sabato 13 luglio 2019

C'era una volta la fiera di San Pietro - prima parte

La fiera di San Pietro nel 1901
Tradizionalmente si fa risalire l'origine della fiera di San Pietro alla battaglia delle Bodesine. combattuta tra milanesi e cremonesi presso Castelleone il 2 giugno 1213, festa dei santi Marcellino e Pietro esorcista, che coincideva quell'anno con la ricorrenza della Pentecoste. Secondo la leggenda a favorire le sorti dei cremonesi sarebbe stata la comparsa miracolosa dei due santi patroni a cavallo, che si posero alla guida dell'esercito quando ormai era in rotta. I cremonesi riportarono una grande vittoria, sottraendo ai milanesi il Carrocci,che da quel giorno sarebbe stata ricordata con una fiera che, non si sa esattamente per quale motivo, si tenne tradizionalmente il 29 giugno, festa dei santi Pietro e Paolo. Forse alla base di questo slittamento sta la confusione sul nome del santo, identificato con San Pietro apostolo. E' più probabile, invece, che la fiera abbia un'origine mercantile, legata al commercio dei bozzoli, che normalmente giungono a maturazione tra la fine di maggio ed i primi di luglio. Lo storico Giuseppe Bresciani accenna semplicemente ad una cerimonia seicentesca a cui prendevano parte la nobiltà, il popolo, l'autorità municipale e tutto il clero. I Patrimoniali della città si muovevano collegialmente preceduti da quattro servitori municipali e si recavano alla chiesa di San Pietro per rendere omaggio al Principe della Chiesa e ricevere in cambio un paio di guanti candidi del valore di un ducatone, secondo un legato così espresso dal nobile Fogliata, risalente al 1615.
Ufficialmente a Cremona il mercato pubblico dei bozzoli si teneva sotto un tendone installato in piazza del Duomo nel 1882. Dai dati statistici riportati in giunta dal sindaco Giuliano Sacchi il 31 agosto 1888, quando si pensava di realizzare un nuovo mercato coperto in piazza Cavour, si ricava che nel 1888 si erano prodotti 81.920 chilogrammi di bozzoli, non molto in verità, rispetto a quanto prodotto nel 1882, ad esempio, quando i chili furono 113.848, ma comunque una discreta quantità. E probabile, però, che prima di giungere al luogo deputato alla contrattazione vera e propria tra produttori e filangieri la produzione contadina di bozzoli freschi venisse incettata dai mercanti, secondo una prassi diffusa ma scarsamente documentata, già alle porte della città.
Il mercato dei bozzoli si chiudeva tradizionalmente il giorno di San Pietro, il 29 giugno, ed è probabile che in tale ricorrenza i contadini, avendo a disposizione più denaro del solito, si recassero in città a far compere, sostando nei pressi di porta Po, a poca distanza dall'attracco fluviale, approfittando della ricorrenza festiva. Henri Pirenne ha descritto il processo per cui dalle piazze delle città medievali, luoghi tradizionalmente deputati allo scambio di merci specifiche, con lo sviluppo dell'attività mercantile e l'ingresso di nuovi venuti, gli scambi commerciali si siano progressivamente trasferiti all'esterno degli spazi consueti, fuori dalle mura, nei sobborghi. In questo contesto nascono le fiere, che inizialmente radunano i venditori e gli acquirenti solo in occasione di particolari feste religiose, una o due volte all'anno, nei pressi delle chiese ed in un secondo tempo, pur conservando i loro carattere fondamentalmente ludico, si trasformano in manifestazioni continuative, inserite nel quadro dell'economia agraria, come punti fissi di un circuito mercantile con cadenze fisse. I mercati cittadini restano nella loro funzione di approvvigionamento di beni per gli abitanti, mentre le fiere vengono a costituire il primo canale di collegamento tra la città e la campagna, tra le zone di produzione e quelle di commercializzazione dei prodotti. (H. Pirenne, Storia economica e sociale del Medioevo, Roma 1997, p. 68)
Prima che nel gennaio 1748 il Consiglio dei Decurioni della città di Cremona iniziasse ad affrontare il progetto di una fiera, con particolare riferimento alla produzione tessile sulla base delle istanze dell'Università dei mercanti, la fiera di San Pietro era con ogni probabilità l'unica occasione di scambio ed incontro annuale per un mercato povero come quello contadino, basato prevalentemente sullo scambio in natura, legato alla stagionalità ed alla sua origine ludica e sacrale.
Nel 1828 si parla esplicitamente per la prima volta di “baracche della fiera” in un documento dell'ingegnere del Comune Giovanni Battista Tarozzi che, facendo seguito ad una rimostranza dell'Imperiale Regia Intendenza provinciale delle Finanze, suggerisce l'utilizzo di una di queste strutture per riparo provvisorio degli agenti doganali che, con la realizzazione della nuova strada diretta al porto, non avrebbero goduto più dalla loro Ricevitoria della visuale idonea ad osservare il flusso delle merci. Questa soluzione sarebbe già stata adottata in occasione della costruzione della nuova porta Po nel 1825. Evidentemente la Congregazione municipale aveva a disposizione un certo numero di questi padiglioni, utilizzati in occasione della fiera sul piazzale esterno della porta, divenuta ormai un appuntamento tradizionale. Prima di tale data l'unica traccia della Fiera di San Pietro è nel primo sipario del Teatro Filodrammatici dipinto da Giovanni Motta verso la fine del XVIII secolo, di cui resta testimonianza nell'inventario dei beni posseduti nel 1864 dalla Società Filodrammatica, che rappresenta “La Fiera detta di S.to Pietro”. L'originale, conservato al Museo civico Ala Ponzone, è stato ricostruito dal pittore Sereno Cordani per incarico dell'Associazione provinciale degli Ambulanti presieduta da Giuseppe Poli in occasione della fiera del 1969. Il sipario, originariamente steso ed inchiodato su un'intelaiatura in legno, venne ritrovato arrotolato nelle soffitte del museo in precario stato di conservazione, in quanto la polvere aveva completamente impregnato la tela, strappata in corrispondenza dei chiodi che la tenevano legata al telaio e la pittura, in seguito all'arrotolamento, era quasi completamente scrostata. Una successiva ripulitura, inoltre, aveva finito con il danneggiare ulteriormente le scaglie superstiti dei colori originari, rendendone quasi impossibile la lettura. Nella ricostruzione offerta da Cordani compaiono a destra la facciata della chiesa di San Pietro, dove in passato si sarebbe tenuta la fiera, le case di via Cesari digradanti verso corso Vittorio Emanuele e nella parte sinistra una folla di popolani e nobili raccolta intorno alle bancarelle ed agli spettacoli dei giocolieri. I bambini reggono in mano il tradizionale “castello”: un bastone lungo fino a due metri ed avvolto in carta colorata sul quale, ad una distanza di una ventina di centimetri l'uno dall'altro, erano fissati dei cerchi concentrici di cartone colorato a cui erano appesi dolci tradizionali e piccoli doni. Una tradizione che si estingue intorno al 1914.
La giostra onde marine del 1901
Dal 1826 si tiene a porta Po il mercato delle gabbie in vimini, del pollame e soprattutto dell'uva, proveniente dal piacentino, il piazzale esterno alla porta viene completato nel 1838, tra il 1854 ed il 1855 viene realizzato il nuovo ponte sul colatore Morbasco e nel giugno 1857 viene collaudata la nuova strada Passeggio che, però, viene pesantemente danneggiata nell'ottobre da una disastrosa piena del Po che impone un generale riordino di tutti gli argini per eliminare i fenomeni di corrosione, operazione che viene completata nel 1861.Tuttavia fino al 1868, anche in occasione della festività di San Pietro, vengono concessi indifferentemente spazi diversi della città per installarvi baracconi e divertimenti di spettacoli viaggianti, senza alcun riferimento ad un evento particolare. Così avviene per piazza San Luca fin dal 1864, per il piazzale esterno di porta Milano, piazza San Domenico, piazza San Tommaso e piazza Lodi. Spesso si tratta non di comuni girovaghi, ma di compagnie affermate, come quella del “Teatro meccanico” di Antonio Cardinali che, il 20 giugno 1868, chiede di installare il proprio padiglione “messo elegantemente adobbato luminato a gas, tapeti per terra senza sciamassi di sorta” specificando che “il piazzale adatto per noi sarebbe quel medesimo che abiamo avuto circa 18. fà in un piazzale credo vicino alla Questora”. Il “teatro meccanico” è l'antesignano del cinema moderno, una sorta di varieté azionato da mezzi tecnici utilizzati nella scenotecnica teatrale e nelle illusioni ottiche che si stanno sperimentando in quegli anni: nel buio della sala lo spettatore segue il passaggio, talvolta animato, di uomini, animali, veicoli mentre nell'ambiente circostante avvengono mutamenti come il passaggio dalla notte al giorno, il mare che da calmo diventa burrascoso ottenuti dall'associazione di due o più lanterne magiche e da lastre di vetro che, sovrapponendosi o scorrendo le une sulle altre mediante un congegno meccanico, danno l'illusione del movimento o di fenomeni naturali, come la caduta della neve, il sorgere del sole o il calare della notte. Il tutto accompagnato da effetti sonori adeguati che suscitano meraviglia e rendono la rappresentazione più efficace. A questo tipo di spettacoli complessi e tecnologicamente avanzati continuerà ad essere riservato spazio adeguato nell'edizione della fiera settembrina, mentre la dimensione più popolare resterà prerogativa della fiera di San Pietro sul piazzale di Porta Po. Qui già negli anni precedenti era stata concessa un'area a Vincenzo Valanzasca per installarvi un tiro al bersaglio e nel settembre 1868 la sezione edile viene incaricata di limitarne esattamente lo spazio, stabilendo in 5 lire l'affitto per un periodo di quindici giorni in occasione della fiera di settembre.
Il carattere popolare della fiera è confermato dalla prima richiesta di plateatico per posizionare una giostra ed un organetto sul piazzale di porta Po di Annunciata Ferrari “illetterata” di Paderno Cremonese ed è datata 19 giugno 1869, un recinto “destinato ad esporre al Pubblico una raccolta di belve” della ditta Faimali di Milano è documentato nel 1873 e sempre in quest'anno si registra anche il primo incidente, con protagonista una scimmia del serraglio che morde alla mano sinistra il girovago Faustino Lapelli di Annicco, a sua volta titolare di una giostra, che viene visitato in Ospedale dal capo medico Ciniselli, per scongiurare il pericolo che l'animale sia idrofobo. Nel 1874 si aggiunge una compagnia equestre e l'anno successivo la giostra acrobatica di Antonio Ruffini. Nel 1876 è la volta dell'esposizione di “fenomeni”, proposti da Faustino Loschi di Annicco, uno dei più assidui frequentatori della Fiera di San Pietro: in realtà si tratta della macabra esposizione di due feti, figli di due abitanti di Annicco, che Loschi ha già esposto a Bergamo, con l'autorizzazione della Commissione municipale di sanità. Compare anche il tiro al bersaglio con armi ad aria compressa di Vincenzo Vallanzasca. Nel 1881 è la volta della “donna atleta”, della “donna albina” e dell'immancabile donna cannone, attrazione inventata solo qualche anno prima nel 1877, esposte in un unico padiglione, affiancato da un altro con un coccodrillo vero ed alcuni serpenti. Non mancano i prestigiatori, il primo che fa richiesta nel 1887 è un certo De Lorenzo, che possiede anche un “gabbinetto pittorico”. In quell'anno la presenza di spettacoli viaggianti doveva essere già consistente, se Maria Alberici chiede di poter installare eccezionalmente il suo teatro di varietà in “quella piazzetta apena dentro della porta a sinistra di fianco proprio al Macello”, in quanto sono “già occupati tutti i posti fuori di porta”.
Accanto alle giostre più semplici, manovrate da cavalli, compaiono anche le celebrità circensi della Belle Epoque. La prima è nel 1876 la grande “Ménagerie des Indes” di Joseph Pianet, serraglio attivo fin dal 1834 il cui titolare comprava animali in Algeria. Ma la più celebre è Nouma Hawa, giunta a Cremona con il suo circo nel 1895: originaria di Costantinopoli, Nouma Hawa, il cui nome significa Rosa della sera, aveva rilevato il circo dal marito, il celebre domatore Pernet, morto a Roma nel 1883 in seguito al morso di un leone, e lei stessa era stata attaccata più volte nel 1883 alle "Folies Bergères" dalla sua leonessa, da un'altra leonessa, a cui aveva cercato di sottrarre i cuccioli, nel 1886, ed infine nel 1888 da un orso bianco, che a Bruxelles le aveva lacerato un seno. Nel 1915, dopo fortunate tournèe in Italia e Svizzera, vendette il circo ritirandosi sul lago di Ginevra.
Nel 1889 Hugo Haase porta a Cremona la novità della giostra elettrica: un tapis roulant su cui sono sistemate delle barche, mosso da macchine installate in tendoni nascosti al pubblico.
La fine dell’Ottocento vede la nascita del fenomeno delle fiere industriali, il cui fine era quello di presentare al pubblico i nuovi ritrovati tecnologici, intrattenendo al contempo i visitatori. Ecco quindi che, accanto alle attrazioni fantastiche degli ambulanti, fanno la loro comparsa giochi meccanici, altalene, giostre. Avviene così che la fiera, che fino a quel momento aveva offerto un divertimento basato esclusivamente sulla fantasia o sulle doti fisiche e intellettuali dell’uomo, lascia gradualmente spazio alle macchine, che si rivelano ben presto più remunerative delle attività ambulanti nelle piazze. Con l’introduzione dei parchi divertimento, cambia anche il ruolo del pubblico, non più spettatore passivo, ma parte attiva dell’attrazione stessa. Inizialmente è infatti proprio l’uomo la forza motrice di molti mezzi: si pensi alle prime altalene che si muovevano grazie ai muscoli di forzuti individui ai seggiolini agganciati a lunghe catene, quelli ancora oggi noti come calci, i cui primi esemplari erano mossi dalle braccia dell’uomo. È il periodo anche delle giostre a cavalli di legno, che dovevano il proprio movimento circolare ad un cavallo bendato che veniva fatto girare in tondo. Seguono infine quelle che venivano chiamate onde di mare per il loro movimento rotatorio e ondulatorio: primordiali giostre a saliscendi di produzione straniera, come quella portata alla fiera di San Pietro da Diomede Manfredi nel 1901.
Fino al 1915 i banchi dei venditori ambulanti si allineavano su due file lungo corso Vittorio Emanuele fino al piazzale di porta Po, dove trovavano posto i baracconi delle attrazioni. Nel 1916, sia in conseguenza della realizzazione della linea tranviaria che per lo scoppio del conflitto mondiale, vennero eliminati i banchi sul lato sinistro della strada. Altre giostre trovavano posto in piazza della Libertà, mentre, in occasione della fiera settembrina, si utilizzavano anche gli spazi di piazza Risorgimento, il sagrato della chiesa di San Luca, piazza Agamennone Vecchi ed in altre occasioni piazza Marconi, porta Romana, porta Mosa.
Nel 1926, tra gli imbonitori che sistemano i loro baracconi sul piazza di porta Po, davanti a casa Foletti staziona Giovanni Paneroni, di professione gelataio specializzato nella fabbricazione del “tiramolla”, ma divenuto con successo sostenitore della teoria della terra piatta e ferma, che spiega con l'ausilio di un giroscopio. Tra le due guerre Paneroni gode di un certo successo e produce una copiosa mole di scritti e disegni sull'argomento, diventando famoso per il suo motto “La Terra non gira, o bestie). Pochi i baracconi in piazza Libertà: due giostre, due serragli, un museo anatomico vietato ai minori di 18 anni, un circo equestre e qualche tiro a segno. Nel 1927 tra la folla viene notata la presenza di uno dei più grandi ciarlatani del tempo, che ormai si dedica al commercio di quadri: si tratta di Arturo Frizzi, nato a Mantova, ma cresciuto nell'orfanotrofio cremonese “Casa Archetta”, venditore girovago di opuscoli, almanacchi, cartoline illustrate, prestigiatore, venditore di chincaglierie, suonatore ambulante e strillone, con un trascorso di attivista politico nel Partito Socialista ma noto soprattutto per aver dato alle stampe “Il ciarlatano”, un racconto autobiografico in cui dispensa anche consigli bizzarri per vivere di espedienti.

I banchetti sfilano da via Baldesio a piazza della Pace dove su due file sono stati installati anche alcuni baracconi: un “gigante”, le foche, il castello incantato, il palazzo misterioso, un padiglione di “attrattive moderne” ed un baraccone anonimo. Vera attrazione della fiera è la pista delle auto elettriche, probabilmente una delle prime giunte in Italia. A portarla a Cremona è forse Felice Piccaluga, anche se la richiesta iniziale di posteggio in piazza dell'anno precedente è per un padiglione sportivo. La cosa è particolarmente interessante perchè tradizionalmente si attribuisce l'introduzione della prima pista elettrica a due meccanici di biciclette veneti, nonché venditori di dolci casalinghi alle fiere, Umberto Favalli e Umberto Bacchiega di Bergantino in provincia di Rovigo, che il 24 aprile 1929 erano in grado di presentare sulla piazza di Bergantino, per la Fiera di San Giorgio, la prima autopista interamente italiana e tutta in legno, mutuando l'idea dall'americana Dodgem Corporation, capace già nel 1922 di sfornare ben 800 vetturette. La trovata si basava ovviamente sull’elettricità e soprattutto sulla sua tecnica di distribuzione, attraverso una rete sospesa alla quale attingere con un trolley tipo quello dei tram, idea brevettata sempre negli Stati Uniti addirittura nel 1890.
(1. continua)

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