremonesi erano stati bruciati sul tempo dai tedeschi che, il 25 agosto 1935, avevano distribuito nelle sale cinematografiche “Stradivari” il primo film dedicato al grande liutaio, affidato al regista Géza von Bolvàry, con un cast che annoverava i migliori attori del momento. Una produzione franco-tedesca realizzata con grande dispendio di mezzi, cui era seguita in ottobre, la versione francese intitolata “Stradivarius”. Un vero film, di oltre un'ora e mezza, con protagonista Stradivari ed i suoi violini, con una trama che, per alcuni versi, anticipava i contenuti del celebre “Violino rosso”, girato effettivamente nelle strade e nelle piazze di Cremona poco più di sessant'anni dopo.
Paola Gagnatelli negli anni '50
Quando dunque quella sera del 31 marzo 1951 Enzo Borromeo si presentò nel piccolo teatro del Gruppo Artistico Leonardo allestito nel palazzo dell'arte per assistere a due rappresentazioni de “L'uomo dal fiore in bocca” diretto da Adriano Vercelli, tutti lo notarono. Il regista era giunto espressamente da Roma accompagnato dalla sua segretaria Paola Gagnatelli, già attrice del Teatro Stabile diretto da Gemma D'Amora, che l'anno prima aveva lasciato Cremona per stabilirsi definitamente a San Felice Circeo. Di origini anconetane, Paola, scomparsa nel novembre del 2013 dopo aver insegnato per 32 anni nelle scuole elementari di Borgo Montenero, durante la guerra era sfollata a Cremona con la madre e si era dedicata con passione al teatro. Nel 2008 le è stato conferito dal presidente Napolitano il Cavalierato della Repubblica, dopo la pubblicazione di un libro “La lunga favola di nonna”, che si apre appunto con il racconto della sua vita cremonese. Ebbene il giovane regista teatrale romano era giunto a Cremona con il preciso intento di girare un film su Giuseppe Guarneri del Gesù, ed aveva fornito tutti i dettagli del progetto. Si sarebbe trattato di una coproduzione italo austriaca, tra la casa di produzione italiana Italmetrofilm e la Helios film austriaca. Le trattative erano durate parecchi mesi ed in quei giorni si stava stendendo il piano di lavorazione per le riprese, che si sarebbero dovute girare in buona parte nelle strade cittadine, nei palazzi e nella Cattedrale. Alcune scene si sarebbero girate a Parma ed altre a Bologna, mentre per gli interni la troupe si sarebbe trasferita a Vienna. Il soggetto era stato scritto da un autore austriaco mentre sarebbe stato lo stesso Borromeo a scrivere la sceneggiatura, in quei mesi in fase di ultimazione, avvalendosi di una serie di specialisti in materia di liuteria. La pellicola sarebbe stata girata interamente a colori con il sistema Agfacolor. Introdotto nel 1939, l'Agfacolor fu il primo processo negativo/positivo con sviluppo cromogeno di pellicole cinematografiche multistrato. Durante la Seconda guerra mondiale il procedimento fu usato per 13 film a colori. Dopo il 1945 dall'Agfacolor furono derivate altre pellicole a colori tra cui la Ferraniacolor. Lo sviluppo e l'introduzione dell'Agfacolor erano stati promossi dal governo tedesco e in particolare dal Ministro della propaganda del Terzo Reich Joseph Goebbels, il quale era convinto che i film a colori tedeschi avrebbero presto potuto competere con le produzioni di Hollywood. 
Otto Wernicke
Ma quello che avrebbe dovuto stupire era il cast stellare coinvolto nella produzione, formato dai più noti artisti italiani ed austriaci del periodo. Ad iniziare da Paula Wessely, una delle attrici di punta del cinema austriaco e dell'UFA, nel panorama cinematografico dell'anteguerra, vincitrice nel 1935 della Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile alla Mostra Internazionale d'arte cinematografica in “Episodio”, un film di Walter Reisch. Nel 1950 la Wessely aveva creato una propria casa di produzione che in nove anni avrebbe prodotto undici pellicole. C'era poi Otto Wernicke, noto per aver interpretato in due film di Fritz Lang il ruolo del commissario Karl Lohmann, il primo ispettore di polizia pragmatico e razionale della storia del Cinema. Fu, anche, il primo a rappresentare il capitano Smith nel primo film "ufficiale" sul Titanic nel 1943. Nel 1951 era impegnato in Italia in “Amore sangue”, un film di Marino Girolami con Andrea Checchi. Nel cast figurava il ballerino e attore teatrale austriaco Harry Feist, che nel 1942 aveva iniziato a lavorare in varie produzioni cinematografiche italiane di cui rimarrà storica quella in cui interpreta il maggiore Fritz Bergman in “Roma città aperta” di Roberto Rossellini. Will Quadflieg, uno dei più noti attori teatrali tedeschi del dopoguerra, considerato uno dei massimi declamatori di poesie in lingua tedesca, aveva recitato in opere di Schiller, Shakespeare, Ibsen e Schnitzler e lavorato anche in qualità di dialoghista e direttore di doppiaggio per il cinema, e come adattatore e rielaboratore di testi teatrali per il teatro di prosa e per quello musicale.
Silvana Pampanini
Tra le attrici italiane c'era Silvana Pampanini, la prima vera diva cinematografica italiana ad essere conosciuta in tutto il globo, dall'India al Giappone, dagli Stati Uniti all'Egitto, così come nella vecchia Europa.  Nei primi anni '50 Silvana Pampanini, che nel 1946 era stata eletta a fuor di popolo Miss Italiana ex aequo con Rossana Martini, è l'attrice italiana più pagata e richiesta. Nel 1951 avrebbe poi girato “Bellezze in bicicletta” in cui canta anche l'omonima canzone, e “Ok Nerone”, suo primo successo internazionale, parodia di "Quo vadis". E poi Vittorio Duse, che nel 1943 aveva recitato in “Redenzione” di Marcello Albani e “Ossessione” di Luchino Visconti e tanti anni dopo, nel 1990, avrebbe interpretato la parte dell'anziano don Tommasino, nel film “Il padrino, parte III” di Coppola. Tra gli uomini nel cast figurano anche Mario Ferrari, attore e doppiatore che avrà poi una carriera lunghissima, diretto tra gli anni trenta e quaranta da registi come Blasetti, Alessandrini e Brignone, prototipo dell'italiano fiero ed irriducibile, mai disposto a scendere a compromessi, ruoli che lo obbligano a non sfuggire al cliché di uomo granitico, integerrimo, rigoroso e a tratti severo che lo obbligano spesso ad interpretare il ruolo di ufficiale, ma che nell'Italia fascista ha rappresentato  l'immagine dell'eroe positivo, senza macchia e senza paura, a cui ispirarsi; Ugo Sasso, che nel 1970 interpreterà la parte dello sceriffo zoppo nel film “Lo chiamavano Trinità...”; Armando Guarneri , che negli anni quaranta aveva interpretato molti film, tra cui “Amanti in fuga” del 1946 con Gino Bechi, “I fratelli Karamazoff” del 1947 con Fosco Giachetti e Mariella Lotti, entrambi diretti da Giacomo Gentilomo e “L'isola di Montecristo” di Mario Sequi del 1949 con Carlo Ninchi e Claudio Gora nel ruolo di Esposito che negli anni cinquanta e sessanta prenderà parte sempre in ruoli di caratterista a molti altri film tra cui “Guardie e ladri” di Mario Monicelli e Steno del 1951 con Totò e Aldo Fabrizi nel ruolo del barbiere e in tanti altri. Ed infine Enzo Stajola, che all'età di sette anni, era stato scelto per il ruolo di Bruno Ricci da Vittorio De Sica nel film "Ladri di biciclette" del 1948. Viene scelto per via della sua caratteristica camminata. Lasciatosi dirigere dal grande maestro con estrema bravura, l'immagine dello Staiola bambino divene una specie di "manifesto" vivente del neorealismo italiano, per la sua profonda e spontanea umanità. Tuttavia, la sua successiva carriera di attore non gli ha mai permesso di approfondire il personaggio che l'aveva reso famoso né di ripetere il miracolo del suo debutto; benché qualcuna fra le sue interpretazioni sia apparsa degna di nota, come quella in "Cuori senza frontiere" (1950) di Luigi Zampa in cui sostiene un ruolo di rilievo.
Enzo Staiola in "Ladri di biciclette"
Questo per quanto riguarda gli attori. La colonna sonora sarebbe stata composta dalle musiche originali di Paganini eseguite dall'Orchestra Filarmonica di Vienna. Il regista Borromeo avrebbe voluto anche che partecipassero alle riprese i diversi attori delle compagnie filodrammatiche locali, con cui aveva già preso contatti. Ma in realtà il film, che avrebbe dovuto essere distribuito in Italia, Austria e Svizzera, non fu mai girato. Dello stesso regista Enzo Borromeo si persero le tracce e non si parlò più, fino agli anni ottanta, di altre pellicole a tema liutario.

Tuttavia il “Cannone”, lo strumento più celebre costruito da Giuseppe Guarneri nel 1743, suonato da Niccolò Paganini, è stato indirettamente protagonista di un film: nel “Violinista del diavolo” di Bernard Rose, sono le mani virtuose di David Garrett a rendere giustizia alle evoluzioni strumentistiche del suo rivoluzionario predecessore italiano, dando corpo al Paganini più credibile dello schermo. Ed il “Cannone” è diventato anche un fumetto: nel graphic novel 'Paganini' edito da De Ferrari in concomitanza con il 'Genova Festival Paganini' e la mostra a Palazzo Ducale 'Paganini rockstar” lo scorso ottobre, una comitiva osserva i due preziosi strumenti di Paganini a palazzo Tursi: il Cannone, e la sua copia, il Villaume. Quando tutti escono lasciando sola una giovane violinista, il Cannone si anima e racconta la storia del suo padrone. I quattro autori, Roberto Iovino e Nicole Olivieri (soggetto e testi delle schede), Gino Andrea Carosini (sceneggiatura e i disegni delle schede), Marco Mastroianni (disegni con alcune tavole fanno rivivere le avventure della tournée europea (dal 1828 al 1834), le case di Paganini fra Genova e Parma, Cremona e la liuteria con i Guarneri e gli Stradivari, i guadagni calcolati in rapporto al nostro tempo, le testimonianze dei grandi del tempo, la sua eredità artistica raccolta da Beatles, Hendricks, Michael Jackson, Madonna.

Quando c'era il Teatro Stabile

E' la fine di aprile del 1949. Settant'anni fa. Le ultime macerie della guerra ingombrano ancora parte delle strade e nelle campagne serpeggia la sanguinosa rivolta contro le disdette dei contratti agrari, ma la necessità di scrollarsi di dosso la polvere della tragedia è tanta. C'è voglia di libertà, di vita, di creare una cultura diversa e nuove occasioni di incontro e discussione. Con questo spirito un gruppo di giovani decide di riunirsi per fare teatro come attori, registi, scenografi, affiancandosi di tanto in tanto a qualche attore professionista, per far conoscere a tutti gli autori italiani e stranieri più significativi, cancellati da vent'anni di vecchia retorica ammuffita. E' la prima esperienza di un teatro stabile cremonese, durerà poco più di un anno, ma costituisce la tappa fondamentale per la nascita di una serie di compagnie dilettantistiche ed amatoriali che animeranno la cultura cremonese per cinquant'anni, permettendo la formazione, al loro interno, di generazioni di attori destinati a calcare i palcoscenici e le scene nazionali. Un piccolo trafiletto, quasi nascosto, annuncia su “La Provincia” del 28 aprile 1949, la costituzione di questo gruppo di ardimentosi, intenzionati a proporre uno spettacolo già verso la fine di maggio. In realtà le difficoltà sono tante da superare e bisogna attendere la fine dell'estate per poter mettere in cantiere la prima pièce. Per il debutto si sceglie “Sei personaggi in cerca d'autore” di Luigi Pirandello a cui si vorrebbe far seguire “Viaggio verso l'ignoto” di Suttor Vane. Nei mesi precedenti il sindaco Ottorino Rizzi ha fatto in modo di concedere il patrocinio del Comune alla nuova compagnia e, andando personalmente alla Direzione del Teatro di Roma, ottenerne il riconoscimento di “teatro stabile della città di Cremona”. Viene scelta come sede della compagnia e delle rappresentazioni il Palazzo dell'arte e si individua in Gemma D'Amora la direttrice artistica.
L'Uomo dal fiore in bocca di Pirandello, con Oscar De Marchi
e Walter Benzoni (1951)
La D'Amora proviene dalla compagnia “Stefano Foletti” della Società Filodrammatica Cremonese, dove nel 1942 è stata indicata come direttore artistico in sostituzione di Umberto Palmarini dall'Opera Nazionale del dopolavoro ed ha firmato la regia di alcuni spettacoli in uno dei quali, “Il tuo bacio”, è comparso sulla scena il giovane Ugo Tognazzi. E' stata successivamente oggetto di una accesa contestazione al teatro Politeama in occasione del debutto dell'Accademia Filodrammatica sotto l'egida dell'Enal, da lei diretta dopo la fine della guerra, in una serata del settembre 1945 con l'intervento della forza pubblica per la sospensione dello spettacolo.
“Di volta in volta – recita il programma – accanto ai filodrammatici locali, si presenteranno attori professionisti di fama, così da poter dar vita a realizzazioni che al pregio di un'ottima esecuzione, uniscano l'efficace originalità del nuovo esperimento”. Il repertorio presentato alla Direzione generale del Teatro è molto ambizioso e prevede un ciclo di rappresentazioni di notevole portata artistica: si va da Pirandello a Shaw, da D'Annunzio a Goldoni, a Ibsen, Anouith, Gerhi Calvino, Trieste, Salacrou, Eliot, Chiarelli, Giacosa. Ce n'è per tutti i gusti in un caleidoscopio di nomi celebri, opere immortali, capolavori classici ed i grandi successi contemporanei. Come già annunciato in precedenza il debutto è affidato ai “sei personaggi” di Pirandello e al “Viaggio verso l'ignoto” di Sutton Vane, uno dei testi di maggior successo del teatro inglese, a cui si lavora contemporaneamente. Lo scopo è semplice: “Riportare il teatro al pubblico e il pubblico all'amore per il teatro. Non rieducazione, ma desiderio vivo, come la volontà di coloro che si prodigano per l'affermazione della coraggiosa iniziativa, di permettere al pubblico di ascoltare buoni e nuovi lavori, senza essere costretto ad incidere gravemente sul bilancio familiare per assistere ad una buona rappresentazione. E ciò è molto importante, soprattutto perchè crediamo nell'intelligenza di Cremona sempre portata al bello, in tutte le manifestazioni artistiche, fra le quali il teatro di prosa non è certamente ultimo”.
Gemma d'Amora si avvale, fin dagli inizi, dell'aiuto del Gruppo Artistico Leonardo nel reperimento degli attori, scelti tra i migliori appassionati filodrammatici della città: assicurano la loro presenza Milli Bruni, Paola Gagnatelli, Iris Pastori, Ferdinando Caffi, Alfredo Ricci, Marco Silvi e, per le scenografie, il professor Fernando Palandi. Ma la compagnia stabile è aperta al contributo di tutti quanti ritengono di avere doti di recitazione e attitudine alla regia, attraverso una selezione che ne metta in luce le qualità. In preparazione del primo spettacolo viene riadattato all'uso il teatro del Palazzo dell'arte, scelto per la messa in scena delle prime rappresentazioni. A seguire i primi passi della Compagnia è sulla stampa Gian Galeazzo Biazzi Vergani, che recensisce il debutto la sera di sabato, 5 novembre: “La regia di Gemma D'Amora, aderente al testo, ha saputo presentarci un'edizione assai decorosa, giovandosi soprattutto dell'intelligente ed espressiva interpretazione della Gagnatelli, che delineando la figura della figlia con toni caldi e limpidi di dizione,e con accenti appropriatamente aggressivi ed insinuanti, si è rivelata interprete dotata di notevoli doti drammatiche. Gemma D'Amora ha composto con umanità la dolente figura della madre, mentre il Caffi non ci è sembrato, specie nel primo atto, molto efficiente nella parte del padre. Assai ben il Ricci, autorevole capocomico la Bruni, il Silvi e tutti gli altri. Il pubblico, assai numeroso, ha applaudito con calore, decretando il buon esito della serata. La rappresentazione è stata preceduta da una breve prolusione di Vittorio Dotti, che, inaugurando il teatro Stabile, ne ha illustrato le finalità e gli scopi”.
Tuttavia non mancano le critiche: un gruppo di appassionati, fra cui figurano i nomi più illustri dell'arte e della cultura cremonese di quel periodo, scrive una lettera al giornale, sottolineando quali siano le difficoltà che incontra un teatro stabile in provincia: “I piccoli teatri sono nati in tutta Italia col preciso scopo di fare del teatro d'arte, di far conoscere i testi, di creare degli «attori», di impostare al scuola di regia secondo i concetti moderni. E solo a tal fine il Governo ha accettato di sovvenzionare i «piccoli teatri», centri vitali dell'arte scenica, fucina autentica di attori, di registi e di scenografi. Abbasso dunque il teatro filodrammatico? Ma il teatro filodrammatico non è mai esistito se non nelle intenzioni di coloro che si sono autodefiniti «dilettanti!. E sono proprio costoro che hanno travisato la funzione dei dilettanti (e cioè dell'amatore disinteressato), facendone un cattivo imitatore del professionista in tutte le malizie del mestiere e perdendo di vista il compito primo: l'amore verso il teatro non contaminato da secondi fini. Il «Teatro stabile» di Cremona è nato con queste intenzioni? Ha pesato bene la sua responsabilità e di fronte all'arte e di fronte al pubblico? Presentando «i sei personaggi» si è reso conto del difficile passo intrapreso? Ci spiace, na è necessario entrare in polemica. Il teatro di Pirandello è mondo di poesia per chi lo sa capire, è scoglio insuperabile per l'impreparato. Al «Teatro Stabile» non è stato interpretato nulla ma è stato «parodiato» il pessimistico mondo pirandelliano. Dove è andata la poesia, dove è andato il contenuto di tragedia dei «sei personaggi»? Nulla. Di fronte ad una recitazione piatta, disuguale, stona, il padre è diventato un burattino mosso dai fili di un dilettantismo impacciato e vuoto. Dove il problema psicologico che lega tutti i personaggi nel significato più profondo di una tragedia umana? Al danno di un'opera insigne, sciupata per incomprensione, s'aggiunge il fatto che, quella sera, ancora una volta, imperò il cattivo dilettantismo. Problema di regia? Quale, di grazia, vorremmo chiedere a Gemma D'Amora? Se fino al giorno cinque novembre abbiamo creduto al «Teatro Stabile», oggi diciamo ch'esso è una stortura, una comune filodrammatica che, sotto il velo dell'arte, cerca di gettare fumo negli occhi del pubblico e dell'appassionato. Basta con simile dilettantismo! Non pochi, e probabilmente i migliori, attori non professionisti locali non fanno parte del «Teatro Stabile»: la loro sfiducia ha suonato condanna. Fin dal principio, per tale iniziativa. E' un difetto di competenza che mina dalla base l'istituzione ed è alla competenza che ci si richiama per dar vita a qualcosa che sia «stabile» non soltanto di nome: competenza nel teatro (e serietà ed onestà e amore) nella critica. Proposte positive e concrete oer giungere a ciò possono e vogliono essere fatte – conclude la lettera – Basterebbe che il Sindaco, o altra autorità cittadina a ciò delegata, indicesse una riunione di tutte le persone che mostrano interesse concreto verso simili problemi: e senza dubbio scaturirebbero quelle proposte che ovviando ai presenti gravi e denunciati difetti avvierebbero il «Teatro Stabile» verso quella prospera e feconda vita che per l'amore all'arte e il bene dei cittadini amanti de teatro, tutti ci auguriamo”. La lettera è firmata dal pittore Ernesto Piroli, da Mario Monteverdi, Ugo Bassi, Gianfranco Taglietti, Angelo Pasquali, Oscar De Marchi, dal pittore Remo Azzini, Maspero Gatti, Mario Balestreri, Alceo Zeni, Ferruccio Monterosso, Ermanno Calchi, Angelo Santoro, Umberto Lazzari, dal pittore Sereno Cordani, Sergio Tronci, Ezio Dolfini, Carmelo Di Quattro, Gian Franco Pavesi, Maurizio Corti, dal pittore Giuseppe Guerreschi, Rodolfo De Renzi, Ugo Teschi e Sergio Pasquinoli.
Il successivo spettacolo, “Viaggio verso l'ignoto” un testo del 1924 di Sutton Vane, messo in scena la sera del 29 novembre conferma purtroppo tutte le perplessità: “Una simile commedia richiedeva un flusso sottile e sapiente di accostamenti stilistici e tonali costantemente armonizzati. Purtroppo questa continuità è spesso mancata – scrive Biazzi Vergani – La recitazione, specie nel primo atto, ha troppo sofferto id scatti, ed ha denunciato una certa impreparazione. Ci hanno convinto solo Paola Gagnanelli, dolce ed espressiva e Giacomo Negri nella ben stilizzata parte di Scrutty. Gli altri ci sono apparsi troppo discontinui. Pubblico ed applausi scarsamente numerosi”.
La crisi è dietro l'angolo e il sindaco Rizzi convoca una riunione in comune, alla quale partecipano una trentina tra attori, capocomici ed appassionati, oltre al presidente del Teatro Stabile Vittorio Dotti per formulare proposte destinate ad elevare il livello artistico della Compagnia, che, peraltro, non ha ancora ricevuto dal Ministero dello Spettacolo il contributo finanziario indispensabile per proseguire nell'attività. La discussione è accesa ed i pareri sono diversi e divergenti, ma nessuna delle proposte formulate viene accolta. Per cui si decide di convocare un nuovo incontro ristretto tra direttori artistici e critici teatrali per trovare una soluzione che porta a risultati concreti. Nel frattempo Gemma D'Amora tenta una nuova carta proponendo la sera del 21 gennaio 1950 “Come le foglie” di Giuseppe Giacosa nel cinquantenario della prima rappresentazione, con i soliti attori del gruppo: Celeste Ghiraldi, Milly Bruni, Gemma D'Amora, Giacomo Negri, Alfredo Ricci, Marco Silvi, Pina Bodini, Paola Gagnanelli, Iris Pastori, Fernanda Monteverdi, Vittorio Manfredini, Adriano Bignami e Adele Bianchi. Il risultato è in linea con i precedenti e di conseguenza, la sera del 3 febbraio, si ritrovano nuovamente attori ed appassionati per risolvere il problema. Alla riunione partecipano i rappresentati della varie compagnie, “il Gruppo artistico Leonardo”, la “Filodrammatici” e la “U.O.E.I”, con un ospite illustre: Adriano Vercelli, direttore artistico del gruppo milanese “la Giostra”, invitato da alcuni appassionati su segnalazione del direttore del Piccolo Teatro Paolo Grassi. Si studia la possibilità di istituire un centro di cultura teatrale in cui fare confluire i migliori elementi di tutte le compagnie cittadine, allo scopo di elaborare un repertorio teatrale selezionato secondo gli indirizzi culturali più moderni. Vercelli mette anche alla prova gli attori presenti all'incontro per verificarne le capacità. Il nuovo corso prevede una serie di conferenze tenute dallo stesso Vercelli, che porta a Cremona la compagnia “La Giostra” con il Saul di Vittorio Alfieri, in occasione del secondo centenario dalla nascita, conferenze di Mario Apollonio e Alessandro Pellegrini, mentre il Teatro Stabile con “La Giostra” mettono in scena “L'assassinio nella cattedrale” di Eliot, cui dovrà seguire “Il ventaglio” di Goldoni proposto dal solo Teatro Stabile. Nel frattempo in senso al teatro Stabile iniziano i corsi dell'accademia drammatica con lezioni di dizione, storia del teatro e attività teatrale pratica ed il coinvolgimento della Società di Lettura e del Leonardo. La sera del 6 maggio 1950 si tiene presso il Teatro Filodrammatici per iniziativa del Teatro Stabile la prima rappresentazione de “L'assassinio nella cattedrale” interpretata dalla compagnia “la Giostra” diretta dallo stesso Vercelli con interprete principale Mario Pogliani a cui segue il 3 giugno il “Saul”. In luglio iniziano le lezioni di dizione tenute da Mario Monteverdi. Ecco come si svolgono: “Brani poetici del Foscolo, e del Leopardi hanno fatto vibrare la sensibilità artistica di questi studiosi dell'arte del «dire». Ognuno, dopo aver espresso il proprio punto di vista sul brano poetico, non come critica, ma come personale sensazione, deve, attraverso una lettura guidata dalla sensibilità intuitiva, dare agli altri, restituire quasi, la sensazione ricevuta. Lo sforzo è ammirevole: in alcuni più spontaneo e naturale, in latri meno. Comunque c'è passione per l'arte; e passione pura è quella del maestro che li guida e che coglie tutte le sfumature per correggere, per incoraggiare; per preparare la base dell'arte del palcoscenico; una dizione perfetta, senza la quale lo sforzo sarebbe vano”. Alla ripresa dell'attività in settembre il quadro si è modificato. Fin dalla sua nascita il teatro Stabile ha sempre avuto difficoltà economiche, al punto che non può sostenere le spese per il regista, mettendo a rischio anche le future rappresentazioni. Viene in soccorso il “Gruppo Artistico Leonardo” proponendo una convenzione con cui si accolla il pagamento del regista e delle prossime rappresentazioni, offrendo i suoi locali per le riunioni, le prove ed i corsi di dizione, in cambio il teatro Stabile aggiungerà alla dicitura “con il patrocinio del Comune” quella di “e con l'ausilio del Gruppo Artistico Leonardo. Prima tessera di socio onorario del Leonardo è per il presidente dello Stabile Vittorio Dotti.
L'esordio del nuovo Teatro Stabile avviene il 31 marzo 1951 nel teatrino del Gruppo Artistico Leonardo a palazzo dell'arte con “L'uomo dal fiore in bocca” di Pirandello diretto da Vercelli, presentato in due versioni, una romantica e l'altra surreale, come saggio degli allievi della scuola di recitazione. Tra di loro compaiono i nomi di due giovani interpreti che poi faranno la storia del teatro cremonese: Oscar De Marchi e Walter Benzoni. Positivo il giudizio di Gian Biazzi Vergani, seppure con qualche riserva sull'allestimento in chiave “surreale”: “Il modo in cui lo ha reso Vercelli è stato indubbiamente efficace, ma è logico che quando uno dei due fantocci-uomo, che vive in astratto al di là del reale la propria sofferenza e la sofferenza di tutta l'umanità, cita ad esempio Avezzano e Messina, l'incanto della surrealità si rompe. Lo spettacolo è piaciuto anche per la interpretazione che ne hanno dato Oscar De Marchi, un vero attore, che ha gusto, sensibilità ed intelligenza, che sa il valore delle pause e conosce il senso della misura, e Walter Benzoni, sempre felicemente presente all'azione. In un certo senso, la loro recitazione predisposta nei più minuti particolari dal regista era più facile di quella di altri interpreti «romantici». I quali erano abbandonati a loro stessi con una parte difficile, senza azione, e scarsamente teatrale, tutta da sostenere in una dialogazione che non può fruire di mediazioni, e che richiede esperienza e consumato mestiere. Tortini, nella parte dell'«Uomo dal fiore», ha recitato con impegno dando anche a vedere di avere buone doti. Ma non è riuscito a liberarsi da una veste o meglio da una sovrastruttura scolastica per donare estro e originalità al personaggio. Vi sono però in lui le possibilità di divenire un buon attore. Maggiore naturalezza, maggiore spigliatezza e verosimiglianza invece nella figura dell'avventore Augusto Ferragni”,

Ma la situazione resta difficile, come annota nell'ottobre 1951 il presidente del Gruppo Artistico Leonardo Palandi, sotto la cui egida opera ormai il Teatro Stabile: “Il Gruppo Artistico Leonardo e il teatro Stabile anche quest'anno faranno ogni sforzo per attuare un programma di attività culturale, pur dovendo superare gravi ostacoli quali la situazione finanziaria, l'apatia del pubblico, e delle autorità ed altri”. Gli fa eco il segretario del Teatro Stabile Feroldi: “Stiamo preparando un programma che posa figurare con qualche decoro, ma lavoriamo, come ella ha ben compreso (si riferisce a Gian Biazzi Vergani, ndr), troppo...soli. Sentire però che qualcuno guarda con interesse al nostro lavoro ci dà speranza e nuova lena”. Ma nel programma culturale 1952/53 del Gruppo Artistico Leonardo, la prima stagione organizzata nelal nuova sede nel palazzo dell'arte nei locali lasciati liberi dalla Società di lettura, l'attività del Teatro Stabile diventa marginale a causa della mancanza di uno spazio teatrale vero e proprio che ha già costretto la compagnia a recitare altrove. Tuttavia, pur con queste difficoltà, si programma la rappresentazione di “Assassinio nella Cattedrale” di Eliot, “Le donne curiose” di Goldoni, “Enrico IV” di Pirandello e “Le notti dell'ira” di Salacrou. “Assassinio nella Cattedrale” vien dato la sera del 24 gennaio 1953 al teatro dei Filodrammatici con la regia di Edoardo Vercelli, riprendendo la precedente edizione con “La Giostra” con grande successo di pubblico. Alcuni giovani del teatro Stabile e della Compagnia di prosa del Gruppo Artistico Leonardo collaboreranno poi con il Circolo Zaccaria per la messa in scena di una Sacra rappresentazione nella Pasqua di quell'anno. Ma sarà il canto del cigno del Teatro Stabile, destinato a restare l'unico tentativo di un'esperienza teatrale di livello professionistico a Cremona.

martedì 29 gennaio 2019

Tiburzio Massaino, un genio barocco dimenticato

Tiburzio Massaino, chi era costui? Cremona si è troppo presto dimenticata di questo grande musicista che ha avuto solo il torto di essere stato contemporaneo di due altri mostri sacri, suoi concittadini, come Marcant'Antonio Ingegneri e Claudio Monteverdi. La sua fama di compositore Tiburzio se l'è infatti costruita tutta all'estero, a Venezia, Roma, Praga e Salisburgo, dove ha fondato la cappella musicale del duomo. Cremona gli ha tributato l'unico ricordo nel 1971, con la pubblicazione, da parte della Fondazione Claudio Monteverdi, dell'edizione crticia dei “Sacri modulorum concentus”, edito la prima volta a Venezia nel 1592, curata da Raffaello Monterosso.
Quasi cinquant'anni dopo, nell'ottobre del 2018, si è tenuta a Venezia la prima esecuzione moderna di una sua opera dopo 400 anni, da parte dell'ensemble Modulata Carmina. Si tratta della monumentale Missa “Conserva me Domine” che Tiburzio Massaino scrisse per la Basilica del Redentore a Venezia dove una lunga tradizione lega gli abitanti al ricordo di uno dei momenti più tragici della storia della città, quella che nel 1577 vide terminare due anni di lotta contro un’epidemia di peste che portò alla tomba oltre cinquantamila persone. Il Doge, seguito dal Senato, aveva fatto voto solenne di erigere un tempio in onore del Santo Redentore, qualora la città fosse stata liberata dalla peste. Quel tempio è oggi la stupenda basilica che Palladio realizzò sulla sponda dell’Isola della Giudecca che guarda verso San Marco dalla cui piazza, da allora, ogni anno, un ponte di barche fa da cornice alla processione mattutina che vede autorità civili e religiose recarsi in preghiera al tempio votivo per ringraziare Dio di aver liberato Venezia da tale flagello. 
L'edizione praghese del 1592
Tiburzio Massaino nacque a Cremona, probabilmente poco prima del 1550, anche se la sua origine cremonese, come gran parte delle notizie biografiche che lo riguardano, è attestata dai frontespizi delle stampe musicali. Della famiglia del Massaino non si sa nulla, se non che egli ebbe un fratello di nome Luca, capo dei soldati veneti a Creta.
In giovane età Tiburzio entrò nell’Ordine degli agostiniani eremitani, probabilmente nel convento piacentino di S. Lorenzo. Dalla dedica del Primo libro de madrigali a cinque voci (Venezia, figli di A. Gardano, 1571) a Ottavio Farnese, duca di Parma e Piacenza, sappiamo che nel gennaio 1571 si trovava a Roma. Secondo i manoscritti secenteschi dello storico cremonese Giuseppe Bresciani, il Massaino ebbe la carica di musicorum praefectusin S. Maria del Popolo, chiesa che fin dalla seconda metà del Quattrocento era degli agostiniani della congregazione lombarda, a cui egli stesso apparteneva. Un’ulteriore traccia del collegamento fra Tiburzio e l’ambiente romano è la dedica del suo Primo libro de madrigali a quattro voci (Venezia, A. Gardano, 1569) a Giulia Orsini, moglie del modenese Baldassarre Rangoni e figlia del condottiero pontificio Camillo. A un altro figlio di quest’ultimo, Paolo, è dedicato il Secondo libro di madrigali a cinque voci (ibid., erede di G. Scotto, 1578), in cui il Massaino afferma di essere “da gran tempo” servitore della famiglia dei Rangoni, marchesi di Longiano e signori di Spilamberto. È probabile che Tiburzio abbia conosciuto Paolo Orsini a Venezia, dove era in servizio dal 1571 nell’esercito della Serenissima, lo stesso in cui militava come generale il cognato Baldassarre Rangoni. Allo stato attuale delle conoscenze si suppone che i Rangoni, forse conosciuti dal Massaino già durante il soggiorno piacentino, fossero il tramite nei rapporti fra lui e gli Orsini, benché non si possa escludere l’ipotesi contraria.
Sempre a Venezia Tiburzio conobbe altri due musicisti agostiniani, Ludovico Zacconi e Ippolito Baccusi. E nel 1579 fu incaricato di curare la raccolta di madrigali intitolata Trionfo di musica , destinata a celebrare le nozze fra Bianca Capello e Francesco de’ Medici e comprendente brani suoi e di altri musicisti, fra i quali Claudio Merulo, Baldassarre Donati, Orazio Vecchi, Philippe de Monte e Alessandro Striggio. Negli anni successivi Massaino svolse la sua attività tra la Repubblica veneta e il Ducato di Milano: nel 1580 firmò da Lodi la dedica del secondo libro dei Sacri cantus quinque paribus vocibus  e a metà del 1585 fu assunto, con contratto triennale, come maestro di cappella del duomo di Salò, dopo la morte di Agostino Bertolotti. Il contratto, tuttavia, fu sciolto in anticipo, cosicchè nel luglio del 1587 Tiburzio. chiese al Comune di Salò di poter lasciare temporaneamente l’incarico per recarsi a Costantinopoli al seguito di un “antiquo padrone”, il “cavagliere Moro”, ambasciatore della Serenissima, con cui diceva di essere già stato in Francia, proponendo come sostituito il musicista agostiniano Teodoro da Lucca, in servizio presso il vescovo di Ventimiglia.
L’ambasciatore a cui il nostro fa riferimento nei documenti è identificabile con Giovanni Moro, nel 1581 ambasciatore veneziano in Francia e nell’agosto 1587 bailo a Costantinopoli, dove rimase fino all’inizio del 1590. Nonostante avesse manifestato alla Comunità di Salò l’intenzione di assentarsi solo momentaneamente con la speranza di riavere il posto al rientro, tanto da dichiarare la città sua seconda patria e luogo ideale per la sua sepoltura, Tiburzio in realtà. non vi fece più ritorno: all’inizio del 1588 i consiglieri salodiani elessero quindi un nuovo maestro di cappella. Un’ulteriore conferma dei suoi viaggi in Francia e a Costantinopoli si trova in un sonetto, in lode del Massaino, del lodigiano Giovanni Francesco Medici: nel titolo del componimento il musicista cremonese è definito “musico famosissimo in Costantinopoli, Alemania, Francia e Italia”. A metà del 1587, prima di partire per l’Oriente con Giovanni Moro, Massaino diede alle stampe due opere: Il terzo libro de madrigali a cinque voci , dedicato a Rodolfo Gonzaga, marchese di Castiglione delle Stiviere, e il Secundus liber missarum quinque vocibus, dedicato al conte Mario Bevilacqua, mecenate veronese e promotore di un rinomato ridotto musicale.
Il duomo di Salisburgo
Da alcuni documenti conservati a Salisburgo, risalenti a metà del 1590, si apprende che Massaino, dopo aver lavorato, probabilmente dal 1588 o 1589, come cantore e maestro di cappella presso la corte dell’arciduca Ferdinando II a Innsbruck, nel 1590 passò al servizio dell’arcivescovo di Salisburgo Wolf Dietrich von Raitenau, al quale dedicò nello stesso anno il Motectorum quinque vocum… liber tertius , stampato a Venezia. L’arcivescovo di Salisburgo, che a Roma aveva frequentato il collegio Germanico e la cappella musicale dello zio Marco Sittico Altemps, voleva rianimare e riorganizzare la musica di corte; affidò quindi gran parte di questa responsabilità a Massaino, che fu costretto a reperire con celerità nuovi musicisti. In uno scambio epistolare con l’arcivescovo, Ferdinando II accusò il cremonese di aver tentato di attrarre clandestinamente alla corte salisburghese alcuni cantori attivi a Innsbruck. Cominciarono, quindi, a circolare insinuazioni sul Massaino che nell’ottobre 1591, accusato di sodomia, dovette lasciare Salisburgo nel giro di tre giorni Si recò quindi a Praga, dove incontrò il maestro di cappella Philippe de Monte e gli dedicò nel 1592 il Liber primus cantionum ecclesiasticarum. Nella dedica, oltre a professare la propria innocenza dalle accuse mossegli a Salisburgo, sottolineò come avesse composto in carcere i mottetti pubblicati nella raccolta. Al soggiorno praghese, faceva riferimento la scritta apposta sotto il ritratto di Massaino un tempo collocato nella biblioteca del convento agostiniano di Cremona, secondo quanto racconta Francesco Arisi, nella sua Cremona literata (1702).
Durante i quasi quattro decenni del regno di Rodolfo II (1576-1612) operavano a corte, sia pure con ruoli diversificati, circa 300 musicisti, di cui 234 di area fiamminga/tedesca, 50 italiani (circa il 17%), otto boemi, sette spagnoli e un inglese; tra gli italiani troviamo Camillo Zanotti, Alessandro Orologio, Stefano Felis, Tiburzio Massaino, Giovanni Battista Dalla Gostena, per citare i più noti. Nel ricco e variegato panorama della corte rodolfina le attività musicali erano ripartite in due diverse organizzazioni: la Cappella musicale, cui erano legati i cantanti e gli strumentisti, e le Stalle imperiali, cui appartenevano trombettieri e timpanisti. Spesso l'area d'origine dei musici di corte ne denotava la specializzazione: i trombettieri provenivano principalmente da Udine, Brescia e Verona; i violinisti e musici da camera generalmente da Cremona. Particolare era inoltre la provenienza legata alla specializzazione dei singoli protagonisti: i discantisti dalla Spagna, altri cantanti prevalentemente dai Paesi Bassi, i trombettieri dal nord d'Italia, i timpanisti dalla Germania, mentre i musici da camera erano in prevalenza fiamminghi e italiani. Tra i cremonesi alla corte di Praga troviamo anche Mauro Sinibaldi, marito della celebre cantante e liutista della corte asburgica Marta, i tre fratelli Alberto, Carlo e Giovanni Paolo Ardesi prima come trombettieri, ma presto diventati musici da camera e poi nobilitati. Dal momento che, come abbiamo detto, i cremonesi sono stati nella maggior parte violinisti, questo potrebbe far supporre che la nascente arte liutaria cremonese possa aver influenzato già nella seconda età del Cinquecento anche le scelte esecutive della corte.
A. Van Haache, Rodolfo II d'Asburgo
Tuttavia non sono finora emerse ulteriori notizie sui possibili rapporti professionali di Massaino con la corte praghese di Rodolfo II d’Asburgo, ed è probabile che non riuscì a ottenervi un incarico stabile, se nel 1592 tentò di conquistarsi il favore di importanti personalità bavaresi: dedicò infatti al duca Guglielmo V di Baviera la raccolta dei Sacri modulorum concentus stampati a Venezia nel 1592 e composti a Monaco, dove verosimilmente si era recato, e il primo libro delle Sacrae cantiones… a Marcus, Johann e Jakob Fugger, importanti banchieri e mecenati musicali, di cui si suppone che Tiburzio, fu, per breve tempo, al servizio.
Non avendo dunque trovato un impiego fisso nelle corti di Praga e Monaco, Tiburzio ritornò in Italia: nel biennio 1594-95 la sua presenza è infatti attestata a Cremona, dove probabilmente era attivo come maestro di cappella della chiesa di S. Agostino. Tuttavia egli mantenne i rapporti con l’ambiente bavarese: dedicò infatti il Quarto libro de’ madrigali a cinque voci  del 1594 al consigliere italiano del duca di Baviera, Tommaso Mermanni; il Primus liber missarum sex vocibus  del 1595 a Jakob di Johann Fugger, prevosto del duomo di Costanza; nonché il Missarum octonis vocibus liber primus del 1600 all’abate del convento di Tegernsee, nella cui dedica sottolineò i vari protettori che poteva vantare nella Germania meridionale.
Negli anni 1598-99 fu maestro di cappella a Piacenza, impiego ottenuto probabilmente grazie alla protezione di Claudio Rangoni, zio di Baldassarre e vescovo della città dal 1596. È verosimile dunque che Massaino sia stato chiamato a Piacenza già nel giugno 1597, dopo la morte del francese Luigi Roinci. Verso il 1600, lasciato questo posto a Giulio Cesare Quinzani, assunse lo stesso incarico presso la cattedrale di Lodi, mantenendolo fino al 1608. Sempre dalla raccolta poetica del lodigiano Giovanni Francesco Medici si apprende che a Lodi Massaino, oltre a comporre musica sacra, fu incaricato di mettere in musica intermedi per la rappresentazione di tragedie o pastorali allestite dalla locale compagnia degli Improvvisi nelle dimore nobiliari e in occasione di importanti eventi, come le nozze di aristocratici. Tuttavia, Tiburzio probabilmente mirava a trovare un impiego presso la corte di Mantova, all’epoca molto ambita dai musicisti: nel 1604 e nel 1607 dedicò al duca Vincenzo Gonzaga ben due opere, i Madrigali a sei voci… libro primo  e la Musica per cantare con l’organo, ma l’omaggio non gli fu sufficiente a ottenere lo sperato incarico. Nel frattempo continuò a mantenere rapporti saltuari con Piacenza: nel 1604 offrì infatti Il secondo libro de madrigali a sei voci al conte e poeta piacentino Orazio Anguissola e, secondo documenti contabili, nel 1607 lavorò nella chiesa di S. Maria di Campagna. Nel 1609 si trasferì di nuovo in questa città, lasciando all’allievo Antonio Savetta l’incarico presso la cattedrale di Lodi.
Dopo il 1609 non si hanno più notizie sul nostro musicista ed è presumibile che sia morto di lì a poco. Il Massaino pubblicò 34 stampe musicali, numero di gran lunga superiore a quello di molti compositori coevi e la sua notorietà è attestata dalla presenza di sue composizioni in stampe antologiche coeve, soprattutto tedesche, e dalle dimostrazioni di stima di storici e teorici musicali fra Sei e Settecento.  La sua produzione, assai variegata e ricca di soluzioni ardite, riflette l'inquietudine della sua vita. Nelle composizioni religiose corali e strumentali, ad esempio, mostra grande capacità ed estro nelle elaborazioni contrappuntistiche, spingendosi sino a comporre brani per 8 e 16 tromboni e mottetti a ben sedici voci.


domenica 27 gennaio 2019

Prevostino, un cremonese alle origini della Sorbona

L'università della Sorbona a Parigi
Verso la fine del XII secolo c'era un cremonese che teneva testa ai papi e dettava legge a tanti filosofi suoi contemporanei, da San Tommaso a Sant'Alberto Magno e San Bonaventura. Era conosciuto con il soprannome di Prepositino, o Prevostino, anche se il suo vero nome era probabilmente Pietro, ed era nato all'ombra del Torrazzo verso il 1140. In realtà nei documenti notarili cremonesi del periodo il suo nome non figura e la sua origine lombarda è indicata solo in alcuni manoscritti e dal monaco cistercense Alberico delle Tre Fontane. Nonostante la sua importanza sia confermata dalle lodi dei contemporanei, Prepositino non ha goduto di una grande fortuna da parte degli storici. Sappiamo che ha studiato a Parigi teologia, tra i primi allievi di Pietro Lombardo, e non ha mai avuto una particolare predilezione per le materie più “laiche”, anche se non doveva mancargli una certa preparazione negli studi giuridici, che in seguito gli avrebbe consentito di ricoprire importanti incarichi diplomatici. Durante il cancellierato di Pietro Comestore (1164-1178) riceve il grado di “magister” e nel 1193 è ancora segnalato come maestro di teologia, cosicchè nell'università parigina insegna per almeno i dieci anni successivi, collega di Alano di Lilla e Pietro di Poitiers. Il frate predicatore Rolando, pure lui originario di Cremona dove risiedeva nel convento di San Guglielmo, che da giovane lo ha conosciuto a Parigi e con cui disputa frequentemente, lo definisce “auctor celeberrimus”, insieme a Guglielmo d'Auxerre. Ed a lui possiamo credere perchè Rolando, nato a Cremona nel 1178, nel 1229 aveva ricevuto la prima cattedra universitaria di teologia assegnata a un frate domenicano dal vescovo di Parigi, Gugliemo di Auvergne, in occasione di uno sciopero dei maestri secolari. 
Vi sono dunque, a pochi anni di distanza l'uno dall'altro, due grandi teologi cremonesi ai vertici della più antica e prestigiosa scuola europea fondata intorno al 1170. Proprio Gugliemo d'Auxerre in un passo della sua opera “Summa aurea” ci informa che Prepositino si sarebbe attivamente impegnato contro gli eretici, soprattutto passagini, che, sforzandosi di conciliare le prescrizioni del Nuovo con quelle dell’Antico Testamento, ritenevano necessarie alla salvezza la circoncisione e l’osservanza del sabato, mentre sul piano dogmatico negavano la trinità di Dio e la divinità di Cristo. Proprio in una copia manoscritta della “Summa contra haereticos” conservata a Praga, attribuita ad un “magister Gallus” a lungo identificato con Prepositino, su cui però molti storici non sono d'accordo, troviamo una delle prime esposizioni della dottrina manichea, professata da alcuni gruppi ereticali del tempo, sui rapporti tra Cristo e la Maddalena, che hanno fatto ritenere come l'autore avesse una certa dimestichezza con l'ambiente cataro. George Lacombe ascrisse l'opera a Prevostino in virtù del fatto che Guglielmo d'Auxerre aveva asserito che Prevostino aveva vissuto tra gli eretici e aveva attuato qualche conversione. In ogni modo è lo stesso Prepositino a definirsi magister gallus nella sua Summa de penitentia iniungenda, e con ogni probabilità alla stessa Summa contra haereticos sembra essersi ispirato il grande inquisitore domenicano Moneta, attivo in quegli anni nello studium di Bologna, ma anche lui cremonese, il quale potrebbe aver conosciuto il testo composto a Parigi tramite Rolando che, come abbiamo visto, era l'altro cremonese chiamato all'università francese nel 1229, quasi vent'anni dopo la morte di Prepositino.
Nel 1995 Prepositino viene chiamato a Magonza come “scolastico”, una carica che comporta l'ufficio di presidenza della scuola cattedrale e di sovrintendenza sulle altre scuole monastiche della diocesi con le relative competenze di tipo amministrativo, dove trascorre sei anni abbastanza tranquillo, scolgendo anche due importanti incarichi diplomatici per conto della Santa Sede. E' giudice nel 1196 in una controversia riguardante l’esenzione del monastero di Pegau, in Sassonia; nel 1198 è chiamato, assieme al vescovo di Bamberga, a ufficializzare la scomunica al vescovo di Hildesheim Corrado, che si era insediato autonomamente nella diocesi di Würzburg, qualora questi non avesse immediatamente ubbidito nel giro di venti giorni alle ingiunzioni di Roma. Corrado non obbedisce ed il 20 gennaio 1200 viene scomunicato, i canonici di Würzburg perdono il diritto all'elezione ed il vescovo vien espulso sia dalla sede originaria di Würburg che da quella usurpata di Hildesheim.
Poi avviene un fatto incomprensibile ed ancor più grave, in cui viene coinvolto il nostro Prepositino, a dimostrazione di una certa libertà di vedute non sempre in linea con le indicazioni ecclesiastiche romane. Nel 1200, alla morte dell'arcivescovo di Magonza Corrado, in vista della successione una parte dei canonici elegge a maggioranza come loro candidato Liupoldo, che, pur essendo già vescovo di Worms, prende immediatamente possesso della nuova cattedra, nonostante la esplicita proibizione di Roma, che gli antepone il candidato della minoranza, sostenuto, pare, solo da tre canonici, Sigfrido. Per dirimere la questione i due partiti dei canonici in lotta spediscono ciascuno al papa i propri patrocinatori e per sostenere Liupoldo viene scelto Prepositino, sia in ragione della carica rivestita che per una certa esperienza nel diritto canonico. Il papa a sua volta incarica dell'inchiesta il legato in Germania Guido da Palestrina che, uditi i testimoni i quali sotto giuramento affermano di aver subito violenze da parte dei sostenitori di Liupoldo, conferma l'elezione di Sigfrido, consacrandolo prete e vescovo. Prepositino perde la causa ed il suo partito accusa il legato pontificio di venalità. Il Papa, però, non retrocede di un passo e trascina nella sconfitta dei canonici anche Prepositino, sospettato di aver avuto trascorsi ghibellini in Italia. Il 9 aprile 1203 riceve una severa ammonizione ultimativa da parte del papa Innocenzo III che gli intima di sottomettersi entro un mese al nuovo vescovo. Non sappiamo qual sia stata la reazione di Prepositino, che con ogni probabilità non si sarebbe mai sottoposto a Sigfrido e per questo avrebbe rassegnato le proprie dimissioni dall'incarico, rinunciando a tutti i benefici che questo comportava. Di fatto il 12 dicembre 1203 viene sostituito nell'incarico da Simeone, scelto direttamente da Roma. Nonostante tutto lo ritroviamo nel 1206 nuovamente ai vertici dell'università parigina con la carica di cancelliere episcopale e alle prese con altri incarichi papali. Non è escluso che, per riottenere la fiducia del papa, abbia compiuto nel frattempo un pellegrinaggio riparatore a Roma, anche se non sappiamo come abbia trascorso questi tre anni tra Magonza e Parigi. Ad ogni modo, nonostante l'episodio di Magonza, il suo prestigio resta intatto, tant'è vero che lo ritroviamo subito alla prese con nuove questioni.
S. Agostino scaccia i demoni delle eresie, miniatura se, XII
Dal 1206 Prepositino, nonostante i suoi trascorsi complicati, viene insignito della prestigiosa carica di cancelliere dell’Università di Parigi ma non smette di svolgere, contestualmente, nel maggio di quell’anno, un’attività come giudice delegato del papa negli affari del monastero di St-Jean-en-Vallée di Chartres. Durante i tre anni intensi di cancellierato, Prepositino non viene più coinvolto in altre preoccupazioni istituzionali documentate, sebbene sia segnalato un suo impegno diplomatico ancora nel marzo del 1209; avrebbe bensì atteso, per il suo secondo soggiorno parigino, alla composizione dei Sermones, in tutto 78 nelle collezioni più complete.
La sua principale opera, composta tra il 1190 e il 1194, è la Summa Theologica , ampiamente diffusa manoscritta, il cui metodo del pro et contra dovette rappresentare un modello di riferimento prossimo, e assurto a sistema organico, per la teologia del XIII secolo, come le numerose citazioni dell’opera del maestro parigino da parte dei nomi più influenti della grande scolastica possono confermar. Prepositino è di fatto l’unico tra i maestri parigini della fine del XII secolo a essere così tanto citato, sebbene le sue sintesi siano principalmente oggetto di confutazione. Dopo un breve prologo, i quattro libri dell’opera, la cui ripartizione schematica risente molto delle importanti novità apportate da Pietro di Poitiers al modello offerto da Pietro Lombardo, trattano rispettivamente di Dio e della Trinità, della creazione, dei peccati e delle virtù, dei misteri cristologici e, infine, dei sacramenti. L’opera, frutto di redazioni successive nel passaggio dalla disputatio orale alla quaestio scritta, non va considerata un mero commentario alle Sententiae di Pietro Lombardo, bensì una summa teologica autonoma, il cui metodo, procedendo secondo classificazioni generali circa genere e numero dei vocaboli usati nel discorso su Dio, presenta le forme e i contenuti di un legittimo e autonomo linguaggio teologico di cui la grammatica offre le regole di base.
La cacciata dei Catari da Carcassonne
Prepositino si offre come modello di un’alternativa ortodossa di osservanza agostiniana per tutti i dottori parigini, l’erede di Pietro Lombardo per seguito e popolarità, benché non sia un teologo di grandissimo livello; infatti, egli sa sostenere il confronto con Gilberto di Poitiers sul medesimo piano della teologia logico-linguistica: alle regole di proporzione di Gilberto, che consentono alle leggi grammaticali di risultare definitivamente normative anche in teologia, Prepositino antepone l’irriducibilità delle proposizioni dogmatiche, ponendo al centro del suo interesse non il contesto sintattico dei termini quanto quello semantico definito da una decina di assiomi teologici precedentemente individuati, asservendo in tal modo il procedere logico alla preconoscenza del mistero divino. Prepositino, al quale interessa principalmente di veder garantita lasimplicitas di Dio, intese negare alla regola grammaticale, limitandone la consequenzialità, il potere ultimo di consentire la teorizzazione della complessità naturalium rationibus in Dio, come si era espressa presso i porretani. Tramite un’operazione di svuotamento nominalistic, per la quale i dogmi dettati dalla pre-concezione teologica costituiscono i principi assiomatici a cui deve conformarsi ogni proposizione – il linguaggio della sua teologia, venendo meno come strumento di indagine del mistero, costituisce di esso soltanto la corretta rappresentazione.
Alberico di Tre Fontane ci informa che già nel 1209 Prepositino viene sostituito a Parigi dal cancelliere Giovanni de Candelis. L’anno della sua morte, segnalata il 25 febbraio nel necrologio di Saint-Martin-des-Champs, è probabilmente il 1210.

La sua fama presso i contemporanei è legata, però, alla sua Summa contra haereticos, l'unico testo che fornisce informazioni precise sull'eresia catara, al punto di aver fatto dubitare Guglielmo d'Auxerre che avesse vissuto qualche tempo presso i patarini. Secondo Prepositino i catari sono coloro che dicono che Dio ha creato soltanto le cose invisibili e immateriali, mentre il diavolo ha creato quelle visibili e materiali. Vi sono due principi, quello buono e quello cattivo, e due nature, quella buona e quella malvagia. Nella sua opera indica solo una variante nelle opinioni dei catari: ve ne sono alcuni che, pur ammettendo con gli altri che Gesù non ha avuto un'anima umana, precisano che in lui è stata la divinità a tenere luogo dell'anima.